IX.

La benda le cadde dagli occhi quando quell'uomo partì. Fra loro due,

nulla v'era più di comune, ciascuno avrebbe proseguito per la propria

via; egli contava soltanto una pagina di più nel suo album. Ella

non aveva sospettata l'umiliazione che trovava adesso in quest'idea.

Apprezzava troppo tardi l'abbassamento che v'era nei legami di quel

genere, sciolti appena stretti. L'amore riscattava le colpe, ma

bisognava credere in esso, nella sua forza, nella sua eternità. Avrebbe

voluto riprendersi, negare contro ogni testimonianza quel che era

avvenuto. Sola, fuor della vista di tutti, si nascondeva il viso tra

le palme, scuoteva il capo come in cerca d'aria, mormorava: «Che ho

fatto!... Che ho fatto!...» E come arrivavano delle lettere di Paolo,

ella si gettava su di esse.

L'assente scriveva: «In nome di Dio, per l'amore che ti porto, per

la felicità che m'hai data, scrivimi, rispondimi, dimmi che hai. Se

non vuoi che io faccia una pazzia, se hai cara la vita d'un uomo,

mandami un rigo, una parola, fammi scrivere da qualcuno se non puoi tu

stessa, spiegami questo eterno silenzio, toglimi a una disperazione

mortale. Guarda, la mia mano trema, l'occhio mi si appanna, ogni

forza mi abbandona. Per pietà, rispondimi, per pietà...» Il foglio le

cascava dalle mani, le braccia le pendevano, inerti, intanto che con lo

sguardo inchiodato a terra, si ripeteva: «Che ho fatto, mio Dio! Che ho

fatto!...» La nuova colpa era senza scusa, la macchia incancellabile!

Mentre quell'uomo che l'amava giurava su di lei, mentre le teneva tutti

i giorni il linguaggio d'una passione sempre più divampante, ella lo

aveva tradito! E adesso bisognava mentirgli!

Quando si mise al tavolo, non sapeva che cosa gli avrebbe detto.

Scritta la prima parola, la lettera fu compita d'un sol tratto.

«Perdonami! Sono stata male, molto male, ho creduto di morire! Anche

ora che ti scrivo, non sono sicura di me stessa, delle mie idee, dei

miei ricordi: ho un gran vuoto nero nel cervello. Comprendo nettamente

una sola cosa: che fui sul punto di perderti, di lasciarti!... Sai tu

che cosa vuol dir questo?... O Paolo, io misuro adesso tutta la forza

dell'amore che nutro per te; di questo grande, unico amore che è la

forza della mia vita. Io ritorno ad esser tua, solamente e per sempre

tua! Io ringrazio il Signore che mi ha ridonata a te...»

Delle lacrime le rigavano le guancie, intanto che scriveva quelle

cose. Le pareva di non aver mentito del tutto, di avere in certo modo

confessato l'errore. Egli rispondeva benedicendo un male al quale

doveva quella confessione: «Tu non mi hai scritto mai nulla di così

innamorato! io non ho mai letto così a fondo nel tuo cuore! Che importa

il male e la morte! Se tu fossi morta, sarei morto anch'io! Ma vedi

bene che tu non puoi morire: mi ami troppo!... Qui, sul mio petto:

ch'io ti difenda col mio corpo, ch'io ti sorregga con le mie braccia,

e sfideremo gli uomini e il tempo ed il mondo!...»

«Sì, sì...» rispondeva ella, col cuore traboccante di tenerezza e di

gratitudine per quel culto di cui era l'oggetto non più degno; «sì,

con te, al tuo fianco, lontano da questo mondo tristo, per vivere

finalmente come l'anima anela...» Mano mano che scriveva, la sua

esaltazione cresceva, ella s'ubbriacava delle sue stesse parole.

Sentiva di non aver mai amato come adesso quell'uomo, neppure quando

gli si era data; per riabilitarsi ai proprii occhi, per non credersi

accessibile ai capricci fugaci ed indegni, si attaccava a quell'amore,

lo ingigantiva, ne faceva la ragione della sua vita, lo esprimeva

con parole infuocate che facevano scrivere a Paolo: «Che lettere!

