IX.

Quella lunga parentesi che era stata la sua dimora a Milazzo si chiuse

d'un tratto; appena entrata in casa della zia, ella riprese la vita di

prima come se non l'avesse mai interrotta. Giulia, ora baronessa Turi,

venne a trovarla per la prima, le chiese perdono del suo silenzio; ma

le erano accadute tante cose!

— Sei contenta? — domandò lei.

L'amica fece spallucce, esclamando giocondamente:

— Eh, sai!... Bisogna adattarsi!...

Bice Emanuele e Anna Sortino erano sempre quelle d'un tempo: una tutta

poesia, l'altra tutta prosa. Del resto, Anna era anche lei fidanzata,

col marchese Pucci; talchè Giulia restava sempre la sua fida compagna.

Le aveva presentato suo marito: un bell'uomo, un po' troppo forte

secondo il suo gusto, ma pieno di forme; e stavano sempre insieme,

come sorelle. La società, intorno ad esse, non era mutata: la Gelia,

un poco più vecchia, era sempre circondata da antichi amici e da

nuovi sospiranti; Matilde Gerosa aveva una febbre più ardente negli

occhi misteriosi, ed al suo apparire, come prima, un senso di pauroso

rispetto faceva ammutolire i più ciarlieri. Enrico Sartana era sempre

fuori e non aveva ancora preso moglie; sua madre veniva spesso a far

visita alla zia, come se nulla fosse accaduto tra loro: la prima volta

che la vide, l'abbracciò con effusione, la chiamò _figlia mia_, come

un tempo. Il babbo stava a Venezia, si diceva anzi che non sarebbe

più tornato in Sicilia. E i _Crociati_ eran sempre gli stessi; però

ella scorgeva, centro di attrazione di tutti gli sguardi, un giovane

sconosciuto, elegantissimo, che s'incontrava dovunque, in carrozza,

guidando una meravigliosa quadriglia di roani, o fermo in sella come

una figura da romanzo illustrato, o a piedi tra lo stormo degli altri

_Crociati_.

— Chi è quello li? — aveva chiesto all'amica.

Giulia sorrise un poco, prima di rispondere.

— Guglielmo Duffredi... Duffredi di Casàura... Ti viene proprio nuovo?

— Assolutamente!

— Credevo che lo conoscessi... Sai cosa si dice? Che tuo nonno t'ha

condotta qui perchè egli ti veda...

Ella si morse le labbra. Ancora un'esibizione, ancora un'offerta che

facevano di lei. Ma il corruccio, questa volta, svaniva in un grande

stupore. Quell'uomo che era fra i più invidiati in tutta Palermo,

avrebbe potuto dunque divenire suo marito? Lo stupore cresceva, mano

mano che ella apprendeva qualche cosa di nuovo sulla sua ricchezza,

sul lusso di cui si circondava, sui suoi successi mondani, sui suoi

viaggi a Londra, a Pietroburgo, sui rifiuti che aveva opposti a

partiti più vantaggiosi di quello di lei. Era d'una nobiltà quasi

regale: i Duffredi discendevano da Umfredo, figlio naturale di Drogone

d'Altavilla conte di Puglia, uno dei tanti fratelli di Roberto il

Guiscardo, i fondatori della dinastia Normanna! E la zia e lo zio,

con un'aria di mistero, parlavano di quel progetto, convenivano che

il nonno aveva avuto ragione, perchè un matrimonio come quello lì era

il sogno di tutte le ragazze. Adesso, avevano la casa in rivoluzione:

i decoratori, i tappezzieri, i fornitori d'ogni genere andavano e

venivano tutto il giorno; si facevano preparativi grandiosi per il

carnevale, per delle feste in cui i due giovani dovevano incontrarsi.

E la voce si spargeva, dei complimenti le venivano sussurrati

all'orecchio; però, quando ella incontrava Duffredi, egli non la

guardava neppure, tirava dritto, sferzando i cavalli o confabulando

cogli amici. L'interesse e la curiosità di lei crescevano, miste a un

dispetto, a una specie di sfida ch'ella lanciava a sè stessa. Perchè

non la notava? La trattava come una provinciale? Non era buona ad

attirarlo?...

E la sera che le fu presentato, intanto che il giovane s'inchinava,

ella abbassò appena il capo, di traverso, continuando a parlare con

Giulia, animatamente, di tante cose, senza però saper troppo bene quel

che diceva, guardando con la coda dell'occhio lui, che la guardava

anch'egli, da lontano. Pieno di distinzione, di eleganza, con la sua

carnagione leggermente dorata, coi suoi capelli nerissimi, i baffi

castagni, quasi biondi, il viso magro, il naso affilato, un po' troppo

lungo, ma _di razza_...

I giovanotti cominciavano a sollecitare gl'impegni; nessuno però veniva

da lei, con la tacita intesa che ella dovesse ballare col pretendente;

però non veniva neppur lui, occupato a discutere in un gruppo, dinanzi

a un balcone, a voce un poco alta. Le si appressò, infine, quando

stavano per dare il segnale della danza.

Ballava bene, ma tenendosi troppo discosto; ella avrebbe voluto dirgli:

«Stringa dunque!»

— La signorina — le chiese con voce un poco cascante — non era venuta

prima d'ora a Palermo?

— Sì, due anni fa.

