Il viatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le
strade era la primizia della neve, su tutte le case la neve. Ma in alto
grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose, si dilatavano
sul palazzo di Brina lentamente, s'illuminavano verso la Bandiera. E
nell'aria bianca, sul paese bianco appariva ora subitamente il miracolo
del sole.
Il viatico s'incamminava alla casa di Orsola dell'Arca. La gente si
fermava a veder passare il prete incedente a capo nudo, con la stola
violacea, sotto l'ampio ombrello scarlatto, tra le lanterne portate dai
clerici accese. La campanella squillava limpidamente accompagnando i
salmi susurrati dal prete. I cani vagabondi si scansavano nei vicoli
al passaggio. Mazzanti cessò di ammucchiare la neve all'angolo della
piazza e si scoprì la zucca inchinandosi. Si spandeva in quel punto dal
forno di Flaiano nell'aria l'odore caldo e sano del pane recente.
Nella casa dell'inferma gli astanti udirono gli squilli, e udirono su
per le scale il salire dei vegnenti. La vergine Orsola era sul letto,
supina, tenuta dallo stupore della febbre, da una sonnolenza inerte,
con la respirazione frequente rotta da i rantoli. Posava sul guanciale
la testa quasi nuda di capelli, la faccia d'un colore quasi ceruleo
ove le palpebre erano semichiuse sopra gli occhi vischiosi e le narici
parevano annerite dal fumo. Ella faceva con le mani scarne piccoli
gesti incerti, vaghi conati di prendere qualche cosa nel vuoto, strani
segni improvvisi che davano quasi un senso di terrore a chi stava
da presso; e nelle braccia pallide le passavano le contrazioni dei
fasci muscolari, i sussulti dei tendini; e a volte un balbettamento
inintelligibile le usciva dalle labbra, come se le parole le si
impigliassero nella fuliggine della lingua, nel muco tenace delle
gengive.
Nella stanza si faceva quel silenzio tragico che suole precedere gli
avvenimenti supremi, un silenzio dove il respiro dell'inferma e i
gesticolamenti incerti e le irruzioni rauche della tosse aggravavano
l'attesa della morte. Dalle finestre aperte entrava l'aria pura ed
uscivano le esalazioni della malattia. Un vivo baglior bianco si
rifrangeva dalla neve coprente i cornicioni e i capitelli corintii
dell'arco di Portanova: il fiore cristallino dei ghiaccioli scintillava
d'iridi all'altezza della stanza. Nell'interno, su le pareti, pendevano
grandi medaglie sacre d'ottone, imagini di santi. Sotto un vetro una
Madonna di Loreto tutta nera il volto il seno le braccia, come un
idolo barbarico, luceva nella sua veste adorna di mezze lune d'oro.
In un angolo, un piccolo altare candido portava un vecchio crocifisso
di madreperla, tra due boccali turchini di Castelli pieni d'erbe
aromatiche.
Camilla, la sorella, l'unica parente, presso al letto, pallidissima,
tergeva le labbra nerastre e i denti incrostati dell'inferma con
un lino umido di aceto. Don Vincenzo Bucci, il medico, seduto,
guardava il pomo d'argento della bella mazza, le belle corniole
incise ch'egli aveva negli anelli delle dita, aspettando. Teodora La
Jece, una tessitrice vicina, stava ritta, in silenzio, tutta intenta
nell'atteggiare a dolore la faccia bianca e lentigginosa, gli occhi
d'acciaio, la bocca crudele.
— _Pax huic domui_ — disse il prete entrando. Apparve all'uscio Don
Gennaro Tierno, lunghissimo e smilzo su piedi enormi, con i movimenti
di un bruco che si snodi. Veniva dietro di lui Rosa Catena, una femmina
che avea fatto pubblica professione d'impudicizia al suo tempo verde e
che ora si salvava l'anima assistendo i moribondi, lavando i cadaveri,
vestendoli e accomodandoli nella bara, senza prender mercede.
Nella stanza di Orsola tutti erano in ginocchio, chini la faccia.
L'inferma non udiva; una stupefazione intensa le teneva ancora i sensi.