Che lettere! Quand'io le divoro, il cuore mi batte così forte come se

stesse per schiantarsi... Corro alla Posta un'ora prima che aprano,

mi torco le mani per resistere alla tentazione di avventarmi contro

le grate, di scuoterle, di abbatterle, di ghermire il mio bene e di

fuggire come un malfattore e come un pazzo. Tutti mi leggono in volto

il mio delirio; gli occhi mi si gonfiano, le labbra mi tremano, vorrei

piangere, vorrei cantare...»

Che cosa sarebbe stata la vita con lui? I miraggi della fantasia

acquistavano nuova seduzione, dinanzi alla tristezza della realtà. Il

dissesto finanziario di suo marito, del quale ella aveva avuto appena

un sospetto, era in brevissimo tempo talmente cresciuto, che tutti

adesso lo sapevano. Arrivavano dei protesti, delle citazioni; Guglielmo

aveva delle lunghe conferenze col notaio e cogli avvocati, ed a lei non

diceva mai nulla.

— Non mi seccare anche te! — rispondeva quando ella gli parlava di

affari. — Ti manca nulla? Hai le tue vesti, il tuo servizio? Non

t'occupare d'altro...

E sempre quel disprezzo, sempre quel lusso buttatole in faccia come

un'elemosina, per toglierle il diritto di occuparsi del resto!

— Ma se non possiamo più spendere come prima, dillo! rinunzierò

al superfluo!... Credi ch'io sia una bambina? So farmi una ragione

anch'io!...

— Per vederti atteggiare a vittima, eh? per sentirti dire che ti sei

sacrificata?...

Invece, era lui che non voleva fare nessun sacrifizio, che continuava

a prodigar pazzamente il denaro. Ella sentiva crescere il proprio

rancore, i motivi di diffidenza e di malcontento. La sua dote, che egli

le aveva rinfacciata come una miseria, adesso gli faceva molto comodo;

le persone che s'interessavano a lei l'avvertivano di stare in guardia,

potendo anch'essa venir travolta nello sfacelo. Fra tanti contrattempi

sopravvenne l'estate; il ritorno a Roma, in quella stagione, era

impossibile. Ella che aveva promesso a Paolo di raggiungerlo prima del

caldo, doveva venir meno alla parola datagli! E adesso lasciava libero

corso all'acrimonia di cui era piena, teneva fronte a suo marito.

Una voce sorda le diceva che ella aveva vendicati ad usura i torti

ricevuti; ma non voleva convenirne con sè stessa: la coscienza del

torto la faceva insistere di più nella legittimazione, le sue ragioni

le parevano più forti ed ella parlava più alto.

— Vattene!... — diceva suo marito, freddamente. Se non ti piace,

vattene; nessuno ti trattiene.

Ma il solo fatto che era lui a consigliarlo, le faceva rifiutare quel

partito. Tutto ciò che egli diceva le riusciva insoffribile, tutto

ciò che faceva le ritornava di danno. Egli si decideva a tornare nel

continente in ottobre, giusto nel momento in cui Paolo partiva per la

Sicilia, con la commissione d'inchiesta!