— Io sono stato a Milazzo; non capisco come ci si possa vivere.

Era la verità; però, a sentirla dire da un altro, in tono leggermente

sprezzante, ella si sentiva quasi umiliata. Nondimeno, gli domandò:

— Vi conosce qualcuno?

— Sì, Luigi Accardi; fummo insieme in collegio.

Ella restò con un senso di stupore dinanzi a quello strano incontro.

Adesso tutti si contendevano un impegno con lei; ella passava da uno

ad un altro ballerino, adulata, ammirata; e come l'animazione del ballo

cresceva, ella dimenticava Duffredi e il matrimonio, con una turbinosa

visione negli occhi, tutta al piacere della festa.

Il domani, entrando nella camera da lavoro della zia, vi trovò la

famiglia raccolta a confabulare.

— È come se fosse fatta — insisteva il nonno. — Fate conto che verrà a

farla.

— Che cosa? — chiese ella.

— La domanda di Duffredi.

E tutti cominciarono a spiegare l'eccellenza di quel partito.

Non si parlava della nobiltà, fra le prime del mondo; gli mancava, è

vero, un titolo, il rappresentante del ramo diretto essendo suo cugino

il principe di Casàura; ma quel cugino aveva cinquantacinque anni, e

un solo figlio naturale, ragione per cui il titolo di Casàura sarebbe

venuto, col tempo, a lui o alla sua discendenza. Intanto egli aveva

una grande sostanza — bastavano i tre feudi di Caltanisetta! — e un

vecchio zio malaticcio, il marchese di Lojacomo, che viveva con lui e

gli avrebbe lasciata tutta la sua sostanza.

— È una fortuna! Una vera fortuna! — diceva la zia.

— Davvero!... — confermava suo marito.

— Tu cosa dici? — chiese il nonno. — Parla, rispondi...

— Che cosa volete che vi dica? Faccio quel che volete voi.

Non era vero. Ella esultava, in cuor suo; non avrebbe potuto sognare

una fortuna più grande; aveva ben letto un'invidia secreta negli

occhi delle sue antiche nemiche. Quell'uomo incarnava il suo tipo

di distinzione e di eleganza; ed ella provava per lui un singolare

contrasto di impressioni: le piaceva, trovando che aveva un naso da

Pulcinella; lo ammirava malgrado, anzi a cagione della sprezzante

superiorità che aveva nell'accento e nell'attitudine.

Il sabato seguente egli non venne. La serata passò meno animata, il

nonno era di cattivo umore, v'era nell'aria qualche cosa che ella non

capiva, stordita come sempre dal piacere della danza, dalle lodi che

raccoglieva. Il giorno dopo, una collera del nonno annunziò una cattiva

notizia. Duffredi era partito per Napoli; ma, spiegava la zia, sarebbe

tornato presto — il tempo di sistemar degli affari. Perchè dunque non

aveva fatta la domanda prima d'andarsene?... Ella non dava però molta

importanza a questo; avrebbe voluto piuttosto che egli avesse cercato

di vederla da sola, di scriverle, per dirle ciò che provava per lei,

il bene che le voleva, la felicità che sperava. E se non le voleva

bene?... Tutta sola, ella si strinse un poco nelle spalle. Infine!...

Ne avrebbe trovato un altro!...

La sera venne da lei Anna Sortino, che sposava a giorni. Le parlò del

suo corredo, del viaggio di nozze, le annunziò che Giovannina Leo era

promessa con Cutelli.

— Mi fa piacere — disse ella.

— Si, ma è cattiva, sai! Non va dicendo che Duffredi non ti vuole, che

è partito perchè ha una relazione a Napoli?... Anche se fosse vero,

sarebbe una malignità rallegrarsene, come fa lei!...

Allora, repentinamente, all'idea che quell'uomo le sfuggiva, che la

gente avrebbe riso di lei, tutta la sua superbia s'impennò: no! egli

sarebbe stato suo! ella avrebbe vinto! Poichè un'altra donna lo amava,

egli le appariva esaltato, più degno d'amore, ed ella si sentiva

impegnata a contenderlo a quell'altra, a spiegare nella lotta tutta

la forza che le veniva dalla sua purezza di vergine, dal suo candore

incontaminato.

Egli tornò, venne da lei; ma con un'aria triste, con un'espressione più

interessante. Ed ella imaginava che quell'altra lo avesse lasciato, che

il suo cuore fosse sanguinante, che egli avesse bisogno d'un conforto,

che lo cercasse nell'amor sano e forte d'una sposa; e si sentiva

attirata di più verso lui, tutta disposta a questa pietosa missione.

Il nonno stava fuori delle giornate intere, tornava sopra pensieri;

degli amici, don Gaetano Linguaglossa principalmente, lo venivano

continuamente a trovare, chiudendosi in camera con lui, come se

ordissero una congiura. Finalmente, ella comprese che qualche cosa

dovesse esserci per aria: una volta Duffredi venne di giorno, a

domandare del nonno; restò un pezzo con lui; poi passò a salutare le

signore, rapidamente, e andò via...

