Talvolta gli zii, senza parlare precisamente di matrimonio, le
chiedevano chi preferisse fra tutti i giovanotti che le stavano
attorno.
— Nessuno! — rispondeva, tra le denegazioni incredule e certi sorrisi
d'intelligenza che marito e moglie scambiavano.
— Vediamo: Bracciaferri?...
— _Cosa?... Per bacco: bell'animale!... Sfido io!... Chi, l'aiutante
maggiore? un carambolaio!..._
— Sibiliano, allora?...
— Già, per fargli la pappa...
— San Demetrio?
— Ah, quello sì, davvero!... Molto elegante, molto _soigné_!... coi
calzoni sotto i tacchi, i capelli sul bavero... Brrr!...
— Insomma, non c'è proprio nessuno che sia degno di te?
— E a voi che cos'importa? Avete fretta di mandar via la vostra
nipotina?
Con due baci e due salti la scena finiva, salvo a ricominciare qualche
tempo dopo. Però, essi non le parlavano mai di Enrico; avevano soltanto
delle reticenze, dei sorrisi d'intelligenza, come per significare:
«Sappiamo! sappiamo!...»
Un giorno, ricominciando la solita litania, la zia le disse a
bruciapelo:
— Ed Enrico Sartana?
— Chi, San Giorgio cavaliere? — rispose subito lei, piegando un poco il
capo, atteggiando il viso a bellezza insipida.
— Eh! eh!... — tossicchiò lo zio.
— Perchè?... — chiese lei arrossendo un poco.
— È proprio San Giorgio cavaliere?... Ti è assolutamente indifferente?
— Assolutamente.
— Così, se ti domandasse, lo rifiuteresti?
Ella non rispose, la zia non insistè. Non poteva rispondere, col cuore
gonfio di tenerezza e di rimorso. Egli l'amava! La chiedeva in isposa:
era chiaro! Non lo aveva ancora detto a lei, aspettando di parlarne
prima ai parenti: un pensiero del quale ella apprezzava tutta la
delicatezza, pel quale doveva essergli grata! La madre di lui non la
trattava già con maggiore effusione, non la chiamava: _figlia mia?_...
Allora, ella doveva maritarsi? Era dunque giunto il tempo in cui
sarebbe davvero entrata nella vita?... Lo aveva aspettato tanto; adesso
era giunto! La proposta della zia suonava per lei come una rivelazione.
Ella si vedeva già fidanzata, già sposa: passato e presente
s'inabissavano lontano; una nuova esistenza, un nuovo orizzonte le
si schiudeva dinanzi. Ella lavorava ad imaginare tutto quello che le
sarebbe accaduto, sospingeva col desiderio il corso degli avvenimenti,
dimenticava la realtà circostante — e ritrovandosi a un tratto in mezzo
ad essa, fra le parenti che non parlavano più di domanda, tra le amiche
garrule o indifferenti, dinanzi a Enrico che non diceva ancora nulla,
comprendendo di essersi troppo affrettata a costrurre un edifizio
sopra una semplice supposizione, sentivasi presa da una stanchezza
sfiduciata, da un principio di disgusto. Odiava i giorni monotoni che
non le portavano nessuna emozione, che scorrevano per lei come per
tutti gli altri. Ella si sentiva fatta a un modo diverso dal comune,
si sentiva destinata a qualche cosa di alto e di grande. Chi aveva un
cuore come il suo? Chi poteva comprenderla?
Le altre parlavano ad ogni momento della loro dote; e prima di dar
retta a qualcuno, volevano sapere se era ricco, e quanto; a lei sarebbe
parsa la profanazione di tutto il suo ideale, un simile calcolo.
