— Leggi questo telegramma.
Ella afferrò il foglio che Guglielmo le tendeva, corse a la finestra e
sollevata la veletta sulla fronte, lesse: «Marchese aggravato, tenuto
consulto dottor Caldara, avute speranze, avvertovi onde prevenire
notizie inesatte.»
Il sangue, dal cuore ov'era affluito, gonfiandolo, le si riversò
nuovamente per tutte le vene. Però la sua vista si confuse; ella
dovette appoggiarsi al muro.
— Una bella notizia!... Bisognerà tornare a Palermo, giusto adesso...
Sono cose che capitano soltanto a me!...
Guglielmo passeggiava di su e di giù per la stanza; ella si passava una
mano sulla fronte. Avrebbe voluto cadere in ginocchio, delle lacrime di
gratitudine le gonfiavano le palpebre; diceva in cuor suo, guardando
il cielo: «Signore!... Signore!...» Appena scorto il telegramma, un
terrore l'aveva gelata, un brivido le aveva drizzati i capelli: il
castigo fulmineo, la morte che piombava su qualcuno dei suoi... suo
figlio!... «Signore!... Signore!...» e un tremito la scuoteva ancora,
le faceva battere i denti.
— Tu cos'hai?... — disse a un tratto Guglielmo, fissandola.
— Io?... Nulla... questa notizia... il freddo d'oggi...
Però il cuore le dava un balzo ad ogni parola, ad ogni rumore; un
nodo le serrava la gola; e con una sete ardente aveva paura di chieder
dell'acqua.
Suo marito, frattanto, riprendeva a discutere intorno alla malattia
dello zio.
— Dev'esser grave, altrimenti il telegramma non si spiegherebbe...
«Avute speranze» vuol dire che s'erano perdute; è chiaro?
— Sì, ma egli è forte... supererà anche questa...
Evitava di guardarlo, non si fidava di sostenere lo sguardo di lui; se
almeno egli l'avesse maltrattata, se le avesse detto qualche cosa di
urtante! Invece, le chiedeva:
— Perchè sei uscita a piedi, con questo freddo?
— Credevo di far meglio, di riscaldarmi col moto.
— E dove sei stata?
La terribile domanda scoppiava, imprevista. Tutto l'intimo essere suo
si ribellava alla menzogna, protestava contro la slealtà, intanto che
le labbra pronunziavano:
— Da Mistress Blackson, dalla Mazzarini...
— A proposito, che t'ha detto di suo marito?
— Nulla...
— Vuol dire che non lo sa ancora. Si parla delle sue dimissioni...
Ed aveva cominciato ad esporre la situazione parlamentare. Ella era
impaziente di restar sola, di raccogliere i suoi pensieri, però un
infiacchimento della volontà, un avvilimento di tutta sè stessa la
teneva ancora lì.
— Ma come sei pallida!... Ti senti male?
— Sì, un poco.
La voce di quell'uomo le faceva male; ogni sua parola era un
rimprovero, un'accusa, una sferzata. Sola finalmente nella sua camera,
ella tentava di rammentarsi tutti i motivi di dolore che egli le aveva
dati, i propositi di vendetta che l'avevano animata contro di lui. Non
aveva ella voluto questo? Non si era sentita nel dritto di prendere
finalmente la sua rivincita? Però ella non aveva previsto il secreto
rammarico che l'occupava. Oltre alla vergogna provata dinanzi a suo
marito, oltre alla superstiziosa paura del castigo, un sentimento di
stupore doloroso le s'imponeva. Ella si diceva: «Io sono caduta!» e
ripeteva quella frase, meccanicamente, fino a smarrirne il senso.
Qualche cosa d'irrevocabile s'era compito in lei! Ella non aveva
provato questo, il giorno che si era svegliata donna. Sentiva che
quest'altro uomo le aveva tolto assai di più che non il primo. Una
specie di pentimento sorgeva in lei; ella si diceva che non avrebbe più
ricominciato. Ma non era stato l'amore che l'aveva sospinta? E allora
si domandava: «Sono dunque sicura di amarlo?...» Com'era possibile che
ella si facesse questa domanda? Non si era interrogata tante volte, il
suo cuore non le aveva detto di vivere per quel sentimento? Però ella
si diceva adesso: «È questo, l'amore?...»
