E gli occhi aggiungevano: «È questa, l'ora...»

Risalirono, intanto che il sole tramontava e che arrivava Manara,

trafelato, coi doni. Egli mostrò il suo dispetto, vedendola con

l'ufficiale accanto; ma ella adesso era occupata a chieder consiglio

sul modo con cui distribuire quei premii improvvisati. I vincitori si

avanzavano, salutando militarmente e prendendo gli oggetti con le mani

ruvide, incallite, dalle sue mani esili ed inguantate. La sua statuetta

toccò al timoniere della _San Martino_; l'ufficiale, vedendola portar

via, mormorò:

— Peccato!...

E ad un tratto una musica invisibile, tutta ottoni, intuonò un

vivace ballabile. L'ammiraglio scusava i suoi ufficiali che andavano

impegnando signore e signorine, e sul ponte sgombro, nella sera

fresca, alla grand'aria del largo, delle coppie intrecciarono i loro

giri. Ella ballava col suo tenente, ed ogni volta che passava dinanzi

a Manara, scorgeva il suo sguardo geloso, il suo pugno chiuso. Come

il cielo era già scuro, una viva esclamazione di meraviglia si levò

dalla folla: delle lampade elettriche si accendevano in cima alle

antenne e una specie di chiaror lunare si proiettava sulla riva, di

nuovo formicolante di spettatori curiosi. Altre danze, un _buffet_

sontuoso dinanzi al quale tutti si affollavano, degli sguardi accesi

dal piacere, le risa degli ufficiali instancabili, _egli_ che ballava

un'altra volta con lei, premendole appena la mano, nell'onda luminosa

che pioveva dai fari elettrici, una luce fantastica, come di sogno...

Un sogno che ella continuava con la testa in fiamme sul guanciale,

nella silenziosa oscurità della sua cameretta. Le parole dell'ufficiale

le ritornavano tutte, ad una ad una: erano degli omaggi, delle

dichiarazioni implicite, una grande lusinga per lei. «Peccato!...» egli

invidiava il marinaio a cui era toccato un oggetto che le apparteneva:

forse se lo sarebbe fatto cedere, mediante un compenso! E sorrideva

pensando alla gelosia di Manara, trovando naturale di essersi servita

di lui per mandarlo a terra. L'imagine del tenente, dolce, seria,

distinta, non le andava via dagli occhi: ella lo seguiva nella sua

cabina, aspettava di rivederlo.. quando, il domani, la rada si mostrò

vuota, deserta. Nella notte, era venuto l'ordine di partenza, e la

squadra aveva salpato, all'alba.

Allora uno stupor triste, una malinconia indefinita invase il suo

cuore, al pensiero di quell'incontro rapido, imprevisto, che non si

sarebbe rinnovato mai più. Poteva dire di amarlo, quell'uomo? Non

ne aveva avuto il tempo; nondimeno sentiva un vuoto desolato, uno

sconforto di vivere, e insieme uno struggimento tenero al pensiero che

qualcuno, attraverso ai mari, portava via l'imagine di lei chiusa in

cuore: un'impressione indefinibile, come ella non aveva ancora provata

l'eguale...

E il rancore per quella vita inutile, monotona, uggiosa, e il rimpianto

della sua gioventù sfiorente a poco a poco, crescevano, si facevano

cupi e profondi. Un disprezzo l'animava contro tutta la gente da

cui era circondata, contro la grettezza provinciale che le faceva

altrettante colpe delle sue iniziative, del suo spirito; che condannava

ogni suo modo di pensare, che si scandalizzava d'ogni sua parola,

d'ogni suo atto — come quella proposta dei premii per le regate, che

non le perdonavano perchè a nessuna di loro sarebbe venuta in mente.

Ed ella doveva ancora vivere lì? Avrebbe dovuto morire tra quelle mura?

Esser sepolta in una di quelle chiese tristi ed oscure?... A volte, la

prendeva la tentazione di fuggirsene via; poi invidiava i morti, quelli

che dormivano l'eterno sonno sotto il marmo bianco a San Francesco di

Paola, e il suo dolore finiva in pianto.

L'orgoglio, la superbia le impedivano di chieder nulla al nonno, di

darsi per vinta — e i suoi giorni erano adesso d'un grigio che niente

rompeva. Nei primi tempi, aveva spesso ricevuto lettere dalle sue

amiche, specialmente da Giulia Viscari; poi si erano fatte rare, erano

cessate. Ella diveniva scettica, non credeva più all'amicizia, si

rimproverava lo zelo che vi aveva portato. Un giorno la zia scrisse

che Giulia era promessa ad un ricco signore di Trapani, che fra breve

avrebbe sposato. Dapprima, ella quasi credette d'aver letto male,

suppose un momento che la zia avesse sbagliato: l'amica non le aveva

giurato tante volte che si sarebbe uccisa piuttosto che rinunziare a

Toscano? Ella non era stata spettatrice della sua passione che pareva

sfidare l'universo? Come era dunque possibile?... Ed era vero! Ed

ella si diceva, scrollando le spalle: «Dopo tutto!...» Che cosa era

infine l'amore? Ella era stata molto sciocca a giurare unicamente su

di esso! L'amore non aveva impedito ad Enrico Sartana di lasciarla,

di scomparire, di _amare_ delle altre! V'era l'interesse, più forte

dell'amore; v'erano la ragione, le necessità della vita! Giulia aveva

compreso questo, ed anch'ella lo comprendeva. Ancora facevano di

lei delle esposizioni umilianti, contrattavano in suo nome; quel che

avrebbe avuto di meglio a fare non sarebbe stato di accettare il primo

partito che capitava? Ne prendeva l'impegno con sè stessa; ma sempre

la volgarità, la goffaggine, l'ignoranza di quella gente la faceva

indietreggiare, inorridita. Maria Ferla s'era fatta sposa con uno di

Patti, un milionario; il giorno che era entrato in casa della promessa,

egli le aveva regalato un braccialetto di brillanti, dicendole: «Prendi

questo, per adesso; poi te ne darò uno più caro...» Non sarebbe ella

morta, se avesse udite queste parole rivolte a lei? Dove trovare lì in

mezzo qualcuno che realizzasse il suo sogno di nobiltà, di eleganza, di

cavalleria? E a poco a poco veniva anche rassegnandosi all'idea d'una

mediocrità alla quale le conveniva adattarsi, se voleva vivere un'altra

vita, d'un _pis aller_ che doveva accettare per romperla una volta con

quell'esistenza che era peggio della morte...

A un tratto, ella aveva scorto nel nonno i segni forieri dei soliti

progetti: delle lettere che riceveva e spediva, delle confabulazioni

col notaio Artali, degli sguardi che fissava a lungo su di lei e che

lo tradivano. «Ci siamo ancora!...» ella si era detto tra sè, e cercava

d'indovinare di chi poteva trattarsi. Ma non veniva nessuno a casa sua,

non la conducevano in nessun posto, e la sua curiosità aveva finito per

cadere, quando un giorno il nonno annunziò:

— Doman l'altro partiremo per Palermo.

L'Illusione · 第 15 / 39 题