XVII.

— Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioele, figlio di Petuel:

«Avverrà che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne, e i vostri

figliuoli e le vostre figliuole profetizzeranno; i vostri vecchi

sogneranno sogni, i vostri giovani vedranno visioni.»

Questo Spirito di cui gli Apostoli ebbero le primizie e la beatitudine,

fu per essi e per noi uno Spirito di verità, uno Spirito di santità

e uno Spirito di forza... O divino amore, o sacro legame che unisci

il Padre e il Figlio, Spirito onnipotente, fedele consolatore degli

afflitti, pénetra negli abissi profondi del nostro cuore e infondici la

tua gran luce! —

Così predicava Don Gennaro Tierno nella Pentecoste, dall'altare

maggiore, volto al popolo ascoltante. Sopra di lui, in alto, la terza

persona della SS. Trinità apriva l'arco radioso delle ali d'oro, e

nella chiesa l'illuminazione dei ceri spandeva un rossore simile a

un riflesso d'incendio. Gli enormi pilastri di pietra sostenenti le

due navate, coperti di barbare sculture cristiane, cavalcavano verso

l'altare pesantemente; su le pareti gli avanzi dei mosaici rilucevano:

qualche testa di Apostolo, qualche braccio rigido di santa, qualche ala

d'angelo emergeva ancora nell'offuscamento e nello scrostamento operato

dai secoli. Tra i mosaici pendevano piccole navi ex-voto dedicate al

tempio dai naufraghi supérstiti. E in mezzo alle pietre rudi e alle

croste fosche si elevava agile un gruppo di colonne rosee a spira

sorreggenti il pergamo anche marmoreo fiorito di acanti e animato di

bassirilievi.

— Spandi la tua dolce rugiada su questa terra deserta, a fin che cessi

la sua lunga aridità. Manda i raggi celesti del tuo amore fino al

santuario dell'anima nostra, a fin che penetrandoci accendano fiamme

consumatrici delle nostre debolezze, delle nostre negligenze, dei

nostri languori! — seguitava il prete, salendo ai supremi culmini della

sua eloquenza e della sua potenza vocale.

Orsola, da presso, ascoltava, tutta raccolta. Ella si era rifugiata

nella casa del Signore, era tornata al talamo; voleva che il Signore

la purificasse e la ricevesse un'altra volta nella benignità del suo

grande abbracciamento. Quel barbaglio subitaneo di fede la abbacinava,

le faceva quasi dimenticare ogni fallo anteriore. Le pareva che

subitamente dalla sua anima le macchie si cancellassero e dalla sua

carne cadessero le scorie della impurità terrena. Giammai ella si era

accostata all'altare di Dio con un più profondo tremito di speranza;

giammai aveva ascoltato la parola di Dio con una più lunga ebrezza.

Dall'istante in cui l'orrore della dannazione le si levò nella

conoscenza, ella si compresse in una specie di raccoglimento cupo,

sorvegliando sè stessa, sorvegliando i propri atti, i propri pensieri,

i minimi moti pe 'l timore che quella veemenza di pentimento si

esalasse, per l'ansia di conservare intatto dentro di sè quel fiore

di fede rigermogliato d'improvviso. Fu una specie d'assunzione verso

Gesù, con un ripudio di ogni legame umano. Ella si esaltò nella lettura

dei libri sacri; si gettò nella contemplazione delle imagini e dei

misteri; lottò contro le molli viltà della carne, contro i calori della

giornata, contro l'insidie della notte, contro i profumi che le portava

il vento, contro il soffio che saliva dai suoi ricordi impuri, contro

le voci che parevano vellicarle l'udito e susurrarle segreti nuovi di

piacere.

Dopo quella settimana solitaria di passione, ella ora deponeva il

sacrificio ai piedi dell'altare; beveva il balsamo della parola di Dio,

fissando gli occhi in alto alla colomba radiosa e sentendosi a poco a

poco naufragare nel pèlago dell'estasi.

— Vieni dunque, vieni, dolce consolatore delle anime desolate, rifugio

nei pericoli, protettore nella sventura. Vieni, o tu che purifichi

l'anime da ogni macchia e ne guarisci le piaghe. Vieni, forza del

debole, appoggio di quegli che cade. Vieni, stella dei naviganti,

speranza dei poveri, salute di chi è per morire — incalzava Don Gennaro

Tierno, alto nella pianeta d'argento, vermiglio in volto, con occhi

forzanti le órbite, con gesti che parevano toccare il cielo.

Nella chiesa una calura grave si era addensata su i cristiani. Le

navate si schiacciavano su i pilastri; in una vetrata la testa di S.

Luca evangelista raggiava percossa dal sole e il gran manto metteva

nell'aria una zona di crepuscolo verde. L'ambone marmoreo si levava

come un miracoloso fiore mistico, in quel vapore di luce.

— Vieni, o Spirito, vieni ed abbi misericordia di noi!

Orsola teneva gli occhi all'alto: su l'onda di tutte quelle invocazioni

ella ascendeva verso il nimbo, penetrata dalla ineffabile soavità che

attira l'anime all'odore degli aromi spirituali. Le parve un istante

di vedere la colomba d'oro balenarle un lampo di assentimento, e il

cuore le balzò di giubilo nel seno come San Giovanni nelle viscere

d'Elisabetta alla visita della Vergine Maria.

— Per nostro signore Gesù Cristo. Amen.

Il prete, tutto d'argento, si volse verso la custodia, dicendo a bassa

voce un credo. Due turiferarii bianchi ai lati cominciarono a scuotere

i turiboli fumanti e odoranti. Un nuvolo di incenso avvolse la vergine

violata che stava da presso; e subitamente un invincibile fiotto di

náusea dal fondo della maternità le salì alla gola e le fece torcere la

bocca.

Le Novelle della Pescara · 第 20 / 101 题