VI.

Erano tristi pure i primi giorni di Palermo, ma d'una tristezza

diversa. Anche a restare in casa, il frastuono della città, il

movimento che si sorprendeva dalle finestre, il succedersi dei visi

nuovi procuravano delle distrazioni involontarie. Poi, col nonno,

quantunque fosse tanto buono, ella non si poteva intendere così bene

come con la zia.

Le condizioni della sua salute richiedevano che ella facesse molto

moto; così la mattina a buon'ora andava fuori; giravano a lungo pei

negozii, o si facevano lasciare in carrozza al Giardino Inglese,

all'Olivuzza, ai Quattro Canti di campagna, donde ritornavano a piedi.

La morta era sempre fra loro; però non ne parlavan mai. Ella non

voleva lasciare il lutto: sapeva che dopo sei mesi avrebbe potuto

smettere quello grave, ma contava di portarlo per degli anni, per

sempre. Sorrideva tristamente, quando si guardava allo specchio, quando

apprezzava, senza volerlo, il risalto che le vesti nere davano alla

sua carnagione rosea, ai suoi capelli d'oro. Le pareva che quella

salute, che quella bellezza fossero un'irriverenza verso la sua povera

sorellina morta: avrebbe voluto che il suo viso esprimesse ciò che il

suo cuore sentiva; provava un senso di contrarietà quando si sentiva

ripetere che aveva un aspetto fiorente.

Suo padre viaggiava in quel momento; quando tornò s'incontrarono

ancora; un giorno ella andò a desinare da lui, Miss non aveva più la

consegna d'opporsi. Ma in presenza della donna che aveva fatto soffrir

tanto la sua mamma, che aveva distrutta la sua famiglia, ella sentì

risvegliarsi il rancore antico. Colei le prodigò delle carezze, delle

moine; ella restò tutta fredda sotto quei baci. Suo figlio, che adesso

aveva sette anni, era un ragazzo malavvezzo; fece mille monellerie,

guardandola di traverso; a lei non entrava in mente che fosse suo

fratello. Il babbo era sempre così compito e così contenuto come un

estraneo, e le dava tanta soggezione che, potendo, ella evitava di

tornare in quella casa.

La zia era molto legata con la contessa di Viscari; la figlia di lei,

Giulia, le ispirò una simpatia istintiva; dopo pochi giorni strinsero

amicizia. Giulia era bruna, alta, un po' irregolare in viso; ma piena

d'espressione, vivace, briosa; ed elegante, aristocratica fino alla

punta dei capelli. Ella sognava di farsene un'altra sorella; e a poco a

poco il suo sogno si mutava in realtà. Malgrado la sapesse venuta dal

fondo d'un paesuccio di provincia, Giulia le chiedeva dei consigli,

faceva un gran conto dei suoi giudizii: si scoprivano dei gusti

identici, gli stessi ideali. Però le lodi che l'amica le prodigava

per la sua bellezza, per la sua coltura, pel suo spirito, non la

rassicuravano molto; ella guardava le altre signorine della società

palermitana con una timidezza secreta, pensando che dovevano essere

tanto superiori a lei.

— Come t'inganni! — esclamava Giulia. — Ti farò conoscere io una che fa

per te.

Era Bice Emanuele: una ragazza pallida, malinconica, senza mamma

come lei. Ma quanto buona e intelligente! Tutt'e tre, si giurarono

un'amicizia eterna; più tardi, Enrichetta Geremia, la figlia del conte

di Tolosa, entrò nella loro piccola _côterie_. Ella voleva a tutte un

bene dell'anima; soffriva e gioiva per esse più che per sè stessa:

imaginando la morte di una di quelle dolci compagne, si diceva che

avrebbe portato il lutto come per una sorella.

Quando non era con le amiche, ella passava il suo tempo studiando.

Non s'era trovato ancora un professore di lettere; venivano invece i

maestri di musica e di disegno. Per riposarsi dallo studio, lavorava

con la zia a dei minuti ricami, alle _frivolità_.

Lo zio leggeva continuamente dei romanzi che mandava a prendere da un

gabinetto di lettura o che gli prestavano i suoi amici. Ve ne erano

degli antichi in uno scaffale confinato in una retrostanza; ma la zia

le aveva proibito di toccarli. Per un certo tempo ella obbedì; poi la

tentazione fu più forte; non poteva mica restare le intere giornate

a pianoforte, o dinanzi al cavalletto, o a ripassare con Miss delle

lezioni che sapeva a memoria. Prese così qualcuno di quei volumi e lo

divorò di nascosto.

Vi erano i _Tre Moschettieri_, in francese, un'edizione a due colonne

con delle illustrazioni in legno. Restò come intontita da quella

lettura; per un pezzo, in tutti gli uomini che vedeva cercava delle

rassomiglianze con qualcuno degli eroi del libro. Che simpatia!...

Però, Porthos era un poco volgare e Aramis infinto, quantunque avesse

una gran cura della propria persona — ed ella provava a tener le mani

alzate, per farle venire più bianche, come faceva il moschettiere.

