— Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioele, figlio di Petuel:
«Avverrà che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne, e i vostri
figliuoli e le vostre figliuole profetizzeranno; i vostri vecchi
sogneranno sogni, i vostri giovani vedranno visioni.»
Questo Spirito di cui gli Apostoli ebbero le primizie e la beatitudine,
fu per essi e per noi uno Spirito di verità, uno Spirito di santità
e uno Spirito di forza... O divino amore, o sacro legame che unisci
il Padre e il Figlio, Spirito onnipotente, fedele consolatore degli
afflitti, pénetra negli abissi profondi del nostro cuore e infondici la
tua gran luce! —
Così predicava Don Gennaro Tierno nella Pentecoste, dall'altare
maggiore, volto al popolo ascoltante. Sopra di lui, in alto, la terza
persona della SS. Trinità apriva l'arco radioso delle ali d'oro, e
nella chiesa l'illuminazione dei ceri spandeva un rossore simile a
un riflesso d'incendio. Gli enormi pilastri di pietra sostenenti le
due navate, coperti di barbare sculture cristiane, cavalcavano verso
l'altare pesantemente; su le pareti gli avanzi dei mosaici rilucevano:
qualche testa di Apostolo, qualche braccio rigido di santa, qualche ala
d'angelo emergeva ancora nell'offuscamento e nello scrostamento operato
dai secoli. Tra i mosaici pendevano piccole navi ex-voto dedicate al
tempio dai naufraghi supérstiti. E in mezzo alle pietre rudi e alle
croste fosche si elevava agile un gruppo di colonne rosee a spira
sorreggenti il pergamo anche marmoreo fiorito di acanti e animato di
bassirilievi.
— Spandi la tua dolce rugiada su questa terra deserta, a fin che cessi
la sua lunga aridità. Manda i raggi celesti del tuo amore fino al
santuario dell'anima nostra, a fin che penetrandoci accendano fiamme
consumatrici delle nostre debolezze, delle nostre negligenze, dei
nostri languori! — seguitava il prete, salendo ai supremi culmini della
sua eloquenza e della sua potenza vocale.
Orsola, da presso, ascoltava, tutta raccolta. Ella si era rifugiata
nella casa del Signore, era tornata al talamo; voleva che il Signore
la purificasse e la ricevesse un'altra volta nella benignità del suo
grande abbracciamento. Quel barbaglio subitaneo di fede la abbacinava,
le faceva quasi dimenticare ogni fallo anteriore. Le pareva che
subitamente dalla sua anima le macchie si cancellassero e dalla sua
carne cadessero le scorie della impurità terrena. Giammai ella si era
accostata all'altare di Dio con un più profondo tremito di speranza;
giammai aveva ascoltato la parola di Dio con una più lunga ebrezza.
Dall'istante in cui l'orrore della dannazione le si levò nella
conoscenza, ella si compresse in una specie di raccoglimento cupo,
sorvegliando sè stessa, sorvegliando i propri atti, i propri pensieri,
i minimi moti pe 'l timore che quella veemenza di pentimento si
esalasse, per l'ansia di conservare intatto dentro di sè quel fiore
di fede rigermogliato d'improvviso. Fu una specie d'assunzione verso
Gesù, con un ripudio di ogni legame umano. Ella si esaltò nella lettura
dei libri sacri; si gettò nella contemplazione delle imagini e dei
misteri; lottò contro le molli viltà della carne, contro i calori della
giornata, contro l'insidie della notte, contro i profumi che le portava
il vento, contro il soffio che saliva dai suoi ricordi impuri, contro
le voci che parevano vellicarle l'udito e susurrarle segreti nuovi di
piacere.
Dopo quella settimana solitaria di passione, ella ora deponeva il
sacrificio ai piedi dell'altare; beveva il balsamo della parola di Dio,
fissando gli occhi in alto alla colomba radiosa e sentendosi a poco a
poco naufragare nel pèlago dell'estasi.
— Vieni dunque, vieni, dolce consolatore delle anime desolate, rifugio
nei pericoli, protettore nella sventura. Vieni, o tu che purifichi
l'anime da ogni macchia e ne guarisci le piaghe. Vieni, forza del
debole, appoggio di quegli che cade. Vieni, stella dei naviganti,
speranza dei poveri, salute di chi è per morire — incalzava Don Gennaro
Tierno, alto nella pianeta d'argento, vermiglio in volto, con occhi
forzanti le órbite, con gesti che parevano toccare il cielo.
Nella chiesa una calura grave si era addensata su i cristiani. Le
navate si schiacciavano su i pilastri; in una vetrata la testa di S.
Luca evangelista raggiava percossa dal sole e il gran manto metteva
nell'aria una zona di crepuscolo verde. L'ambone marmoreo si levava
come un miracoloso fiore mistico, in quel vapore di luce.
— Vieni, o Spirito, vieni ed abbi misericordia di noi!
Orsola teneva gli occhi all'alto: su l'onda di tutte quelle invocazioni
ella ascendeva verso il nimbo, penetrata dalla ineffabile soavità che
attira l'anime all'odore degli aromi spirituali. Le parve un istante
di vedere la colomba d'oro balenarle un lampo di assentimento, e il
cuore le balzò di giubilo nel seno come San Giovanni nelle viscere
d'Elisabetta alla visita della Vergine Maria.
— Per nostro signore Gesù Cristo. Amen.
Il prete, tutto d'argento, si volse verso la custodia, dicendo a bassa
voce un credo. Due turiferarii bianchi ai lati cominciarono a scuotere
i turiboli fumanti e odoranti. Un nuvolo di incenso avvolse la vergine
violata che stava da presso; e subitamente un invincibile fiotto di
náusea dal fondo della maternità le salì alla gola e le fece torcere la
bocca.