Arrivarono a Palermo che il marchese non era morto ancora; ma il
disfacimento del suo corpo rassomigliava alla putrefazione di un
cadavere. Nella stanza dell'ammalato si diffondeva un cattivo odore
intollerabile, che la disinfezione all'acido fenico inaspriva. Col suo
viso come di cera e col suo sguardo lucente, egli metteva paura.
Guglielmo stava tutto il giorno al capezzale del moribondo; ella
andava a trovarlo vincendo un'intima ripugnanza, facendosi forza,
dicendosi che era un dovere; e la tristezza di quella lenta agonia la
guadagnava a poco a poco. Suo figlio, guastato ancora più dalle moine
della zia e di Stefana, era insopportabile, stava tutto il giorno
nella corte con una frusta in mano, in compagnia degli stallieri e
dei lacchè, a veder strigliare i cavalli, lavare le carrozze e forbire
i guarnimenti, imitando i cocchieri in tutte le loro mosse, passando
una corda alla bocca di un mozzo di stalla come un morso e facendolo
trottare a furia di frustate. Suo padre si estasiava dinanzi a quelle
monellerie; ella quasi non riconosceva il frutto delle sue viscere in
quel piccolo carrettiere che aveva sempre le mani sudicie e i calzoni
laceri, e che bestemmiava come un turco. Fu una festa ritrovarsi con
Giulia, ma l'amica in quel tempo aveva avuto dei motivi di dolore;
dicevano che Toscano la trascurasse per correre nuove avventure. E le
altre compagne non si vedevano più; Enrichetta Balsamo aveva lasciato
Palermo per Trapani, Bice Emanuele era scomparsa dal mondo, suo marito
la maltrattava in tutti i modi: ubbriaco, vizioso, sciupava tutto per
i suoi capricci facendo mancare a lei perfino il bisognevole. Ella
avrebbe voluto andare a trovarla: Giulia le disse che l'amica non
vedeva gente volentieri. La compagnia di tutte le altre, quando ebbe
finito di riferir loro quel che aveva fatto e visto alla capitale, non
era molto divertente; ella scopriva adesso in loro tanti difetti! Le
lettere di Paolo erano il suo compenso.
Egli le dirigeva alle sue iniziali, ferme in posta, Stefana doveva
andare a prenderle. Però la vecchia serva le aveva chiesto:
— Chi ti scrive?
— Un'amica.... una signora romana, divisa dal marito....
— E perchè non mette l'indirizzo giusto?
— Sai, Guglielmo ha tante fisime pel capo.... non vuole che io la
tratti, per la sua posizione.
La donna scosse il capo....
— Bada.... non commettere imprudenze....
— Di che imprudenze parli?... Mi secchi anche te, con le tue
osservazioni!...
Ella aveva fatta la voce grossa, per darsi ragione; Stefana rispose,
dolcemente:
— Va bene, va bene, non t'inquietare....
E andava a prendere le lettere, senz'altro. Da quei fogli traboccava
la passione, esalavano ardenti sospiri e supplici invocazioni.
Paolo ricordava l'estasi godute, le dolcezze assaporate, il tremore
delle labbra unite alle labbra, l'inabissamento degli sguardi negli
sguardi, i fremiti, gli spasimi, le voluttà. Dei rimproveri indiretti
gli sfuggivano di tanto in tanto; poi li disdiceva, domandando
perdono e chiamandola: «Vieni, soave amore, grazia infinita,
splendore abbagliante, sola anima, unica forma; vieni, ch'io beva
il tuo riso, ch'io aspiri le tue parole, ch'io mi inebrii della
tua portentosa visione....» Alcune volte scriveva dalla Camera,
sui foglietti con l'intestazione azzurra, mescolando le frasi
appassionate alle descrizioni dell'ambiente: «Come il tuo ricordo è
vivo, presente, immortale! Tu mi stai al fianco, mi sorridi: eccoti,
io ti contemplo.... La volgarità di questo luogo è riscattata: tu vi
venisti un giorno: le cose che tu hai mirate non acquistano nuove
virtù?... Ti ricordi di quel giorno? Io vedevo i tuoi occhi che mi
cercavano, compresi che eri venuta per me.... Qualcuno mi suggerisce
delle osservazioni; vedendomi scrivere e alzare il capo, crede ch'io
prenda degli appunti. Che pietà mi fanno! Che vuoti rumori sono quelli
che mi feriscono l'orecchio! Come tutto è inutile al mondo, fuorchè
il tuo sorriso!... Hanno chiamato il mio nome, non so che cosa ho
risposto. Io vengo qui per animare della tua visione questo luogo; io
voglio associare il tuo ricordo a tutte le cose, scrivere il tuo nome
dovunque: gli amanti che verranno dopo, sdegneranno l'oggetto dell'amor
loro, pensando a te... Un altro imbecille discorre, discorre, discorre,
con una voce monotona, con un gesto automatico. Io vorrei alzarmi,
gridargli di tacere, cantar le tue lodi....»
