VIII.

Un nuovo lutto, un lutto di cui non era traccia sugli abiti, ma che

pesava eternamente sul cuore. Era bene, adesso, rivivere in quella

piccola città silenziosa che le rammentava il tempo per sempre

volato della sua fanciullezza, dov'erano sepolti i suoi cari; in

quella vecchia casa piena di tanti ricordi!... Il mondo tutt'intorno,

non era mutato; ella lo guardava da lontano, indifferente a tutto,

oramai!... Dicevano che ella aveva delle arie, che era superba, che

si sentiva superiore agli altri perchè veniva da una grande città — e

non sapevano come s'ingannavano! Ella si sentiva troppo provata dalla

sventura per avere ambizioni, per curarsi di nulla. Il suo voto era

già fatto: rifiutare tutto, lasciarsi vivere, senza desiderii, senza

rimpianti, in una quieta vegetazione. Non serbava più rancore a suo

nonno; infine, era tutta colpa di lui? Se quell'altro l'avesse amata

realmente, si sarebbe così facilmente rassegnato a perderla? Delle

domande le si affollavano talvolta alla mente, nel bisogno di trovare

una spiegazione a quella condotta inesplicabile; poi, esaurite delle

ipotesi, si diceva, scrollando le spalle: «A che pro?... Oramai!...»

Ella non sapeva che cosa pensare di lui; sapeva bene, però, che il suo

proprio cuore era morto, che non avrebbe avuto più un palpito. Lo aveva

già dichiarato a suo nonno, un giorno che egli, credendo tutto finito,

aveva fatto delle allusioni al matrimonio di lei.

— Puoi star sicuro che io non mi mariterò — gli aveva risposto, con

voce pacata.

— Sentiamo quest'altra, adesso!...

— È inutile, sai, nonno. Non mi parlare di questo, perchè è tempo

sprecato. Tu vedi che io faccio quel che vuoi, che sto qui, senza

chiederti nulla, così, tranquillamente. Io farò tutto ciò che dirai,

anche per l'avvenire; a patto che non mi parlerai di partiti, di

matrimonii e di niente. Fino a quando mi vorrai con te a questo patto,

ci starò; se non vorrai, andrò a chiudermi in convento.

Ella aveva a lungo rimuginata quell'idea: andarsi a chiudere alla

Badia, fra le vecchie monache che passavano il loro tempo a preparare

conserve e a scodellar biancomangiari, od a pregare ed a seguire le

funzioni religiose dietro una grata. Era andata lassù, a fare una

visita alla vecchia zia Serafina, a domandarle minute informazioni

sulla vita delle monache, sulla possibilità per una ragazza come lei di

ritirarsi fra loro, sulle vestizioni secrete che ancora si celebravano

malgrado la proibizione del governo. Però non aveva detto nulla del

suo proposito, trovando che ci sarebbe stato tempo, e che intanto la

sua vita era proprio d'una monaca. Nessuna distrazione mondana, tranne

dei consigli che le conoscenti — non aveva più amicizie — le chiedevano

sulla foggia degli abiti, sulle cose che si portavano, sopra minuti

lavori femminili. Ella si rassegnava nuovamente alla tirannia di Miss

e non si vestiva quasi più; se la zia invece di abiti confezionati le

mandava dei tagli di stoffe, li lasciava dentro una cassa, in pasto

alle tignole. Oramai!... Ella passava il suo tempo leggendo, divorando

la vecchia collezione del _Journal pour tous_, tutti i libri del nonno

e quelli dei suoi amici, i giornali che arrivavano in casa e quelli che

portavano dal Gabinetto in seconda lettura. Dopo i romanzi francesi, i

_Promessi Sposi_ che non conosceva ancora, le parvero un poco noiosi:

_Ettore Fieramosca_ la fece palpitare; e, tutta sola, con voce velata

dalla commozione, declamava i versi del _Marco Visconti_:

Rondinella pellegrina

Che ti posi sul verone...

o canticchiava sulle arie delle opere udite a teatro, e quasi

piangendo, le strofe della _Serventese_:

Nella stessa oscura cella —

Entro un sol letto di morte

La più bella — ed il più forte

Poser taciti a giacer.

