L'ultima stanza della casa era stretta e bassa, con le travi
del soffitto annerite dal fumo, piena d'un lezzo di cipolle, di
rigovernatura e di carbone spento. I vasi di rame pendevano alla parete
in ordine, senza luccichìo; i piatti di Castelli stavano in ordine su
la mensola con le loro gioconde pitture di fiori, di uccelli e di teste
ridenti; le antiche lucerne di ottone, le bottiglie vuote, le foglie di
erbaggio non più fresche erano sparpagliate per le tavole; e su tutto
dominava proteggitore San Vincenzo effigiato con il gran libro in una
mano e la fiamma rossa in mezzo al cranio.
Là, un tempo, Orsola stando in mezzo ai vapori dell'acqua bollente e
alle esalazioni dei cibi vegetali, spesso aveva sentito giungersi sul
capo dalla piccola finestra alta i ritornelli d'una canzone libertina
e certi larghi schiamazzi di risa che s'inseguivano. I canti e le risa
crescevano nelle sere di estate, tra i passagalli delle chitarre, fra
gli urti della danza sul terreno. Tutti i romori della vita d'una
suburra infima salivano, in certe ore, a quella altezza e facevano
tremare d'orrore le povere spose di Gesù chine in umiltà su i tegami
d'argilla pieni dell'eremitica innocenza dei legumi e delle verdure.
Ma ora, al novel tempo e gaio, come un giorno udì Orsola le voci, una
voglia nell'animo le corse di spinger la vista fuori.
Camilla non stava nella casa; era la domenica quinta di Lazzaro.
Urgeva nell'aria, dopo le brevi piogge, con un più dolce alito di
calore l'imminenza dell'aprile; e in quell'aria la pulzella più aveva
pieno e chiaro il senso del suo rinascimento. E, in ozio, girando per
le stanze, ebbe ella naturalmente la curiosità di guardare, presa al
fascino malsano che gli spettacoli di lascivia esercitano anche sugli
animi verecondi.
Ella salì su una sedia all'altezza dell'apertura; ma prima di spingere
lo sguardo innanzi, fu invasa da un turbamento di tremiti, e ritta
su la sedia si volse intorno temente se non qualcuno la sorprendesse
nell'atto.
Intorno tutto era quieto; ogni tanto una gocciola d'acqua cadeva
dall'alto in un bacile, sonando. Di fuori salivano le voci ed
allettavano.
La vergine rassicurata, guardò. Nel vicolo, sotto la pioggia il
fradiciume aveva fermentato come un lievito; una melma nera copriva
il lastrico, ove spoglie di frutta, residui di erbe, stracci,
ciabatte marce, falde di cappello, tutto il ciarpame sfatto che la
miseria gitta nella strada, si mescolavano. Su quella cloaca, in
cui il sole suscitava insetti e miasmi, una fila di case nane pareva
ansare addossata alla Caserma. Da tutte le finestre però, da tutti
gli spiragli si riversavano le piante dei garofani non più contenute
nei vasi; e i grandi fiori rosei e rossi penzolavano al sole aperti
magnificamente. E tra quei fiori apparivano le facce flosce e dipinte
delle meretrici, passavano le oscenità delle canzonette, le risa
gutturali; e giù sul lastrico, sotto le inferriate della caserma,
altre femmine si tendevano verso i soldati parlando a voce alta,
provocandoli. E i soldati, che sentivano nel sangue alla primavera
rifiorire i mali di Venere, allungavano le mani di tra le sbarre pur di
brancicare qualcosa, divoravano con gli occhi in fiamme quelle femmine
disfatte già per anni dalla lascivia di tante ciurme briache e di tanti
facchini fradici.
Orsola stette lì stupidita allo spettacolo di tutta quella corruzione
fermentante pe'l buon sole di quaresima e saliente fino a lei. Non si
ritraeva ancora; ma come alzò gli occhi, vide in un abbaino sul tetto
della caserma un uomo biondo che la guardava e sorrideva. Ella scese
dalla sedia a precipizio, più pallida di prima, credendo di sentire
la voce di Camilla. Corse nella sua stanza, e si gettò sul letto,
sbigottita, senza respiro, come se l'avesse perseguitata qualcuno
minacciandola.