Gli rispondeva, un pomeriggio sereno di marzo, con un bel raggio di
sole che penetrava fino sul suo piccolo tavolo e indorava il foglietto
a lui destinato, quando intese delle voci, il portone girare sui
cardini e chiudersi. Ebbe appena il tempo di nascondere la sua lettera
in fondo al cassetto, che Guglielmo entrò dicendo:
— Se n'è andato....
_Bebè_, nella corte, dietro il portone chiuso, continuava a guidare
un carrettino al quale aveva attaccati due cani; suo padre parlava del
testamento che era in consegna del notaio Denaro. Ella non udiva, tutta
presa dall'idea della morte, pensando a quell'esistenza passata tra
gli splendori, trascinata miseramente tra gli attacchi del male ed ora
spenta per sempre. Chi avrebbe detto al galante cavaliere trionfante
per la sua eleganza e pel suo spirito nel fasto della corte borbonica,
quella fine triste e dolorosa che nessuna cara compagnia aveva
confortata? Dov'erano i giorni dei suoi amori e delle sue fortune? E
che cos'era questa vita, la cui durata costava tante pene e che finiva
così?
Ella restava piena d'una vaga malinconia; non avrebbe creduto che
quell'avvenimento previsto dovesse produrle tanta impressione. La sera,
rimasta sola, riprese la sua lettera a Paolo; gli scrisse: «L'amarezza
si aggiunge all'amarezza; a rendermi più triste questa separazione si
aggiunge l'ala della morte distesasi accanto a me. Nessun legame di
sangue mi univa al povero vecchio che ha cessato di soffrire, ma la sua
dipartita mi ha fatto pensare a tante cose angoscianti. Consolami tu,
dimmi che m'ami, che m'amerai sempre...»
Suo marito, quando lesse il testamento nel quale si nominava erede
il bambino anzichè lui, entrò in una collera sorda, che non potendosi
sfogare apertamente, si tradiva ad ogni momento, a proposito di nulla.
Egli avrebbe voluto esser padrone di quella sostanza, disporne come
di cosa propria. L'incompatibilità dei loro caratteri si rivelava
nuovamente in quella circostanza: quantunque ella fosse certa
dell'eredità, delle lacrime di commozione le avevano gonfiato gli occhi
nell'apprendere le disposizioni testamentarie, l'atto sempre generoso
del vecchio che legava una fortuna al frutto delle sue viscere;
suo marito, invece, se la prendeva col morto, le dava lo spettacolo
disgustoso d'una recriminazione volgare.
— A te od a tuo figlio, — osservava ella — non è la stessa cosa?
— Ah, è la stessa cosa? La stessa?... E la baracca chi la tiene in
piedi, tu forse?... Sono stato ingannato come un gonzo!...
Da qualche parola sfuggita all'amministratore, ella aveva compreso che
si trovava in imbarazzi, che aveva fatto dei debiti contando di pagarli
con l'eredità. Ma egli non poteva toccare un soldo del patrimonio,
dovendo rendere i conti a suo figlio quando sarebbe entrato nell'età
maggiore. Ed a lei non diceva nulla della sua situazione finanziaria —
non la credeva neppur capace d'intendere queste cose!
Adesso cominciavano le visite di condoglianza, la sfilata delle persone
che chiedevano l'ammontare dell'eredità dopo aver fatto l'elogio del
morto, che nascondevano male la loro invidia, che insistevano nel
mettere in evidenza la fortuna in cui si risolveva quella disgrazia. Lo
spettacolo di tanta ipocrisia e di tanta volgarità la disgustava. Ella
faceva delle scettiche riflessioni sulla commedia del mondo, pensava di
esser lei sola a rimpiangere sinceramente il povero vecchio.
