Un nuovo lutto, un lutto di cui non era traccia sugli abiti, ma che
pesava eternamente sul cuore. Era bene, adesso, rivivere in quella
piccola città silenziosa che le rammentava il tempo per sempre
volato della sua fanciullezza, dov'erano sepolti i suoi cari; in
quella vecchia casa piena di tanti ricordi!... Il mondo tutt'intorno,
non era mutato; ella lo guardava da lontano, indifferente a tutto,
oramai!... Dicevano che ella aveva delle arie, che era superba, che
si sentiva superiore agli altri perchè veniva da una grande città — e
non sapevano come s'ingannavano! Ella si sentiva troppo provata dalla
sventura per avere ambizioni, per curarsi di nulla. Il suo voto era
già fatto: rifiutare tutto, lasciarsi vivere, senza desiderii, senza
rimpianti, in una quieta vegetazione. Non serbava più rancore a suo
nonno; infine, era tutta colpa di lui? Se quell'altro l'avesse amata
realmente, si sarebbe così facilmente rassegnato a perderla? Delle
domande le si affollavano talvolta alla mente, nel bisogno di trovare
una spiegazione a quella condotta inesplicabile; poi, esaurite delle
ipotesi, si diceva, scrollando le spalle: «A che pro?... Oramai!...»
Ella non sapeva che cosa pensare di lui; sapeva bene, però, che il suo
proprio cuore era morto, che non avrebbe avuto più un palpito. Lo aveva
già dichiarato a suo nonno, un giorno che egli, credendo tutto finito,
aveva fatto delle allusioni al matrimonio di lei.
— Puoi star sicuro che io non mi mariterò — gli aveva risposto, con
voce pacata.
— Sentiamo quest'altra, adesso!...
— È inutile, sai, nonno. Non mi parlare di questo, perchè è tempo
sprecato. Tu vedi che io faccio quel che vuoi, che sto qui, senza
chiederti nulla, così, tranquillamente. Io farò tutto ciò che dirai,
anche per l'avvenire; a patto che non mi parlerai di partiti, di
matrimonii e di niente. Fino a quando mi vorrai con te a questo patto,
ci starò; se non vorrai, andrò a chiudermi in convento.
Ella aveva a lungo rimuginata quell'idea: andarsi a chiudere alla
Badia, fra le vecchie monache che passavano il loro tempo a preparare
conserve e a scodellar biancomangiari, od a pregare ed a seguire le
funzioni religiose dietro una grata. Era andata lassù, a fare una
visita alla vecchia zia Serafina, a domandarle minute informazioni
sulla vita delle monache, sulla possibilità per una ragazza come lei di
ritirarsi fra loro, sulle vestizioni secrete che ancora si celebravano
malgrado la proibizione del governo. Però non aveva detto nulla del
suo proposito, trovando che ci sarebbe stato tempo, e che intanto la
sua vita era proprio d'una monaca. Nessuna distrazione mondana, tranne
dei consigli che le conoscenti — non aveva più amicizie — le chiedevano
sulla foggia degli abiti, sulle cose che si portavano, sopra minuti
lavori femminili. Ella si rassegnava nuovamente alla tirannia di Miss
e non si vestiva quasi più; se la zia invece di abiti confezionati le
mandava dei tagli di stoffe, li lasciava dentro una cassa, in pasto
alle tignole. Oramai!... Ella passava il suo tempo leggendo, divorando
la vecchia collezione del _Journal pour tous_, tutti i libri del nonno
e quelli dei suoi amici, i giornali che arrivavano in casa e quelli che
portavano dal Gabinetto in seconda lettura. Dopo i romanzi francesi, i
_Promessi Sposi_ che non conosceva ancora, le parvero un poco noiosi:
_Ettore Fieramosca_ la fece palpitare; e, tutta sola, con voce velata
dalla commozione, declamava i versi del _Marco Visconti_:
Rondinella pellegrina
Che ti posi sul verone...
o canticchiava sulle arie delle opere udite a teatro, e quasi
piangendo, le strofe della _Serventese_:
Nella stessa oscura cella —
Entro un sol letto di morte
La più bella — ed il più forte
Poser taciti a giacer.