E quando seppe che la casa Sartana non era più solida come prima,
Enrico gli parve più interessante: avrebbe voluto dirgli: «Io sono
ricca per due: ciò che è mio non è tuo?...» Invece, egli le tornava
dinanzi per tentare qualcuno dei suoi soliti epigrammi! Ella rispondeva
freddamente, con un disprezzo superiore, intanto che si sentiva
struggere d'amore disconosciuto, intanto che avrebbe voluto dirgli:
«Perchè mi tratti così? Guardami, leggimi nell'anima!...» Per vendetta,
si volgeva nuovamente a Platamone; ma costui, dopo esserle stato una
serata intorno, parlava di tornarsene in Germania, di stabilirsi a
Vienna, perchè si annoiava a Palermo, dove non c'era nulla da fare,
nulla che lo trattenesse... E se lei fosse stata realmente presa dalle
sue assiduità, dagli sguardi languidi che le rivolgeva? Anch'egli
dunque mentiva? Non vi era proprio nessuno a cui potersi fidare?
Ella non poteva nemmeno contare sulle amiche: Giulia, contenta di
Toscano che ogni quindici giorni aveva un'avventura, non capiva il suo
scontento; Bice Emanuele era sempre un po' isolata nel suo idealismo,
la Sortino le pareva un po' troppo volgare per comprenderla; Enrichetta
Geremia, fidanzata con Balsamo, era come perduta per tutte; e le altre,
le maligne, quasi avessero compresa quella freddezza sorta fra lei ed
Enrico, non si lasciavano sfuggire nessuna occasione di notarla, di
alludervi, intanto che le protestavano affezione ed interesse. Ella
lasciava dire, studiando di non tradirsi; quando un giorno in casa
della Carduri, vide la Leo che confabulava in un gruppo di compagne. Al
suo appressarsi, colei smise di parlare, come imbarazzata.
— Che dicevate di bello? — chiese ella, appoggiandosi al braccio di
Giulia.
— Nulla... una notizia di matrimonio...
— Ah, sì?... E chi sposa?
— Sara Máscali... ma sai, non è ancora ufficiale... una cosa che si
dice... Io l'ho saputo da mia cugina.
— E lo sposo?... — insistè lei, intanto che le gambe le si piegavano.
Rosa rispose, evitando di guardarla:
— Dicono, Enrico Sartana.
La sua vista s'annebbiò come se tutte le sue vene si fossero vuotate
di sangue. Sentiva morirsi, appesantirsi sul braccio di Giulia; ma
nell'abbandono di tutte le sue forze, la paura di lasciarsi scorgere la
sosteneva.
— Una bella coppia! — disse, componendo le fredde labbra a un sorriso,
intanto che ansimava, che il cuore le si schiantava. — Sarà una bella
coppia!
Giulia la condusse dinanzi a una finestra.
— Soffri?... — le chiese amorosamente.
— Io? No... Perchè dovrei soffrire?
Ma non udiva nulla di tutto quello che si diceva intorno, sentiva un
rumorìo confuso nelle orecchie, un freddo serpeggiante a brividi per
la schiena, e quando finalmente si trovò sola, nella sua cameretta,
si chinò sul suo letto, affondò il viso sui guanciali e scoppiò in
pianto. Adesso nessuno la vedeva; adesso la sua disperazione poteva
liberamente prorompere. Delle parole rotte, perdute tra i singhiozzi,
le salivano alle labbra: «Come?... Perchè?... È dunque vero?...» Che
cosa aveva fatto a colui? Come aveva meritato quel tradimento? Se egli
non l'amava, perchè le aveva tolta la pace? Se l'amava, perchè sposava
quell'altra? Perchè non le aveva mai detto una sola parola?
— Mio Dio!... Mio Dio!...
Rialzatasi, passatasi una mano sugli occhi, ella restava a guardar
fiso in un punto, come abbacinata: no, no: nulla poteva spiegare quella
doppiezza, quel tradimento... nulla, fuorchè la malvagità, il calcolo
vile!... Quell'altra non era più ricca di lei? più ricca d'assai?...