Lampeggiar parve d'un riso —

Al levar della celata

Presso il viso — dell'amata

Il sembiante del guerrier.

Un giorno, leggendo l'_Edmenegarda_ del Prati, le venne in mente

di scrivere la sua storia: non era piena di strani avvenimenti, di

casi straordinarii? Così, comperò della carta _reale_, la migliore

che trovò; fece venire il legatore, gli spiegò in che formato doveva

tagliarla e come doveva rilegare il libretto. Quando l'ebbe, ne fu

molto contenta: aveva l'aria d'un album semplice e severo. Scrisse sul

frontespizio: _Memorie della mia vita_, rimandò a un altro giorno la

composizione del primo capitolo, e non ne fece più nulla.

A Milazzo, adesso, c'era una monotonia ancora più grande di prima;

pure, se il nonno la forzava ad andare in qualche posto, ella

lo seguiva, per dovere, per non dar troppo nell'occhio, ma senza

distrarsi, senza notar nessuno. Luigi Accardi era a Messina, Niccolino

Francia aveva preso moglie a Barcellona; e fra gli altri giovanotti che

le stavano attorno ve n'erano alcuni non brutti, Manara, per esempio;

ma il suo gesto continuo quando si vedeva guardata, quando pensava per

caso a qualcuno di essi, era una piccola alzata di spalle — un gesto

che ella ripeteva dinanzi alla gente e che veniva appreso come un _tic_

nervoso. Il nonno, preoccupato da quell'aria costantemente annoiata,

faceva dei progetti, voleva rinnovare la casa per ricever gente; ma lei

rispondeva:

— Perchè? Lascia stare! Una spesa inutile...

— Ma allora, che diavolo vuoi? che diavolo bisogna fare per vederti

contenta?

— Nulla, nonno!... Sono contentissima!

— Con quella faccia da accompagnamento?... Ma dici cosa vuoi! Vuoi

andar via? Vuoi andare a Napoli?...

— No, non voglio nulla...

Però, ella si penti subito di aver rifiutato. Avrebbe potuto andare in

quella gran città, portare il proprio lutto in mezzo al suo tumulto,

alle sue feste, osservare la vita senza prendervi parte, incontrare

anche Enrico, chissà!... sorprenderlo a fianco di un'altra donna,

vederlo impallidire ad un tratto — e poi rifiutare di ricevere le

persone che egli le avrebbe mandate, sorda alle sue insistenze, ai

ricordi che egli avrebbe evocati in lettere di fuoco, nelle quali

avrebbe minacciato uno scandalo, una pazzia... Adesso, ella era

irritata contro di sè stessa per quello sciocco rifiuto, e la sua

irritazione cresceva pensando che se avesse chiesto al nonno di

contentarla, egli avrebbe subito accondisceso, ma che, per non sentirsi

rinfacciare la sua mutabilità d'opinione, per non mostrar di piegarsi,

ella non gli avrebbe chiesto mai nulla...

Di tanto in tanto, quando arrivava gente da Messina o dal fondo della

provincia, il nonno era tutto occupato, faceva dei preparativi di

ricevimento, oppure le diceva di vestirsi per condurla a qualche posto.

Ella sapeva che cosa significava tutto ciò: qualche candidato alla

sua mano che veniva in casa, o che bisognava andare a trovare in casa

altrui: dei provinciali milionarii, ma goffi come dei contadini, che

le facevano pena, perfino — poveretti! — o certe volte dei giovanotti

messinesi, o di Reggio, chiacchieroni, antipatici, o comuni, come tutti

gli altri, incapaci di parlare al suo cuore. Ella si sentiva offesa

da quelle esposizioni della sua persona, dalle contrattazioni di cui

indovinava di essere oggetto, da quel mercato che si pretendeva fare

di lei; e al nonno che le chiedeva che cosa le era parso del tale o del

tal'altro, rispondeva, con un mal dissimulato fastidio:

— Te ne prego, nonno: lasciami in pace... sai bene che io non ti

domando nulla, a te...

