I.

Il viatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le

strade era la primizia della neve, su tutte le case la neve. Ma in alto

grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose, si dilatavano

sul palazzo di Brina lentamente, s'illuminavano verso la Bandiera. E

nell'aria bianca, sul paese bianco appariva ora subitamente il miracolo

del sole.

Il viatico s'incamminava alla casa di Orsola dell'Arca. La gente si

fermava a veder passare il prete incedente a capo nudo, con la stola

violacea, sotto l'ampio ombrello scarlatto, tra le lanterne portate dai

clerici accese. La campanella squillava limpidamente accompagnando i

salmi susurrati dal prete. I cani vagabondi si scansavano nei vicoli

al passaggio. Mazzanti cessò di ammucchiare la neve all'angolo della

piazza e si scoprì la zucca inchinandosi. Si spandeva in quel punto dal

forno di Flaiano nell'aria l'odore caldo e sano del pane recente.

Nella casa dell'inferma gli astanti udirono gli squilli, e udirono su

per le scale il salire dei vegnenti. La vergine Orsola era sul letto,

supina, tenuta dallo stupore della febbre, da una sonnolenza inerte,

con la respirazione frequente rotta da i rantoli. Posava sul guanciale

la testa quasi nuda di capelli, la faccia d'un colore quasi ceruleo

ove le palpebre erano semichiuse sopra gli occhi vischiosi e le narici

parevano annerite dal fumo. Ella faceva con le mani scarne piccoli

gesti incerti, vaghi conati di prendere qualche cosa nel vuoto, strani

segni improvvisi che davano quasi un senso di terrore a chi stava

da presso; e nelle braccia pallide le passavano le contrazioni dei

fasci muscolari, i sussulti dei tendini; e a volte un balbettamento

inintelligibile le usciva dalle labbra, come se le parole le si

impigliassero nella fuliggine della lingua, nel muco tenace delle

gengive.

Nella stanza si faceva quel silenzio tragico che suole precedere gli

avvenimenti supremi, un silenzio dove il respiro dell'inferma e i

gesticolamenti incerti e le irruzioni rauche della tosse aggravavano

l'attesa della morte. Dalle finestre aperte entrava l'aria pura ed

uscivano le esalazioni della malattia. Un vivo baglior bianco si

rifrangeva dalla neve coprente i cornicioni e i capitelli corintii

dell'arco di Portanova: il fiore cristallino dei ghiaccioli scintillava

d'iridi all'altezza della stanza. Nell'interno, su le pareti, pendevano

grandi medaglie sacre d'ottone, imagini di santi. Sotto un vetro una

Madonna di Loreto tutta nera il volto il seno le braccia, come un

idolo barbarico, luceva nella sua veste adorna di mezze lune d'oro.

In un angolo, un piccolo altare candido portava un vecchio crocifisso

di madreperla, tra due boccali turchini di Castelli pieni d'erbe

aromatiche.

Camilla, la sorella, l'unica parente, presso al letto, pallidissima,

tergeva le labbra nerastre e i denti incrostati dell'inferma con

un lino umido di aceto. Don Vincenzo Bucci, il medico, seduto,

guardava il pomo d'argento della bella mazza, le belle corniole

incise ch'egli aveva negli anelli delle dita, aspettando. Teodora La

Jece, una tessitrice vicina, stava ritta, in silenzio, tutta intenta

nell'atteggiare a dolore la faccia bianca e lentigginosa, gli occhi

d'acciaio, la bocca crudele.

— _Pax huic domui_ — disse il prete entrando. Apparve all'uscio Don

Gennaro Tierno, lunghissimo e smilzo su piedi enormi, con i movimenti

di un bruco che si snodi. Veniva dietro di lui Rosa Catena, una femmina

che avea fatto pubblica professione d'impudicizia al suo tempo verde e

che ora si salvava l'anima assistendo i moribondi, lavando i cadaveri,

vestendoli e accomodandoli nella bara, senza prender mercede.

Nella stanza di Orsola tutti erano in ginocchio, chini la faccia.

L'inferma non udiva; una stupefazione intensa le teneva ancora i sensi.

