IV.

Di questo primo tentativo non disse nulla alla sorella. Quando

sentì Camilla rientrare, chiuse gli occhi, stette immobile come

una dormiente, provando uno strano piacere in sè di quell'inganno,

ricacciando a forza indietro il riso che la vellicava a sommo del

petto e le saliva alle labbra. Ella gioiva di quel piccolo segreto:

tutti i giorni aspettava con un desiderio inquieto l'ora in cui Camilla

scendeva le scale; restava un momento in ascolto, seduta sul letto, fin

che giungeva il rumore del lento discendere; poi si levava, soffocando

gli scoppi di riso, appoggiandosi alle pareti, ai mobili, mettendo

gridi di paura sommessi ogni volta che le ginocchia minacciavano di

piegarsi, ogni volta che l'equilibrio mancava.

Dal forno di Flaiano a quell'ora saliva quasi sempre l'odore del pane

ad irritarla. Ella si avvicinava alla finestra per cercare il vento;

provava una tortura mista di voluttà nell'aspirare quella emanazione

sana, con la lingua nuotante nell'acquolina e gli occhi vivi di

cupidigia. Allora la prendeva una furia di frugare da per tutto,

di mettere da per tutto le mani, traendosi di quà di là con minore

lentezza, facendo sforzi inutili e irosi su le serrature di cui Camilla

aveva portato seco le chiavi. Una volta, in fondo al repostiglio di

un tavolino trovò una mela e ci ficcò i denti golosamente. Da tempo

nel regime severo della convalescenza, ella non assaporava un frutto.

In quello era un fresco profumo di rosa, il profumo che in certe mele

aggrinzite e scolorite si accoglie. Cercò di nuovo nel repostiglio,

sperando; ma non trovò se non una specie di siliqua verdognola, chiusa,

che doveva contenere forse un gruppo di semi; e la prese, la guardò

curiosamente, la nascose sotto il guanciale.

Passava così quell'ora, in segreto, con il godimento acre che danno ai

fanciulli in guarigione le cose proibite, le infrazioni degli ordini

dottorali, i piccoli furti. Solo testimone era un micio, tutto maculato

come una pelle di serpente, che girava talvolta intorno a Orsola con

un miagolìo familiare o si fermava teso invano a ghermire se fuori

volavano su l'arco i colombi. A poco a poco Orsola prendeva amore a

quel compagno discreto. Ella lo accoglieva nel tepore del letto, gli

sussurrava parole senza nesso, lo guardava lungamente leccarsi con la

lingua rosea la zampa, porgere la gola di lucertola alla blandizia,

una gola gialliccia che palpitava d'un suono rauco e dolce simile al

tubare delle tortore nei boschi. Ella, forse per un naturale ricorso di

quel suo misticismo anteriore, amava i bagliori tralucenti dagli occhi

dell'animale nella penombra, quegli sprazzi di fosforo, che emanavano

da una forma misteriosa e silenziosa nella tenebra.

Camilla vedeva tutte queste strane predilezioni della sorella, con

una specie di diffidenza ed anche di rammarico sordo, ma taceva. E

lentamente, quasi insensibilmente, quelle due anime si distaccavano, si

allontanavano per repulsa.

Erano prima vissute in una comunione di abitudini e di sentimenti

continua, perchè in loro ogni diversità d'indole e ogni insorgimento

si agguagliava e placava nell'unica fede, nel culto infrangibile della

deità di Cristo, in quel contemplamento ch'era divenuto lo scopo della

vita loro. Ma come il culto le assorbiva intere, in loro i legami

della consanguineità a poco a poco erano stati coperti e sopraffatti

da quelli della comune religione; quindi non mai una espansione di

tenerezza le aveva ricongiunte, non mai un abbandono di confidenza e

di ricordi o di speranze, come sorelle. Erano correligionarie, erano

membri della grande famiglia di Gesù spersi su la terra e agognanti il

Cielo.

Così che a pena, per la rinnovazione operata prima dalla malattia e

dopo dal regime, in Orsola si manifestarono inaspettati atteggiamenti

d'indole e modi inconsueti, la repulsa avvenne inevitabile e la voce

del comun sangue sopita non si potè levare a contrasto.

Le Novelle della Pescara · 第 7 / 101 题