L'istinto della fame si ridestava vivissimo, come più chiara si faceva
la coscienza. Quando dal forno di Flaiano saliva nell'aria l'odore
caldo del pane, Orsola chiedeva; chiedeva con un accento di mendicante
famelica, tendeva la mano, supplicando, alla sorella. Divorava
rapidamente, con un godimento brutale di tutto l'essere, guardando
d'intorno se qualcuno tentasse strapparle di tra le mani il cibo, in
sospetto.
La convalescenza era lunga e lenta; ma già un senso mite di sollievo
cominciava a spargersi per le membra, a liberare il capo. Per quella
sana nutrizione di albume e di carne muscolare un sangue novello si
produceva: i polmoni dilatati ora largamente dall'aria vivificavano
il sangue carico di sostanze; e i tessuti irrigati dall'onda tiepida
e rapida si colorivano ricomponendosi, si rinnovellavano nelle piaghe
di decubito, si ricoprivano di cute a poco a poco; e le attività
cerebrali a quell'affluire operavano sicure; e le innervazioni negli
organi sensorii non più perturbate rendevano limpida la sensazione;
e sul cranio i bulbi capilliferi rigermogliavano densi; e da quel
riordinamento delle leggi meccaniche della vita, da quel dispiegarsi
di energie prima latenti che la malattia aveva provocate, da quella
intensa brama che la convalescente aveva di vivere e di sentirsi
vivere, da tutto, lentamente, quasi in una seconda nascita, una
creatura migliore sorgeva.
Erano i giorni primi di febbraio.
Dal suo letto Orsola vedeva la sommità dell'arco di Portanova, i
mattoni rossicci tra cui crescevano l'erbe, i capitelli sgretolati
dove le rondini avrebbero appeso i nidi. Le viole di Sant'Anna nelle
screpolature del fastigio non anche fiorivano. Il cielo sopra si
apriva in una gentile beatitudine; e per l'aria a tratti giungevano
dall'arsenale gli squilli delle fanfare.
Fu allora che, quasi con un senso di meraviglia, ella riandò
l'esistenza trascorsa. Le pareva quasi che quel passato non le
appartenesse, non fosse suo: una lontananza smisurata ora la divideva
da quei ricordi, una lontananza come di sogno. Ella non aveva più
la valutazione sicura del tempo; ella doveva guardare gli oggetti
che la circondavano, fare uno sforzo della mente, raccogliersi a
lungo, per ricordare. Si toccava con le dita le tempie dove i capelli
rigerminavano tenui, e un sorriso vago di smemorata le sfiorava le
labbra pallide, le fuggiva negli occhi.
— Ah! — susurrò fioca; e il gesto delle dita alle tempie le ritornava,
gentilmente.
Era stata una vita triste ed uguale, in quelle tre stanze, fra tutte
quelle piccole statue deformi di Santi, fra tutte quelle imagini di
Madonne, fra tutti quei bimbi compitanti in coro ad alta voce per
cinque ore del giorno le medesime parole scritte col gesso su la
lavagna. Come le martiri gloriose della leggenda, come Santa Tecla
di Licaonia e Santa Eufemia di Calcedonia, le due sorelle avevano
consacrata la loro verginità allo Sposo celeste, al talamo di Gesù.
Avevano mortificata la carne a furia di privazioni e di preghiere,
respirando l'aria della chiesa, l'incenso e l'odore delle candele
ardenti, cibandosi di legumi.