Lampeggiar parve d'un riso —
Al levar della celata
Presso il viso — dell'amata
Il sembiante del guerrier.
Un giorno, leggendo l'_Edmenegarda_ del Prati, le venne in mente
di scrivere la sua storia: non era piena di strani avvenimenti, di
casi straordinarii? Così, comperò della carta _reale_, la migliore
che trovò; fece venire il legatore, gli spiegò in che formato doveva
tagliarla e come doveva rilegare il libretto. Quando l'ebbe, ne fu
molto contenta: aveva l'aria d'un album semplice e severo. Scrisse sul
frontespizio: _Memorie della mia vita_, rimandò a un altro giorno la
composizione del primo capitolo, e non ne fece più nulla.
A Milazzo, adesso, c'era una monotonia ancora più grande di prima;
pure, se il nonno la forzava ad andare in qualche posto, ella
lo seguiva, per dovere, per non dar troppo nell'occhio, ma senza
distrarsi, senza notar nessuno. Luigi Accardi era a Messina, Niccolino
Francia aveva preso moglie a Barcellona; e fra gli altri giovanotti che
le stavano attorno ve n'erano alcuni non brutti, Manara, per esempio;
ma il suo gesto continuo quando si vedeva guardata, quando pensava per
caso a qualcuno di essi, era una piccola alzata di spalle — un gesto
che ella ripeteva dinanzi alla gente e che veniva appreso come un _tic_
nervoso. Il nonno, preoccupato da quell'aria costantemente annoiata,
faceva dei progetti, voleva rinnovare la casa per ricever gente; ma lei
rispondeva:
— Perchè? Lascia stare! Una spesa inutile...
— Ma allora, che diavolo vuoi? che diavolo bisogna fare per vederti
contenta?
— Nulla, nonno!... Sono contentissima!
— Con quella faccia da accompagnamento?... Ma dici cosa vuoi! Vuoi
andar via? Vuoi andare a Napoli?...
— No, non voglio nulla...
Però, ella si penti subito di aver rifiutato. Avrebbe potuto andare in
quella gran città, portare il proprio lutto in mezzo al suo tumulto,
alle sue feste, osservare la vita senza prendervi parte, incontrare
anche Enrico, chissà!... sorprenderlo a fianco di un'altra donna,
vederlo impallidire ad un tratto — e poi rifiutare di ricevere le
persone che egli le avrebbe mandate, sorda alle sue insistenze, ai
ricordi che egli avrebbe evocati in lettere di fuoco, nelle quali
avrebbe minacciato uno scandalo, una pazzia... Adesso, ella era
irritata contro di sè stessa per quello sciocco rifiuto, e la sua
irritazione cresceva pensando che se avesse chiesto al nonno di
contentarla, egli avrebbe subito accondisceso, ma che, per non sentirsi
rinfacciare la sua mutabilità d'opinione, per non mostrar di piegarsi,
ella non gli avrebbe chiesto mai nulla...
Di tanto in tanto, quando arrivava gente da Messina o dal fondo della
provincia, il nonno era tutto occupato, faceva dei preparativi di
ricevimento, oppure le diceva di vestirsi per condurla a qualche posto.
Ella sapeva che cosa significava tutto ciò: qualche candidato alla
sua mano che veniva in casa, o che bisognava andare a trovare in casa
altrui: dei provinciali milionarii, ma goffi come dei contadini, che
le facevano pena, perfino — poveretti! — o certe volte dei giovanotti
messinesi, o di Reggio, chiacchieroni, antipatici, o comuni, come tutti
gli altri, incapaci di parlare al suo cuore. Ella si sentiva offesa
da quelle esposizioni della sua persona, dalle contrattazioni di cui
indovinava di essere oggetto, da quel mercato che si pretendeva fare
di lei; e al nonno che le chiedeva che cosa le era parso del tale o del
tal'altro, rispondeva, con un mal dissimulato fastidio:
— Te ne prego, nonno: lasciami in pace... sai bene che io non ti
domando nulla, a te...