Questa volta, col bisogno di trovarsi accanto una persona di

cui potersi fidare, ella insistette per condurre seco Stefana. A

Castellammare, dove Guglielmo volle fermarsi, ricevette le prime

lettere di Paolo che salutavano la sua isola: «Questo è il cielo che tu

hai rimirato, l'aria che hai bevuta, il mare che t'ha cullata. Qualche

cosa di te fluttua tutt'intorno, mi sembra di vederti apparire a tutti

gl'istanti, vorrei fermare i passanti e dir loro: La conoscete?...» A

Palermo, egli aveva quasi potuto vivere della sua vita: «Ho parlato

di te, ho stretta la mano alle persone che tu conosci, ho visto la

tua casa, vi sono passato di sera, a notte tarda. Non posso dirti quel

che ho pensato, la voluttà amara di cui mi sono imbevuto...» Ma, come

egli arrivò a Milazzo, la sua tenerezza divenne uno struggimento. «Qui

tu sei vissuta fanciulla! Qui tu sei entrata nella vita! Tu non sai

che dolcezza v'è in questo pensiero, che tentazione di pianto soave

è la vista di tutte le cose a cui tu fosti associata nei tuoi giovani

anni!... Ho visto tuo nonno, ho parlato con lui, di te; sono entrato

in casa tua. Mi sono fermato sulla soglia della tua cameretta; avrei

voluto piegare i ginocchi, tenderti le braccia, chiamarti. Qui tu

sognasti i tuoi sogni di vergine! La stessa Purezza abitò fra queste

mura!... Nessun pensiero triste si associa a questa evocazione; è tutto

un sorriso, un incanto. Mi sono fermato alla finestra: l'occhio si

perde nell'immensità del mare, i monti del Faro sono d'ametista nella

lontananza. Ho scoperto perchè i tuoi occhi hanno una trasparenza così

cristallina: il mare li colorò dei suoi riflessi... Tuo nonno ci ha

invitati a pranzo: sono vissuto un giorno con te, in mezzo alle cose

tue: ho preso posto alla tua tavola, mi sono seduto dove tu sedevi. Che

letizia, che incanto! Non ho staccato gli occhi da quel buon vecchio:

pensavo come tu lo guardavi, volevo _essere_ te. Il tuo spirito era

sempre presente; come ho fatto a parlare, a rispondere? avevo gli

occhi rossi di pianto... Conosco la tua casa come la mia propria, sono

salito sulla terrazza, ho visitato il giardino, ho tracciata l'iniziale

del tuo nome sul sedile di marmo che è dirimpetto alla vasca... A

San Francesco di Paola ho visto le sepolture dei tuoi cari; mi son

rammentato delle preghiere che m'apprendeva mia madre...»

Allora, un velo di lacrime le impedì di leggere oltre. Dei singhiozzi

brevi come sospiri le sollevavano il seno, un tremito nervoso le

faceva mordere un poco le labbra. Tutto il suo passato risorgeva dalle

profondità della memoria, ella rivedeva i luoghi dove era trascorsa

la sua fanciullezza, le cose e le persone, sè stessa; e tutto quello

che aveva provato, i dolori piccoli e grandi, le aspirazioni, le

irrequietezze, i disinganni, le rifluivano al cuore, lentamente e

incessantemente. Ella non aveva più pensato ai suoi morti, a quella

sorellina che aveva giurato di tener sempre nel pensiero! Quanto tempo

trascorso! Come la figura della scomparsa si perdeva, si cancellava!

E non aveva creduto possibile resistere allo schianto di quella

dipartita! Così era la vita! Le sue lacrime finivano in uno stupore

immenso, dinanzi alla trasformazione operatasi in lei, di cui aveva per

la prima volta l'improvvisa coscienza. Era ella veramente la fanciulla

vivace e gioconda d'un tempo, la compagna della piccola Laura? Come la

vita s'era svolta suo malgrado! Quanti propositi svaniti!... Quanti

uomini aveva creduto d'amare! Ella li rivedeva tutti, i fanciulli

ed i giovani, i noti e gli ignoti: il conte Rossi, Niccolino,

Enrico Sartana, l'ufficiale di marina. Quante vane promesse! quante

aspettazioni deluse! Ed ella aveva conosciuta la colpa! era caduta, più

volte! Come avrebbe ella potuto prevedere quell'avvenire ora fatalmente

compiuto, l'ostilità degli eventi, l'inganno, l'errore? Se avesse

saputo!... Se avesse potuto tornare indietro!... Perchè non aveva

conosciuto più presto l'uomo dal quale le veniva ora l'unica dolcezza,

che la comprendeva, che era fatto per lei?... E lo aveva ingannato!

aveva avvelenato anche quell'ultima sorgente di gioia!... Una grande

passione era stata l'aspirazione della sua vita; e, conseguitala,

l'aveva disconosciuta! Perchè non aveva ceduto in tempo a quell'uomo,

perchè la fede nell'amore non era riuscita a salvarla? Apprezzava in

tutto questo l'effetto della trista esperienza, degli esempii funesti;

ma gli eventi ora compiutisi erano arrivati imprevisti — e che cosa le

serbava dunque l'avvenire?...

