Ora costui fu il galeotto. Portava le epistole di Marcello con le
conche piene d'acqua della Pescara su alla casa di Orsola e tornava
giù con le conche vuote e con epistole di risposta. Orsola, quando
lo sentiva salir le scale, si faceva pallida; cercava pretesti per
allontanare Camilla, per essere sola con l'uomo portatore d'acqua e di
gioia. Avvenivano allora contatti rapidi, nel sotterfugio; passavano
allora tra lei e il galeotto quegli sguardi obliqui d'intesa, quei
fuggevoli accenni dei muscoli faciali, quei monosillabi sommessi, che
son gli aiuti dell'astuzia umana e che a lungo andare stringono legami
tra gli ingannatori. A poco a poco nell'amore di Orsola penetrava
qualche cosa della viltà di Lindoro; una specie di domestichezza a poco
a poco si stabiliva tra l'amatrice e l'ambasciatore. Ella, se costui
giungeva nell'assenza di Camilla, lo incalzava di domande, gli parlava
da presso facendogli sentire l'alito, qualche volta inavvedutamente
gli posava su la spalla una mano. Lindoro scioglieva i freni della sua
loquacità, intramezzando parole di gergo, reticenze impudiche, furbi
sorrisi rivelatori, gesti ambigui, piccoli schiocchi di lingua e di
labbra.
Egli ruffianeggiava con arte, sapeva insinuare sottilmente la
corruzione nell'animo di Orsola, sapeva trascinare lentamente
all'insidia di Marcello quella preda. E la vergine stava ad ascoltarlo
intenta, con in fondo agli occhi una fiamma che cresceva, con in bocca
l'aridezza prodotta dall'orgasmo lascivo, senza più interrompere.
Lindoro s'accorgeva subito di aver suscitato nella femmina la brama; e
dinanzi a quella figura tutta protesa e tutta sconvolta si risvegliava
in lui il maschio d'un tratto e l'assaliva la tentazione di cogliere
quel fiore ch'egli apprestava al piacere di un altro. Ma la paura
sorgente dal fondo della sua viltà lo tratteneva e gli ghiacciava
l'ardore.
Così Orsola al fine aveva concesso a Marcello un ritrovo. Si sarebbero
ritrovati in una casa remota del sobborgo, in fondo a un vico deserto,
dove nessuno li avrebbe spiati, una domenica di giugno, stando Camilla
nella chiesa più lungo tempo, facendo buona guardia Lindoro.
Nei giorni precedenti quel gran fatto, Orsola era tenuta da una
eccitazione amara, da una specie di febbre che a volte le dava il
battito dei denti e le vampe alla faccia e i brividi alla radice dei
capelli, alla nuca. Ella non poteva più star ferma, non poteva più
star seduta; poichè una furia di mobilità le sollecitava tutte le
membra. Nella scuola, in mezzo al coro eguale dei discepoli, in mezzo
a quello stillicidio continuo di sillabe, uno spirito di ribellione
le abbagliava la vista all'improvviso, ed ella avrebbe voluto balzare
tra i fanciulli, sconvolgere con le mani tutte quelle capigliature,
rovesciare la lavagna, le tabelle, le panche, rompere in grida,
spezzare qualche cosa, stordirsi. Sotto lo sguardo freddo e scrutatore
di Camilla, poco mancava che ella non svenisse per lo spasimo, per la
bile, per l'immenso sforzo interiore di dissimulazione.
Poi, quando Camilla usciva, ella si agitava per tutte le stanze, moveva
le sedie, morsicchiava un fiore, beveva d'un fiato un gran bicchier
d'acqua, si guardava nello specchio, si affacciava alla finestra, si
abbatteva a traverso il letto, sfogava in mille modi l'irrequietudine,
l'esuberanza della vitalità sensuale. Tutto il suo corpo, nel tardivo
fermento della verginità, si era arricchito ed espanto. La sua
testa non era bella, non aveva la quadratura vigorosa, lo splendore
olivastro di certe razze d'Abruzzo, quelle pure linee del naso e del
mento svolgentisi grecamente nella latina ampiezza della faccia. Ma
ella, inconsapevole, sotto la goffaggine delle vesti grige, sotto la
cascaggine delle pieghe incomposte, celava un bel corpo delicato.
