XIII.

Ora costui fu il galeotto. Portava le epistole di Marcello con le

conche piene d'acqua della Pescara su alla casa di Orsola e tornava

giù con le conche vuote e con epistole di risposta. Orsola, quando

lo sentiva salir le scale, si faceva pallida; cercava pretesti per

allontanare Camilla, per essere sola con l'uomo portatore d'acqua e di

gioia. Avvenivano allora contatti rapidi, nel sotterfugio; passavano

allora tra lei e il galeotto quegli sguardi obliqui d'intesa, quei

fuggevoli accenni dei muscoli faciali, quei monosillabi sommessi, che

son gli aiuti dell'astuzia umana e che a lungo andare stringono legami

tra gli ingannatori. A poco a poco nell'amore di Orsola penetrava

qualche cosa della viltà di Lindoro; una specie di domestichezza a poco

a poco si stabiliva tra l'amatrice e l'ambasciatore. Ella, se costui

giungeva nell'assenza di Camilla, lo incalzava di domande, gli parlava

da presso facendogli sentire l'alito, qualche volta inavvedutamente

gli posava su la spalla una mano. Lindoro scioglieva i freni della sua

loquacità, intramezzando parole di gergo, reticenze impudiche, furbi

sorrisi rivelatori, gesti ambigui, piccoli schiocchi di lingua e di

labbra.

Egli ruffianeggiava con arte, sapeva insinuare sottilmente la

corruzione nell'animo di Orsola, sapeva trascinare lentamente

all'insidia di Marcello quella preda. E la vergine stava ad ascoltarlo

intenta, con in fondo agli occhi una fiamma che cresceva, con in bocca

l'aridezza prodotta dall'orgasmo lascivo, senza più interrompere.

Lindoro s'accorgeva subito di aver suscitato nella femmina la brama; e

dinanzi a quella figura tutta protesa e tutta sconvolta si risvegliava

in lui il maschio d'un tratto e l'assaliva la tentazione di cogliere

quel fiore ch'egli apprestava al piacere di un altro. Ma la paura

sorgente dal fondo della sua viltà lo tratteneva e gli ghiacciava

l'ardore.

Così Orsola al fine aveva concesso a Marcello un ritrovo. Si sarebbero

ritrovati in una casa remota del sobborgo, in fondo a un vico deserto,

dove nessuno li avrebbe spiati, una domenica di giugno, stando Camilla

nella chiesa più lungo tempo, facendo buona guardia Lindoro.

Nei giorni precedenti quel gran fatto, Orsola era tenuta da una

eccitazione amara, da una specie di febbre che a volte le dava il

battito dei denti e le vampe alla faccia e i brividi alla radice dei

capelli, alla nuca. Ella non poteva più star ferma, non poteva più

star seduta; poichè una furia di mobilità le sollecitava tutte le

membra. Nella scuola, in mezzo al coro eguale dei discepoli, in mezzo

a quello stillicidio continuo di sillabe, uno spirito di ribellione

le abbagliava la vista all'improvviso, ed ella avrebbe voluto balzare

tra i fanciulli, sconvolgere con le mani tutte quelle capigliature,

rovesciare la lavagna, le tabelle, le panche, rompere in grida,

spezzare qualche cosa, stordirsi. Sotto lo sguardo freddo e scrutatore

di Camilla, poco mancava che ella non svenisse per lo spasimo, per la

bile, per l'immenso sforzo interiore di dissimulazione.

Poi, quando Camilla usciva, ella si agitava per tutte le stanze, moveva

le sedie, morsicchiava un fiore, beveva d'un fiato un gran bicchier

d'acqua, si guardava nello specchio, si affacciava alla finestra, si

abbatteva a traverso il letto, sfogava in mille modi l'irrequietudine,

l'esuberanza della vitalità sensuale. Tutto il suo corpo, nel tardivo

fermento della verginità, si era arricchito ed espanto. La sua

testa non era bella, non aveva la quadratura vigorosa, lo splendore

olivastro di certe razze d'Abruzzo, quelle pure linee del naso e del

mento svolgentisi grecamente nella latina ampiezza della faccia. Ma

ella, inconsapevole, sotto la goffaggine delle vesti grige, sotto la

cascaggine delle pieghe incomposte, celava un bel corpo delicato.