La scossa prodotta nel suo spirito da quella paurosa contemplazione

si propagava nella persona, le metteva un moto febbrile nel sangue.

La tristezza dell'autunno, il primo freddo che correva per l'aria

accrebbero il suo malessere; per molti giorni fu costretta a restare

a letto, sofferente e dolente. Quando, superata la crisi, ella si

guardò allo specchio, un nuovo turbamento la vinse. Attorno ai suoi

occhi si disegnava un cerchio bistro; le sue guancie avevano perduta

la floridezza della salute; un principio d'avvizzimento guadagnava

la pelle; il colore delle labbra cominciava a passare. Lentamente,

come per discacciare un fastidio, ella si stirava la fronte con una

mano, gettava indietro i suoi capelli. Adesso era un'altra visione che

cancellava quella del passato: il tramonto, il disfacimento della sua

bellezza, la vecchiezza inutile e triste. Pochi giorni di malattia

erano bastati perchè quei segni funesti si rivelassero. Ella si

avvicinava a rapidi passi ai temuti trent'anni, la gioventù fuggiva...

Così presto! così presto! Non avrebbe creduto!... Il tempo aveva

l'ali!... Ricordava di aver pensato spesso, fanciulla: «Che cosa mi

accadrà intorno ai venticinque anni, quando sarò nel pieno possesso del

mio regno di donna?» E i venticinque anni erano tramontati da un pezzo,

e che cosa aveva ella avuto?...

Uscì a poco a poco da quella depressione angosciosa. Tornarono i bei

giorni; il golfo era tutto un sorriso, le lettere di Paolo tutte un

sospiro d'amore. La sua vita dipendeva oramai da quell'uomo; ella

concentrava in lui ogni speranza. Suo marito faceva di tutto per

buttarla nelle sue braccia, se non fosse bastato il bene che gli

voleva: corteggiava una signorina inglese emancipata, si faceva

veder solo in compagnia di colei, permetteva col suo contegno le

ardite galanterie che gli uomini rivolgevano a lei stessa. La notte,

ella lo udiva andar via dalla camera, attigua alla sua propria, che

egli occupava; non rientrava che all'alba. Allora, voleva anch'ella

sfidarlo, scriveva a Paolo di venire a Castellammare, nello stesso

albergo, accanto a lei. La sua tristezza si dissipava nel proposito di

procurare all'uomo amato la felicità a cui aveva diritto. La sua salute

rifioriva, ella era ancora giovane e bella: le restava ancora tanto

tempo da rifar la sua vita!...

Nell'attesa della gioia, le ultime traccie del male si dissiparono; il

giorno dell'arrivo di Paolo ella era sfolgorante; gli uomini glie lo

dicevano; egli stesso glie lo ripetè, piano, guardandola cogli occhi

innamorati, alla terrazza dell'albergo, dinanzi al mare.

— Sei tu!... Sei tu!... Mi par di sognare!... Più bella, più gentile,

più seduttrice... Credevo di non rivederti più!... dopo tanto tempo,

tanto!... quasi un anno!...

— Otto mesi... — corresse ella, sorridendo.

— Otto secoli! Otto eternità!...

Egli le mostrò dei fiori colti nel suo giardino, laggiù; tentò di

prenderle una mano; ma, temendo che qualcuno li vedesse o li udisse,

ella scongiurava, sommessamente:

— Non ora, non ora!... — Poi, a voce alta, chiedeva: — Mi dica quel che

ha sentito...

Egli le ripeteva le frasi delle sue lettere, diceva di non potere

esprimere ciò che provava, insistendo per condurla via.

— Ascolta... verrò stanotte io stessa... m'aspetterai, verso l'una...