D'Artagnan sarebbe stato il più simpatico senza certe cose un po'

troppo buffe: e lei non voleva ridere. Athos, nobile, cavalleresco,

malinconico, aveva tutte le sue preferenze. Ella pensava che vi

dovessero essere ancora degli uomini così disinteressati, così arditi,

così eroici, sempre pronti a metter mano alla spada, a sfidare ogni

pericolo, per il sorriso d'una donna, per un capriccio, per una

fantasia... Vi erano dei volumi di Paul de Kock; li aveva letti

ridendo, buttandoli poi in un canto, indispettita contro sè stessa.

Non glie ne rimaneva nulla, tranne la seduzione della vita parigina.

Aveva messo le mani sopra _Giuseppe Balsamo_ e sopra il _Conte di

Montecristo_, la sua meraviglia, il suo piacere crescevano a dismisura;

ella viveva di quelle letture, dimenticava per esse le amiche, le

distrazioni, l'appetito. E i _Misteri di Parigi!_ I _Miserabili!_ Però

la parte filosofica di questo romanzo le seccava un poco. C'era ancora

del Féval, del Bernard, del D'Arlincourt; ella divorava tutto, fremente

di curiosità, di emozioni soffocate. Imaginava vagamente i luoghi

descritti, vedeva gli eroi presentati dai romanzieri, s'innamorava di

Rodolfo, di Mario; e il ricordo di Luigi Accardi finiva di dileguarsi.

Sulla fede di quei libri, ella sognava fatalità inesorabili, eroismi

inauditi, strazii ineffabili, gioie celesti. Tutte le predizioni si

avveravano, gli uomini lottavano invano contro il destino; ma l'amore

infiorava la vita, era il compenso di tutte le pene. Che importavano le

ricchezze? V'erano dei giovani che sotto un vestito lacero avevano un

cuore di eroe; e poi, essi le acquistavano, le ricchezze e le posizioni

altissime, perchè ne erano degni! Se fosse stato uno di questi il

professore che le avevano trovato finalmente?...

Il professore era un uomo d'età: corto di statura, con una foresta di

capelli e gli occhiali d'oro. Aveva preso a spiegare Omero e Virgilio;

ma quello studio, malgrado lo zelo che vi spiegava, non le riesciva

gradito. Tutta quella gente era troppo antica, troppo diversa da quella

che ella vedeva od imaginava: e confondeva i nomi, incontrava troppe

parole difficili, non le era entrato in mente quale dei due autori

fosse il latino e quale il greco.

La storia le piaceva di più; sopra tutto la moderna, quella del

riscatto nazionale; e le gesta dei Savoia, la magnanimità di re

che avevano cimentato il trono per dare una patria agl'Italiani, di

principi che avevano pugnato pel loro paese, le davano dei fremiti

d'entusiasmo.

Con piacere più grande svolgeva i temi dei _componimenti_, ne riceveva

arrossendo le lodi dal professore, il quale, alle domande dello zio,

rispondeva:

— Va bene, molto bene... anzi troppo!... C'è troppa fantasia!...

Ella descriveva a lungo, minutamente, dei campi di battaglia, delle

foreste vergini, dei naufragi, tutte cose che non aveva mai viste, ma

delle quali si formava un'idea. La lettura dei romanzi le dava molto

aiuto; ma il professore, un pedante, cancellava delle frasi che ella

aveva viste stampate, che le parevano piene d'eleganza e d'efficacia,

e che lui dichiarava infranciosate. Ella scriveva: _la vita

sentimentale_, e il professore correggeva: _la vita del cuore e della

mente_. Però, tornava con nuova lena alle sue letture; le osservazioni

del maestro, i rimproveri dei parenti glie le facevano amare di più.

— Lascia stare cotesti libri — diceva la zia. — Ti guasteranno la

testa...

— Perchè? Come se io non sapessi qual'è la finzione e quale la

verità!...

E voleva sapere se il cavaliere di Maison-Rouge era realmente esistito,

se la storia di Montecristo era vera; nella carta geografica, cercava

l'isoletta, avrebbe voluto andarvi qualche volta.

Adesso conosceva mezzo Sue, del Balzac che trovava però troppo lungo,

quasi tutto Walter Scott. Il ricordo della sua povera sorellina morta

la sorprendeva certe volte in mezzo alle imaginazioni suggerite da

quei libri: allora, era una mestizia dolce, una malinconia soave che

la prendeva, rassomigliandola a qualcuna delle eroine belle e infelici

di cui ella si faceva come dei modelli, come delle maestre di vita,

con l'ambizione di essere secretamente approvata da loro in ogni atto

ed in ogni pensiero. Il dolore acuto e lacerante dei primi tempi

si risolveva sempre più in un rimpianto rassegnato, in un ricordo

pieno di tenerezza: la sorellina sua non viveva forse in lei, nel suo

spirito, non l'accompagnava forse sempre e dovunque, memoria buona e

protettrice?...

Così, passato il tempo del lutto, malgrado avesse espresso il desiderio

di portare ancora le vesti nere, obbedì all'ingiunzione della zia e le

smise.

