Tutta la settimana santa protesse delle sue complici ombre l'amore
della vergine Orsola. Le chiese erano immerse nel crepuscolo della
Passione, i crocifissi sugli altari erano coperti di drappi violacei; i
sepolcri del Nazareno erano circondati di grandi erbe bianche cresciute
nei sotterranei; un profumo di fiori e di belzuino pesava nell'aria.
Là Orsola, inginocchiata, attendeva, fin che un passo leggero dietro
di lei la faceva trasalire. Ella non poteva volgersi, perchè Camilla la
vigilava; ma si sentiva tutta abbracciare dallo sguardo di quell'uomo,
come da un fuoco sottile, e una tenerezza torbida le scendeva nella
carne. Allora fissava i ceri digradanti su un triangolo di legno presso
l'altare. I preti cantavano dinanzi a un gran libro; e ad uno ad uno i
ceri venivano spenti. Non ne rimanevano che cinque, non ne rimanevano
che due; l'oscurità si avanzava dal fondo delle cappelle su la gente
in preghiera. L'ultima fiammella finalmente spariva; tutte le panche
risonavano sotto le battiture delle verghe. Orsola nel buio, a pena
si sentiva toccare da due mani cercanti, scattava dal pavimento, con
un sussulto, smarrita. Poi, quando usciva dalla chiesa, il pensiero
d'aver violato un luogo sacro la empiva di rimorso: subitamente, la
paura del castigo risorgeva. Ella s'inabissava poi come in un sogno
dove la figura livida di Gesù morto e lo scroscio delle battiture e i
brividi della carne sollecitata e l'odor grave dei fiori e gli aliti
di quell'uomo biondo si mescolavano in un senso dubbio di dolore e di
piacere.