Ora avvenne che in uno di quei momenti battesse alla porta della scala
Lindoro venuto su con le conche. Orsola gridò:
— Aspetta!
E raccolse da terra le vesti, in furia; se le mise addosso, in furia;
andò ad aprire.
Erano le sei di sera: il riverbero bianco del palazzo di Brina entrava
nella stanza; tutto il paese di Pescara, grande ospizio di rondini,
cantava.
I due, in mezzo, ritti, parlarono del ritrovo imminente. Lindoro con la
sua loquacità cercava di vincere le estreme esitazioni della pulzella;
poichè egli già teneva una parte della mercede, e l'adescava il resto.
L'artifizio persuasore gli avvivava le parole, gli occhi, i gesti.
Egli aveva nel fiato l'odore del vino, e nella faccia, su le tempie,
pe 'l passaggio recente del rasoio, piccole macchie rosee e violacee.
Mentre parlava gli si scopriva la fila dei denti eguale e schietta,
una di quelle forti chiostre che spesso armano le bocche plebee; e la
singolarità emergeva vivacemente dalla generale turpitudine dell'uomo.
Orsola opponeva dubbii, paure, ad interrompere; ma già, poi che
l'impudicizia a mano a mano sorgendo più calda dal fòmite del vino
bevuto si insinuò nelle persuasioni del galeotto, ella cominciava a
turbarsi. S'era ritirata a poco a poco verso il muro, appoggiandovisi.
Dalle aperture, lasciate qua e là nell'abito per la furia del
rivestirsi, si intravedevano i lembi del lino. La gola era tutta
scoperta, i piedi senza calze nascondevano nelle pianelle soltanto le
dita.
Ma ella, a un punto, involontariamente, per quel cieco istinto da cui
una donna è avvertita d'essere innanzi a un uomo bramoso, corse con
la mano a chiudere sotto la gola, sul petto gli uncinelli. Quell'atto,
col quale Orsola così riconosceva nel mezzano l'uomo, quell'improvviso
atto fece scattare dall'abbiezione di Lindoro un impeto di orgoglio
maschile. — Ah, egli dunque aveva potuto per sè stesso turbare una
donna! — E si fece più da presso; e, come il coraggio del vino lo
animava, quella volta nessun ritegno di viltà trattenne il bruto.