Il nonno gridava, le dava della pazza, minacciava di andarsene al Capo,

di piantar tutti. Lei lo lasciava dire finchè la tempesta si chetava.

Quando l'orgoglio non la sosteneva più, un'immensa tristezza le gravava

sull'anima: ella si sentiva così sola al mondo, senza madre, senza

padre! Non v'era più avvenire per lei, la sua vita era infranta! A

che le servivano la sua nascita, la sua ricchezza, tutte le doti

della mente e dell'anima? E invidiava la sorte degli umili, dei

poveri di spirito. Ma certe notti d'insonnia, se la scossa prodotta

da una lettura metteva in moto il suo cervello, una prodigiosa

serie di visioni la teneva immobile, cogli occhi sbarrati, col cuore

palpitante, come se tutti gli avvenimenti imaginati, le gioie, gli

spasimi, le stranezze del destino, le audacie sue proprie, fossero

reali e presenti. Che cosa le sarebbe realmente accaduto? Avrebbe

ella un giorno divisa la sua vita con quella d'un uomo? Allora, a

quell'idea, all'idea di vestire la bianca veste delle spose, di cingere

la simbolica ghirlanda del fior d'arancio, due mute lacrime le rigavan

le gote.

Di tratto in tratto, lo slancio mistico della rinunzia la riprendeva;

andava spesso in chiesa, ricamava delle tovaglie d'altare, seguiva

tutte le funzioni religiose, si confessava spesso, era assidua alle

prediche di padre Raffaele; e nelle cerimonie del Natale e della Pasqua

la sua commozione si risolveva in lungo pianto. Ma se riprendeva a

leggere romanzi, sognava di vivere nel gran mondo, di andare a cavallo,

di essere corteggiata, e quei desiderii la struggevano. Manara non le

dispiaceva; se egli l'avesse chiesta, forse avrebbe finito per dir di

sì; ma il giovane la seguiva soltanto da lontano. Certe notti, sognava

di lui, di altri uomini, e i suoi sogni erano pieni di un turbamento

misterioso. Ella esaminava a lungo il suo corpo: quantunque fosse

cresciuto ancora un poco, rimaneva piuttosto piccolo, ma era d'una

modellatura squisita: vita snella come un anello, seno e fianchi

sviluppati, gambe e braccia che parevano fatte al tornio. Che le

giovava? In casa Russo, v'era un bel ragazzo di dieci anni; si chiamava

Mario, aveva un viso d'angelo. Ella se lo teneva spesso vicino, gli

regalava delle cravatte o dei fazzoletti ricamati da lei stessa, gli

prodigava lunghe carezze, lo baciava sulla bocca. Poi se ne stancava,

e il vuoto della sua vita le pareva più grande.

Allora, il desiderio di viaggiare prima di maritarsi, di vedere un

poco il mondo, la riprendeva, più cocente di prima. Se il nonno avesse

rinnovata la sua offerta! Ma non ne parlava più... Solamente, un

giorno, come la _Gazzetta di Messina_ annunziò l'arrivo della squadra

in quella città, e se ne discorreva dai Ferla, alcuni proposero:

— Si va a vederla?

— Andiamo! — disse il nonno. — Facciamo svagare i ragazzi!...

Ma la cosa era ancora un progetto, quando, una mattina, la rada

presentò uno spettacolo straordinario: la squadra all'áncora, tre

corazzate e un avviso, con uno sciame di barche intorno.

Dal dispetto pel viaggio mancato, ella aveva rifiutato di visitare

le fregate; però in città c'era un gran movimento: il Municipio dava

un pranzo allo stato maggiore delle navi, un pranzo ufficiale, di

soli uomini, ma seguito da un ricevimento al quale erano invitate le

signore. Ella si sentì a un tratto invasa dalla febbre antica, spese

nella sua toletta le cure d'un tempo.