Pel tempo che richiedeva la sistemazione degli affari, non si
parlava di tornare a Roma. E Paolo scriveva delle lettere sempre più
impazienti, minacciava di porre ad effetto il proposito di venirla a
raggiungere. «Il mio pensiero vola sull'ali del desiderio alla terra
felice che accoglie l'amor mio. Il cielo vi è più azzurro, il mare
più calmo, i fiori più smaglianti. I tuoi sospiri profumano l'aria,
la tua presenza nobilita tutte le cose.» Poi aveva reclamato il suo
ritratto; ella ne possedeva uno fatto qualche anno prima, ma non le
pareva che la favorisse molto. Ne cercò, per aggiungerlo a questo, un
altro fatto da ragazza; ma nel cofanetto da lavoro in cui rammentava di
averlo riposto, non lo rinvenne. Frugò da per tutto; non riuscendole
di trovarlo, mandò l'altro solo. La sparizione di quel ritratto la
fece fantasticare; chi poteva averlo sottratto? Imaginava che qualcuno
dei suoi adoratori, per possedere la sua effigie, avesse indotto una
persona di servizio a rubarlo. Però, non osava chiederne a nessuno,
temendo che venissero a scoprire la ragione delle sue ricerche...
«Fronte adorata, purissima,» scriveva Paolo, «sguardi profondi perduti
dietro a una visione di cielo, fior della bocca appena dischiuso al
bacio dell'aura, fattezze soavi piene di grazia e di nobiltà, io vi
ho finalmente dinanzi, vi copro di baci, vi mostro il mio cuore...
Io amo voi sole: voi siete benigne, vi lasciate contemplare, non vi
nascondete, non mi fuggite come quella Superba alla quale non vo'
più, d'ora innanzi, pensare...» Delle _bouderies_ fanciullesche, delle
esagerazioni ammirative di cui ella sorrideva un poco; ma un'atmosfera
d'amore sottile ed inebbriante che si sprigionava da ogni sua parola,
che l'avvolgeva come una carezza, che la faceva sognare ad occhi
aperti, che scoloriva i romanzi di passione coi quali ella ingannava la
lunghezza dei suoi giorni.
Tornava la primavera, il verde sulle piante, la serenità nel cielo.
Adesso ella usciva un poco, faceva qualche visita. Il nero stava
meravigliosamente alla sua bellezza bionda, dava nuovo risalto alle
rose della sua carnagione. Le amiche glie lo dicevano, durante le
visite in cui non si parlava se non dell'avvenimento imminente,
le corse alla Favorita. Poichè il lutto era ancora troppo recente,
ella non poteva andarvi; ma non ne provava rammarico, pensando che
Paolo doveva esserne contento. La gelosia non gli faceva sentire i
suoi morsi? Dopo la lettura della Fanny di Feydeau, si chiedeva se
anch'egli fosse geloso del marito? E giustamente Paolo scriveva: «Un
altro uomo ti sta al fianco, ti parla e t'ascolta, ha dei diritti su
te!... Stasera, dolce amor mio, non mi chiedere nulla; ho l'anima
triste più della morte. Se ti potessi dire tutto quello che sento,
ti farei piangere come io piango... No, basta; è troppo soffrire...»
Quanta poca ragione aveva di esser geloso! Ella era un'estranea per
suo marito. In cuor suo, se ne rallegrava; le era almeno risparmiato
l'orribile tormento che dovevano essere le sue carezze. Però scriveva
a Paolo che non si fidava più di restar lontana da lui. Allora egli si
umiliava, diceva di non comprendere come ella potesse amarlo tanto. «Io
non ho nulla per esser degno dell'amor tuo; quanti uomini valgono più
di me!...» Ella gli aveva appena risposto protestando contro quelle
parole, giurandogli che non pensava neppure all'esistenza di altri
uomini, quando suo marito le annunziò che il principe di Lucrino era
arrivato a Palermo, per le corse. La notizia le procurò una leggiera
emozione; perchè?
Il principe venne a trovarla, un martedì che v'era molta gente nel suo
salotto. Dopo averle presentate le sue condoglianze ed espressa la sua
ammirazione per Palermo, s'era messo a guardare in giro le pareti.
Ella pensava che la presenza di altre persone dovesse contrariarlo,
godeva un poco del suo imbarazzo. Però, raccogliendosi nel suo angolo
di divano, procurò di metterlo _à son aise_, chiedendogli degli
schiarimenti sulle corse.
— Il _criterium_ si corre dai cavalli a due anni, per avere giusto un
criterio su quel che saranno a tre anni. L'_Handicap_ è la più stupida,
perchè tutti i cavalli debbono portare un peso, e glie li mettono,
così, a occhio...
