— Non la sposo... a costo di dare un dolore a mia madre... Era lei che
avrebbe voluto... Voi sapete che io non posso disporre del mio cuore...
— No, non lo so... — rispose ella, senza lasciarlo cogli occhi,
sollevando il capo, intanto che i fiori le cadevano di mano.
— Ve lo dico io, se non lo sapete... Il mio cuore è vostro.
Chinatosi rapidamente, raccolto il mazzo pel gambo ancora tutto caldo
della mano di lei, lo aveva baciato religiosamente. Ella non udiva più
che il battito sonoro del cuore, il martellar frequente delle tempie.
Un raggio di sole, filtrando attraverso il denso fogliame, si posava
sulla testa di lui, oro sopra oro; dei cinguettii d'uccelli scoccavano
rapidi e brevi come baci.
— Teresa, voi non potete augurarmi la felicità — continuava il giovane
— potete darmela!... Io sono pronto a sfidar tutto e tutti... ma se voi
mi sostenete, se non mi abbandonate!...
Allora, con gli occhi quasi lacrimosi, ella disse:
— Ah, son io che v'ho abbandonato?
— Sì, sì... avete ragione... Accusatemi! Sono senza scusa!... Ma ora...
Sentite: vicino a voi, per sempre!...
Egli le aveva appena presa una mano, che delle voci chiamarono:
— Teresa!... Teresa!...
— Eccomi... son qui...
Sciolta dalla sua stretta, ella correva incontro alle compagne, ebbra
e folle di gioia. Erano dei torrenti d'oro che il sole declinante
riversava, rutilando, dietro il fogliame, sui viali del giardino; fiumi
di diamanti che i viali sabbiosi facevano riscintillare; una nuova
vita che la brezza marina, appena levatasi, faceva scorrere nel suo
sangue. Ella abbracciava fitta fitta la sua Giulia, batteva le mani,
scoppiava a ridere, si diceva mentalmente: «Siamo serie!» ma riprendeva
a sorridere, ad aggirarsi, a parlare, insofferente dell'immobilità e
del silenzio, sentendosi struggere quando Enrico levava gli occhi su di
lei, gli occhi pieni di fiamme e di carezze, gli occhi di chi era per
sempre suo!...
Era suo, infatti! Adesso egli riprendeva a prodigarle, più di prima,
attenzioni grandi e piccole, a starle intorno, a trovarsi da per tutto
dove ella andava, a non andare dov'ella non era, a non vivere che per
lei. Non poteva più parlarle da solo a sola, come quella volta; le
mormorava soltanto qualche parola tenera, le stringeva di nascosto la
mano; ma questo le bastava perchè il suo cuore continuasse a vibrare
come quel giorno benedetto, perchè una gioia suprema illuminasse
tutta la sua vita. Adesso tutte sapevano le assiduità di lui, tutte
alludevano al coronamento felice di quell'amore, anche la zia e lo zio
dimostravano ad Enrico una premura, una preferenza, come se egli fosse
già il fidanzato, come se non mancasse altro che una formalità perchè
tutti lo riconoscessero tale. Il rancore delle sue nemiche, della Leo,
della Carduri, della Máscali, era anch'esso un segno della sua fortuna.
Dicevano che dopo averla conosciuta bene, Enrico si sarebbe pentito,
perchè lei era incostante, pericolosa, troppo avida di piaceri,
incapace di far felice un marito. A quei giudizii malvagi, a quegli
augurii funesti, ella scrollava il capo: erano dettati dall'invidia,
non riuscivano a turbare il suo contento. Ella viveva d'una vita
intensa, come in sogno, col cuore pieno d'una sola idea; tutte le
impressioni che riceveva dileguavano, svanivano nella beatitudine di
sapersi amata, nella previsione di un bene più grande. Nel ridestarsi
dopo una sera passata accanto a lui, le sue labbra si schiudevano
naturalmente al sorriso, pensando alle dolcezze passate, alle dolcezze
avvenire, a quella sua sospensione in un gaudio continuo. Talvolta,
ella faceva suonare il suo nome futuro: «Baronessa di Lerma... Teresa
Sartana di Castrovecchio...» più tardi «Duchessa di Castrovecchio...»