Erano i giorni primi di giugno: sorgeva l'estate dalla primavera, come

da un campo d'erbe un àloe. Tra il mare e il fiume tutto il paese di

Pescara godeva nella ventilazione salina e nel refrigerio fluviale,

come distendendo le braccia verso quei naturali confini d'acqua amara e

d'acqua dolce. Salivano alla stanza di Orsola allora le blandizie della

temperie; insetti lucidi urtavano ai vetri e rimbalzavano, come una

grandine d'oro.

La vergine, se era sola, provava un bisogno di distendersi, di gettare

lungi le vesti, di giacere, e di raccogliere su la pelle quella

blandizia ignota che fluttuava nell'aria.

Cominciava lentamente a spogliarsi, con gesti pigri, indugiando con le

dita in torno alle allacciature e ai fermagli, facendo piccoli sforzi

svogliati nel cacciar fuori le braccia dalle maniche, fermandosi a

mezzo e abbandonando in dietro la testa dai capelli crespi e corti,

quella sua testa di giovincello. Lentamente, sotto l'amorosa fatica,

dalla informità delle vesti, come dalla scoria del tempo una statua

diseppellita, il corpo ignudo si rivelava. Un mucchio di lana e di tela

vile era ai piedi della pulzella così purificata, e da quel mucchio

ella come da un piedestallo sorgeva nella luce coronandosi con le

braccia, mentre al contatto dell'aria una vibrazione a pena visibile

le correva a fior della pelle. In quell'attitudine momentanea tutte

le linee del torso si distendevano e salivano verso il capo ricinto:

si appianava la leggera onda del ventre non anche deturpato dalla

concezione; gli archi delle coste si disegnavano in rilievo. Poi, se un

insetto entrava nella stanza, il ronzìo aliante in torno ed accennante

ad attingere la nudità, il ronzìo sbigottiva Orsola; ed era allora un

difendersi dalla puntura mal temuta, erano movimenti serpentini, scatti

di muscoli sotto la cute, paurosi raggruppamenti di membra, falli dei

malleoli non bene forti al gioco.

Poi, così eccitata dal moto e calda, ella aveva voglie nuove.

Apriva l'uscio, cauta in sospetto; e metteva fuori il capo guardando

nell'altra stanza. C'era un odore di chiuso, quello squallore inanimato

che hanno le scuole senza fanciulli. Nelle tabelle quadrate l'alfabeto

cubitale e i gruppi dei dittonghi e delle sillabe stavano muti

dominatori del luogo. Orsola si avanzava evitando co' piedi nudi gli

interstizii del pavimento smosso, provando la titubanza di chi cammina

scalzo per la prima volta su un piano aspro e la confusione di una

donna che non sente più in torno al suo passo l'impedimento abituale

della veste. Andava così fino alla terza stanza, dov'era l'acqua.

Intingeva le mani, si spruzzava tutta, coraggiosamente, sussultando

se una gocciola più grossa le rigava l'epidermide. Usciva di là, tutta

sparsa di rugiada: andava verso lo specchio di un antico canterano.

Restavano in quel canterano ancora frammenti d'intarsio qua e là.

Lo specchio, che celava un armario sovrastante, aveva in torno fregi

misti d'oro e di colori e in alto due puttini decapitati. Orsola saliva

fin là, attratta da una irresistibile curiosità di vedersi nuda. La

sua persona tutta ancora fresca di gocciole sorgeva nell'offuscamento

dello specchio come in un verdazzurro fondo marino. Ella si guardava

sorridendo. Il sorriso, ogni movimento dei muscoli pareva far tremolare

tutte le linee della nudità nello specchio come quelle di una imagine

dentro le acque. Allora ella cominciava una specie di mimica vanitosa,

guardando riprodursi tutti i suoi gesti nella lastra, aprendo le labbra

per mostrare i denti, alzando le braccia per mostrare le ascelle,

presentando la schiena arcata e forzando il capo a volgersi in dietro;

fin che un pazzo impeto di ilarità, dinanzi a quello spettacolo di sè,

le scuoteva tutta la persona. In fondo in fondo, dietro la donna, si

rifletteva dalla parete avversa la tabella dell'alfabeto.

Le Novelle della Pescara · 第 16 / 101 题