E nel silenzio dell'albergo addormentato, in punta di piedi sulle

grosse stuoie del corridoio, con un zufolio alle orecchie, il cuore in

tempesta, ella andò nella sua camera, cadde nelle sue braccia. Erano

delle strette mute, convulse, disperate, con le quali si sostenevano a

vicenda, sul punto di cadere riversi. Come Paolo tentava di parlare,

ella gli metteva una mano sulla bocca, mormorando: «Taci! Taci!...»

e tratto tratto uno dei due si svincolava, porgendo l'orecchio,

ascoltando paurosamente.

— A che rischio ti espongo!... Se tuo marito...

— Per te!... Sfido il mondo per te!... non m'importa la morte!...

Poi, intrecciandogli le mani dietro il collo, posandogli il capo sul

petto, chiudendo gli occhi, mormorava:

— Portami via!... Andiamo via, per sempre...

— Sì, ora, sull'istante...

Delle ore che volavano come in sogno, un delirio d'amore rotto da

fremiti d'ambascia senza nome, la visione della morte in mezzo

all'irrompere della passione. Se suo marito fosse sopravvenuto!

se l'avesse scorta intanto che riguadagnava la sua camera!... Però

ricominciava, impavida, sorridendo all'idea di morire con Paolo:

— Morire insieme, nello stesso punto, stretti così!..

E vederlo il giorno, dinanzi alle persone; sentirsi trattata come

un'amica, con un rispetto devoto, mentre gli leggeva negli occhi le

parole secrete: un altro raffinamento di gioia, un'altra specie di

voluttà. Suo marito non vedeva nulla o non si curava di nulla; allora

l'ardimento di lei cresceva: una notte aspettò Paolo nella propria

camera, accanto a quella che Guglielmo lasciava deserta. Tragica, muta,

gli si abbandonava sul petto, s'avvinghiava a lui, con tutte le fibre

corse da un brivido, coi capelli drizzati in capo come da un soffio.

Egli veniva senz'armi, suo marito avrebbe potuto ammazzarlo... Ah, se

avesse fatto questo, se avesse fatto questo!... Ella avrebbe negato

dinanzi ai giudici, avrebbe negato anche fra gli spasimi della tortura,

perchè l'assassino non andasse impunito!... Nella tensione dolorosa

del suo spirito, ella era continuamente in attesa d'una catastrofe, ne

imaginava lo scoppio, si chiedeva: «Sarà per oggi?...» Ogni occupazione

le era insoffribile, nessuna distrazione aveva presa su di lei, non si

fidava di leggere una pagina, nessuna finzione le pareva eguagliare la

realtà dalla quale era stretta. Un succedersi di emozioni formidabili,

che la maturavano, che le rivelavano la vita come per la prima volta,

durante le quali ella sentiva che il suo destino si veniva compiendo...

Nelle ore di solitudine, ella esauriva la sua imaginazione cercando di

intravederlo. Sarebbe fuggita di casa, con lui, alla luce del giorno?

Suo marito, piuttosto, avrebbe finito per lasciarla; allora ella

sarebbe stata libera senza suscitare uno scandalo! Altre volte pensava

che i due uomini potevan divenire intimi, che Paolo poteva restarle

sempre accanto con la tacita connivenza di suo marito. Ma qualcosa si

ribellava in lei a questa ipotesi: ella non si sarebbe mai adattata

all'ipocrisia di una tale situazione. Sentiva il bisogno di qualche

cosa di nobile e di meritorio nella stessa colpa; voleva sfidar dei

pericoli, compiere dei sacrifizii. E la romantica idea della fuga

tornava ad occuparla; ella si vedeva già partita, arrivata in una terra

lontana, non sapeva quale, ma dove la sua vita sarebbe trascorsa come

ella sognava.