E a misura che le altre persone gli rivolgevano delle domande, egli
spiegava:
— Il fantino che smonta, finita la corsa, consegna il cavallo al
_trainer_ che lo ha in custodia; allora gli dánno a bere e lo lavano da
capo a piedi quantunque sia sudato, perchè non beve da ventiquattr'ore
e mangia soltanto biada secca; altrimenti il ventre gli gonfia e gli fa
cqua-cqua.
La prosaicità di quei discorsi era compensata per lei dall'interesse
con cui la gente raccolta nel suo salotto li ascoltava. E in breve il
principe diventava alla moda fra i giovanotti eleganti; le signore
gli prodigavano i loro sorrisi, il suo _Rataplan_ raccoglieva le
simpatie generali. Se ella avesse voluto, a quell'ora sarebbe stato il
suo amante. Adesso però era troppo tardi! Un sentimento di curiosità
dinanzi a sè stessa, nondimeno, le faceva proporre una quistione: «Se
io volessi, per capriccio, per curiosità, chi potrebbe impedirmi?...»
Il primo giorno delle corse, mentre ella, dalla finestra, assisteva
alla sfilata delle carrozze che vi andavano, vide passare suo marito
con un giovane alto, elegantissimo, dalle guancie rosee, i baffi d'un
biondo rossastro, il monocolo all'occhio sinistro, l'aria _straniera_.
Egli guardò verso di lei, si voltò un poco a parlare con Guglielmo;
poi, guardando di nuovo, salutò profondamente. La vista di quell'uomo
le diede una scossa. Chi poteva essere? Il duca d'Aumale doveva venire
a Palermo; ella pensava che fosse qualcuno della sua casa. L'estremo
fascino di quella figura appena scorta la soggiogava stranamente.
Quando Guglielmo rincasò, gli chiese:
— Chi era quel signore che salutò stamani?
— Il visconte de Biennes, _attaché_ alla casa del Duca... Verrà domani.
Che cosa aveva ella, per pensare a lui tutta la notte, per aspettare
la sua venuta? Teneva, sotto il guanciale, l'ultima lettera di Paolo,
in cui l'assente scioglieva quasi un inno, in cui con ardore più vivo,
con devozione più supplice, parlava della sua memoria, implorava il
suo ritorno. Ella apparteneva a quell'uomo; perchè dunque pensava ad
un altro? Ma non v'era nulla di colpevole in quel pensiero! Ella non
conosceva ancora quest'altro...
Come il visconte le fu dinanzi, ella lo trovò ancora più seducente che
da lontano. Appena scambiate le prime parole, egli le chiese:
— Vous avez été en France?
— Pas encore...
— C'est que vous parlez superbement; vous n'avez pas d'accent!...
Il piacere procuratole da quella conversazione era misto ad una specie
di secreto imbarazzo: ella lo attribuiva alla lingua non più familiare
nella quale doveva esprimersi. Però, tratto tratto, lo sguardo di lei
era attirato da quella figura come per una virtù fascinatrice. Sotto i
capelli color di fiamma viva, egli aveva degli occhi neri, profondi,
vellutati, una carnagione di fanciulla; e le sue maniere erano piene
di signorile scioltezza, di garbata vivacità. Parlava del Duca,
chiamandolo _Monseigneur, Son Altesse_, ma faceva girare il discorso
in modo da interrogar lei; e l'ascoltava con un'aria d'interesse, un
po' chinato, tenendo una mano piegata sulla coscia, come a cavallo,
scrollando il capo ed esclamando di tratto in tratto: «Voyez!... c'est
ça!...»
Nessun uomo le era mai piaciuto tanto, fisicamente; il contatto della
sua mano la turbava. Egli era visconte, come nei romanzi; la sua stessa
qualità di straniero la faceva sognare. Aveva ancora dalla sua il
prestigio della posizione sociale, l'aureola del coraggio: a Sedan,
luogotenente di cavalleria, era stato ferito in pieno petto! E ancora
una volta il principe di Lucrino si trovava relegato al secondo posto,
malgrado il successo che il suo _Rataplan_ riportava guadagnando il
premio conteso. Da per tutto lo festeggiavano; egli tornò a trovarla.
De Biennes era lì, da un pezzo, che le parlava di _Monseigneur_; ella
era felice di vedere i due uomini in presenza l'uno dell'altro. Dopo
aver fatta la presentazione in francese, esclamò:
— Principe, i miei rallegramenti, dunque! Trionfo completo?
— No, completo no.
— Que vous fallait-il encore?
— Mancava lei!
— Mon Dieu, je suis touchée!...