Erano i giorni primi di giugno: sorgeva l'estate dalla primavera, come
da un campo d'erbe un àloe. Tra il mare e il fiume tutto il paese di
Pescara godeva nella ventilazione salina e nel refrigerio fluviale,
come distendendo le braccia verso quei naturali confini d'acqua amara e
d'acqua dolce. Salivano alla stanza di Orsola allora le blandizie della
temperie; insetti lucidi urtavano ai vetri e rimbalzavano, come una
grandine d'oro.
La vergine, se era sola, provava un bisogno di distendersi, di gettare
lungi le vesti, di giacere, e di raccogliere su la pelle quella
blandizia ignota che fluttuava nell'aria.
Cominciava lentamente a spogliarsi, con gesti pigri, indugiando con le
dita in torno alle allacciature e ai fermagli, facendo piccoli sforzi
svogliati nel cacciar fuori le braccia dalle maniche, fermandosi a
mezzo e abbandonando in dietro la testa dai capelli crespi e corti,
quella sua testa di giovincello. Lentamente, sotto l'amorosa fatica,
dalla informità delle vesti, come dalla scoria del tempo una statua
diseppellita, il corpo ignudo si rivelava. Un mucchio di lana e di tela
vile era ai piedi della pulzella così purificata, e da quel mucchio
ella come da un piedestallo sorgeva nella luce coronandosi con le
braccia, mentre al contatto dell'aria una vibrazione a pena visibile
le correva a fior della pelle. In quell'attitudine momentanea tutte
le linee del torso si distendevano e salivano verso il capo ricinto:
si appianava la leggera onda del ventre non anche deturpato dalla
concezione; gli archi delle coste si disegnavano in rilievo. Poi, se un
insetto entrava nella stanza, il ronzìo aliante in torno ed accennante
ad attingere la nudità, il ronzìo sbigottiva Orsola; ed era allora un
difendersi dalla puntura mal temuta, erano movimenti serpentini, scatti
di muscoli sotto la cute, paurosi raggruppamenti di membra, falli dei
malleoli non bene forti al gioco.
Poi, così eccitata dal moto e calda, ella aveva voglie nuove.
Apriva l'uscio, cauta in sospetto; e metteva fuori il capo guardando
nell'altra stanza. C'era un odore di chiuso, quello squallore inanimato
che hanno le scuole senza fanciulli. Nelle tabelle quadrate l'alfabeto
cubitale e i gruppi dei dittonghi e delle sillabe stavano muti
dominatori del luogo. Orsola si avanzava evitando co' piedi nudi gli
interstizii del pavimento smosso, provando la titubanza di chi cammina
scalzo per la prima volta su un piano aspro e la confusione di una
donna che non sente più in torno al suo passo l'impedimento abituale
della veste. Andava così fino alla terza stanza, dov'era l'acqua.
Intingeva le mani, si spruzzava tutta, coraggiosamente, sussultando
se una gocciola più grossa le rigava l'epidermide. Usciva di là, tutta
sparsa di rugiada: andava verso lo specchio di un antico canterano.
Restavano in quel canterano ancora frammenti d'intarsio qua e là.
Lo specchio, che celava un armario sovrastante, aveva in torno fregi
misti d'oro e di colori e in alto due puttini decapitati. Orsola saliva
fin là, attratta da una irresistibile curiosità di vedersi nuda. La
sua persona tutta ancora fresca di gocciole sorgeva nell'offuscamento
dello specchio come in un verdazzurro fondo marino. Ella si guardava
sorridendo. Il sorriso, ogni movimento dei muscoli pareva far tremolare
tutte le linee della nudità nello specchio come quelle di una imagine
dentro le acque. Allora ella cominciava una specie di mimica vanitosa,
guardando riprodursi tutti i suoi gesti nella lastra, aprendo le labbra
per mostrare i denti, alzando le braccia per mostrare le ascelle,
presentando la schiena arcata e forzando il capo a volgersi in dietro;
fin che un pazzo impeto di ilarità, dinanzi a quello spettacolo di sè,
le scuoteva tutta la persona. In fondo in fondo, dietro la donna, si
rifletteva dalla parete avversa la tabella dell'alfabeto.