Era dunque per questo! Non poteva esser che questo!... Ed ella si
disperava per un tal uomo? E se pure lo aveva amato, l'amor suo non
finiva, non moriva dinanzi alla rivelazione di un animo così vile?...
Ah, sciocca! ah, sciocca!... E adesso, passeggiando su e giù per la
camera, si stringeva una mano con l'altra, forte, fino a farsi male,
si premeva una tempia, arrestavasi tratto tratto a battere i piedi,
fremente, convulsa, con un riso amaro che le increspava le labbra.
Voleva ridere, voleva sghignazzare, voleva metterselo sotto i piedi,
dal disprezzo... No! no! no! Disprezzarlo sarebbe stato ancora pensare
a lui; egli avrebbe trionfato! Non curarlo voleva; dimenticarlo,
annientare la sua memoria, guardarlo come si guarda un estraneo, il
primo venuto, la folla!...
Però la sua indifferenza, il suo scetticismo, non la difendevano
da un'ansia secreta, tutte le volte che al passeggio, a teatro, in
società, ella s'aspettava di vederlo apparire. E adesso egli era
diventato invisibile. Era andato via, o passava il suo tempo accanto a
quell'altra?
Lo scorse improvvisamente, un pomeriggio di domenica, alla villa d'Alì,
dove s'eran dato convegno tutte le conoscenze della principessa, per
festeggiarne il natalizio. Come faceva molto caldo, la principessa
riceveva in giardino, all'ombra delle acacie: le signore sedevano sulle
poltroncine di ferro disposte attorno a una gran tavola di marmo; gli
uomini erano in piedi, accanto alle dame, o raccolti in gruppi; le
ragazze smarrite pei viali a coglier fiori, a inseguirsi, intanto che
dei camerieri circolavano, con dei vassoi pieni di dolci, con delle
caraffe di liquori e di rosolii splendenti come enormi blocchi di
topazii, di rubini e di zaffiri, con dei boccali d'acqua ghiacciata
imperlati di brina. Vinta da una secreta oppressione tra l'allegro
cicaleccio delle compagne, sotto gli sguardi ammiratori degli uomini,
ella s'era forzata a fare come le altre, a ridere, a scherzare,
a procurarsi un principio d'ebbrezza, vuotando uno dopo l'altro i
minuscoli calici di cristallo; poi, vedendo Giulia che sfogliava
una margherita doppia, le strappò di mano il fiore, continuando a
sfogliarlo lei stessa dei petali rimasti.
— Non t'ha amata... non t'ama... non t'amerà... Non t'ha amata... non
t'ama... Grulla, hai visto?
E l'aveva piantata, mettendosi a cogliere dei lillà, dei ciuffi di
vainiglia... A un tratto, svoltando dietro il viale delle palme, scorse
Enrico Sartana.
— Oh, voi!...
Non aveva saputo frenare l'istintiva esclamazione Egli le stringeva
intanto la mano libera di fiori, e guardandola negli occhi diceva:
— Da quanto tempo non ho più il piacere d'incontrarla!...
— Sì, davvero... — rispose lei, tutta intenta a comporre il suo
mazzo. — Sono lieta però di vedervi; così, posso farvi le mie
congratulazioni...
— A proposito di che?
— Ma, del vostro fidanzamento!... So che sposate una bella signorina,
una mia amica... Scusate, quella vainiglia... Grazie!... Vi auguro di
tutto cuore ogni felicità.
Ella non sapeva come tutte quelle parole le uscissero dalle labbra; il
fuoco dei dolci liquori, il profumo di quei fiori l'avevano esilarata;
la vista di lui finiva di rimescolarle il sangue, di turbarle la mente.
Raccolta la vainiglia e presentatala a lei, Enrico disse guardando quei
fiori e quelle mani con una espressione appassionata:
— Non posso esser felice con chi non amo.
Una risata argentina le gorgogliò in gola.
— Allora, scusate, fate male a sposarla!
— Infatti, non la sposo.
— O dunque?...