Quando la loro carrozza arrivò dinanzi al Municipio, una folla di

dimostranti con la musica, dei lampioncini, delle torcie, gridavano:

_Viva la Marina! Viva la squadra a Milazzo!..._ Ella entrò nel

momento che ufficiali, autorità e invitati si facevano ai balconi:

dei battimani, l'inno, nuove grida, un'esaltazione che si propagava

contagiosamente. I militari non sapevano come ringraziare; il sindaco,

rientrato in sala, faceva delle presentazioni sommarie, intanto che la

musica, di sotto, continuava a strepitare. Rimasta un poco in disparte,

ella sorrideva di pietà, vedendo le altre donne circondate dagli

ufficiali; avrebbero saputo dir loro tante cose, quelle stupide!...

Adesso il sindaco conduceva accanto all'ammiraglio il nonno, che

chiamava anche lei: e ad un tratto ella si vide in mezzo allo stato

maggiore.

Si parlava delle navi ancorate nella rada; avendone letta la

descrizione nella _Gazzetta di Messina_, ella stupiva tutti con la

precisione delle sue notizie; e udendola chiedere che cosa si fosse

fatto pel rinnovamento della flotta, e discorrere degli errori commessi

nella battaglia di Lissa, che il fanalista del Capo le aveva narrata di

fresco, l'ammiraglio attestava la sua meraviglia per avere incontrata

una signorina così al corrente di certe quistioni.

— I miei complimenti, davvero!... Ma non siamo per nulla in quest'isola

che è la perla dei mari!

Adesso l'ammiraglio parlava col pretore, e un tenente di vascello, un

bel giovane magro, col viso inquadrato da una barbetta bruna e dei

grandi occhi pensierosi, le spiegava in che cosa consistessero le

esercitazioni che ogni giorno la squadra andava a fare al largo.

— Non sarà possibile visitare le navi?

— S'imagini!... Sempre, sempre che siamo all'áncora — rispose il

giovane, premurosamente. — La signorina non ne conosce nessuna?

— No, ed è un torto...

— Che ci prometterà di riparare...

Ella se n'era andata a casa con una leggiera esaltazione prodotta dalla

folla, dal successo che aveva riportato. L'imagine di quell'elegante

ufficiale le tornava spesso dinanzi; ella avrebbe voluto sapere se

pensava a qualcuna, se non aveva lasciata una persona cara al suo

paese, domandandosi ancora che cosa avrebbe pensato di lei, l'effetto

che quell'incontro gli avrebbe prodotto... Il domani, il segretario

comunale, girando con una carrozzella, venne a dire che l'ammiraglio

invitava a bordo, pel pomeriggio, tutte le persone che erano state al

ricevimento del Municipio.

— Pare che ci saranno delle regate... credo che si ballerà...

Ella mise la casa sottosopra, mandò a chiamare la sarta, fece rovistare

in tutte le casse e in tutti gli armadii per trovare un nastro; se

la prese con Miss e con Stefana che non facevano abbastanza presto.

Aveva scelta la sua toletta bianca, adattandovi come cintura una gran

fascia azzurra, i cui lunghi capi pendevano al fianco; il cappellino di

paglia guarnito d'azzurro anch'esso, una cravatta della stessa tinta,

l'ombrellino di merletto _écru_, le scarpette sboccate che lasciavano

vedere le calze color del mare: un assieme che faceva voltar la gente,

alla Marina, mentre si dirigeva col nonno e con Miss allo sbarcatoio.

Le scialuppe della squadra venivano prese d'assalto dagl'invitati: una

barca a vapore, comandata dall'ufficiale bruno, fischiava. Ella voleva

ad ogni costo salir su di essa e trascinava il nonno da quella parte;

ma l'ufficiale, appena scorto il senatore, saltò a terra.