Allora cominciarono ad andare al teatro di prosa: un'altra sorgente

di emozioni più forti: la _Signora delle Camelie_, _Kean_, la _Morte

Civile_, _Celeste_. Quando venne la compagnia di Amilcare Baretti e

l'attore Roggi rappresentò il _Falconiere_, ella tornò a casa colla

testa in fiamme. Nessun uomo le pareva più bello di lui, la sua voce,

quand'egli parlava d'amore la faceva tremare. Tutte le volte che aveva

in mano il manifesto, correva cogli occhi a cercare il suo nome; se

non lo trovava, la scena le pareva deserta, lo spettacolo insoffribile.

Ella supponeva che l'attore si fosse accorto della febbre con cui ella

lo ascoltava, imaginava che egli avrebbe cercato di vederla da vicino,

architettava tutto un romanzo. Un giorno, passando dai Quattro Canti,

vide, in una mostra di fotografo, i ritratti dei principali attori, il

_suo_ fra gli altri. Sempre che ripassava di lì, il cuore le batteva

più forte mentre gli occhi cercavano quell'imagine; lungo tempo dopo

che la compagnia se ne fu andata continuò a guardarla, fin quando non

tolsero il quadro.

Al dramma, alla commedia, ella non domandava nessuna spiegazione alla

zia, nè questa diceva nulla intorno a ciò che avveniva sulla scena:

ella comprendeva da sè, vedeva da per tutto riprodotta, sotto forme e

circostanze diverse, l'eterna storia dell'amore, che l'esaltava, le

dava delle irrequietezze nervose, uno scontento vago, l'aspirazione

continua ad una esistenza più bella, più intensa, più inebbriante.

Viveva in mezzo al lusso e in un bel palazzo, servita ad ogni

più piccolo cenno, amata ed invidiata; eppure tutto ciò sbiadiva,

diventava semplice, comune, volgare, dinanzi alle visioni che non le si

levavano dagli occhi: dei castelli circondati da parchi con porticine

secrete; delle caccie al suono dei corni per la foresta odorante di

muschio; Parigi e i suoi spettacoli grandiosi, i balli dell'_Opéra_,

i ricevimenti del _faubourg_ Saint-Germain, le passeggiate al Bois de

Boulogne con dei squadroni di cavalieri che si cavavano alto i cappelli

al passaggio d'un'amazzone galoppante coi veli al vento. Ella aveva

in testa i luoghi della grande capitale: la Chaussée d'Antin, i Campi

Elisi, il nobile _faubourg_, il Palais Royal, la Borsa, e i dintorni:

Auteuil, Fontainebleau: i romanzi che ella divorava erano pieni

di scene svolgentisi lì. Talvolta ella pensava al romanzo che ella

avrebbe vissuto, all'uomo che avrebbe amato; e si guardava intorno,

cercandolo: ma nessuno dei giovanotti che aveva conosciuto in società

le pareva degno dell'amor suo. Sapeva che gli uomini non devono esser

belli nel senso femminile della parola; ma non si rassegnava a trovare

possibili coloro di cui sentiva vantare la maschia bellezza; dei

personaggi troppo forti, dei capelli e delle barbe troppo ispide — e la

prima cosa che chiedeva all'uomo che avrebbe amato era un particolar

genere di avvenenza di cui ella si era formato il tipo: corpo agile e

slanciato, _sanglé_ in un abito elegante; viso magro, mustacchi fini,

_soyeux_; carnagione pallida, e sopra tutto aspetto signorile, mosse

libere e sciolte. Fra coloro che si avvicinavano a quel tipo, ella

non sceglieva ancora, perchè non trovava neppure le qualità morali

che reputava indispensabili: Brancaccio era troppo leggiero, Giovanni

Gravina sparlava troppo di tutti e di tutte, Orlandi era pieno di sè.

In qualcuno, però, di tutti i _lions_ ella trovava qualche qualità;

di persona o di nome, per aver parlato con loro o per averli sentiti

giudicare, li conosceva tutti; e quando dalla sua carrozza li vedeva

scappellarsi, e la zia, di vista corta, le chiedeva: «Chi era quello

lì?...» ella nominava: «Orlandi... Giovanni Gravina...» semplicemente,

come persone con le quali fosse in intimità. Tutti insieme, a

teatro o nelle vie, formavano per lei l'unico pubblico: essi stavano

fermi a crocchio, dinanzi a un caffè, o passeggiavano lentamente,

ingombrando i marciapiedi, fermandosi a esaminar le signore, salutando

contemporaneamente. Ella si atteggiava più rigidamente appena scorgeva

da lontano quel gruppo dei _picciotti_ — dei giovani — fra i quali

c'era il principe di Roccamozza, a sessant'anni, don Giacomo Fernandes,

ripicchiato e ritinto, Alvaro Adernò con una gran barba bianca come

un bel monaco cappuccino!... Ciò nondimeno, tutti quegli uomini che

rappresentavano il fior fiore della nobiltà, della ricchezza, che

facevano od avevano fatto parlare di loro tutta Palermo, con le loro

avventure, con le loro pazzie, coi loro duelli; anche quei vecchi più

_interessanti_ della folla anonima degli studenti e dei borghesi,

esercitavano un'attrattiva su di lei, assumevano ai suoi occhi

una seduzione straordinaria. Vedendoli sempre insieme, pensava che

fossero legati da un'amicizia eterna, come quella dei Fratelli d'arme;

