V.

I discepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo

nascente. Orsola s'era levata dal letto; stava seduta su la sponda,

col calore del sole alla nuca ed agli omeri. Nella stanza si sentiva

l'odore agro dell'aceto che Camilla aveva versato nei calamai muffiti;

e dalle finestre raramente il vento recava gli effluvii delle viole già

fiorite su l'arco.

L'infanzia alitò nella stanza come un fiato di quel vento marzolino.

Fu prima su l'uscio un sospingersi tumultuoso di piccole teste che

volevano sollevarsi le une su le altre per vedere; poi l'esitazione, la

timidità, una specie di meraviglia ingenua dinanzi alla maestra pallida

pallida e scarna che i discepoli riconoscevano a pena.

Ma la vergine sorrideva, sotto un turbamento improvviso di tutto il suo

sangue; li chiamava a sè, confondeva i loro nomi che le si affollavano

alle labbra, tendeva loro le mani. A uno, a due, a tre, i bimbi si

avanzavano, volevano prenderle le mani per metterci la bocca sopra,

ridicevano le parole di augurio imparate a casa, ingoiando per la furia

le sillabe.

— No, no, non più! — esclamava Orsola, sopraffatta, ma abbandonando le

mani a quelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.

— Camilla, tienili, tienili.

Ogni bimbo recava un dono: erano fiori, erano frutta. Le violette

avevano subito sparso il profumo nell'aria, e in quel profumo, in

quella luce tutte quelle facce infantili invermigliate dal buon sangue

plebeo sorridevano.

Poi la lezione, nell'altra stanza, cominciò. La prima classe diceva a

voce alta le vocali e i dittonghi, la seconda sillabava; e su quel coro

chiarissimo a tratti si levava l'ammonimento di Camilla.

— _La, le, li, lo, lu..._

Negli intervalli di silenzio, si udiva Matteo Puriello picchiare su le

suola o il telaio della Jece sbattere.

— _Va, ve, vi, vo, vu..._

Allora Orsola s'infastidì. La monotonia de' rumori e delle voci le

dava al capo una pesantezza ingrata, le conciliava il sonno, mentre

ella voleva essere desta, mentre ella sentiva ancora intorno a sè la

respirazione dei fanciulli, il soffio giocondo di quelle vite.

— _Bal, bel, bil, bol, bul..._

Prese i fiori, li mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli.

Li fiutò poi lungamente, stette con le narici tra quel fresco,

chiudendo gli occhi, raccogliendosi tutta in quel peccato d'olfatto.

— _Gra, gre, gri, gro, gru..._

Una gran nuvola bianca velò il sole. Orsola si accostò alla finestra,

si porse al davanzale per guardar giù nella piazza. Di fronte, Donna

Fermina Memma in una roba rosata stava sul balcone, tra i vasi dei

garofani; e un gruppo di ufficiali passava sotto a lei ridendo e

facendo un tintinnìo di sciabole sul lastrico. Più in là, nel giardino

pubblico le piante di lilla erano sul fiorire, la punta del gigantesco

pino si piegava al vento. Dalla cantina di Lucitino usciva Verdura,

l'eterno ubriaco, barcollando e vociferando.

Orsola si ritrasse: era la prima volta, dopo tanto, che si affacciava

su la piazza. Le parve di essere in alto in alto, guardando in giù; la

prese una leggera vertigine.

— _Nar, ner, nir, nor, nur..._

Il coro dentro seguitava, ancora, ancora, ancora.

— _Pla, ple, pli, plo, plu..._

Orsola si sentiva soffocare, venir meno, a quella tortura: i suoi

poveri nervi indeboliti cedevano. Il coro seguitava, al ritmo della

bacchetta di Camilla battuta sul tavolino, implacabile.

— _Ram, rem, rim, rom, rum..._

— _Sat, set, sit, sot, sut..._

Allora un impeto subitaneo di singhiozzi squassò la convalescente,

l'abbattè sul letto. Ella singhiozzava, così, bocconi, a braccia

aperte, premendo la faccia su i guanciali, scossa dai sussulti, senza

potersi frenare.

— _Tal, tel, til, tol, tul..._

Le Novelle della Pescara · 第 8 / 101 题