Avevano stupefatto lo spirito in quell'esercizio arido e lungo di
sillabazione, in quel freddo distillìo di parole, in quell'opera
macchinale dell'ago e del filo su le eterne tele bianche odoranti
di spigo e di santità. Mai le loro mani cercarono la dolcezza delle
chiome infantili, il tepore di quel biondo angelico; mai le loro labbra
cercarono la fronte dei discepoli, in una effusione di tenerezza
improvvisa. Insegnavano la piccola dottrina, i piccoli canti della
religione; facevano prostrare tutte quelle teste gioconde lungamente
sotto le ammonizioni quaresimali; parlavano del peccato, degli orrori
del peccato, delle pene eterne, con la voce grave, mentre tutti quei
grandi occhi si empivano di meraviglia e tutte quelle bocche rosee si
aprivano allo stupore. Intorno, per le fantasie vive dei fanciulli le
cose si animavano: dal fondo dei vecchi quadri uscivano certi profili
giallognoli di santi misteriosi; e il Nazareno cinto di spine e di
stille sanguigne guardava da ogni parte con gli occhi agonizzanti,
perseguitando; e su per la gran cappa del camino ogni macchia di fumo
prendeva una forma atroce. Così infondevano esse la fede in quelle
anime inconsapevoli.
Ora il ricordo di quella sterilità si destò in Orsola torbidamente.
Ella risaliva, risaliva agli anni più lontani, per una naturale
tendenza dello spirito, si rifugiava alle fonti; e una pienezza
improvvisa di giubilo la inondò come se in un momento tutta la sua
infanzia le rifluisse al cuore.
— Camilla! Camilla! — chiamò. — Dove sei? — La sorella non rispose, non
era nell'altra stanza; era forse andata giù, nella chiesa, al vespro.
Allora la convalescente fu presa dalla tentazione di mettere i piedi a
terra, di provare i passi sul pavimento, così, sola.
Rideva d'un riso timido di bambina che esiti in un'impresa difficile;
socchiudeva gli occhi soffermandosi nel nuovo diletto di quel pensiero:
palpava con le dita le ginocchia, le caviglie esili, raccogliendosi,
come per misurare la forza; e rideva, rideva poichè il riso le
insinuava uno sfinimento dolce, una sottile delizia vibrante, in tutto
l'essere.
Una freccia di sole strisciava sul davanzale e feriva l'acqua di un
bacile in un angolo: il riflesso mobile tremolava nella parete, come
una fine trama di oro. Uno stuolo di colombi attraversò lo spazio e
venne a posarsi su l'arco; parve un augurio. Ella pianamente scansò
le coperte, esitò ancora: seduta su la sponda del letto cercava con
la punta del piede scarno e giallo la pianella di lana. La trovò,
trovò l'altra; ma ora una tenerezza subitanea l'assaliva e le si
empivano di lacrime gli occhi, e tutto tremolava dinanzi a lei in
un albore indistinto come se le cose in torno si facessero aeree ed
evanissero. Le lacrime le rigavano le guance, le si fermavano alla
bocca tiepide e salse: ella ne bevve alcune, ne sentì il sapore.
Fuori, dall'arco i colombi a uno a due si rialzavano, frullando. Orsola
con un moto delle fauci respinse il groppo del pianto; poi si poggiò
su la sponda, premette, si alzò finalmente in piedi; sorrise dagli
occhi umidi, guardandosi. Non sapeva di essere così debole, di non
potersi così reggere diritta su le gambe; aveva una strana sensazione
di formicolìo negli stinchi, di vellicamento nei muscoli, quasi la
sensazione d'un ferito che si levi quando l'osso infranto non anche è
bene saldato. Tentò di muovere un passo, avanzò il piede, timidamente;
ebbe paura, sedette di nuovo su la sponda, guardandosi in torno come
per assicurarsi che non la spiava alcuno. Poi cercò un punto di meta,
la finestra; e ricominciò, pianamente, con gli occhi fissi sul piede
che avanzava, in equilibrio, stringendosi lo scialle verde al petto,
invasa un poco dal freddo. Un subitaneo spavento la prese, a mezzo:
ella barcollò, agitò le mani, si rivolse verso il letto, mise tre o
quattro passi precipitosi, ricadde su la sponda. Stette un momento là,
in affanno; rientrò sotto le coperte dove ancora restava il tepore,
s'avvolse e si raccolse rabbrividendo.
— Come sono debole, Signore!
E guardava curiosa sul pavimento il luogo dove ella aveva fatto i
passi, quasi vi cercasse le orme.