Quando il nonno disse che era venuto a parlare del matrimonio, che

fra giorni avrebbe fatta la domanda formale, ella restò a capo chino,

a guardare per terra, in preda a un sordo scontento. Ella dunque

non contava per nulla? Non le diceva neppure una parola d'amore? Era

dunque una cosa, un oggetto da barattare?... Tutto il suo romanticismo

insorgeva contro quella prosa, contro quel mercato; le dava un sottile

rimpianto dei poetici amori giovanili, delle emozioni che Enrico

Sartana e Luigi Accardi le avevano fatto provare.

Passeggiando di su e di giù per la sua cameretta, in preda a una

concitazione crescente, dei propositi di scandalo le frullavano per

il capo: ella avrebbe risposto un _no_ tondo e netto alla proposta

concreta, ella non si sarebbe arresa, a costo di soffrirne, a costo di

morirne! Imaginava che egli intendesse farle un'elemosina, sposandola;

e voleva metterselo sotto i piedi, rifiutarlo ancora se, apprezzandola

tardi, egli le fosse morto dinanzi. Poi ella se la prendeva con sè

stessa, con le stranezze della sua natura; ma tornava per questo a

persuadersi che nessuno riusciva a comprenderla!

Il sabato venturo, quando cominciò a venir gente, ella si studiò di

nascondere la sua agitazione. Le signore la baciavano con effusione,

si avvicinavano alla zia, mormorando dei «mi rallegro» cogli occhi

rivolti a lei; gli uomini le davano delle strette di mano più calde,

o s'inchinavano più profondamente. Ella aveva alzato fieramente il

capo, tirandosi i bracciali verso il gomito, fiutando l'aria con le

narici dischiuse, in attesa della lotta. A un tratto, un piccolo sciame

di amiche entrò, con delle mani levate a salutare, con delle brevi

retrocessioni reverenti. Ella si vide circondata, intanto che ciascuna

esclamava, con accento di devozione e di rispetto:

— Signora Duffredi!...

— Donna Teresa di Casàura!...

— Signora Duffredi di Casàura!...

Subitamente, il suo sdegno, la sua fierezza ribellata si stemperavano

in una compiacenza trionfante, in una voluttà di amor proprio esaltato,

in una ebbrezza di dominazione, durante la quale ella si sentì fatta

più alta, le parve di oltrepassare con la sua statura la statura di

quelle amiche prosternate.

— Ci accorderai ancora la tua protezione?

— Non bisognerà domandarti udienza per vederti spero?...

— Dammi un bel bacio!...

Adesso tutte la baciavano, ed ella non pensava più a nulla, nella

dispersione di tutta la sua volontà, col solo bisogno di assaporar

quel trionfo... Era dunque vile? Si lasciava vincere?... Qualcuno

s'era messo al pianoforte, eseguiva un ballabile di Chopin: la musica

affrettava i battiti del suo cuore; tutti gli occhi eran fissati su

di lei; e Duffredi, salutata la zia, le si dirigeva incontro. Ella non

vide più chiaro, non pensò più nulla, fin quando il giovane, fermatosi

accanto a lei, disse sottovoce:

— Signorina, suo nonno m'ha fatto l'onore di concedermi la mano di

lei... però... — ella adesso tremava da capo a piedi — bisogna che lei

stessa dica se è disposta ad accordarmela.

Il sangue le si ritirò intorno al cuore: un'angoscia ineffabile.

Come baleni rapidissimi, dei pensieri le solcavano la mente, tutti

insieme: l'amore che egli non le confessava, la voce che lo diceva

legato ad un'altra, i suoi propositi di rifiuto e il bisogno di uscire

da quella vita, la sua ebbrezza vile di poco fa e la paura di darla

vinta alle sue nemiche; e tutto questo si confondeva, si compendiava

in una domanda che, mentre Duffredi parlava, ella credeva quasi di

formulare ad alta voce: «Che fare?... Che fare?...» Appena egli ebbe

finito, aspettando una risposta, delle parole le uscirono dalle labbra,

inconsciamente, senza che ella ne intendesse il senso:

— Se il nonno ha detto di sì...

— Grazie... — mormorò egli; e subito il nonno, la zia, lo zio, le

amiche la circondarono.

— Il Signore ti benedica!... Baciami, cara... Qua la mano!...

Teresa!.... I miei augurii... Ma li mangeremo presto questi

confetti?... Io protesto!... E a me non dici nulla?... Ah, sorniona, le

fai di nascosto?... Vieni un po' qui!...

Delle strette, degli abbracci, delle parole sussurrate all'orecchio:

«Come hai fatto a conquistarlo?... T'invidiano, sai!...» e un coro di

esclamazioni ammirative: «Che bella coppia!... Sembravano destinati

l'uno all'altra!...» una dolcezza di lodi che le scendeva dritta al

cuore, le accendeva gli sguardi, esaltava il suo spirito, gonfiava

il suo petto, intanto che ella pensava: «È finita! Non si può tornare

indietro!»

Duffredi, tra un crocchio d'uomini, riceveva delle congratulazioni da

canto suo; era anch'egli animato in viso, pareva insofferente di star

fermo, veniva a mettersele un poco vicino, scambiava qualche parola,

s'allontanava nuovamente. Perchè non le stava sempre al fianco? Perchè

non le diceva nulla all'orecchio, qualcuna di quelle espressioni che

fanno chinare gli sguardi e affrettare il respiro; perchè non se la

prendeva sotto il braccio? Ella avrebbe voluto stringersi a lui, dirgli

con quell'atto che dipendeva ormai tutta da lui!... Sarebbe stato per

un'altra volta, quando non avrebbero avuto dinanzi tanti spettatori.