La sua fantasia si mise a lavorare ancora più intensamente il giorno

che Paolo, cedendo a malincuore ai suoi prudenti consigli, si decise a

precederla di poco alla capitale. Vedendosi sola, condannata nuovamente

all'esistenza monotona d'un tempo, con la mente esaltata dai recenti

ricordi, ella si diceva che oramai quell'amore era tutto il suo bene

al mondo. La sommessione devota di Paolo, il suo dolore nel lasciarla,

la fede cieca che aveva posto in lei, acuivano i suoi rimorsi;

allora, riconosceva la necessità di dare a quell'uomo una prova

della sua passione. Quando la comitiva raccolta nell'albergo faceva

delle escursioni, delle divertite, ella rifiutava di prendervi parte,

si chiudeva in camera, scriveva a Paolo delle lettere di due fogli

per dirgli tutta l'impazienza che aveva di raggiungerlo. Un giorno,

improvvisamente dopo colezione, suo marito annunziò che bisognava

tornare a Palermo.

Ella non disse nulla, non chiese il motivo di quella decisione, non

cercò di combatterla. Andò a guardare il suo orologio: erano le due.

Aveva il tempo di prendere il diretto. Cavò dalla cassa un abito da

viaggio, dalla scatola un cappello, e mise tutto sul letto. Fu sul

punto di chiamare Stefana; poi pensò che era meglio aspettare d'esser

vestita. Come cercò di slacciare la sua veste da camera, un tremore la

invase. Si fermò un poco, ma fu costretta a sedersi. Allora si disse,

piano ma sdegnosamente: «Vigliacca!... Vigliacca!...»

Tutte le difficoltà materiali di quel passo le sorgevano

improvvisamente dinanzi; provava la vertigine dell'ignoto e

dell'imprevisto, udiva il clamore dello scandalo. Vedeva la stazione

popolata di gente che la conosceva, si sentiva inseguita e raggiunta,

pensava che Paolo poteva non essere a Roma. Non aveva denari, non

voleva chiederne a suo marito. E con le labbra contorte da un amaro

disprezzo, si ripeteva: «Vigliacca!... Vigliacca!...»

Era dunque lei che ripartiva per la Sicilia, che mancava alla parola

data all'amante? Quest'idea le era sopratutto intollerabile; ella

imaginava il corruccio di Paolo, lo ingrandiva, udiva le sue accuse,

considerava più delle proprie ragioni quelle di lui. Per darsi animo,

per farsi perdonare, gli giurava che la separazione sarebbe stata

di corta durata; ma un'irrequietezza febbrile s'impadroniva di lei;

a Palermo i suoi colloquii col marito si facevano più aspri; ella

si metteva ad enumerare tutti i motivi di dolore che le aveva dati

quell'uomo: i tradimenti, le derisioni, i disprezzi, le brutalità,

gl'insulti. Egli non aveva avuto che dileggi per tutto quello che gli

aveva dato: la verginità dell'animo e del corpo, il fiore della sua

giovinezza, tutta sè stessa! Come le aveva amareggiata la vita! E nel

ribollimento del suo rancore, ella quasi si mordeva le mani, all'idea

dell'errore suo proprio, della rovina da lei stessa voluta, legandosi

a quell'uomo quando tutto l'aveva messa in guardia contro di lui, lui

stesso pel primo! Non v'era dunque più riparo a quel danno? Dov'era

dunque l'arditezza, il coraggio che la gente le riconosceva? La gente,

adesso, la compiangeva; sua zia l'esortava a farsi animo quand'ella

prorompeva in lamenti sdegnosi. Ma non sapeva che lamentarsi! Perchè

era così difficile spezzare una catena trascinata pesantemente da anni,

romperla una buona volta con quel passato?...

Paolo le aveva scritto da principio, poi le sue lettere si erano

fatte rare e fredde; a un tratto cessarono. Adesso era lei che lo

scongiurava, che gli chiedeva la pietà d'un rigo. Quando Stefana

tornava dalla posta senza recarle nulla, ella non credeva alla donna,

quasi se la prendeva con lei, restava un'intera giornata senza dire

una parola a nessuno, col cuore oppresso, col bisogno di gridare, di

piangere.