Il nonno gridava, le dava della pazza, minacciava di andarsene al Capo,
di piantar tutti. Lei lo lasciava dire finchè la tempesta si chetava.
Quando l'orgoglio non la sosteneva più, un'immensa tristezza le gravava
sull'anima: ella si sentiva così sola al mondo, senza madre, senza
padre! Non v'era più avvenire per lei, la sua vita era infranta! A
che le servivano la sua nascita, la sua ricchezza, tutte le doti
della mente e dell'anima? E invidiava la sorte degli umili, dei
poveri di spirito. Ma certe notti d'insonnia, se la scossa prodotta
da una lettura metteva in moto il suo cervello, una prodigiosa
serie di visioni la teneva immobile, cogli occhi sbarrati, col cuore
palpitante, come se tutti gli avvenimenti imaginati, le gioie, gli
spasimi, le stranezze del destino, le audacie sue proprie, fossero
reali e presenti. Che cosa le sarebbe realmente accaduto? Avrebbe
ella un giorno divisa la sua vita con quella d'un uomo? Allora, a
quell'idea, all'idea di vestire la bianca veste delle spose, di cingere
la simbolica ghirlanda del fior d'arancio, due mute lacrime le rigavan
le gote.
Di tratto in tratto, lo slancio mistico della rinunzia la riprendeva;
andava spesso in chiesa, ricamava delle tovaglie d'altare, seguiva
tutte le funzioni religiose, si confessava spesso, era assidua alle
prediche di padre Raffaele; e nelle cerimonie del Natale e della Pasqua
la sua commozione si risolveva in lungo pianto. Ma se riprendeva a
leggere romanzi, sognava di vivere nel gran mondo, di andare a cavallo,
di essere corteggiata, e quei desiderii la struggevano. Manara non le
dispiaceva; se egli l'avesse chiesta, forse avrebbe finito per dir di
sì; ma il giovane la seguiva soltanto da lontano. Certe notti, sognava
di lui, di altri uomini, e i suoi sogni erano pieni di un turbamento
misterioso. Ella esaminava a lungo il suo corpo: quantunque fosse
cresciuto ancora un poco, rimaneva piuttosto piccolo, ma era d'una
modellatura squisita: vita snella come un anello, seno e fianchi
sviluppati, gambe e braccia che parevano fatte al tornio. Che le
giovava? In casa Russo, v'era un bel ragazzo di dieci anni; si chiamava
Mario, aveva un viso d'angelo. Ella se lo teneva spesso vicino, gli
regalava delle cravatte o dei fazzoletti ricamati da lei stessa, gli
prodigava lunghe carezze, lo baciava sulla bocca. Poi se ne stancava,
e il vuoto della sua vita le pareva più grande.
Allora, il desiderio di viaggiare prima di maritarsi, di vedere un
poco il mondo, la riprendeva, più cocente di prima. Se il nonno avesse
rinnovata la sua offerta! Ma non ne parlava più... Solamente, un
giorno, come la _Gazzetta di Messina_ annunziò l'arrivo della squadra
in quella città, e se ne discorreva dai Ferla, alcuni proposero:
— Si va a vederla?
— Andiamo! — disse il nonno. — Facciamo svagare i ragazzi!...
Ma la cosa era ancora un progetto, quando, una mattina, la rada
presentò uno spettacolo straordinario: la squadra all'áncora, tre
corazzate e un avviso, con uno sciame di barche intorno.
