XII.

Era messaggero uno di quegli uomini che paion cresciuti su, come

funghi, dall'umidità della strada immonda ed hanno in tutta la figura

quasi una nativa tinta di fango; di quelli uomini bigi, che s'insinuano

per tutto, che si trovano per tutto ov'è un centesimo da guadagnare, un

po' di untume da leccare, uno straccio da sottrarre, oggi rigattieri

e domani procaccianti in atto di serve o di male femmine, oggi falsi

sensali di mercatanzia e domani accalappiatori di cani erratici.

Costui aveva un nome melodrammatico, si chiamava Lindoro: dal quartiere

dell'Ospedale al bastione di Sant'Agostino una popolarità grande s'era

fatta in torno a questo nome. Nasceva costui dall'accoppiamento d'un

sonatore ambulante di clarinetto con una piazzaiuola rivenditrice

di fruttaglia, ereditando l'istinto nomade del padre e la naturale

avarizia della madre. S'era prima strascicato per gli immondezzai di

tutte le case, con la scopa o il canestro; aveva poi fatto il guattero

in una bettola, dove soldati e marinai gli gettavano sul viso gli

sgoccioli del bicchiere e le spine del pesce mal fritto. Dalla bettola

era caduto in un forno, dove spingeva i pani con la lunga pala dentro

le fiamme, tutta la notte, in sudore, accecandosi. Dal forno era

passato all'uffizio di accenditore pubblico de' fanali, logorandosi una

spalla sotto il peso della scala portatile. Scacciato da quell'uffizio

perchè sottraeva il petrolio dalle grandi casse di zinco bianco, si

mise alla ventura della strada, comprando e rivendendo abiti vecchi,

facendo in tutte le case popolane i servigi più vili, offrendo ai

soldati e ai forestieri i suoi ruffianesimi, lottando così per il

tozzo.

Nel suo corpo e nella sua anima ogni mestiere aveva impresso una

traccia, aveva lasciato un gesto abituale, uno sviluppo di singoli

muscoli, l'indebolimento di un organo, una callosità, una cadenza di

voce, una frase del gergo. Egli era di piccola statura, magro, con una

testa enorme e quasi calva, con chiazze di peli radi su le guance,

con pustole tra i peli. Il suo vestito era ibrido e mutevole; tutte

le fogge passavano su la sua persona, si sovrapponevano a contrasto:

nobili zimarrine verdognole e calzoni carichi di toppe, cappelli

di feltro arrossenti e ciabatte servili, bottoni di metallo lucido,

formelle d'osso bianco, galloni militari, trine, quel miscuglio di

ricchezza sfatta e di miseria ignobile, che ingombra la bottega di un

rigattiere ebreo.

Le Novelle della Pescara · 第 15 / 101 题