Nella fluttuazione a cui era in preda il suo spirito, tratto tratto
ella si scuoteva, vagava per la camera senza uno scopo, s'avvicinava
alla finestra, guardava giù nella via. Alla vista della folla, un
sorriso cominciò a spuntarle sulle labbra: ella non invidiava più
nessuno, conosceva adesso la passione! Poi la paura dello scandalo la
turbava. Ma chi avrebbe potuto saper nulla? E non doveva ella sfidar
tutto e tutti? Allora affermava sicuramente, alzando il capo: «Io
l'amo!...» E a poco a poco la compiacenza cresceva.
La Mazzarini aveva mandato un invito per l'Argentina; malgrado le
notizie di Palermo, Guglielmo la indusse ad accettare. Il teatro era
pieno d'una folla elegante; ella trovava un'altra espressione alla
gente che conosceva. Non prestava ascolto allo spettacolo; si diceva:
«Se sapessero!...» e guardava in platea, temendo e sperando di vedervi
il suo amante. Aveva un amante!... Com'egli apparve, come la cercò con
lo sguardo, ella sentì rimescolarsi; per darsi un contegno, si rivolse
all'amica, chiedendole notizie della crisi ministeriale. Delle visite
si alternavano nel palco, la consueta ammirazione rispettosa si leggeva
in tutti gli sguardi. La sua paura era sciocca!... Fra il secondo e il
terz'atto si schiuse l'uscio di un palco vuoto di seconda fila, e la
principessa di San Terenzio entrò, unicamente accompagnata dal marchese
Romani, che la sbarazzava del mantello, parlandole all'orecchio. Allora
ella vide, nelle poltrone, la Respigliani, seduta tranquillamente fra
il marito e l'amante; Madame Duroy, sola, nel palco degli ufficiali;
Marino Cortona col cannocchiale appuntato verso la Ferazzano, che lo
salutava fingendo di passarsi una mano sulla nuca, per accomodarsi
i capelli. L'esempio delle altre dissipava i suoi scrupoli: tutte
facevano così! Ella avrebbe adesso voluto che Paolo fosse venuto a
farle una visita.
Il domani, appena desta, ebbe la lettera di lui: un inno squillante:
«Dal cielo che tu le schiudesti, ai tuoi piedi viene l'anima mia, ti
dice la sua trepida meraviglia, la sua folle esultanza, l'eternità
della sua gratitudine...» Però, quando fu arrivata in fondo, il foglio
le cadde di mano. Riconosceva che era una lettera scritta bene, ma le
restava un senso vago e ingiustificato di malcontento. Nel pomeriggio,
andò al Pincio; egli era là ad aspettarla.
— Love, sweet love!...
Si era messo a parlare con un fervore così intenso che, malgrado
adoperasse una lingua straniera, ella gli disse, accennando al
cocchiere:
— Speak low, I pray you...
Appoggiato un braccio allo sportello, guardandola negli occhi, egli
lasciava traboccare in parole rapide e sommesse la gioia di cui il suo
cuore era ricolmo, attestava l'amor suo dinanzi al cielo.
— E sarà sempre così?
— Che cosa bisogna fare per dimostrarlo?
Ella abbassò un poco le ciglia, come per sottrarsi ad una incresciosa
visione; poi disse:
— Siete preparato a una triste notizia?
— Qual'è?
— Probabilmente dovrò partire.
— Voi?... È impossibile!
— Purtroppo...
Egli impallidì, intanto che udiva le notizie di Palermo.
— Vi seguirò!...
— Ah, non lo dite!
— Vi seguirò!... Credete dunque che io possa rinunziare a voi, ora?...
Verrò in capo al mondo, a costo di tutto...
In quel momento, ella lo trovava più bello. Pensava: «Come mi ama!...»
intanto che cercava di persuaderlo, di fargli intendere ragione.
— E i pericoli a cui mi esponete?... Volete perdermi per sempre?...
D'altronde, nulla è ancora deciso; forse non ci sarà bisogno di andare
laggiù!...
La fisonomia di lui si schiariva; abbassata ancora la voce, chiese:
— Quando verrete?
Dinanzi ai suoi sguardi divoratori, ella chinò i proprii. Si mise a
tirare lentamente un guanto sul braccio, mormorando:
— No... non mi chiedete questo.