Il principe si decise finalmente a metter fuori il suo francese;
si esprimeva correttamente, ma con la solita intonazione fiacca,
strascicata. I due si parlavano poco; de Biennes, quasi sapesse di
esser preferito, guardava curiosamente il suo competitore. Dietro a
ogni loro parola, ella leggeva il desiderio di piacere, di sedurre,
di trionfare sull'altro. Ma il principe scapitava sempre più nel suo
concetto: lo spirito, la galanteria del visconte le parevano superiori.
Ella era stata una volta alla Villa d'Orléans, però, come egli ne vantò
la bellezza, rispose:
— Je ne la connais pas.
— C'est dommage! Mais venez donc: je suis à vos ordres!
— Merci, merci bien!... Je ne sais pas quand je pourrais...
Aveva detto di non esservi stata apposta per provocare quell'invito;
però non si decideva ad accettarlo. Egli lo rinnovò per iscritto,
mandandole dei libri francesi; e quella corrispondenza era piena
d'una nuova attrattiva; i biglietti del visconte la facevano pensare
più delle lunghe lettere di Paolo. Il ricordo di questi cominciava
a sbiadirsi; egli era assente, chissà quando si sarebbero rivisti!
L'amore avrebbe resistito alla prova d'una separazione che minacciava
di durare indefinitamente?... Si rimproverava questo pensiero, però
una irrequietezza s'impadroniva di lei; ella scriveva a Paolo delle
lettere brevi, di cui l'assente si lagnava. «Sto poco bene» replicava
ella, «questa primavera m'irrita; credi tu che sia piacevole restarsene
così a lungo, soli, separati da chi si vuol bene, contrariati in tutto,
senza un conforto?...»
Guglielmo aveva ripreso a vedere la Cannetto: ella lo aveva saputo.
Adesso questo non le importava più niente; la persuadeva invece a negar
valore agli scrupoli da cui si sentiva presa, quando la tentazione
del visconte diventava più forte. Uomini e donne non facevano tutti
così? Una tenera lettera di Paolo la sorprendeva in questi pensieri;
leggendo le frasi dolci, innamorate di cui era piena, ella pensava:
«Sono dunque una perversa?...» Poi scrollava il capo: anche lui, mentre
le scriveva di quelle lettere, aveva qualche altra tresca per le mani,
cercava altre donne, di quelle che si pagano! Poi, era una colpa se
la compagnia del visconte le piaceva? Le piaceva esser corteggiata da
un uomo come lui, sentirsi dire delle cose lusinghiere pel suo amor
proprio, provare la potenza del proprio fascino: era fatta così!...
Egli conosceva la gran vita, le nominava le dame _du gratin_ del
Faubourg, era stato col Duca alle _séries_ del principe di Galles
a Sandrigham, alla _chasse à tir_. Ella avrebbe voluto chiedergli
qual'era la tenuta obbligatoria per le signore, i particolari del
cerimoniale di corte; ma fingeva di saperli, per non mostrare la
propria ignoranza.
Il principe partì, insalutato ospite, senza farsi vedere: probabilmente
l'aveva con lei perchè non gli era caduta nelle braccia! E il visconte,
senza dirle nulla di veramente compromettente, da costringerla a
metterlo a posto, insisteva con maggior frequenza nelle sue galanterie.
Si vedevano raramente soli, ma anche in presenza di altre persone,
la lingua straniera in cui si esprimevano li appartava un poco; nel
suo francese fitto, egli diceva delle cose ardite, delle allusioni
all'inevitabile idea degli uomini che si trovano innanzi a una signora
giovane e bella. Come lei non si risolveva ancora ad andare alla Villa,
egli insisteva, piano:
— Venez donc!... Est-ce que vous craignez quelque chose?
— Oh! Oh! Je ne craigne rien du tout!... Il n'y a plus de brigands,
Dieu merci, en Sicile!... Au surplus, vous serez là pour me défendre...
— Ne vous fiez pas!
— C'est-à-dire? — chiedeva ella, provocantemente.
— Que je me ferais brigand moi-même, pour vous enlever...
— Ah, quelle idée!... On pourrait en tirer un joli vaudeville!
Egli si faceva serio, la guardava fisso.
— Que vous êtes belle! que vous êtes charmante! Que vous êtes suave!...
Ah, loin d'ici, loin du monde, avec vous...
Il sangue le affluiva al cuore, il seno le ansava un poco tutte le
volte che egli le parlava così. Chinando gli occhi, stringendosi le
braccia ai fianchi, ingiungeva:
— Taisez vous!... Si vous tenez à mon amitié, ne dites pas des choses
folles!...
