I discepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo
nascente. Orsola s'era levata dal letto; stava seduta su la sponda,
col calore del sole alla nuca ed agli omeri. Nella stanza si sentiva
l'odore agro dell'aceto che Camilla aveva versato nei calamai muffiti;
e dalle finestre raramente il vento recava gli effluvii delle viole già
fiorite su l'arco.
L'infanzia alitò nella stanza come un fiato di quel vento marzolino.
Fu prima su l'uscio un sospingersi tumultuoso di piccole teste che
volevano sollevarsi le une su le altre per vedere; poi l'esitazione, la
timidità, una specie di meraviglia ingenua dinanzi alla maestra pallida
pallida e scarna che i discepoli riconoscevano a pena.
Ma la vergine sorrideva, sotto un turbamento improvviso di tutto il suo
sangue; li chiamava a sè, confondeva i loro nomi che le si affollavano
alle labbra, tendeva loro le mani. A uno, a due, a tre, i bimbi si
avanzavano, volevano prenderle le mani per metterci la bocca sopra,
ridicevano le parole di augurio imparate a casa, ingoiando per la furia
le sillabe.
— No, no, non più! — esclamava Orsola, sopraffatta, ma abbandonando le
mani a quelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.
— Camilla, tienili, tienili.
Ogni bimbo recava un dono: erano fiori, erano frutta. Le violette
avevano subito sparso il profumo nell'aria, e in quel profumo, in
quella luce tutte quelle facce infantili invermigliate dal buon sangue
plebeo sorridevano.
Poi la lezione, nell'altra stanza, cominciò. La prima classe diceva a
voce alta le vocali e i dittonghi, la seconda sillabava; e su quel coro
chiarissimo a tratti si levava l'ammonimento di Camilla.
— _La, le, li, lo, lu..._
Negli intervalli di silenzio, si udiva Matteo Puriello picchiare su le
suola o il telaio della Jece sbattere.
— _Va, ve, vi, vo, vu..._
Allora Orsola s'infastidì. La monotonia de' rumori e delle voci le
dava al capo una pesantezza ingrata, le conciliava il sonno, mentre
ella voleva essere desta, mentre ella sentiva ancora intorno a sè la
respirazione dei fanciulli, il soffio giocondo di quelle vite.
— _Bal, bel, bil, bol, bul..._
Prese i fiori, li mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli.
Li fiutò poi lungamente, stette con le narici tra quel fresco,
chiudendo gli occhi, raccogliendosi tutta in quel peccato d'olfatto.
— _Gra, gre, gri, gro, gru..._
Una gran nuvola bianca velò il sole. Orsola si accostò alla finestra,
si porse al davanzale per guardar giù nella piazza. Di fronte, Donna
Fermina Memma in una roba rosata stava sul balcone, tra i vasi dei
garofani; e un gruppo di ufficiali passava sotto a lei ridendo e
facendo un tintinnìo di sciabole sul lastrico. Più in là, nel giardino
pubblico le piante di lilla erano sul fiorire, la punta del gigantesco
pino si piegava al vento. Dalla cantina di Lucitino usciva Verdura,
l'eterno ubriaco, barcollando e vociferando.
Orsola si ritrasse: era la prima volta, dopo tanto, che si affacciava
su la piazza. Le parve di essere in alto in alto, guardando in giù; la
prese una leggera vertigine.
— _Nar, ner, nir, nor, nur..._
Il coro dentro seguitava, ancora, ancora, ancora.
— _Pla, ple, pli, plo, plu..._
Orsola si sentiva soffocare, venir meno, a quella tortura: i suoi
poveri nervi indeboliti cedevano. Il coro seguitava, al ritmo della
bacchetta di Camilla battuta sul tavolino, implacabile.
— _Ram, rem, rim, rom, rum..._
— _Sat, set, sit, sot, sut..._
Allora un impeto subitaneo di singhiozzi squassò la convalescente,
l'abbattè sul letto. Ella singhiozzava, così, bocconi, a braccia
aperte, premendo la faccia su i guanciali, scossa dai sussulti, senza
potersi frenare.
— _Tal, tel, til, tol, tul..._