— Come?... Volete dunque che io faccia una pazzia?...
— Tacete... Abbiate pietà di me!...
E gli confessò i suoi terrori, la coscienza della colpa, il timore
della punizione.
— Voi non mi amate!
— Infatti, non ve ne ho dato la prova!...
— Perdono!... perdono!... Avete ragione, sempre!
Una grande sodisfazione la penetrava, all'idea di averlo ridotto
a non insistere; l'impero che esercitava su di lui l'assicurava
dell'avvenire.
— Ma allora, perchè siete così bella! Perchè m'avete inebriato l'anima,
i sensi, tutte le potenze della vita?
Come una nuova vampa gli passava negli occhi, ella smise di parlare
inglese.
— Conosce chi sono quelle signore, laggiù in fondo?
Voltatosi a guardare, egli rispose:
— Non so... non le ravviso... — e a un tratto, tornando a fissarla,
esclamò: — Sentite, volete sapere che cosa faccio adesso?
— Che cosa?
— Apro lo sportello, salgo accanto a voi, e dinanzi a questa gente,
tranquillamente, vi prendo la testa fra le mani, vi metto le dita fra
i capelli, e vi bevo a baci sulla bocca, sul collo, sugli occhi...
— No... no... per pietà!...
Ella si tirava indietro, spaurita, credendo che dicesse sul serio, e lo
scongiurava sottovoce di esser paziente e prudente, di aver fiducia in
lei. Poi esclamò con disinvoltura, ordinato al cocchiere di avanzare:
— Arrivederla dunque; a ben presto!
Era contenta di sè, non aveva nulla perduto se restava arbitra di
quell'uomo, di guidare gli eventi, di concedersi o di rifiutarsi. Egli
tornava alla carica, con lettere ardenti, implorando, minacciando.
Dinanzi alla gente, al ballo, si chinava su di lei, a rammentarle
quell'ora di cielo, a dirle: «Ora vi porto via!...» Ella implorava
cogli occhi, atterrita; l'altro ripeteva: «E credete possibile
che io rinunzii a voi, adesso?...» finchè, vinta, ella si lasciava
strappare una promessa, ma chiedendogli di rimettersi a lei stessa pel
compimento.
Le notizie di Palermo erano migliori, e come il carnevale si avanzava,
ella andava da per tutto, trovando un nuovo sapore, in quelle
condizioni, alla vita mondana. Il giorno che lesse l'invito pel ballo
del Quirinale, il sangue le die' un tuffo; e come Paolo riprendeva con
nuovo ardore a esigere il mantenimento della promessa, ella tornò da
lui, due giorni prima della festa.
Un pensiero d'amore riscattava la mediocrità di quelle due stanze
quasi vuote. Disseminati per terra, sparsi sui tavoli, sulle
seggiole, raccolti a piccoli mazzi nelle coppe e nei calici, dei
fiori rallegravano la vista, esalavano delicati profumi. Le tendine
di cretonne, accostate, impedivano che degli sguardi indiscreti
penetrassero, e lasciavano filtrare una mezza luce propizia al
turbamento dell'ora. Ella si guardava intorno, muta, tendendo
l'orecchio, credendo di udire il rumore di un passo, facendogli segno
di parlar sottovoce, chiedendogli che gente abitasse vicino.
— Sei sicuro che non mi conoscano?
— Ma sì... e poi, di che temi? Non sono qua io? Chi ti strappa dalle
mie braccia?
Ella si lasciò stringere al suo petto; poi tentò difendersi, ma restò
senza forza dinanzi alle soave blandizie delle carezze. A un tratto si
nascose il viso dietro un braccio, soffocando un sospiro di vergogna
e di rimorso. Egli la consolava, l'obbligava con dolce violenza a
voltarsi verso di lui, a guardarlo in faccia.
— Negli occhi... leggimi negli occhi!... Non credi all'amor mio?...
Allora, scuotendo il capo, buttando indietro i capelli, ella incrociava
le mani sulla spalla di lui, mormorando:
— Sì, ti credo... Sarei qui, se non ti credessi?
— È vero!
— Ma tu non sai che cosa mi costi!... o Paolo!...
— Amore!