Egli tornava, infatti; veniva quasi ogni giorno; però ella aspettava

sempre che le dicesse una parola dolce. Aveva avuti dei gioielli

magnifici, che le amiche non si stancavano di ammirare; ma una tenera

frase d'amore non le avrebbe fatto un piacere men grande.

Lo zio di lui, inchiodato sempre a casa dalla podagra, le scrisse

una bella lettera, che la commosse più di quella mandata dal babbo

da Venezia. Era un gentiluomo dello stampo antico; in gioventù aveva

fatto parlare di sè tutto il regno delle Due Sicilie, vivendo in

mezzo al fasto della Corte. Quando ella andò nella sua futura casa,

il vecchio volle alzarsi ad ogni costo, le venne incontro fino alla

scala, le baciò galantemente la mano. Ella gli offrì il suo braccio

per ricondurlo fino alla poltrona, e le bastò quel breve tragitto per

conquistarlo.

La casa era antica, ma signorile, tutta divisa a stanzoni enormi dalle

vôlte alte come cupole, dai pavimenti lisci e lucidi come specchi

su cui si riflettevano le linee dei mobili rococò. Ella ne aveva

cominciato il giro col cuore in festa, tutta confortata dalla simpatia

dimostratale da quel bel vecchio; però Guglielmo era molto freddo,

precedeva la comitiva quasi infastidito, si allontanava, batteva un

piede. Come si trovarono soli un momento, dal dispetto ella fece per

raggiungere gli altri.

— Non si passa! — esclamò lui, preso a un tratto da una bambinesca

voglia di scherzare.

Ella disse, freddamente, sul punto di prorompere:

— Lasciatemi passare...

— Cos'hai?... Sei in collera?...

E le prese delicatamente una mano, guardandola negli occhi. Ella

cominciò a tremare, intanto che il giovane le girava un braccio attorno

alla vita, accostava la sua guancia alla sua, appoggiava tempia contro

tempia.

— Poverina... Poverina...

E con un impeto frenato, cominciò a suggerla a baci. Ella avrebbe

voluto dirgli: «Sì, sono tua!... tutta tua!...» dalla gratitudine per

quella buona parola; ma sottraendo un poco le sue guancie e le sue

labbra al fuoco di quei baci, chiedeva invece, sollevando lo sguardo

fino agli occhi di lui:

— Mi vuoi bene, di', mi vuoi bene?

— Sì... sì...

La voce del nonno si avvicinava; egli si ricompose dicendo un gesto

di fastidio. Però ella uscì trionfante da quella casa, dalla sua

casa, vedendo fugati tutti i suoi dubbii, guardando all'avvenire

con fede sicura. Trovava Duffredi fatto secondo i suoi desiderii;

non era molto istruito, ma possedeva una grande competenza mondana,

conosceva la genealogia delle più grandi famiglie d'Europa, era amico

di diplomatici, di ufficiali stranieri; sapeva la storia di tutti

i cavalli vincitori del _Derby_ e del _Grand Prix_; e certi giorni

che il discorso s'avviava su qualcuno di quei temi, non finiva più

di parlare, allegro, vivace; certi altri, però, un pensiero molesto

errava sulla sua fronte. Non s'occupava dei preparativi del matrimonio,

diceva: «Fate voi... fate come volete...» poi si correggeva: «Come

vuole Teresa.» Questo temperava per lei la brutta impressione del

_fate voi_ quasi annoiato. Ella si diceva che bisognava prenderlo col

suo carattere, com'era fatto. Quella sua specie di freddezza stanca

accresceva il valore delle sue lodi; una volta le aveva detto: «Come

sei bellina!...» un'altra l'aveva trovata elegante. Ma le incertezze

di lei rinascevano, per un voi datole invece del tu, per un rifiuto

di andar fuori con lei a far delle compere. Quando egli aveva espresso

un proposito, vi si ostinava; ella restava un giorno di malumore. Poi

si consolava ancora se egli era più espansivo, più affettuoso, come

il giorno che andarono alla sua villa di Misilmeri. Era fuori del

paesetto, in una posizione amenissima, in mezzo a giardini d'aranci.

Mentre ne facevano il giro, Guglielmo le diceva che vi avrebbero

passato il venturo autunno, perchè in inverno, se lo zio marchese stava

meglio, se ne sarebbero andati a Roma, vi avrebbero messo casa. E in

giardino, come furono soli, la baciò a lungo, abbracciandola fitta,

ripetendole che le voleva tanto bene. Così, ella non s'inquietava più,

se talvolta delle ombre pareva velassero la fronte di lui, se restava

qualche giorno senza venire: era sicura dell'amor suo, era felicissima.

Egli pareva impaziente che i preparativi fossero finiti, affrettò la

sottoscrizione del contratto. Fu una festa intima, coi soli parenti

e qualche amico appena. Il nonno le costituiva in dote la _Rocca_, il

_Gelso_ e le altre proprietà che aveva acquistate di recente; il babbo

le assicurava una rendita di cinquemila lire: tutt'insieme un valore

che s'avvicinava al milione. Ella comprendeva poco dei patti stipulati,

dei termini curialeschi; sapeva che da quel momento, dal momento che

avevano firmato, erano marito e moglie. Guglielmo le restava a fianco,

dinanzi al balcone, parlando dell'avvenire, del giorno che sarebbero

stati uniti per davvero, del viaggio di nozze che avrebbero fatto,

appena sposati, fino a Parigi.