Dal dispetto pel viaggio mancato, ella aveva rifiutato di visitare
le fregate; però in città c'era un gran movimento: il Municipio dava
un pranzo allo stato maggiore delle navi, un pranzo ufficiale, di
soli uomini, ma seguito da un ricevimento al quale erano invitate le
signore. Ella si sentì a un tratto invasa dalla febbre antica, spese
nella sua toletta le cure d'un tempo.
Quando la loro carrozza arrivò dinanzi al Municipio, una folla di
dimostranti con la musica, dei lampioncini, delle torcie, gridavano:
_Viva la Marina! Viva la squadra a Milazzo!..._ Ella entrò nel
momento che ufficiali, autorità e invitati si facevano ai balconi:
dei battimani, l'inno, nuove grida, un'esaltazione che si propagava
contagiosamente. I militari non sapevano come ringraziare; il sindaco,
rientrato in sala, faceva delle presentazioni sommarie, intanto che la
musica, di sotto, continuava a strepitare. Rimasta un poco in disparte,
ella sorrideva di pietà, vedendo le altre donne circondate dagli
ufficiali; avrebbero saputo dir loro tante cose, quelle stupide!...
Adesso il sindaco conduceva accanto all'ammiraglio il nonno, che
chiamava anche lei: e ad un tratto ella si vide in mezzo allo stato
maggiore.
Si parlava delle navi ancorate nella rada; avendone letta la
descrizione nella _Gazzetta di Messina_, ella stupiva tutti con la
precisione delle sue notizie; e udendola chiedere che cosa si fosse
fatto pel rinnovamento della flotta, e discorrere degli errori commessi
nella battaglia di Lissa, che il fanalista del Capo le aveva narrata di
fresco, l'ammiraglio attestava la sua meraviglia per avere incontrata
una signorina così al corrente di certe quistioni.
— I miei complimenti, davvero!... Ma non siamo per nulla in quest'isola
che è la perla dei mari!
Adesso l'ammiraglio parlava col pretore, e un tenente di vascello, un
bel giovane magro, col viso inquadrato da una barbetta bruna e dei
grandi occhi pensierosi, le spiegava in che cosa consistessero le
esercitazioni che ogni giorno la squadra andava a fare al largo.
— Non sarà possibile visitare le navi?
— S'imagini!... Sempre, sempre che siamo all'áncora — rispose il
giovane, premurosamente. — La signorina non ne conosce nessuna?
— No, ed è un torto...
— Che ci prometterà di riparare...
Ella se n'era andata a casa con una leggiera esaltazione prodotta dalla
folla, dal successo che aveva riportato. L'imagine di quell'elegante
ufficiale le tornava spesso dinanzi; ella avrebbe voluto sapere se
pensava a qualcuna, se non aveva lasciata una persona cara al suo
paese, domandandosi ancora che cosa avrebbe pensato di lei, l'effetto
che quell'incontro gli avrebbe prodotto... Il domani, il segretario
comunale, girando con una carrozzella, venne a dire che l'ammiraglio
invitava a bordo, pel pomeriggio, tutte le persone che erano state al
ricevimento del Municipio.
— Pare che ci saranno delle regate... credo che si ballerà...
Ella mise la casa sottosopra, mandò a chiamare la sarta, fece rovistare
in tutte le casse e in tutti gli armadii per trovare un nastro; se
la prese con Miss e con Stefana che non facevano abbastanza presto.
Aveva scelta la sua toletta bianca, adattandovi come cintura una gran
fascia azzurra, i cui lunghi capi pendevano al fianco; il cappellino di
paglia guarnito d'azzurro anch'esso, una cravatta della stessa tinta,
l'ombrellino di merletto _écru_, le scarpette sboccate che lasciavano
vedere le calze color del mare: un assieme che faceva voltar la gente,
alla Marina, mentre si dirigeva col nonno e con Miss allo sbarcatoio.
Le scialuppe della squadra venivano prese d'assalto dagl'invitati: una
barca a vapore, comandata dall'ufficiale bruno, fischiava. Ella voleva
ad ogni costo salir su di essa e trascinava il nonno da quella parte;
ma l'ufficiale, appena scorto il senatore, saltò a terra.