Il dissesto finanziario di suo marito era talmente cresciuto, che

egli aveva dovuto cominciare a vendere; e i creditori insodisfatti

minacciavano di togliergli di mano l'amministrazione del patrimonio suo

e di suo figlio. Nell'avversità, egli si avviliva, diventava un altro

uomo, fiacco, indeciso; ed ella sentiva che sarebbe stato ingeneroso

da sua parte lasciarlo ora che stava per fallire. Però, quando egli

veniva a narrarle i suoi imbarazzi, a chiedergli dei consigli, ella

protestava:

— Cosa vuoi da me? Sono affari che ti riguardano! Perchè vieni a

contarmeli adesso?

Una sera, che ella gli aveva risposto sgarbatamente, Guglielmo osservò,

con una freddezza studiata:

— Sai che ti trovo molto mutata?... Dacchè non siamo andati a Roma, sei

diventata un'altra...

— E che vorresti intendere?

— Nulla!... Avevi fretta di andare a Roma... c'erano delle ragioni che

ti chiamavano lì?

Ella rispose, facendo sporgere il labbro, con un tono di superiorità

offesa:

— I tuoi sospetti non arrivano alla suola delle mie scarpe...

Guglielmo finse di tossire.

— Che cosa vorresti dire?... — ripetè allora ella, sentendosi

avvampare. — Bada che non tollero le tue insinuazioni...

— Non fare la voce grossa!...

— Faccio la voce che mi piace... Non ti permetto d'ingiuriarmi...

Alzatosi, egli le venne incontro, l'afferrò per un braccio.

— Sta zitta, sgualdrina... o ti piglio a pedate...

Liberatasi con uno sforzo violento, piantato lo sguardo su di lui, con

l'espressione di un immenso stupore, ella gridò:

— Tu mi scacci?... Tu mi scacci?... Ma son io che ti scaccio...

E ad un tratto corse in camera sua. Aveva cominciato a vestirsi, al

buio, battendo il capo contro lo spigolo dell'armadio, rovesciando

delle seggiole, strappando dei bottoni; poi chiamò Stefana, con un

grido.

— Prendi il tuo scialle... vieni con me...

La donna, esterrefatta, congiunse le mani,

— Non dirmi nulla, o ti strozzo!... Lo scialle...

Degli scoppii di tosse nervosa le laceravano la gola; le mani tremanti

non riuscivano ad agganciare la veste. Rapidamente, a testa alta,

guardando dritto dinanzi a sè, seguita dalla donna che mormorava:

«Vergine santa!... Vergine santa!...» attraversò la casa senza

incontrar nessuno, scese le scale, uscì nella via.

Come sua zia se la vide dinanzi, pallida e sconvolta, esclamò:

— È finita?... Sia come vuol Dio!...

Nessuno chiuse occhio, quella notte. Aggirandosi irrequieta per le

stanze, stordita dalla sua risoluzione, ma come liberata da un'enorme

gravezza, ella non udiva i discorsi della zia, che le dava dei

consigli, che tentava ancora di persuaderla a tornare con suo marito

se, ravveduto, egli avrebbe promesso formalmente di mutare condotta.

Lo zio, fatto un dispaccio al nonno, uscì in cerca di Duffredi; tornò

a riferire che egli era contento di quella soluzione. Però anche lui

diceva di aspettare il pentimento, contava sugli imbarazzi finanziarii,

sull'influenza che avrebbe potuto spiegare l'intervento del nonno.

La notizia s'era propagata in un lampo; il domani, delle persone

venivano a trovarla: ad una voce, le davano ragione: aveva veramente

sofferto abbastanza con quell'uomo, era stata troppo buona a

sopportarla tanto... Egli si meritava quella lezione; ma si sarebbe

certamente pentito, sarebbe venuto a scongiurarla di tornare a casa

sua.

Ella lasciava dire, cogli occhi ardenti, col corpo indolenzito da

una interminabile notte di veglia. Stefana aveva già consegnato al

telegrafo il dispaccio diretto ad Arconti: «Je suis libre. Attendez-moi

dans quelques jours. N'écrivez pas.»

L'Illusione · 第 26 / 39 题