— Faremo presto... appena sarò tornato...

Ella credè d'aver udito male.

— Tornato?... Tu vai dunque via?...

— Per pochi giorni soltanto... Vado a Napoli, ho degli affari...

Ella esclamò, fissandolo negli occhi:

— Tu parti?... Ora?... Mi lasci ora?...

— Ma non ti lascio! Vado e torno, ti dico; quindici giorni, al più...

A un tratto, prendendolo per una mano, ella cominciò a scongiurare, a

bassa voce:

— Non andare, Guglielmo. Se mi vuoi bene, non andare!... Andremo

insieme, affretteremo le pratiche... Hai aspettato tanto, non cadrà il

mondo se tarderai un altro poco!... Fammi questo favore: è il primo che

ti chiedo!... Sono superstiziosa, non mi lasciar sola in questi giorni,

mi parrebbe un triste presagio...

— Ma che romanticherie!

— Fammi questo piacere, dimmi di sì, che non parti... dimmi di sì!...

Egli rispose:

— Non insistere, è necessario.

Ella lasciò la sua mano, non disse più nulla, aspettò di esser sola per

nascondersi il viso tra le palme, per mormorare scrollando il capo:

«Che errore!... che inganno!...» Un velo le cadeva dagli occhi: egli

non l'amava, non era suo, non era stato mai suo!... Ella non poteva

nulla su di lui! Che cosa era dunque la sua seduzione se quell'uomo le

sfuggiva così? Allora, il proposito di romper tutto, di dirgli: «Vi

rendo la vostra parola, tutto è finito tra noi!» tornava a tentarla;

ma ella s'accorgeva di non poterlo più tradurre in atto, perchè voleva

bene a quell'uomo, perchè si sentiva legata a lui dai baci che le aveva

dati, dalle speranze che le aveva fatto nutrire... Che importava? Era

dunque meglio legarsi per tutta la vita a chi non l'amava? Nulla v'era

di compromesso: quel foglio di carta poteva lacerarsi, dei matrimonii

s'erano rotti la vigilia d'andare alla chiesa. Ella avrebbe ripresa

la propria libertà; sarebbe stato soltanto più difficile trovare un

altro partito, quella rottura le sarebbe riuscita di pregiudizio.

Che importava? Avrebbe ricominciata la sua vita di fanciulla, si

sarebbe rassegnata alla solitudine, alla tristezza... e sconsolata,

impietosendosi al suo destino, rompeva in singhiozzi.

Ma come già mormoravano che tutto fosse rotto, che egli non sarebbe

tornato, nè presto nè tardi, come le sue nemiche le venivano innanzi

con un'aria dolente, quelle persuasioni cedevano subito ad una sfida

ostinata: «No, sarà mio! dovrà esser mio!»

La zia, col suo buon senso, cominciava già a fare delle osservazioni,

a parlare liberamente: «Che razza di fidanzamento era quello?» e le

consigliava di sciogliersi; ma ella rispondeva:

— No! adesso è tardi!... Me l'hanno voluto dare, adesso lo voglio!...

Ella avrebbe sofferto tutto, perchè la gente non ridesse alle sue

spalle, perchè quella rottura non facesse le spese di tutte le

conversazioni. Egli le scriveva, annunziava il suo prossimo ritorno, ed

ella adesso lo difendeva:

— Se mi scrive che verrà!... Se vuole che si faccia presto!...

Andava fuori come prima, parlava a tutte della prossima cerimonia

nuziale, mostrava dovunque un viso giocondo. Improvvisamente, un

giorno, alla passeggiata della Libertà, impallidì come se uno spettro

le fosse apparso dinanzi: in una _victoria_ rapidamente incrociatasi

con la sua carrozza scorse Enrico Sartana: il giovane la guardò fiso,

senza cavarsi il cappello.

Un tumulto le si scatenò nell'anima. Qual giuoco del destino le

metteva dinanzi quell'uomo, mentr'ella passava per così dure prove?

Che cosa voleva egli dire con quello sguardo, con quell'insulto?

Che la disprezzava? Che non l'aveva dimenticata?... Ed ella, pensava

ancora a lui, se al solo vederlo s'era sentita agghiacciare?... Che

altro avrebbe fatto egli adesso? Avrebbe cercato di incontrarla? di

rammentarle il passato? Ella esclamava, stringendosi la fronte: «Mio

Dio! mio Dio! perchè tutto questo deve accadere a me?...»

Si diceva, per darsi forza: «Io sono d'un altro! Non posso, non

debbo ascoltarlo!» Ma quell'altro non l'amava, non tornava, non le

scriveva!... E l'impegno preso dinanzi al mondo? e i contrasti che

sarebbero scoppiati in famiglia?... Avrebbe voluto partire, raggiungere

Duffredi, rivelargli tutto, provocare una spiegazione; o piuttosto

confidarsi a sua zia, chiedere consigli a Giulia, o piuttosto ancora

mandare Stefana ad Enrico... non sapeva ella stessa che cosa. Allora,

invocava la memoria della sua mamma. Bambina, rammentava che il nonno,

per distrarre la mamma agonizzante, le aveva narrato un giorno un

romanzo in cui un cavaliere, andato a morire in Palestina per liberare

il Santo Sepolcro, aveva ottenuto dal Signore di ricomparire tre

volte sulla terra, nel corso dei secoli, quando un mortale pericolo

avrebbe minacciato una persona della sua stirpe. Ella si chiedeva

se la sua mamma, di lassù, non vedeva il suo pericolo, se non poteva

soccorrerla...

