Di questo primo tentativo non disse nulla alla sorella. Quando
sentì Camilla rientrare, chiuse gli occhi, stette immobile come
una dormiente, provando uno strano piacere in sè di quell'inganno,
ricacciando a forza indietro il riso che la vellicava a sommo del
petto e le saliva alle labbra. Ella gioiva di quel piccolo segreto:
tutti i giorni aspettava con un desiderio inquieto l'ora in cui Camilla
scendeva le scale; restava un momento in ascolto, seduta sul letto, fin
che giungeva il rumore del lento discendere; poi si levava, soffocando
gli scoppi di riso, appoggiandosi alle pareti, ai mobili, mettendo
gridi di paura sommessi ogni volta che le ginocchia minacciavano di
piegarsi, ogni volta che l'equilibrio mancava.
Dal forno di Flaiano a quell'ora saliva quasi sempre l'odore del pane
ad irritarla. Ella si avvicinava alla finestra per cercare il vento;
provava una tortura mista di voluttà nell'aspirare quella emanazione
sana, con la lingua nuotante nell'acquolina e gli occhi vivi di
cupidigia. Allora la prendeva una furia di frugare da per tutto,
di mettere da per tutto le mani, traendosi di quà di là con minore
lentezza, facendo sforzi inutili e irosi su le serrature di cui Camilla
aveva portato seco le chiavi. Una volta, in fondo al repostiglio di
un tavolino trovò una mela e ci ficcò i denti golosamente. Da tempo
nel regime severo della convalescenza, ella non assaporava un frutto.
In quello era un fresco profumo di rosa, il profumo che in certe mele
aggrinzite e scolorite si accoglie. Cercò di nuovo nel repostiglio,
sperando; ma non trovò se non una specie di siliqua verdognola, chiusa,
che doveva contenere forse un gruppo di semi; e la prese, la guardò
curiosamente, la nascose sotto il guanciale.
Passava così quell'ora, in segreto, con il godimento acre che danno ai
fanciulli in guarigione le cose proibite, le infrazioni degli ordini
dottorali, i piccoli furti. Solo testimone era un micio, tutto maculato
come una pelle di serpente, che girava talvolta intorno a Orsola con
un miagolìo familiare o si fermava teso invano a ghermire se fuori
volavano su l'arco i colombi. A poco a poco Orsola prendeva amore a
quel compagno discreto. Ella lo accoglieva nel tepore del letto, gli
sussurrava parole senza nesso, lo guardava lungamente leccarsi con la
lingua rosea la zampa, porgere la gola di lucertola alla blandizia,
una gola gialliccia che palpitava d'un suono rauco e dolce simile al
tubare delle tortore nei boschi. Ella, forse per un naturale ricorso di
quel suo misticismo anteriore, amava i bagliori tralucenti dagli occhi
dell'animale nella penombra, quegli sprazzi di fosforo, che emanavano
da una forma misteriosa e silenziosa nella tenebra.
Camilla vedeva tutte queste strane predilezioni della sorella, con
una specie di diffidenza ed anche di rammarico sordo, ma taceva. E
lentamente, quasi insensibilmente, quelle due anime si distaccavano, si
allontanavano per repulsa.
Erano prima vissute in una comunione di abitudini e di sentimenti
continua, perchè in loro ogni diversità d'indole e ogni insorgimento
si agguagliava e placava nell'unica fede, nel culto infrangibile della
deità di Cristo, in quel contemplamento ch'era divenuto lo scopo della
vita loro. Ma come il culto le assorbiva intere, in loro i legami
della consanguineità a poco a poco erano stati coperti e sopraffatti
da quelli della comune religione; quindi non mai una espansione di
tenerezza le aveva ricongiunte, non mai un abbandono di confidenza e
di ricordi o di speranze, come sorelle. Erano correligionarie, erano
membri della grande famiglia di Gesù spersi su la terra e agognanti il
Cielo.
Così che a pena, per la rinnovazione operata prima dalla malattia e
dopo dal regime, in Orsola si manifestarono inaspettati atteggiamenti
d'indole e modi inconsueti, la repulsa avvenne inevitabile e la voce
del comun sangue sopita non si potè levare a contrasto.