— Mais c'est que je suis fou!
Un vento di pazzia soffiava anche su lei; ella sentiva fiaccarsi ogni
sua forza di resistenza, si stupiva ogni volta che opponeva delle
parole di preghiera e di supplicazione alle insistenze di lui. Adesso,
egli cominciava a prenderle le mani, le copriva di baci, la stringeva
alla vita; ella si svincolava, scongiurando:
— Non! Non!... Soyez généreux!... Ayez pitié de moi!... Que vous ai-je
fait?... Laissez-moi, je ne pourrais jamais être à vous...
Delle volte, non apriva neppure le lettere di Paolo, le chiudeva in un
cassetto senza cercarle più; le lettere del visconte erano adesso piene
di frasi infuocate: «Je vous écris d'une main que la votre a parfumée
rien que par l'attouchement d'une minute... Avez-vous reçu, chère Ame,
ma lettre d'hier au soir? si vous saviez comme mon coeur battait!...
Méchante, méchante que vous êtes, je ne vous aime pas, mais du tout,
allez!... Est-ce seulement vrai? J'étais tout près de vous, je buvais
votre haleine, je m'anéantissais à vos pieds?...»
Suo marito non s'accorgeva neppure quella volta di nulla; la Cannetto
l'occupava tutto, per lei non aveva che indifferenza o disprezzo.
Quando ella apriva le lettere di Paolo, vi trovava dei rimproveri
pel suo silenzio, per la sua freddezza. Che cosa pretendeva da lei
quest'altro? Come non comprendeva che ella soffriva? E lo lasciava
senza risposta.
Certe volte, si prendeva la testa fra le mani, enumerando tutti i
motivi che la consigliavano di non cedere al visconte: amava un altro,
nulla poteva giustificare una nuova caduta, il Francese sarebbe presto
andato via... ma in fondo al suo pensiero una sorda voce, la voce di
_un'altra_ diceva: «Che importa?...»
E come egli si faceva più insofferente, scongiurandola di venire un
giorno alla Villa, già parlamentava:
— Vous serez sage?... Bien sage?
— Sage comme tout.
— Vouz ne demanderez rien?
— Mais je ne demande pas: je supplie, j'implore, je vous conjure!...
Alors, vous viendrez demain, n'est-ce pas?...
Ella non ragionò più, soggiogata, costretta da qualche cosa di più
forte che la propria volontà. Assolutamente sicura che sarebbe andata
lassù, alla Villa d'Orléans, il domani si creava degli scopi per
uscire, si diceva che era necessario far delle compere, restituire
delle visite. Andava automaticamente, ascoltava distratta i discorsi
delle persone, con l'impressione d'un legame materiale che l'attirasse
verso piazza dell'Indipendenza. Calcolava il tempo che le restava
ancora, fino alle quattro, fino alle quattro e mezzo; alzava gli occhi
ai cornicioni delle case, per regolarsi sull'altezza del sole.
Era dunque impossibile sottrarsi alla tentazione?... Passando per via
Stabile, vide la casa di Bice Emanuele; subitamente, pensò di cercarvi
un rifugio.
Appena l'ebbe scorta, l'amica se la strinse al cuore; ella quasi non la
riconosceva: era così mutata, così disfatta! Ma, parlando di sè, della
sua condizione presente, non un lamento le usciva dalle labbra.
— Tu sei stata a Roma? Ti sei divertita?
Però ella quasi aveva soggezione a parlare di vita mondana dinanzi a
quell'austera compagna. Bice chiamò le sue bambine: erano due amorini,
bionde, delicate, il ritratto della loro mamma d'altri tempi. Ella le
accarezzò lungamente, disse all'amica:
— Me le dài, qualche giorno?
— Quando vuoi, mia buona Teresa.
In quel momento ella si sentiva piena d'una tenera commozione, i
ricordi della giovinezza che l'amica evocava la riportavano col
pensiero al passato. D'un tratto, udì suonare le ore: erano le quattro
e mezzo. S'alzò risolutamente, sentendosi struggere d'impazienza
all'idea che non avrebbe fatto più a tempo.
Come riprese posto in carrozza, diede ordine al cocchiere di salir su
per Toledo; pensava che, volendo, all'ultimo momento, avrebbe potuto
tornare indietro. Ma la carrozza correva rapidamente; ella si sentiva
trasportata, a propria insaputa, senza coscienza, come da una fatalità.