— Onorevole, se vuol prender posto... Signorina, s'appoggi...
Le altre, dalle barche a remi, guardavano con invidia la lancia che
filava rapidamente, avanzandole tutte. Ella aveva aperto l'ombrellino,
e ascoltava le spiegazioni dell'ufficiale che additava or l'una or
l'altra nave e dimostrava il meccanismo della piccola vaporiera. Egli
le offrì ancora la mano, saltando sul pianerottolo della scala pendente
lungo il fianco nero dell'ammiraglia; e su in alto, il ponte coperto di
tappeti era adorno di vasi di fiori, di rami di palma, come un salone.
I canotti che dovevano correre se ne andavano a prender posto verso
terra, dove si vedeva una siepe di folla fittissima. Poi, ad uno sparo,
partivano, tra grida lontane, confuse, e come s'appressavano, volando
sull'acque spumose, con un batter fragoroso di remi, delle esclamazioni
si levavano dal gruppo degli invitati, e i marinai di bordo gridavano
anch'essi, incitando i compagni: _Palestro!... Roma!... Arranca,
arranca!... Roma!... San Martino!...._ Un clamore, dei battimani, il
timoniere vincitore che agitava il berretto; e ad un tratto, volgendosi
alle signore, ella propose vivacemente:
— Un premio!... bisogna offrire un premio ai vincitori!...
Quelle stupide non sapevano che cosa dire, che cosa risolvere; solo
la moglie del sindaco e qualche altra approvavano. Ma che dare, che
comprare, in quella bicocca dove non si trovava mai nulla?
— Io mando a casa... la statuetta di bronzo, sai, nonno?... E voialtre?
Ciascuna adesso offriva un oggetto; bisognava però mandare qualcuno a
terra. Ella si guardò attorno: Manara stava a divorarla cogli occhi.
— Scusate, Manara, volete farmi un piacere?... Andate a casa nostra,
fatevi dare la statuetta che è sull'_étagère_ del salotto, sapete... e
a casa di queste signore...
Il giovane partì, dicendole cogli occhi che andava per lei; e
l'altra regata cominciò. Ma ella preferiva adesso visitare la nave,
e appena espresse quel desiderio, l'ufficiale le si mise a fianco.
Andarono con Miss, scavalcando catene, girando attorno alle ruote di
cordami, scendendo in batteria; ed egli spiegava ogni cosa, faceva
muovere i cannoni sulle rotaie semicircolari, mostrava la manovra del
caricamento. Come Miss era rimasta un poco indietro, ella appoggiò
una mano sulla gola fredda e nera d'un pezzo, tenendo l'altra sul pomo
dell'ombrellino. L'ufficiale, contemplandola un poco, sussurrò:
— Mi lasci adesso ammirare questo quadro: la forza cieca accanto alla
grazia splendente...
— Lei fa dei madrigali!...
La visita ricominciò. Scesa un'altra scala, si trovarono nelle viscere
della nave: dei corridoi scuri con delle lampade pendenti dalla vôlta
bassa, una balaustrata di ferro da cui l'occhio si sprofondava nella
voragine delle macchine, un uscio socchiuso dal quale si scorgevano dei
visi di marinai febbricitanti.
— L'ospedale.
— Povera gente!
S'udivano, soffocate, le grida salutanti i vincitori della seconda
regata. Ella adesso trovava che la vita del mare doveva avere delle
grandi attrattive: la lotta degli elementi, le grandi calme e le
convulsioni supreme, le genti lontane, i nuovi costumi; ma che, alla
lunga, poteva riuscire monotona.
— È vero!
L'ufficiale diceva la sua vocazione di fanciullo, i contrasti che aveva
dovuto superare, l'opposizione della sua mamma — e l'ideale finalmente
raggiunto.
— Ma vi sono, è vero, delle ore in cui si prova la nostalgia della
terraferma.