che fossero sempre pronti a difendersi l'uno con l'altro, come i

Moschettieri; e comprendendo tutto in una sola parola: il loro valore,

la loro fede, la loro forza, li aveva battezzati: «I _Crociati_.» Il

nome aveva fatto fortuna, si sapeva che era stata lei a trovarlo. Però

la reputazione del suo spirito, della sua intelligenza, le procurava

la sorda gelosia di molte sue nuove conoscenze. Giovannina Leo, Rosa

di Carduri, altre ancora che si credevano le più notate non soffrivano

la concorrenza che faceva loro una piccola provinciale. Dinanzi ad

esse, ella era stata un poco intimidita dal sentimento della propria

inferiorità; invece, attribuivano a superbia quel suo ritegno. In

società, ella non adoperava mai il dialetto, parendole volgare; e come

teneva a far sapere che era nata in Toscana, aspirava un poco la _c_,

pronunziava: _'osa disce? Mi faccia 'l piascere! 'He bella toletta!_

Per questo l'accusavano d'affettazione; poi, quando le erano dinanzi,

facevano le amiche, le prodigavano delle lodi.

La slealtà le repugnava; ma, infine, importava poco quel che dicevano

di lei le sue rivali. Ella avrebbe voluto sapere piuttosto che cosa

pensavano gli uomini. Vi era uno dei _Crociati_, Raimondo Almarosa,

che la guardava spesso: non era più giovane, ma quanto più attraente

di tanti altri giovani! Alto, magro, biondo d'un biondo che diventava

bianco, serio, quasi sempre malinconico per la perdita della moglie

e della figliuola sofferta in uno stesso giorno. Che cosa vedeva in

lei? Una rassomiglianza? una delle sue morte redivive? Ella si perdeva

in fantasticaggini. A teatro, quando uno sguardo si fermava su di

lei, pensava a _Giuseppe Balsamo_, al magnetico potere che certuni

sapevano spiegare. I romanzi erano sempre i consiglieri ai quali ella

domandava i suoi giudizii, i suoi pensieri. Adesso ella conosceva

la vita! Ed era una vita intensa che viveva, con quei libri. Slanci

d'ammirazione e dolori sconfinati, raccapricci e simpatie, sorrisi e

lacrime, essi le davano tutto. A volte, dopo lunghe ore di lettura, si

alzava con un'oppressione fisica, una nausea, un disgusto per tutte le

cose, per le volgarità dell'esistenza a cui doveva sottostare e che

l'eguagliavano alla folla da cui si sentiva tanto diversa. Rifiutava

i cibi, avrebbe voluto nutrirsi d'aria, finiva per procurarsi qualcuno

dei soliti attacchi nervosi. Più degli eroi di quei libri, ella amava

le eroine: la solidarietà del sesso l'induceva ad attaccarsi alle

donne; e poi, non erano esse le arbitre dei destini umani? E le lunghe

descrizioni, le pagine piene di narrazione fitta l'infastidivano: ella

ne saltava molte, per arrivare ai colloquii d'amore, alle scene dolci

e tremende, alle catastrofi improvvise, che la lasciavano sbalordita,

con la fronte scottante. Che lacrime le costavano quei libri! Di

quale amore cocente e struggente ne amava i personaggi! Ella le vedeva

tutte, quelle grandi amate di cui si narravano le storie fortunose:

i loro nomi le risuonavano continuamente all'orecchio: Andreina,

Matilde, Emma, Cecilia. Il suo proprio nome era bello, ma ne pensava

degli altri, invidiava le sue conoscenze che ne avevano di più belli,

romantici: Giulia, Eleonora, Enrichetta; avrebbe voluto chiamarsi

Marcella, Lidia, Remigia; o portare dei nomi stranieri: Edith, Olga,

Nadina. Ed un progetto certe volte le passava per il capo: poichè

la sua sorellina era morta, non avrebbero potuto chiamar lei Laura?

Sarebbe stato quasi un modo di farla rivivere.