E l'aspersorio si levò su di lei, lucido nell'aria, aspergendo il
letto.
— _Asperges me, Domine, hyssopo, et mundabor..._ Ma Orsola non sentì
l'onda purificatrice che la rendeva più bianca della neve innanzi al
suo Signore.
Ella stirava davanti a sè con le dita fragili le coperte, aveva un moto
tremulo nelle labbra, nella gola il gorgoglio della parola che ella non
poteva profferire.
— _Exaudi nos, Domine sancte..._
Allora uno scoppio di pianto risonò fra le parole latine, e Camilla
nascose nella sponda del letto la faccia rigata di lacrime. Il medico
s'era accostato e teneva fra le dita inanellate il polso di Orsola.
Egli voleva scuoterla, apprestarla a ricevere il Sacramento dalle
mani del sacerdote di Gesù Cristo, fare che ella porgesse la lingua
all'ostia.
Orsola balbettò, gesticolò ancora vagamente nel vuoto, mentre la
sollevavano su i guanciali. Ella non udiva se non un tintinno nei nervi
dell'orecchio perturbati, a tratti un gridìo, a tratti una musica. Come
fu sollevata, subitamente il rossore livido della faccia si mutò in
un pallore di cadavere; la vescica di ghiaccio cadde dalla testa sul
lenzuolo.
— _Misereatur..._
Porse ella finalmente la lingua tremante, coperta d'una crosta mista di
muco e di sangue nerastro, dove l'ostia vergine si posò.
— _Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi..._
Ma ella non ritirò la lingua a quel contatto, perchè non aveva
conscienza di quel che faceva: lo stupidimento non era rotto dal lume
dell'Eucaristia. Camilla guardava con gli occhi rossi pieni di terrore
e di dolore quella faccia terrea dove ogni segno di vita mancava a poco
a poco, quella bocca aperta che pareva la bocca di uno strangolato.
Il prete seguitava, nella solennità del suo ministerio, le preghiere
latine lentamente. Tutti gli altri rimanevano genuflessi, sotto il
diffuso albore che fuori dalla neve suscitava il meriggio. L'odore
del pane caldo salì col vento e fece fremere le papille del naso ai
clerici.
— _Oremus!..._
Agli eccitamenti del medico Orsola richiuse le labbra. La riadagiarono
supina; poichè il prete entrava nel sacramento dell'Estrema Unzione. I
clerici genuflessi ripetevano sommessamente l'antifona dei sette Salmi
penitenziali.
— _Ne reminiscaris._
Teodora La Jece metteva di tratto in tratto un singulto soffocato,
coperta il volto con le palme, a' piedi del letto. Rosa Catena
stava ritta, accanto, con un occhio semichiuso da cui le colava di
continuo un liquido giallognolo e con l'altro occhio cieco e bianco
per un'albùgine; scorreva un rosario, mormorando. E mentre i Salmi
sommessamente dal pavimento si elevavano, su quel mormorio confuso
dominava la formula sacra del prete ungente in croce gli occhi, gli
orecchi, le narici, la bocca, le mani dell'inferma inerte.
— _... indulgeat tibi Dominus quidquid per gressum deliquisti. Amen._
Fu Camilla che scoperse i piedi della sorella: apparvero tra le coperte
due piedi gialli, squamosi, lividi nelle unghie, che al tatto davano un
ribrezzo di membra morte. E su quella pelle secca le lacrime caddero,
si mescolarono con l'unzione estrema.
— _Kyrie eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster..._
L'unta del Signore stava ora immobile, respirando, con gli occhi chiusi
dinanzi alla luce, con le ginocchia sollevate e le mani strette fra le
cosce, nell'atteggiamento abituale dei tifosi. E il prete, poi ch'ebbe
premuto su le labbra di lei per l'ultima volta il crocefisso, fatto
il segno della croce alto in mezzo alla stanza con la gran mano, uscì
seguito dai clerici. Vagava ancora nella stanza quell'odore svanito
d'incenso e di cera che hanno le vesti sacerdotali. Fuori, sotto le
finestre, Matteo Puriello martellava le suola, canticchiando.