VII.

L'ultima stanza della casa era stretta e bassa, con le travi

del soffitto annerite dal fumo, piena d'un lezzo di cipolle, di

rigovernatura e di carbone spento. I vasi di rame pendevano alla parete

in ordine, senza luccichìo; i piatti di Castelli stavano in ordine su

la mensola con le loro gioconde pitture di fiori, di uccelli e di teste

ridenti; le antiche lucerne di ottone, le bottiglie vuote, le foglie di

erbaggio non più fresche erano sparpagliate per le tavole; e su tutto

dominava proteggitore San Vincenzo effigiato con il gran libro in una

mano e la fiamma rossa in mezzo al cranio.

Là, un tempo, Orsola stando in mezzo ai vapori dell'acqua bollente e

alle esalazioni dei cibi vegetali, spesso aveva sentito giungersi sul

capo dalla piccola finestra alta i ritornelli d'una canzone libertina

e certi larghi schiamazzi di risa che s'inseguivano. I canti e le risa

crescevano nelle sere di estate, tra i passagalli delle chitarre, fra

gli urti della danza sul terreno. Tutti i romori della vita d'una

suburra infima salivano, in certe ore, a quella altezza e facevano

tremare d'orrore le povere spose di Gesù chine in umiltà su i tegami

d'argilla pieni dell'eremitica innocenza dei legumi e delle verdure.

Ma ora, al novel tempo e gaio, come un giorno udì Orsola le voci, una

voglia nell'animo le corse di spinger la vista fuori.

Camilla non stava nella casa; era la domenica quinta di Lazzaro.

Urgeva nell'aria, dopo le brevi piogge, con un più dolce alito di

calore l'imminenza dell'aprile; e in quell'aria la pulzella più aveva

pieno e chiaro il senso del suo rinascimento. E, in ozio, girando per

le stanze, ebbe ella naturalmente la curiosità di guardare, presa al

fascino malsano che gli spettacoli di lascivia esercitano anche sugli

animi verecondi.

Ella salì su una sedia all'altezza dell'apertura; ma prima di spingere

lo sguardo innanzi, fu invasa da un turbamento di tremiti, e ritta

su la sedia si volse intorno temente se non qualcuno la sorprendesse

nell'atto.

Intorno tutto era quieto; ogni tanto una gocciola d'acqua cadeva

dall'alto in un bacile, sonando. Di fuori salivano le voci ed

allettavano.

La vergine rassicurata, guardò. Nel vicolo, sotto la pioggia il

fradiciume aveva fermentato come un lievito; una melma nera copriva

il lastrico, ove spoglie di frutta, residui di erbe, stracci,

ciabatte marce, falde di cappello, tutto il ciarpame sfatto che la

miseria gitta nella strada, si mescolavano. Su quella cloaca, in

cui il sole suscitava insetti e miasmi, una fila di case nane pareva

ansare addossata alla Caserma. Da tutte le finestre però, da tutti

gli spiragli si riversavano le piante dei garofani non più contenute

nei vasi; e i grandi fiori rosei e rossi penzolavano al sole aperti

magnificamente. E tra quei fiori apparivano le facce flosce e dipinte

delle meretrici, passavano le oscenità delle canzonette, le risa

gutturali; e giù sul lastrico, sotto le inferriate della caserma,

altre femmine si tendevano verso i soldati parlando a voce alta,

provocandoli. E i soldati, che sentivano nel sangue alla primavera

rifiorire i mali di Venere, allungavano le mani di tra le sbarre pur di

brancicare qualcosa, divoravano con gli occhi in fiamme quelle femmine

disfatte già per anni dalla lascivia di tante ciurme briache e di tanti

facchini fradici.

Orsola stette lì stupidita allo spettacolo di tutta quella corruzione

fermentante pe'l buon sole di quaresima e saliente fino a lei. Non si

ritraeva ancora; ma come alzò gli occhi, vide in un abbaino sul tetto

della caserma un uomo biondo che la guardava e sorrideva. Ella scese

dalla sedia a precipizio, più pallida di prima, credendo di sentire

la voce di Camilla. Corse nella sua stanza, e si gettò sul letto,

sbigottita, senza respiro, come se l'avesse perseguitata qualcuno

minacciandola.

Le Novelle della Pescara · 第 10 / 101 题