Scriveva ogni due giorni al nonno, gli riferiva i suoi progressi,

gli mandava dei lavorini fatti apposta per lui. Adesso aveva anche

il maestro di canto, e superate le prime lezioni noiose cominciava

ad imparare il repertorio in voga. V'erano le serenate e le

barcarole piene di sospiri flebili e di lacrime cocenti al tremolare

della luna sulla laguna; i notturni in cui gli amanti traditi si

querelavano nell'abbandono, o prorompevano in accenti di vendetta,

o si rassegnavano, continuando ad amare in silenzio, costanti e

senza speranza; in cui delle povere pazze vagavano pei cimiteri,

a mezzanotte, cercando un nome sopra un freddo marmo; ma v'erano

sopratutto le romanze che esaltavano la bellezza sovrana della donna,

la sua potenza, il suo fascino. Se le lacrime d'una fanciulla cadevano

fra le rose, erano goccie di rugiada; se cadevano in mare diventavano

perle; ma un angelo le raccoglieva nel cavo della mano e quel nèttare

lo dissetava. Un amante voleva essere l'aura che sfiorava il biondo

crine della Bella, il fiore che ella sfogliava, la stella che ella

mirava; un altro s'inebbriava al ricordo delle voluttà; tutti avrebbero

data la vita per un bacio, per un pensiero. E la musica aveva delle

successioni di note che somigliavano a singhiozzi, a grida represse,

che imprimevano come un moto di culla; degli accordi gravi, pieni

d'angoscia e di mistero; degli arpeggi che sollevavano da terra, che

esprimevano l'estasi. Ella sentiva il cuore salirle alla gola, le

ciglia inumidirsi. Voleva provare tutto questo nella vita, aspettava

una grande passione. Non era così bella da ispirarla? E si guardava

allo specchio trovando che rispondeva al tipo ricorrente nei libri.

Si guardava le unghie per vedere se erano tagliate a mandorla; il

viso era d'un ovale perfetto, la bocca piccola, porporina, i denti di

perla, tranne quel canino annerito, che un giorno o l'altro si sarebbe

fatto strappare. Le guancie rosee le parevano da fanciulla borghese;

ma i capelli non compensavano quel difetto? Lunghi fino ai fianchi,

folti, odorosi, oro fuso. Il tipo bruno non aveva però anch'esso la

sua seduzione? «Bruna come la notte, come ala di corvo...» Nella sua

qualità di siciliana, ella avrebbe dovuto essere piuttosto bruna...

Siciliana? Viveva in Sicilia; ma era fiorentina! E mentalmente faceva

l'enumerazione di tutti i paragoni del biondo: come l'oro, come

un raggio di sole, come le spiche del grano, come l'uva matura...

Ella aveva la piena coscienza della propria bellezza; però, tratto

tratto l'antica disperazione tornava a prenderla: la sua statura

era sempre bassa, a diciassette anni ne mostrava appena quindici;

qualcuna delle sue amiche non la prendeva sul serio, la trattava

quasi da bambina! Fino a vent'anni, non sarebbe cresciuta? Aveva

tempo di rifarsi! Ne domandava al dottore, con l'ossessione di restar

nana, lei che non ammetteva se non i personaggi slanciati. Così dava

un bel da fare al calzolaio, non trovando mai i tacchi abbastanza

lunghi, e la pettinatrice doveva risolvere ogni giorno il problema

d'una acconciatura che fosse alta, ma non troppo. Però, gli artifizii

riparavano male al difetto, e un giorno le salirono le fiamme al viso,

quando Giulia Viscari le disse il sopprannome datole da Enrico Sartana.

— Come mi chiama?

— La _pupa_... dice che non gli fai l'effetto d'una donna, ma d'una

bambola...

Questo Sartana era il figliuolo del duca di Castrovecchio, ed aveva per

suo conto il titolo di barone di Lerma. Ella lo aveva visto qualche

volta da lontano, trovandolo simpatico; da quel momento, un odio le

si scatenò nell'animo contro di lui. Lo aveva soprannominato subito

San Giorgio cavaliere, con un tono d'ammirazione derisoria per la sua

bellezza _fade_ di biondo ricciuto cogli occhi cilestri.

— Il cavalier San Giorgio che atterra il Dragone!... — ripeteva, quando

lo vedeva passare a cavallo, caracollando. — O Dio, non svenite, solo

a mirarlo?... È fatale!...

— Sei spietata!

— Non lo posso soffrire!... Se glie lo riferirete, mi fate un piacere!

Ella se lo vide improvvisamente dinanzi, la sera che sua zia la

condusse dagli Alì, dove si ballava: una felicità lungamente aspettata,

il suo primo ingresso in un vero salone, dove tutti i giovanotti si

contendevano l'_onore_ di ballare con lei. Fu sul punto di dirgli

che aveva tutto impegnato e di voltargli le spalle: ma egli era così

grazioso, così elegante, che non si fidò. E con una disinvoltura di

cui ella non aveva idea e che si lasciava mille miglia indietro i

balbettamenti timidi degli altri, egli cominciò a parlarle, a farla

ridere a proposito di tutti i tipi comici che si trovavano in quella

società.

— Ti sei lasciata addomesticare? — le chiese Giulia Viscari in un

angolo.

— O Dio, come resistergli?

Però la sua ironia cominciava a non essere più sincera. Adesso non le

riusciva di reprimere un leggiero sussulto, quando lo incontrava. Egli

la cercava, tornava a ballare con lei, a darle il contagio del suo

riso argentino, pieno d'una simpatia irresistibile, a guardarla con

quegli occhi azzurri che dicevano: «Non è vero che siete una bambola;

mi piacete!» Una domenica, uscendo di chiesa, la zia si fermò con

una signora: era la duchessa di Castrovecchio, sua madre. Il giovedì

seguente, venne a far loro visita.

