Era messaggero uno di quegli uomini che paion cresciuti su, come
funghi, dall'umidità della strada immonda ed hanno in tutta la figura
quasi una nativa tinta di fango; di quelli uomini bigi, che s'insinuano
per tutto, che si trovano per tutto ov'è un centesimo da guadagnare, un
po' di untume da leccare, uno straccio da sottrarre, oggi rigattieri
e domani procaccianti in atto di serve o di male femmine, oggi falsi
sensali di mercatanzia e domani accalappiatori di cani erratici.
Costui aveva un nome melodrammatico, si chiamava Lindoro: dal quartiere
dell'Ospedale al bastione di Sant'Agostino una popolarità grande s'era
fatta in torno a questo nome. Nasceva costui dall'accoppiamento d'un
sonatore ambulante di clarinetto con una piazzaiuola rivenditrice
di fruttaglia, ereditando l'istinto nomade del padre e la naturale
avarizia della madre. S'era prima strascicato per gli immondezzai di
tutte le case, con la scopa o il canestro; aveva poi fatto il guattero
in una bettola, dove soldati e marinai gli gettavano sul viso gli
sgoccioli del bicchiere e le spine del pesce mal fritto. Dalla bettola
era caduto in un forno, dove spingeva i pani con la lunga pala dentro
le fiamme, tutta la notte, in sudore, accecandosi. Dal forno era
passato all'uffizio di accenditore pubblico de' fanali, logorandosi una
spalla sotto il peso della scala portatile. Scacciato da quell'uffizio
perchè sottraeva il petrolio dalle grandi casse di zinco bianco, si
mise alla ventura della strada, comprando e rivendendo abiti vecchi,
facendo in tutte le case popolane i servigi più vili, offrendo ai
soldati e ai forestieri i suoi ruffianesimi, lottando così per il
tozzo.
Nel suo corpo e nella sua anima ogni mestiere aveva impresso una
traccia, aveva lasciato un gesto abituale, uno sviluppo di singoli
muscoli, l'indebolimento di un organo, una callosità, una cadenza di
voce, una frase del gergo. Egli era di piccola statura, magro, con una
testa enorme e quasi calva, con chiazze di peli radi su le guance,
con pustole tra i peli. Il suo vestito era ibrido e mutevole; tutte
le fogge passavano su la sua persona, si sovrapponevano a contrasto:
nobili zimarrine verdognole e calzoni carichi di toppe, cappelli
di feltro arrossenti e ciabatte servili, bottoni di metallo lucido,
formelle d'osso bianco, galloni militari, trine, quel miscuglio di
ricchezza sfatta e di miseria ignobile, che ingombra la bottega di un
rigattiere ebreo.