Ma come Gesù trionfante risalì alla gloria dei cieli, gli aromi
pasquali non più confortarono l'amore della vergine Orsola. Scena
dell'amore fu allora il dominio dei gatti randagi e dei colombi
torraioli. Dall'abbaino alla finestra i dolci segni correvano: tra
mezzo, il lupanare si sprofondava come un fossato d'acque limacciose
a' cui cigli crescessero fiori alimentati dalla putredine. I colombi
sorvolavano con il luccichio verde e grigio delle loro piume.
L'amadore aveva un bel nome antico, si chiamava Marcello, e aveva un
bel fregio rosso e d'argento su le maniche della tunica. Scriveva
epistole piene di fuoco eterno, con frasi impetuose che davano
all'amatrice deliquii di tenerezza e fremiti di voluttà mal contenuta.
Orsola leggeva quei fogli in segreto, li teneva notte e giorno nel
seno: pe 'l calore la scrittura violetta le s'imprimeva su la pelle, ed
era come un gentile tatuaggio d'amore, di cui ella gioiva. Le risposte
di lei non finivano mai: tutta la sapienza grammaticale di una maestra,
tutto il tesoro delle apostrofi psalmistiche di una devota, tutta la
fluente sentimentalità di una pulzella tardiva si riversava su la carta
de' quaderni scolastici rigati di turchino. Ella scrivendo si obliava,
si sentiva trascinare in un'onda di verbosità sonore. Pareva quasi che
una facoltà novella si esplicasse in lei e prendesse forme maniache,
d'improvviso. Quel gran sedimento di lirismo mistico accumulato per
la lettura de' libri di preghiera in tanti anni di fedeltà allo Sposo
Celeste, ora, scosso dal tumulto dell'amore terreno, si levava su
confusamente per assumere sapori di profanità nuovi. Così le lacrimose
implorazioni a Gesù si mutavano in sospiri di speranza verso letizie
d'amplessi non eterei, le offerte del fior dell'anima al Sommo Bene si
mutavano in tenere dedizioni della carne al disio del biondo amante, e
il lume afrodisiaco della luna si cingeva di tutti gli epiteti per cui
va radioso lo Spirito Santo, nè gli zefiri della primavera mancavan di
rapire gli aromi alle mense del Paradiso.