E l'aspersorio si levò su di lei, lucido nell'aria, aspergendo il

letto.

— _Asperges me, Domine, hyssopo, et mundabor..._ Ma Orsola non sentì

l'onda purificatrice che la rendeva più bianca della neve innanzi al

suo Signore.

Ella stirava davanti a sè con le dita fragili le coperte, aveva un moto

tremulo nelle labbra, nella gola il gorgoglio della parola che ella non

poteva profferire.

— _Exaudi nos, Domine sancte..._

Allora uno scoppio di pianto risonò fra le parole latine, e Camilla

nascose nella sponda del letto la faccia rigata di lacrime. Il medico

s'era accostato e teneva fra le dita inanellate il polso di Orsola.

Egli voleva scuoterla, apprestarla a ricevere il Sacramento dalle

mani del sacerdote di Gesù Cristo, fare che ella porgesse la lingua

all'ostia.

Orsola balbettò, gesticolò ancora vagamente nel vuoto, mentre la

sollevavano su i guanciali. Ella non udiva se non un tintinno nei nervi

dell'orecchio perturbati, a tratti un gridìo, a tratti una musica. Come

fu sollevata, subitamente il rossore livido della faccia si mutò in

un pallore di cadavere; la vescica di ghiaccio cadde dalla testa sul

lenzuolo.

— _Misereatur..._

Porse ella finalmente la lingua tremante, coperta d'una crosta mista di

muco e di sangue nerastro, dove l'ostia vergine si posò.

— _Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi..._

Ma ella non ritirò la lingua a quel contatto, perchè non aveva

conscienza di quel che faceva: lo stupidimento non era rotto dal lume

dell'Eucaristia. Camilla guardava con gli occhi rossi pieni di terrore

e di dolore quella faccia terrea dove ogni segno di vita mancava a poco

a poco, quella bocca aperta che pareva la bocca di uno strangolato.

Il prete seguitava, nella solennità del suo ministerio, le preghiere

latine lentamente. Tutti gli altri rimanevano genuflessi, sotto il

diffuso albore che fuori dalla neve suscitava il meriggio. L'odore

del pane caldo salì col vento e fece fremere le papille del naso ai

clerici.

— _Oremus!..._

Agli eccitamenti del medico Orsola richiuse le labbra. La riadagiarono

supina; poichè il prete entrava nel sacramento dell'Estrema Unzione. I

clerici genuflessi ripetevano sommessamente l'antifona dei sette Salmi

penitenziali.

— _Ne reminiscaris._

Teodora La Jece metteva di tratto in tratto un singulto soffocato,

coperta il volto con le palme, a' piedi del letto. Rosa Catena

stava ritta, accanto, con un occhio semichiuso da cui le colava di

continuo un liquido giallognolo e con l'altro occhio cieco e bianco

per un'albùgine; scorreva un rosario, mormorando. E mentre i Salmi

sommessamente dal pavimento si elevavano, su quel mormorio confuso

dominava la formula sacra del prete ungente in croce gli occhi, gli

orecchi, le narici, la bocca, le mani dell'inferma inerte.

— _... indulgeat tibi Dominus quidquid per gressum deliquisti. Amen._

Fu Camilla che scoperse i piedi della sorella: apparvero tra le coperte

due piedi gialli, squamosi, lividi nelle unghie, che al tatto davano un

ribrezzo di membra morte. E su quella pelle secca le lacrime caddero,

si mescolarono con l'unzione estrema.

— _Kyrie eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster..._

L'unta del Signore stava ora immobile, respirando, con gli occhi chiusi

dinanzi alla luce, con le ginocchia sollevate e le mani strette fra le

cosce, nell'atteggiamento abituale dei tifosi. E il prete, poi ch'ebbe

premuto su le labbra di lei per l'ultima volta il crocefisso, fatto

il segno della croce alto in mezzo alla stanza con la gran mano, uscì

seguito dai clerici. Vagava ancora nella stanza quell'odore svanito

d'incenso e di cera che hanno le vesti sacerdotali. Fuori, sotto le

finestre, Matteo Puriello martellava le suola, canticchiando.

Le Novelle della Pescara · 第 4 / 101 题