VIII.

Da quel giorno, tutte l'ore, tutti i momenti in cui Camilla non era

nella casa, la tentazione diabolica la trascinava a quello spettacolo.

Ella prima pugnava, vanamente, senza forze, lasciandosi vincere. Andava

là con l'ansia sospettosa di chi va a un ritrovo di amore; ci restava

lungo tempo, dietro la persiana quasi cadente, mentre i miasmi del

lupanare la turbavano e la corrompevano.

Ella spiava tutto, acuendo lo sguardo, cercando di penetrare negli

interni, cercando di scoprire qualche cosa tra i garofani che

chiudevano le finestre. Il sole era caldo e pesante: sciami d'insetti

turbinavano nell'aria. Ad intervalli, quando entrava nel vicolo qualche

uomo, venivano dalle finestre i richiami delle aspettanti: femmine

discinte, con il seno scoperto, uscivano fuori ad offerirsi. L'uomo

spariva in una delle porte oscure con l'eletta. Le deluse gittavano

scherni e risa dietro la coppia, e si rimettevano all'agguato tra i

garofani.

Così nella vergine si accendeva la brama. Il bisogno dell'amore, prima

latente, si levava ora da tutto il suo essere, diventava una tortura,

un supplizio incessante e feroce da cui ella non sapeva difendersi.

Un fiotto di sanità caldo la riempiva; certe sùbite allegrezze le

muovevano il sangue, le suscitavan nel petto quasi battimenti d'ale,

le inspiravano canti nella bocca. A volte un soffio, uno di quei

piccoli fremiti dell'aria che si dilata sotto il sole, una canzone

di mendicante, un odore, un nulla bastava a darle smarrimenti vaghi,

abbandoni in cui le pareva di sentire su tutte le membra come il

passaggio carezzevole del velluto d'un frutto maturo. Ella era così

librata e perduta in abissi ignoti di dolcezza. L'irritazione della

continenza, la sovrabbondanza insolita de' succhi, quel distendersi

continuo dei nervi sotto gli stimoli la tenevano in una specie

di stordimento simile al primo stadio dell'ebrezza. Il passato si

dileguava, si assopiva in fondo alla memoria, non risorgeva più. E

in ogni ora, in ogni luogo il desiderio le tendeva insidie: i santi

delle mura, le madonne, i cristi crocefissi ignudi, le piccole figure

di cera deformi, tutte le cose in torno, prendevano per lei apparenze

impure. Da tutte le cose l'impurità emanava e le alitava su la persona,

affocantemente.

— Ecco, ora scendo nella strada — diceva ella a sè stessa, non reggendo

più.

Poi le mani le tremavano su la porta, nell'aprire. Lo stridore del

chiavistello scorrente negli anelli la sbigottiva. Ella tornava in

dietro, si gettava sul letto quasi svenendosi, livida, sotto una larva

d'uomo.

Le Novelle della Pescara · 第 11 / 101 题