si vedeva già _dame_, con degli abiti _à traine_, scollati, con dei
gioielli sfolgoranti, o in abiti da camera dal taglio ampio, dalle
maniche larghe, dalle ricche trine; o in costumi da passeggio, serii,
con dei cappellini chiusi, degli ampli nastri formanti un grosso nodo
sotto un orecchio... Poi vedeva la sua casa: un quartiere nel palazzo
Sartana, ma rimesso a nuovo, con una _victoria_ dai cavalli _piaffant_
sul selciato del cortile; poi il suo salotto, il suo _boudoir_, dove
le sue amiche sarebbero convenute per il _five o' clock_... e poi
dei viaggi, Roma, la Corte, Parigi in lontananza, anche Londra, le
corse, gli spettacoli... E poi il suo ritorno a Palermo, le novità che
avrebbe portate per la prima, il successo che avrebbe avuto, l'autorità
che avrebbero acquistato i suoi giudizii... Perchè tutto questo si
realizzasse, che cosa mancava? Nulla! Una visita della principessa, una
lettera al babbo che era a Parigi, una lettera al nonno...
Il nonno arrivò come un fulmine, senza un annunzio: una scampanellata
violenta, e un'irruzione col cappello in testa, con un sacco da notte
buttato malamente in un canto.
— Nonno!... Nonno!... Che bella improvvisata!...
— Dov'è tua zia?... Dov'è quell'altro?... Ne fanno delle belle!... Si
può sapere dove sono?... Non c'è nessuno in questa casa?... Adesso ci
penso io!... Ah, siete qui?... Tu va' via: ho da parlare...
E spintala per una spalla, chiuse l'uscio. Il suo primo stupore
diede luogo ad uno smarrimento, ad una paura crescente d'istante in
istante. Si trattava di lei! Parlavano in quel momento di lei, del suo
matrimonio, del suo avvenire! Ed ella non doveva saperne nulla! doveva
esser messa alla porta, così, come una cameriera!... Risolutamente,
corse all'uscio più vicino. Si udivano, a intervalli, le parole
concitate del nonno, delle frasi spezzate, con dei silenzii e delle
riprese più vivaci:
— A tradimento?... Ah, queste cose?... Ed io che dormivo tranquillo...
Sissignore, lo avevo detto, vi avevo pregato... È uno spiantato, non
hanno più nulla, corpo del diavolo, volete capirlo?... Debbo pensarci
io!... La marito da me... Chi voglio io!... E se non era un amico che
m'avvertiva!... La porto via, subito subito.... Questa la vedremo!...
Cosa vi siete messo in capo?... Tante grazie!... Mi faccio tagliar la
testa, piuttosto... Neanche un centesimo: do tutto a un ospedale... Vi
dico che la vedremo!...
E se ne andò, facendo sbattere gli usci, come una furia.
— Che cosa è stato? — chiese ella, entrando.
Lo zio, indignato, riferiva l'opposizione violenta che veniva a fare a
quel matrimonio, le minaccie che aveva profferite.
— È un villano! Questo non è il modo!... Si vede proprio che è un
villano...
— La quistione è un'altra; se dice di no, sarà di no!...
— Ed io non conto? — proruppe ella.
— Tu... tu... Non lo conosci! Che cosa vuoi fare?
— La vedremo!...
E come il nonno, tornato verso sera, le diceva, con una voce che si
studiava di parer calma:
— Sono venuto a prenderti... Andiamo a Milazzo...
— Perchè, nonno? — gli rispose, tranquillamente — Cosa vuoi che venga
a farci?
— Perchè così mi piace! — esclamò lui. Poi riprese: — Perchè succedono
delle cose graziose, mentre io sto lontano... perchè i romanzetti li
tolgo io dal capo alle persone...
— Io non ho romanzi pel capo, nonno...
— Ah no?... Tanto meglio!... Allora tornerai a casa, hai capito?...
dove non c'è il rischio di incontrare degli scapestrati che danno la
caccia alle doti...
— Nonno!...
— Eh?... Ah, tu credi che quel rompicollo ti venga dietro pei tuoi
begli occhi?... Sono i quattrini miei che l'attraggono... Ma starà
fresco, starà... Degli spiantati!... una famiglia che non si regge più
in piedi!... E i miei quattrini debbono servir per loro?... Sposalo
dunque, ma se aspettate che io dia un soldo!...
Ella disse:
— Che cosa importa! Io gli vo' bene.
— Ah, gli vuoi bene, stupida che sei?... Cosa vuol dire che gli vuoi
bene, stupidaccia?... Te lo farò veder io, il bene... Ma se va dietro
ad un'altra, mentre ti tiene a bada, a un'altra che è più ricca di te?
Se ogni giorno lui e sua madre si mettono a fare i conti delle doti,
per vedere qual'è il pezzo più grosso?
— Questa è una volgare malignità.