Inaspettato, Guglielmo tornò, di buon umore, affettuoso, con delle

casse di regali — e Sartana non s'era fatto vedere. Ella giunse le

mani, rese le più fervide azioni di grazie al buon Dio, alla santa

anima che l'aveva protetta.

— Ma perchè sei restato tanto tempo? — disse al fidanzato, con un tono

di dolce rimprovero.

— Ho pensato per te...

— Per me... ed a me?...

— Si capisce!

Sentiva rinascersi, tornava da morte a vita. Adesso tutto era pronto:

le carte, il corredo, la casa; e il tempo pareva avesse l'ali.

I finimenti di brillanti, gli abiti regalati dallo sposo erano una

magnificenza; i doni che ella raccoglieva uno più bello dell'altro;

però restava col secreto desiderio d'un mazzo di fiori, tutto bianco,

che il suo fidanzato avrebbe potuto mandarle le mattine di quegli

ultimi giorni. Ella non esprimeva quel desiderio perchè, chiesto,

l'omaggio non avrebbe avuto più valore.

Guglielmo, a misura che la data del matrimonio s'approssimava, non le

pareva più come al suo ritorno da Napoli; ma ella non faceva più caso

di queste intermittenze di contegno; soltanto, il giorno che si doveva

andare al Municipio, come tutti erano pronti, egli tardava, tardava,

non compariva. L'inquietudine cominciava a nascere in tutti; temevano

che si fosse sentito improvvisamente poco bene, mandarono a casa sua:

egli arrivò finalmente, pallido in viso, scusandosi. Le carrozze

partirono, una dopo l'altra, in processione; la gente si voltava,

ferma sui marciapiedi. Accanto alla zia, ella non diceva nulla,

guardando lo scorrere della folla, trovando che quei momenti non le

davano l'emozione sognata. A un tratto, fermi ai Quattro Canti, scorse

un manipolo di _Crociati_ che stavano a contemplare la sfilata delle

carrozze. Ella si buttò rapidamente indietro per non dar loro il gusto

di scorgerla, di far dei commenti. Una folla di curiosi, al Municipio;

il Sindaco in persona che cingeva la fascia tricolore, un _sì_ sommesso

che Guglielmo rispondeva alla sua domanda, un _sì_ più sicuro che

rispondeva ella stessa; e un gran rimescolìo, sorrisi, strette di mano.

Di nuovo in carrozza, alla fotografia Ricciardi: un'idea del nonno, che

lei aveva combattuta, parendole una cosa borghese quel gruppo che il

fotografo combinava lungamente, intanto che Guglielmo frenava a stento

la propria impazienza. Ed a casa, fino a tardi, della gente che andava

e veniva, un andirivieni di persone di servizio, delle discussioni

sull'ora in cui doveva celebrarsi, il domani, il matrimonio religioso.

Prima delle cinque, avrebbero fatto a tempo a imbarcarsi subito dopo;

ma il nonno pretendeva che s'aspettasse un altro giorno ancora, volendo

far celebrare la cerimonia di sera, in gran gala, e chiudere con un

ballo. Ognuno dava consigli, ella non aveva volontà. Guglielmo disse,

alzando le spalle, sul punto di andar via:

— Fate quel che vi piace.

Ella lo prese in disparte; gli chiese, ansiosamente:

— Cos'hai?... Sei seccato?

Egli rispose:

— Sai, tuo nonno ha certe idee!... Vuol tirare un fuoco d'artifizio?...

non siamo fatti per intenderci.

E adesso, sì, ella preferiva che si aspettasse un altro giorno ancora,

che si ritardasse ancora il momento decisivo, col cuore chiuso da una

vaga, indefinibile ambascia...

La volontà del nonno aveva trionfato; la cerimonia era fissata per le

sei della sera successiva. Di buon mattino, erano stati a confessarsi;

la mezza giornata era trascorsa lentissimamente; poi subito erano

cominciati i preparativi della toletta. Stefana piangeva, aiutandola

a passarsi la veste nuziale, appuntandole sul seno il fior d'arancio

fresco che le aveva colto lei stessa; anche Miss e la zia avevan

gli occhi un po' rossi: ella faceva la forte, s'irrigidiva contro

l'emozione; ma agiva come per effetto d'una spinta esteriore, sentendo

che bisognava andare fino in fondo, fatalmente, a qualunque costo.

Ricominciava l'andirivieni degli intimi, la processione delle carrozze,

la folla dinanzi al portone ed in chiesa. Un gran tappeto per terra,

un acuto profumo di fiori, l'altare splendente come una raggiera. Ella

non udì più nulla, vide solo la gran vampa delle faci, pensò alla sua

mamma, alla sua sorellina, alla fanciulla che moriva in lei, a quel

cadavere che si sarebbe trascinato sempre con sè, e due grosse lacrime

le rigarono il viso. Adesso bisognava che ella rispondesse ancora;

inghiottito il suo pianto, alzò il capo e disse:

— Sì.

