XVI.

Camilla, su l'inginocchiatoio, pregò a voce bassa, co 'l capo

prostrato, con giunte le mani, lungamente; poi accese la lampada votiva

a Maria Vergine, per la notte; piegò poi nel sonno tenendo il dolce

cuore di Gesù tra i fiori vizzi del seno. Il suo respiro di dormiente

era religioso come se sfiorasse l'ostia sacra su la paténa d'argento.

Nella volta le ombre seguivano le oscillazioni della fiammella

alimentata dall'olio. I rumori del legno che si dilata e dei tarli

che ródono, le voci misteriose dei vecchi mobili nella calma notturna,

rompevano il silenzio.

Orsola stava nello stesso letto, a fianco di Camilla, distesa, senza

muoversi, senza chiudere gli occhi, poichè una grande stanchezza

insonne le occupava le membra e la vigilanza assidua dell'angoscia le

martoriava l'anima tapina. Ella ascoltava il silenzio; spiava sè stessa

con una curiosità ansiosa, come per sentire qual mutamento si fosse

compiuto nell'essere suo.

A un tratto, Camilla nel sonno cominciò a mormorare parole confuse,

frammenti di parole incomprensibili, movendo appena le labbra, mettendo

lunghi respiri. La testa di lei, scarna, affilata, scolpita rigidamente

dalla penitenza e dal digiuno, ingiallita dal lume della lampada,

posava su la bianchezza del guanciale come una effigie mal dorata di

santa sopra una raggiera. Piccole ombre violacee segnavano l'interno

delle narici, i solchi del collo teso e pieno di corde, le fosse delle

gote, le occhiaie d'onde sporgeva grande il globo coperto dalla pelle

molle della pálpebra. Ella pareva così il cadavere di una martire,

dentro cui scendesse lo spirito di Dio.

Benchè quello dei soliloquii notturni non fosse il primo, Orsola

sentì freddo in mezzo ai capelli: un terrore improvviso l'assalì e la

oppresse. Ella istintivamente si rannicchiò, cercò di allontanarsi

dal corpo della sorella ritraendosi su l'orlo della sponda; stette

immobile, sospesa negli intervalli di silenzio, con gli occhi fissi

su la bocca della dormiente, provando un sordo sussulto in mezzo

al petto se quelle labbra si movevano a profferire nuove parole.

Ella non comprendeva; ma qualche cosa di lontanamente profondo e di

solenne era in quel mormorìo interrotto, un mistero soprannaturale si

levava da quel corpo inerte e inconsapevole che parlava senza udire

la propria voce. Nella stanza passava l'alito del sepolcro; per la

fantasia sconvolta dell'insonne le ombre oscillanti prendevano forme

spaventose e minacciose di spettri; l'aria pareva solcata da romori

ignoti. Tutte le cose su cui l'allucinata si rifugiava con lo sguardo,

tutte le cose si trasformavano e si animavano ed andavano verso di

lei. Allora l'idea del castigo e della pena eterna ancora una volta

le risorse nella conscienza e la incalzò. Ella si abbattè sotto

l'incubo del suo peccato, mettendo in croce le braccia sul petto per

difendersi dalle minacce dei demoni, tentando pregare con la lingua

impedita dal terrore, aggrappandosi con un supremo slancio all'áncora

del pentimento, all'ultima salvezza. Ella si sentiva perduta, chiedeva

misericordia dall'intimo del suo cuore al divino Sposo tradito, a Gesù

buono e grande, a Colui che perdona.

La voce di Camilla si esalava in sospiri, si confondeva in un borboglìo

tremulo, si spegneva nella respirazione lenta ed eguale, a mano a

mano che l'entusiasmo del sogno mistico si andava placando. Le ombre

seguitavano ad oscillare. Non ancora il Crocefisso discendeva dalla

parete a raccogliere con le dolcissime braccia la pecorella tornante

all'ovile.

Le Novelle della Pescara · 第 19 / 101 题