Ella comprese subito che era stata mandata dal figliuolo. Una gioia

immensa le aveva allargato il cuore: il vago sospetto prendeva

consistenza: egli era innamorato di lei! Nella voluttà del trionfo,

ella beveva l'aria avidamente, si chiedeva: «È vero?» e si rispondeva:

«È vero, è vero!» vedendo che egli non lasciava sfuggire un'occasione

d'avvicinarla, che si trovava in casa quando andavano con la zia a

restituire le visite a sua madre, che la seguiva sino per le strade. E

dei feroci propositi di vendetta, alla Montecristo, l'animavano: voleva

civettare con lui, fargli perdere la testa, lasciarlo struggere d'amore

come i Reuzzi delle fiabe!... E lei? era sicura di non volergli bene

anche lei?... Non lo trovava simpatico, elegante, spiritoso?.. Allora?

Non importava, bisognava farlo soffrire. E spiegava con lui tutta la

sua civetteria, si voltava a guardarlo profilando tutto il busto ed

il viso, sollevando una spalla, stringendo le braccia ai fianchi, per

mostrare tutte le linee del corpo; allungava talvolta un piede che

egli divorava cogli occhi, ma che lei ritirava repentinamente dopo un

poco, fingendo d'accorgersi a un tratto di quegli sguardi indiscreti;

quando aveva vicina Giulia od Enrichetta, passava un braccio attorno

alla vita dell'amica, le parlava all'orecchio, la baciava in viso, per

tormentarlo con lo spettacolo di quelle carezze; al ballo, lasciava

cadere un guanto, il fazzoletto, un fiore, qualche cosa tutta piena

di lei, osservando di sbieco l'espressione appassionata con cui egli

se ne impossessava per rendergliela. I loro incontri si venivano

moltiplicando: riunioni in cui si faceva della musica e che poi

finivano in saltate generali, feste in tutte le forme, dal principe

d'Alì, dal marchese Carìbici; balli in maschera, veglioni al teatro.

Tanti giovanotti ora le stavano intorno: ella sentiva la reputazione di

bellezza, di eleganza, di spirito che la circondava; e nell'atmosfera

calda e profumata dei saloni viveva come nell'ambiente vitale.

Adesso lo studio noioso, pedantesco, era smesso del tutto: restavano

la musica e la lettura: la musica che le assicurava dei trionfi

quando, senza farsi troppo pregare, si metteva al piano e con una

disinvoltura da concertista teneva tutta la sala intenta; la lettura

che alimentava continuamente il lavoro della fantasia. Ella si ripeteva

incessantemente: «Sono amata! Sono amata!» Sartana era innamorato di

lei, tutti se ne accorgevano, Giulia glie lo ripeteva, scherzando, con

allusioni continue! Ed ella lo amava, sì; malgrado i suoi propositi

di freddezza, di crudeltà, lo amava: un fremito le passava pel corpo

quando egli le si avvicinava; il cuore le batteva più forte quando

parlava o danzava con lui, quando egli le stringeva la mano un certo

modo diverso da quello di tutti gli altri, quando le diceva certe cose

indifferenti con la voce piena d'un tenero turbamento... Il suo primo

amore! Il suo grande amore!... Dei sorrisi di compassione le fiorivano

sulle labbra pensando agli amoretti dei dodici anni, a Niccolino

Francia, a Luigi Accardi, all'ufficiale di Messina. Sciocchezze,

ingenuità da bambina!.. Adesso sentiva che il suo avvenire s'inpegnava,

che la felicità della sua vita dipendeva da quell'amore. Ma lui, perchè

non parlava? perchè non le diceva che le voleva bene?... Certe volte

pensava al modo con cui glie lo avrebbe detto, alle parole divine che

avrebbe trovate, al momento unico, misteriosamente propizio, che certo

egli aspettava ancora di cogliere. Altre volte, delle difficoltà,

degli ostacoli sorgevano nella sua fantasia: un dramma che scoppiava,

dei dolori ineffabili, la morte che avrebbe potuto coglierla a un

tratto!... Ella si vedeva, moribonda, con le mani affilate sulla coltre

bianca: le donne singhiozzavano intorno, e a un tratto un rumore di

passi, l'apparizione di una figura disfatta, spettrale: lui, fermo

un istante sulla soglia della camera mortuaria. Un grido terribile

gli lacerava la gola, e precipitandosi verso il letto, vi cadeva in

ginocchio dinanzi, bagnando di lacrime calde la fredda mano scarnita

ch'ella gli abbandonava. La funebre rappresentazione le si spiegava

dinanzi con l'evidenza della realtà: sentiva le dita di lui errarle

fra i capelli, vedeva i visi pallidi dei parenti, udiva le salmodìe

degli agonizzanti; e delle lacrime le rigavano lentamente il viso. Ella

piangeva sè stessa, i suoi sogni svaniti, la sua bellezza per sempre

distrutta: si vedeva composta in una bara, bella ancora, ma pallida

pallida, e fredda, come di marmo. Dei gigli sulla sua tomba... un

uomo che si gettava bocconi sulla terra umida e scura... un lamento

straziante... E restava così, a singhiozzare pianamente, intanto che

il sole rideva e che un fragore di carrozze trascorrenti in lunghe file

veniva su dalla via.