— Cos'hai? — chiese Guglielmo, chinandosi un poco verso di lei.

— Nulla... nulla!

Quella parola la riconfortò tutta: non toccava a lui adesso di

proteggerla, di sostenerla, di amarla? Egli le diede il braccio,

traversò al suo fianco la piccola chiesetta, prese posto allato a lei,

in silenzio.

In un impeto di tenerezza, ella gli buttò le braccia al collo.

— Guglielmo!...

— Teresa... — E le prese la mano.

Ella si scosse tutta come per un brivido. Gli disse:

— Sono tua, adesso.... per sempre!... Non ho che te al mondo!...

— Sì... sì... poveretta...

E, passatole un braccio alla vita, la baciò lievemente in fronte.

Salendo le scale di casa, ella s'appesantiva sul suo braccio.

S'era appena buttata sopra un divano, spossata dall'emozione, che

ricominciava lo stordimento: a tavola, come il servizio s'inoltrava,

tutti avevano delle cere gioconde, i discorsi s'incrociavano da un

capo all'altro, gli augurii, i commenti; poi, come arrivò gente, tutti

passarono nel salone. Adesso, ella era nuovamente animata; aveva preso

poco cibo, ma il vino di sciampagna le dava alla testa. Il suo trionfo,

in mezzo alla festa, era completo, assoluto: ella si conteneva un poco,

perchè il brio vivace non le pareva _de mise_. Guglielmo, dopo aver

fatto un giro con lei, la cedè agli altri giovinotti con la miglior

grazia del mondo.

Sopravvenivano altri invitati, ella era costretta a traversare

continuamente il salone, accompagnando le signore, andando a salutare

le amiche che le facevano cenno da lontano. Ad un tratto si vide

dinanzi la Sartana, che le tendeva le braccia, sorridendo. Ella si

guardò istintivamente intorno: Enrico, in fondo al salone, parlava

allegramente con suo marito, stringendogli la mano; poi s'avanzò verso

di lei.

Ella chinò un poco gli occhi, dicendosi mentalmente: «Coraggio! Ci

siamo!...» e come le fu vicino, lo guardò in viso.

Egli disse, stringendole la mano:

— Posso presentarle anch'io le mie congratulazioni?

Ella strinse forte la sua mano, rispondendo:

— Sono fra le più gradite!

Un momento, rimasero guardandosi; la fisonomia di lui prendeva adesso

un'espressione di sottile ironia.

— Vi rammentate — riprese, piano — degli augurii che un tempo voi

credeste di farmi?... Come sono mutate le circostanze, e come sono

invertite le parti!...

Ancora, ella chinò gli occhi. Disse, senza rialzarli, guardando

l'anellino nuziale lucente al suo dito:

— Se vuole essermi amico, non parli di questo, la prego... Pensi... che

è troppo tardi, che io non potrei più ascoltarla.

Il giovane fece col capo, col braccio, un gesto di consenso.

— È vero; mi perdoni. — Poi aggiunse, rapidamente: — Ciò non impedisce

che io soffra, che domani sera...

Col seno allevato dal respiro frequente, ella alzò uno sguardo severo

su di lui. Egli tacque. Per fortuna, nessuno era intorno a loro; e,

malgrado i pericoli di quella spiegazione, ella vi trovava un fascino

arcano, era come ammaliata da quella romanzesca fatalità.

Il giovane chiese:

— Mi accorderà una danza?... — ma, prima che ella rispondesse,

soggiunse: — No, non voglio...

— Come le piace!

Della gente adesso s'appressava; ella gli disse:

— M'offra il suo braccio, m'accompagni di là...

Come furono un istante soli, egli riprese:

— Mi dà un bocciuolo di quei fiori?... — e guardava il fior d'arancio

olezzante sul suo seno.

Ella esitò un istante; poi staccò un fiorellino e glie lo porse.

Il turbine della festa la riprendeva. Ella era pentita d'avere

accondisceso a quella strana richiesta; poi si diceva, con un sorriso

che non sapeva bene donde le venisse: «Povero ragazzo!...» E gli eventi

rapidi, incalzanti, straordinarii, la stordivano, le davano il bisogno

d'un istante di quiete, di solitudine, di raccoglimento.

Quando tutti furono andati via, Guglielmo si congedò anche lui. Lo zio

esclamò:

— Pazienza; ancora ventiquattr'ore!

Ella accompagnò suo marito fino all'uscio. Egli la strinse forte, le

pose sulla bocca dei baci umidi.

— A domani!

— A domani...

Tornò a lenti passi, con le braccia pendenti lungo i fianchi, piena

della vaga paura dell'ignoto, del mistero che l'attendeva. Sua zia

l'accompagnò nella sua cameretta; ella pensava che forse le avrebbe

detto qualche cosa.

La zia diceva:

— Se fosse qui tua madre!... Che consolazione sarebbe per lei... Le

dorrebbe di perderti, sì; ma noi donne siamo destinate a questo... Ci

siamo passate tutte... Tu puoi chiamarti fortunata... hai un marito

giovane, con un bel nome, in una posizione invidiata... Dipende da te

ch'egli ti voglia bene e ti faccia felice... sai che i mariti sono come

noi ce li facciamo... tutto dipende dall'accortezza, dalla prudenza

della donna... Tu potrai molto su di lui, vedrai!...