Egli l'accarezzava, in silenzio; ed ella si lasciava fare, inerte,
lievemente contrariata nella sua aspettazione di eloquenti conforti
e di proteste ferventi, sentendo che malgrado la suprema intimità si
conoscevano ancora poco per fare un'anima sola.
— Lunedì sera, al Quirinale?
L'idea di quel convegno secreto in mezzo agli splendori della
Corte, delle specie di connivenza che a loro insaputa le avrebbero
prestata quelle grandi dame da lei un tempo invidiate, la colmava di
sodisfazione. Tornando a casa, con un mazzo di quei fiori che egli
le aveva composto, non ritrovava più la paura dell'altra volta; e
intanto che, vestita dell'abito da ballo, la sarta le girava intorno,
raccogliendo delle pieghe, appuntando dei merletti, ella si guardava
allo specchio, trovandosi un'altra fisonomia, un'aria più _femme_,
pensando che la vita cominciava soltanto adesso per lei.
Ella era di nuovo nella reggia! Una chiarezza abbagliante, una diffusa
luminosità che faceva parere più vasti e più alti i saloni, e quasi
bagnava le morbide stoffe, le carni vellutate, le chiome lucenti.
Uno sfolgorìo di gemme, un palpitar di ventagli, lo splendore delle
uniformi tempestate di croci, la sfilata dei diplomatici, dei generali,
dei cerimonieri, la scomposizione e la ricomposizione incessante di un
quadro magnifico dove i toni più caldi e più ricchi eran profusi....
Grazie alla Mazzarini, ella aveva potuto trovar posto vicino
all'ingresso dei sovrani; ed ammirava il suo _carnet_ dalle cifre
reali, esaminava le tolette e le bellezze, sussultava alle battute
della fanfara, all'entrata del re e della regina; contemplava la
quadriglia d'onore scandalizzata dagli sbagli che commetteva un
ministro e che facevano sorridere la sovrana; e nella esaltazione che
le luci, i profumi, la musica, la visione di tutte le ricchezze le
procurava, ella quasi non vide Arconti che veniva a salutarla.
L'abito nero di lui le pareva un po' troppo semplice. V'era un addetto
militare russo, un capitano, giovane, alto, biondo, dalla cambrure
quasi muliebre, dall'uniforme splendente, sul quale i suoi sguardi
tornavano spesso. Però, come ella conosceva poca gente, come non
era molto notata, un sottile scontento le guadagnava l'anima; ella
avrebbe voluto esser moglie di un ministro o d'un ambasciatore, aver
diritto ai primi posti, attirare l'attenzione di tutti. Nella specie
di umiliazione che la sua fantasia le creava, si sentiva ora prendere
da una tenerezza dinanzi a Paolo, il cui sguardo innamorato cercava di
lei, non vedeva che lei.
La regina cominciava il giro delle sale; ella invidiava le signore alle
quali Sua Maestà accordava l'onore di rivolgere la parola. Pensava:
«Si ricorderà di me? Mi parlerà?...» e la seguiva cogli occhi. Ma
la sovrana s'era seduta accanto alla baronessa Tchernicheff, e la
circolazione si ristabiliva. Sfilavano delle coppie superbe, intorno
alle quali tutti facevano ala: delle principesse di sangue reale,
delle grandi dame straniere a braccio di diplomatici, di ufficiali,
di personaggi magnifici e superbi che avevano l'aria di non guardare
nessuno. E il principe di Lucrino apparve ad un tratto, dando il
braccio alla marchesa del Nepal, la Inglese che faceva girar la testa
a tutta Roma. Si chinava un poco su di lei, la faceva ridere d'un riso
che scopriva fin sopra alle gengive i denti lunghi e abbaglianti. Che
cosa le diceva? Forse era _en bonne fortune_.
Più tardi, nel salone degli Specchi, le si avvicinò a domandarle
l'onore di una danza. Ella si aspettava dei complimenti, una
dichiarazione larvata. Invece il principe parlava della festa, trovando
che questi del Quirinale erano dei balli borghesi; egli sapeva un
incidente occorso nella quadriglia d'onore, la bévue dell'ambasciatore
turco, un motto della sovrana. Quantunque fosse in abito nero, spiccava
tra la folla per l'eleganza del suo portamento, per la distinzione del
tratto; si vedeva che egli era come in casa sua; Arconti le pareva un
poco spostato.