Perchè quelle imagini tristi? Ella pensava d'esser una creatura

provata dalle sventure, superiore per questo; dotata d'un cuore più

sensibile, d'una fantasia più impressionabile, votata ad un destino

più arcano degli altri. Ella leggeva i versi del Prati, del Leopardi,

dell'Aleardi: v'erano dei passaggi che non intendeva, ma quanti altri

che la facevano piangere!

Poi si scuoteva, sorrideva delle sue angoscie senza cagione, tornava

alla gaiezza consueta, passava da uno svago ad un altro, s'ingolfava

in quella vita felice, senza cure, che era tutta una festa. Allora

avveniva che, nell'animazione regnante tra le folle eleganti, nel

tumulto giocondo destato dalla musica e dal ballo, ella si dimenticava

di Enrico, ma interamente, completamente, come se egli non fosse

mai esistito, tutta al proprio trionfo, inebbriata dagli omaggi

dei giovanotti, dai complimenti delle amiche, dalle sussurrazioni

ammirative che sorprendeva al proprio passaggio. Vi erano tanti altri

che decisamente le facevano la corte, Lollò Cutelli, un marchesino

ricchissimo ma un po' grullo, Antonio Bracciaferri, ufficiale di

cavalleria che aveva lasciato il servizio e che lei metteva in

caricatura, rifacendo i suoi «cosa?» e i suoi «sfido!», il cavaliere

Sibiliano, sulla quarantina, buffo con le sue pretensioni giovanili,

ma però molto corretto; tanti e tanti altri ancora, a cui ella badava

volta per volta, quando li aveva a fianco, studiandosi di montar loro

la testa, ma che a distanza si confondevano in una massa; in un coro,

dove ella non distingueva, non sceglieva... Sì, vi era uno a cui ella

pensava più che agli altri: Mario Caimi, la cui nascita non era molto

distinta, ma che aveva, con una ricchezza straordinaria, una fama di

rompicollo coraggioso, di _viveur à outrance_.

— Caimi ti fa la corte! — le aveva detto una volta Giulia, ed ella si

era accorta che era vero: dall'alto del suo _stage_, col magnifico

attacco dei due sauri e dei due morelli che faceva voltare tutta

Palermo, passava e ripassava sotto casa sua, l'inseguiva a passeggio;

e a teatro le piantava il cannocchiale addosso, fino a imbarazzarla; e

ai balli se lo vedeva sempre sul proprio cammino, coi gomiti stretti ai

fianchi, il capo piegato in un saluto profondo. Che cosa sentiva per

lui? Non lo sapeva; era sicura che lo avrebbe rifiutato come marito,

però le piaceva averlo legato al proprio carro; gli concedeva qualche

cosa di più che agli altri per avvincerlo di più. Enrico Sartana

gonfiava, le teneva il broncio, mostrava i denti a quell'altro, e

l'idea che i due uomini si potessero afferrare per contendersela le

dava un senso di compiacenza, malgrado la sua coscienza protestasse,

malgrado ella si dicesse, ma sorridendo: «No, no; poveretti!...» E

adesso Sartana s'era messo a far la corte a Sara Máscali, le stava

sempre attorno, le parlava piano, facendola ridere, ridendo lui stesso,

fingendo di non accorgersi di lei!...

Ella si sentì punta al vivo da quella preferenza accordata ad una

delle sue nemiche, ad una di quelle che ora la chiamavano contadina!

Si ribellava all'ingiustizia di quell'uomo: che cosa gli aveva fatto

per trattarla così? Egli perchè non aveva parlato? Erano gli uomini

che dovevano fare i primi passi! Presumeva forse che senza impegnarsi a

nulla da suo canto, ella non dovesse aver occhi che per lui? Bisognava

che ella si compromettesse dinanzi al mondo aspettando che egli si

degnasse di pronunziarsi?

Ed esagerando tutte queste cose, imaginando di dover prendere la sua

rivincita, si mise a dar retta a Michele Platamone, uno di quelli

che la guardavano con maggiore insistenza. Sua madre era tedesca,

egli era stato educato in Germania, e nell'abito, nelle maniere,

nell'aria, aveva qualche cosa che lo distingueva da tutti gli altri.

Ella voltava le spalle ad Enrico quando lo incontrava, e sorrideva

amabilmente all'altro, permetteva il suo corteggiamento. Ma questo qui

era volubile, faceva il gallo della Checca — secondo l'espressione di

Giulia Viscari — e con un'amarezza sconfortata ella si diceva: «Come

sono gli uomini!...» Di preferenza, ronzavano attorno alle signore

maritate, e certe storie si susurravano tra le ragazze: Amato _era

con_ la Filaruta; Pietro di Santà _aveva compromessa_ la Carosia, Caimi

_aveva_ tante donne, ballerine, attrici, _le altre_...

