I segni del male declinavano lentamente in favore: succedeva ora
il quarto settenario, succedeva ora al sopore stupido la quiete
naturale del sonno, una quiete durevole in cui a poco a poco tutte le
perturbazioni della conscienza si sedavano e le facoltà del senso si
facevano meno torbide e la frequenza della respirazione diminuiva. Ma
una tosse aspra scoppiava a tratti nel petto dell'inferma, facendo
sussultare le vertebre; una distruzione dolorosa della pelle e dei
tessuti molli si compiva ai gomiti, alle ginocchia, all'estremità
della schiena, di giorno in giorno. Quando Camilla si chinava sul
letto chiamando: — Orsola! — la sorella tentava d'aprire gli occhi,
di volgersi verso la voce. Ma la debolezza la opprimeva; lo stupore
torpido le occupava di nuovo il senso.
Ella aveva fame, aveva fame. Una bramosìa bestiale di cibo le
torturava le viscere vuote, le dava alla bocca quel movimento vago
delle mandibole chiedenti qualche cosa da masticare, le dava talvolta
alle povere ossa delle mani quelle contrazioni prensili che hanno
le dita delle scimmie golose alla vista del pomo. Era la fame canina
nella convalescenza del tifo, quella terribile avidità di nutrimento
vitale in tutte le cellule del corpo impoverite dal lungo malore.
Una scarsa onda di sangue restava a pena circolante pei tessuti; nel
cervello debolmente irrigato ogni attività ristagnava come in una
macchina a cui la forza motrice del liquido difetti. Soltanto, in
quella materia disordinatamente ora si producevano certe vibrazioni
determinanti certi atti che nella vita anteriore erano abituali; nè di
quel lavorìo meccanico aveva la convalescente conscienza. Ella per lo
più diceva ad alta voce le letanie; divideva in sillabe parole senza
nesso; minacciava punizioni a discepoli; cantava le strofe quinarie
di un inno a Gesù. Aveva per lo più nell'indice della mano sinistra
un moto di indicazione scorrente su l'orlo del lenzuolo, come se
ella con quel segno guidasse l'occhio dei discepoli su le righe del
libro. Poi, talvolta, la sua voce si sollevava, prendeva una solennità
quasi minacciosa, pronunciando le ammonizioni delle _sette trombe_,
ricordando confusamente le parole di fra Bartolomeo da Saluzzo ai
peccatori, avendo forse negli occhi stupefatti la visione di quelle
vecchie stampe impresse dal legno piene di deformi angeli tubanti e
di demonii debellati. Ma negli occhi non mai aveva uno sguardo. Le
palpebre pesanti coprivano l'iride a metà, quell'iride senza colore
spersa nella sclerotica che pareva come velata da un muco giallastro.
Ella stava nel suo letto distesa, con il capo su due guanciali. Quasi
tutti i capelli le erano caduti nella malattia; un pallor terreo,
di quei pallori sotto cui pare non anche possa rimanere la vita, le
occupava la faccia, le cavità della faccia; e il teschio ne traspariva,
e da tutta la restante aridezza della pelle lo scheletro traspariva,
e intorno a tutto quell'ossame nei punti di pressione sul letto i
tessuti aderenti degeneravano. Solo, un'immensa fame animava quella
rovina, torturava gl'intestini ove le ulceri tifose si cicatrizzavano
lentamente.
Fuori, era la novena di Natale, la bella festività de' vecchi e de'
fanciulli. Erano certi vespri chiari e rigidi, sotto cui tutto il
paese di Pescara si popolava di marinari e si empiva dei suoni delle
zampogne. L'odore acuto delle zuppe di pesce si propagava nell'aria
dalle cantine aperte. Lentamente alle finestre, alle porte, nelle vie i
lumi apparivano. Il sole indugiava roseo su i terrazzi di pietra della
casa di Farina, sui comignoli della casa di Memma, sul campanile di San
Giacomo. Le altezze illustri dominavano come fari sul paese occupato
dall'ombra. Poi, d'un tratto, la notte cominciava a constellare i
firmamenti; sopra le case di Sant'Agostino una mezza luna si affacciava
dal bastione tra il fanale rosso e il pino del telegrafo, crescendo.
Alla stanza di Orsola tutta quell'animazione di vita saliva in un
romorìo confuso di alveare che si sveglia.
Le pastorali delle zampogne si avvicinavano, di casa in casa, di porta
in porta. Avevano una religiosa e familiare letizia quei suoni che i
ciociari di Atina traevano da un otre di pecora e da un gruppo di canne
forate. La convalescente udiva, si sollevava sul letto; poichè quella
sensazione le ridestava i fantasmi di altre sensazioni trascorse, e gli
occhi le si empivano tutti di visione sacra, di presepi raggianti e di
bianchi peregrinaggi d'angeli in azzurri immacolati. Ella si metteva a
cantare le laudi, tendendo le braccia, restando talvolta con la bocca
aperta mentre la voce negli organi le mancava; si metteva a laudare
Gesù con una elevazione ardente e dolce di amore, trasportata dai suoni
delle pastorali appressantisi, allucinata dalle imagini sante delle
pareti. Ascendeva ai cieli, tra le musiche dei cherubini, tra i vapori
della mirra e dell'incenso.
— _Hosanna!_
La voce le mancava. Ella tendeva le braccia. Camilla, da presso, voleva
riadagiarla su i guanciali; si sentiva come soggiogare da quel cieco
entusiasmo di fede: le tremavano le mani, le labbra. Orsola ricadeva
stesa, con il capo abbandonato, scoperta la gola e il petto, mostrando
degli occhi solo il bianco nel gran pallore, sorridente a qualche
cosa invisibile, in un atteggiamento di vergine martire. Le zampogne
passavano; tardi passavano le canzoni del vino urlate dai marinari
nella notte tornanti alle barche della Pescara.