Le battute della fanfara reale annunziarono il ritiro dei sovrani: dei
generali facevano aprire la folla, e il re passava dando il braccio
alla regina. L'animazione cresceva, adesso cominciava quell'assalto
al _buffet_ di cui ella aveva tanto sentito parlare. Vi erano dei tipi
curiosi: un vecchio dai capelli inverosimilmente neri, con due grossi
smeraldi alla camicia, delle decorazioni complicate, un taccuino in
mano.
— Chi è? — chiese ella.
Il principe sorrise.
— Ah! ah!... Non lo conosce? Il conte Ferdinando Spirelli-Gloria di
Calcaterra e Argenta... un pezzo grosso!... un _reporter_!
Passava in quel momento Arconti insieme con un vecchio signore dalla
commenda al collo.
— Sono gl'intrusi del giornalismo e della politica — finì di dire il
principe.
Ella credette che l'allusione fosse rivolta ad Arconti; che, sapendo
di avere in lui un rivale, il principe glie ne avesse voluto dimostrare
l'inferiorità. Allora ella protestava tra di sè: non era vero che egli
fosse un intruso! Anche non essendo un principe romano, la sua nascita
gli dava il diritto di entrare nella reggia cogli altri. Era vero,
invece, che in quell'ambiente non brillava molto, che quella luce non
gli era troppo favorevole... Ma perchè giudicava ella l'uomo che amava?
Ballando con lui, ella rispondeva alla pressione della sua mano,
abbassava le ciglia alle parole turbatrici che egli le mormorava.
Lucrino, da lontano, non cessava di guardarla; le piaceva di farne un
geloso. La sua ebbrezza andava crescendo coll'inoltrarsi della notte;
accanto alla Mazzarini, ella si vedeva ora molto circondata, conosceva
nuova gente; e al ricordo della mediocrità in cui era prima vissuta,
un senso di stupore l'invadeva. A un tratto ella si rivedeva con la
fantasia nella casa di via Leonina; allora dei sorrisi le increspavano
le labbra.
Le durava ancora nell'anima il fermento prodotto da quelle impressioni,
quando, il domani, arrivò da Palermo un telegramma inquietante. Suo
marito, deciso di partire subito, diè l'ordine di preparare i bauli.
Nella confusione in cui era messa la casa, ella si chiuse un momento
in camera, per raccogliere le proprie idee, per iscrivere a Paolo.
«La contrarietà che io temevo» gli scrisse «è avvenuta; sono costretta
a seguire mio marito in Sicilia, debbo lasciarti. Spero che sarà per
poco; fàtti coraggio e non toglierne a me...» Invece, ella non sapeva
perchè l'idea di quella separazione le desse una specie di compiacenza.
Era pel sentimento della propria libertà che avrebbe riacquistata? O
per la prova a cui metteva l'amore di Paolo?
Egli rispose: «Bisogna _assolutamente_ che io ti veda; comprendi?
Se non mi assicuri che domani verrai anche per un istante solo, mi
presenterò a casa tua.» Impaurita da quella minaccia, promise. E il
domani, abbreviata la sua visita alla Mazzarini, corse in via Leonina.
L'uscio le si schiuse dinanzi: egli era lì che l'afferrava per le mani,
che le piantava gli occhi in viso.
— Tu parti?... Tu mi lasci?... Ora?...
— È necessario!
— E me lo dici così?... Io non conosco che una sola cosa necessaria al
mondo, ed è l'amor nostro!...
Parlava concitatamente, martoriandole il polso, trascinandola verso la
luce.
— Ma che colpa ci ho io?... È un mio capriccio, forse?... Credi che io
vada a divertirmi?... Che cosa posso farci?
Egli disse, con voce sorda:
— Verrò anch'io.
— No, Paolo, non lo ripetere!... Non è possibile... A che scopo
verresti? Credi che laggiù potrei fare quel che faccio qui? Tutti mi
conoscono, non potrei dare un passo senza essere riconosciuta, senza
avere tutta Palermo alle calcagna! Tu non potresti nemmeno venire da me
due volte di seguito... Vedi dunque? Perchè?...
— Perchè?... Perchè?
Egli la stringeva, la soffocava, cogli occhi rossi, la voce selvaggia:
— Perchè ho bisogno di te!... Perchè non possa vivere senza di te!...