Ella si perdeva ad imaginare la vita di queste, le attrattive che

esercitavano sugli uomini. Com'era possibile per alcune averne tanti,

tutti in una volta e senz'amore? Insieme con le amiche, guardava

curiosamente la Camilleri, la moglie del presidente Vasto, tutte quelle

di cui più si mormorava: studiava le loro tolette, le loro mosse,

non perdeva nessuna delle loro parole; le trovava più eleganti, più

affascinanti delle oneste, e le fissava in viso quasi potesse leggere

nei loro occhi il secreto della loro vita.

Alcune non venivano ricevute in società; della Sanfiorito si diceva una

cosa mostruosa ed inconcepibile: che fosse l'amante del cognato, tanto

più vecchio e più brutto di suo marito; ma intorno ad una, Matilde

Gerosa, regnava come un'aria di mistero che arrestava i più maligni.

Era così bella, con degli occhi così febbricitanti, con un'espressione

così fatale, con una voce così stranamente velata, quasi un'eco

lontana! La più discussa di tutte era la Gelia: benchè non più giovane,

cambiava d'amante ogni quindici giorni, tante signore non avrebbero

voluto riceverla, se non fosse stata la posizione di suo marito. Che

eleganza, però! Che grazia di linguaggio! Che brio! Dove entrava lei,

entrava la gaiezza. In estate, ai bagni, uno sciame di giovanotti

l'attorniava sulla rotonda della baracca; usciva a nuotare al largo,

e qualcuno sempre l'accompagnava. Le ragazze, in distanza, non avevano

occhi che per lei; Anna Sortino, una spregiudicata, diceva mostrando le

due teste lontane:

— Chissà che cosa fanno le mani, adesso!...

Ella sentiva crescere il suo disprezzo per gli uomini, si rimproverava

amaramente di pensare ad essi, li stimava tutti eguali: falsi e odiosi;

poi voleva strapparli a quelle altre, averli tutti intorno, essere

circondata più delle altre quantunque fosse ancora ragazza.

Enrico, rivedendola, la punzecchiava, faceva delle allusioni alle

preferenze che lei dimostrava pel figlio della Tedesca, diceva:

— La signorina ama molto la Germania!...

— Sì, per l'appunto; è una nazione _seria_.

— Ma pesante, via, ne convenga!

— Lei è padronissimo di preferire la leggerezza francese...

E lo piantava lì. Ma una tristezza le restava in cuore: poi trovava che

era molto sciocco affliggersene, e ricominciava a farsi corteggiare da

tutti un po', fuorchè da quelli che erano impegnati con le sue amiche

vere. Giulia aveva accaparrato Toscano, un bel giovane dalla fama

dongiovannesca, che s'era battuto cinque volte, che faceva parlare

sempre di sè. Ella non comprendeva come l'amica potesse credere

ad uno che faceva quella vita; ma Giulia ne era cotta, giurava che

sarebbe stata sua moglie, o si sarebbe uccisa. Bice Emanuele non aveva

precisamente un innamorato; molti giovanotti la corteggiavano, ella non

li guardava neppure, con la mente piena d'un ideale introvabile. Era la

più poetica di tutte, aveva gli occhi pieni di sogni, e un sogno pareva

ella stessa, con la sua figurina esile, leggiera e quasi fragile.

Certe volte, quand'erano tutte insieme, quando si parlava di tolette,

di gioielli, delle ricchezze e delle eleganze che tutte agognavano,

qualcuna delle più matte proponeva, per chiasso, una quistione:

— Per una bella collana di perle, chi di voi si farebbe baciare in

bocca?

Anna Sortino era la prima a dire: «Io!» Giulia era più difficile:

bisognava che le perle fossero come le nocciuole, e cinque file. Ella

stessa non si risolveva ad accettare la proposta senza l'aggiunta, per

esempio, di un abito di broccato; ma non v'erano offerte a cui Bice

Emanuele s'arrendesse.

Ella apprezzava il sovrano disdegno dell'amica, ma non lo divideva.

La missione di loro tutte non era la conquista degli uomini? Questo

non le impediva intanto di schernirli, di trovar subito il ridicolo di

ciascuno e di definirlo con un soprannome che veniva subito ripetuto

e adottato: _Sfido io!_ l'ex tenente Bracciaferri, _Costantinopoli_ il

cavaliere Bartolomeo Morello che era stato in Turchia e faceva entrare

la capitale dell'Oriente in ogni discorso, _Hop-hop_ il barone Sirniani

che voleva fare lo _sportman_, _Bébé_ il vecchietto Sibiliano, la

_gran cassa_ Giovanni Reggio, la cui pancia prendeva proporzioni sempre

più inquietanti, _Cachemir_ il Vardas, che si chiamava semplicemente

Casimiro, il _Poeta_ Marcellini, che passeggiava sempre solo, per vie

remote, a ora tarda, guardando in aria. Non importava: malgrado le loro

ridicolaggini, le loro stravaganze, i loro difetti, ella voleva loro

piacere, voleva sentirsi ammirata, desiderata, vincere le sue rivali,

costringere quegli uomini a cercarla, a pensare a lei, a renderle il

tributo che le spettava...

L'Illusione · 第 11 / 39 题