Sì, ella avrebbe contato su di sè stessa, sulle sue forze per

guadagnarsi il cuore di suo marito; ma come più il momento in cui ella

avrebbe dovuto assumersi questa missione si avvicinava, ella sentiva

la propria debolezza, la passività impotente del suo sesso, la sua

ignoranza del mondo — e la forza dell'uomo, la forza della sua volontà

e dei suoi muscoli... Ella si rannicchiava, paurosa, rabbrividendo, nel

suo verginale lettuccio sul quale non avrebbe più riposato, correndo

con la mente da un ricordo ad un altro, rivedendo in una successione

tumultuosa tutta la sua vita: Milazzo, le sue povere morti, delle

scene perdute in fondo alla memoria e che si ricostruivano a un tratto

in tutte le più minute particolarità. Riapparivano le figure degli

adolescenti che ella aveva creduto di amare; la voce di Enrico Sartana

le risuonava ancora all'orecchio. Come nulla accadeva di quel che

si era previsto! Chi le avrebbe detto, sei mesi fa, che ella avrebbe

sposato Duffredi? Non lo conosceva neppure! Il ricordo di Luigi Accardi

non le diceva più niente; un tempo, non aveva creduto possibile pensare

ad un altro uomo! Però, un principio di tristezza la invadeva. La vita

tanto sognata sarebbe cominciata fra breve, nondimeno una specie di

rammarico accompagnava l'agonia della vita da cui aveva voluto uscire.

Perchè dunque questo scontento? Avrebbe forse voluto tornare indietro?

La sua mamma, la sua sorellina pregavano in cielo per lei?..

Il giorno seguente, il cielo apparve tutto velato da una bassa cortina

di nubi. Ella tentò di reagire contro l'oppressione di quel grigio

che si aggiungeva all'oppressione del suo spirito. Si dava l'ultima

mano alle casse, alle valigie: dalla sua camera venivano fuori tanti

oggetti minuti a cui ella non aveva pensato e che restava a considerare

un poco, senza sapere che farne. Stefana glie ne chiedeva, come dei

ricordi; Miss anche lei. Ella non sapeva quale simpatia trovasse

ora nel viso severo, quasi duro di Miss, che le aveva destato un

tempo tanta avversione. La vecchia governante partiva fra giorni per

l'Inghilterra: chi poteva dire se si sarebbero riviste più?... Si

parlava poco; di tanto in tanto qualcuno faceva delle osservazioni

che restavano senza risposta. Alle undici, ella andò a passarsi la

toletta grigia da viaggio; un'ora dopo venne Guglielmo, pronto anche

lui per la partenza. Si aspettava, per andare a colazione, l'arrivo di

Linguaglossa. Egli tardava; ad un tratto arrivò, pallidissimo in viso,

con lo sguardo smarrito.

— Che cos'avete?

— Che disgrazia terribile!... Matilde Gerosa... giù dal balcone...

morta... sfracellata sul colpo...

Della gente lo circondò; egli rispondeva piano alle domande di cui

l'assediavano. Però ella udì ancora:

— Suo marito... scoperto tutto... le lettere...

Sentì un gran brivido di freddo passarle pel corpo; e nel súbito orrore

che la invase, vide quasi il cadavere informe giacente attraverso la

strada, sbarrarla, sbarrare tutte le strade che ella doveva percorrere.

Allora, il suo terrore dinanzi a quella vita ignota, misteriosa, che

per lei si schiudeva e che per la disgraziata finiva in quel tragico

modo, contro le lastre taglienti del marciapiedi, crebbe talmente,

che ella credette un istante di svenire. Sola, ella si sentiva,

sola oramai, perduta, più sola dinanzi a quello sconosciuto seduto

silenziosamente al suo fianco, che se le fosse realmente mancata ogni

compagnia. E come il nonno, alzandosi, fece un segno, ella si afferrò a

lui, alla zia, convulsa, come sul punto di annegare, con un istinto di

salute che le suggeriva un grido represso: «No!... non voglio!... non

voglio andare... Pietà!...»

Ella sentiva adesso qualche cosa di caldo sulla sua mano: le labbra di

Stefana, che baciavano la mano fredda e tremante.

— Qui!... qui!...

E buttò le sue braccia attorno al collo rugoso della povera serva,

si strinse al cuore il suo capo devotamente piegato, la baciò sulle

guancie.

— Zia!... Miss!...

Degli abbracci, ancora, degli augurii, dei saluti a tutti, dei ricordi

per gli assenti, come per una separazione eterna, come per una morte.

Le carrozze partivano scalpitando, le cose sfuggivano come in sogno;

ella avvertì a un tratto l'aria del mare che le colpiva la fronte

infiammata.

— Addio!... Addio!... Buon viaggio!... A rivederci!....

La barca si dondolava sul mare leggermente mosso; ancora dei saluti,

ancora dei baci. Dalla riva, i restanti agitavano i fazzoletti. Ella

dava libero sfogo alle lacrime mute, salutando. Guglielmo guardava

verso il largo, verso il vapore. I remi battevano forte sugli scalmi,

in cadenza.

L'Illusione · 第 16 / 39 题