Perchè ti voglio portar via... — Poi, sconvoltisi i capelli, scuotendo
il capo, prendeva a supplicare: — No... non mi lasciare!... Tu non
sai che dolore!... O consenti che venga anch'io, senza vederti, che
cosa importa? Ma respirare l'aria che tu respiri; poter dire: ella è
qui, forse la incontrerò, forse vedrò, da lontano, il colore della sua
veste, il gesto del suo saluto!...
— Povero amore!... Povero amore!...
Accarezzandogli lievemente i capelli, ella socchiudeva un poco gli
occhi, inebbriata, dicendosi: «Come mi ama! Come mi ama! Non credevo
così...»
— Tu soffri, povero amore... — mormorava — Soffro anch'io, sai!...
Coraggio! Tornerò presto, te lo giuro! più presto che tu non creda!...
Mi scriverai tutti i giorni, ti scriverò anch'io; d'altronde, tu non
verrai laggiù, con la commissione d'inchiesta?
— In autunno, fra un secolo!
— Vedrai che il tempo passerà... pensa alla gioia del rivederci...
Suvvia, coraggio!...
— Oh, se tu sapessi!...
Allora, mettendoglisi più amorosamente vicino, obbligandolo a
guardarla, ella chiedeva:
— È più forte di te, non è vero?... Dimmi che cosa provi, aprimi tutto
l'animo tuo; sarà una consolazione, vedrai...
Egli disse, piano:
— Mi pare che il mondo perisca, che la luce si spenga per sempre...
— Oh, sì; è così!... E dimmi ancora, perchè?... perchè io sono, che
cosa?...
— Il mio respiro, la vita dell'anima mia...
Le mani si cercavano, le labbra si univano, e nel languore stanco in
cui la sua esaltazione finiva, egli ascoltava con maggior tolleranza la
voce della ragione, le persuasioni con le quali ella lo confortava, le
istruzioni che gli dava sul modo con cui avrebbero corrisposto.
— Ogni sera, quando tornerai a casa, mi narrerai la tua giornata; io ti
dirò tutta la mia vita, ci parrà così di esser vicini.
— Dammi almeno il tuo ritratto.
Egli fece quella domanda con un tono di voce così supplice, guardandola
con tanta passione, che ella fu punta da un vivo dolore all'idea di non
poter contentare il desiderio di lui.
— Non ne ho nessuno! E non c'è il tempo di farne... Ma te lo manderò da
Palermo, appena arrivata...
— Dammi almeno una ciocca dei tuoi capelli.
— Tutti!
Presa una forbicina sulla toletta, egli le si avvicinò. Restava fermo
a guardarla, cogli occhi luccicanti. Alzò le mani; ma come gli tremavan
forte, finì per dire:
— Guarda, non posso...
— Lascia a me.
Recise un ricciolo della nuca; egli fece per prenderlo, ma ella disse:
— Non ancora, aspetta.
Il suo cappellino nero era guarnito d'una ghirlanda di fiori; ne
colse due e li intrecciò coi capelli. Egli si chinava a baciarle la
punta delle dita intente a quel lavoro. Allora, come l'istante della
separazione si avvicinava, persuasa che toccava a lei di esser forte,
ella s'affrettò, lo scongiurò rapidamente, sottovoce, di aver fede in
lei, e si sottrasse ai suoi abbracci disperati.
Un sentimento di meraviglia la occupava, partendo: non avrebbe creduto
a tanto dolore da parte di lui. Nel mondo in cui ella entrava, i
legami si stringevano, si rompevano, si riprendevano, secondo le
esigenze degli avvenimenti. Se egli soffriva tanto per una separazione
temporanea, che cosa avrebbe fatto per una rottura? Però l'idea
della passione ispiratagli la colmava d'orgoglio sodisfatto. Ella si
considerava come un'eccezione; si diceva: «Io sono una di quelle donne
fatali a cui nulla resiste!...» Il pensiero di quell'uomo sospirante
la sua memoria, del desiderio cocente di cui ell'era oggetto,
l'accompagnava per via, le dava un secreto compiacimento, perchè ella
trovava giusto che quell'uomo soffrisse un poco, che pagasse col dolore
la felicità ottenuta.