— Onorevole, se vuol prender posto... Signorina, s'appoggi...

Le altre, dalle barche a remi, guardavano con invidia la lancia che

filava rapidamente, avanzandole tutte. Ella aveva aperto l'ombrellino,

e ascoltava le spiegazioni dell'ufficiale che additava or l'una or

l'altra nave e dimostrava il meccanismo della piccola vaporiera. Egli

le offrì ancora la mano, saltando sul pianerottolo della scala pendente

lungo il fianco nero dell'ammiraglia; e su in alto, il ponte coperto di

tappeti era adorno di vasi di fiori, di rami di palma, come un salone.

I canotti che dovevano correre se ne andavano a prender posto verso

terra, dove si vedeva una siepe di folla fittissima. Poi, ad uno sparo,

partivano, tra grida lontane, confuse, e come s'appressavano, volando

sull'acque spumose, con un batter fragoroso di remi, delle esclamazioni

si levavano dal gruppo degli invitati, e i marinai di bordo gridavano

anch'essi, incitando i compagni: _Palestro!... Roma!... Arranca,

arranca!... Roma!... San Martino!...._ Un clamore, dei battimani, il

timoniere vincitore che agitava il berretto; e ad un tratto, volgendosi

alle signore, ella propose vivacemente:

— Un premio!... bisogna offrire un premio ai vincitori!...

Quelle stupide non sapevano che cosa dire, che cosa risolvere; solo

la moglie del sindaco e qualche altra approvavano. Ma che dare, che

comprare, in quella bicocca dove non si trovava mai nulla?

— Io mando a casa... la statuetta di bronzo, sai, nonno?... E voialtre?

Ciascuna adesso offriva un oggetto; bisognava però mandare qualcuno a

terra. Ella si guardò attorno: Manara stava a divorarla cogli occhi.

— Scusate, Manara, volete farmi un piacere?... Andate a casa nostra,

fatevi dare la statuetta che è sull'_étagère_ del salotto, sapete... e

a casa di queste signore...

Il giovane partì, dicendole cogli occhi che andava per lei; e

l'altra regata cominciò. Ma ella preferiva adesso visitare la nave,

e appena espresse quel desiderio, l'ufficiale le si mise a fianco.

Andarono con Miss, scavalcando catene, girando attorno alle ruote di

cordami, scendendo in batteria; ed egli spiegava ogni cosa, faceva

muovere i cannoni sulle rotaie semicircolari, mostrava la manovra del

caricamento. Come Miss era rimasta un poco indietro, ella appoggiò

una mano sulla gola fredda e nera d'un pezzo, tenendo l'altra sul pomo

dell'ombrellino. L'ufficiale, contemplandola un poco, sussurrò:

— Mi lasci adesso ammirare questo quadro: la forza cieca accanto alla

grazia splendente...

— Lei fa dei madrigali!...

La visita ricominciò. Scesa un'altra scala, si trovarono nelle viscere

della nave: dei corridoi scuri con delle lampade pendenti dalla vôlta

bassa, una balaustrata di ferro da cui l'occhio si sprofondava nella

voragine delle macchine, un uscio socchiuso dal quale si scorgevano dei

visi di marinai febbricitanti.

— L'ospedale.

— Povera gente!

S'udivano, soffocate, le grida salutanti i vincitori della seconda

regata. Ella adesso trovava che la vita del mare doveva avere delle

grandi attrattive: la lotta degli elementi, le grandi calme e le

convulsioni supreme, le genti lontane, i nuovi costumi; ma che, alla

lunga, poteva riuscire monotona.

— È vero!

L'ufficiale diceva la sua vocazione di fanciullo, i contrasti che aveva

dovuto superare, l'opposizione della sua mamma — e l'ideale finalmente

raggiunto.

— Ma vi sono, è vero, delle ore in cui si prova la nostalgia della

terraferma.

L'Illusione · 第 14 / 39 题