— Ah! ah! ah!... Bravissima! mi piace, _la volgare malignità_... Dove
le impari queste frasi? È una malignità che sua madre fa la corte
ai Pini, che suo zio tiene a bada la Barbagallo, e che giuocano con
tre, con quattro mazzi di carte? Ah, tu credi che ti voglia bene,
stupidaccia?
E piantò tutti un'altra volta.
Ella scoppiò in pianto, ma un odio violento contro quel vecchio
cattivo, malvagio, che calunniava in tal modo la gente, arrestava
le sue lacrime. Non credeva una parola di quella calunnia atroce;
attestava all'imagine di Enrico che niente avrebbe scossa in lei la
fede salda, cieca, di cui egli era meritevole. Adesso, con gli zii,
non si parlava d'altro che del da fare, del modo di resistere a quel
vecchio ostinato. Lo zio era irritatissimo, parlava di non riceverlo,
incoraggiava la sua passione; la zia pareva cominciasse a dubitare. Ma
ella si diceva che mai avrebbe accolto il dubbio indegno. Però Enrico
avrebbe potuto farsi vivo, prendere un'iniziativa, forzare la mano
di sua madre, scriverle una parola di conforto! Invece era il nonno
che, senza farsi più vedere per alcuni giorni mandava un suo amico,
don Gaetana Linguaglossa, a ripetere, con belle maniere, il dispiacere
che quell'_intrigo_ gli procurava. Don Gaetano che parlava pianissimo,
masticando le parole, come dietro un confessionale, aggiungeva le sue
riflessioni: quello che il nonno aveva fatto per questa nipote, il bene
che le voleva, le buone ragioni che doveva avere per opporsi a quel
matrimonio.
— Perchè... veramente... veda bene... la casa Sartana non è più la
stessa d'un tempo... niente affatto!... e una grossa dote soltanto la
può salvare... La signorina è molto ricca; ma non basta, veramente... E
la principessa madre ha messo gli occhi altrove, veda bene!... Non dico
pel giovanotto, certamente... ma anche lui bisogna che ci pensi, in fin
dei conti!...
Poi tornava il nonno, ma senza parlar di nulla, imbronciato però,
irascibile con tutti, freddissimo con lei. Se aspettava di vederla
piegarsi! Ella non diceva nulla, certa che Enrico avrebbe smentite
quelle infamie. Avrebbe voluto rivolgersi a suo padre, scrivergli di
tornare a Palermo, per sostenerla, per assicurare la sua felicità; ma
suo padre non rispondeva da tre mesi ad una lettera d'augurii, non si
era mai curato di lei, l'avrebbe ancora lasciata senza risposta!
Talvolta la risoluzione di vestirsi e di andare in casa di Enrico,
accompagnata da Miss o dalla cameriera, o anche sola, la prendeva
come un bisogno irresistibile. Che le importava delle conseguenze,
della compromissione! Tanto meglio! Lo amava, e voleva dargli una
prova dell'amor suo!... Bisognava credere che lui non sapesse nulla
degli ostacoli sopravvenuti, altrimenti non avrebbe aspettato tanto a
decidersi!... No, li sapeva: Linguaglossa aveva almeno detto d'essere
stato a parlare con la principessa. Allora?... Poteva dunque esser vero
che egli non si decideva? che faceva dei calcoli vili? che mentiva?...
No! no! Ella quasi gridava _no!_ nella ribellione di tutto il suo
spirito. Non poteva esser vero, non era!... Ma allora?... E un giorno,
entrando dalla zia, la sorprese mentre esclamava: «Povero ragazzo!»
Ella portò le mani alle tempie, sbarrò gli occhi, vedendolo ucciso,
morto per lei!...
— Zia!... In nome di Dio, la verità...
— Non è nulla!... — rispose la zia. — Lo hanno costretto a partire.
— Partito?...
— È partito... lo hanno allontanato... i suoi parenti...
Ella vacillò, stese le mani e cadde.
Quando riaprì gli occhi, tutti le erano intorno, a prodigarle delle
cure, a confortarla. Partito? Andato via? Tutto finito? Senza una
lettera, senza una parola? Perchè? Chi lo aveva forzato? Il suo
cuore sanguinava come quello di lei? O non pensava più a lei, si era
rassegnato facilmente, correva ad altri amori, ad altre donne?... E si
mentiva con quel viso? Ma v'era forza che poteva costringere un uomo a
rinunziare ad un grande amore?... Qual'era la verità?... Non avrebbe
mai potuto saperla?... E avrebbe dovuto vivere sotto quel cielo che
egli non mirava più?... Oh, mai, mai!...
Così, due giorni dopo, s'imbarcò col nonno per tornare a casa.