dalla compagnia; ma per la fedeltà dei servi poco sperando riuscirvi
per allora, traccheggiava confidando ottenere il suo desiderio quando,
coll'occasione della merenda, avesse ridotti questi ubbriachi. La
fortuna però parve mandar tempo al proposito suo; poichè, essendosi
la signora voluta mettere un tratto a riposare, don Alessandro,
lasciando con essa i bravi, si lanciò sulle tracce d'una lepre insieme
col feudatario, non seguito anch'esso che dal guardacaccia, il quale
destramente li traeva verso il luogo dell'agguato. Già ne erano
lontani non più che tre tiri di fucili, don Alessandro seguitando
colla sicurezza e coll'ardore della gioventù, l'altro palpitando nel
pensiero dell'imminente espiazione; quando repente odono di mezzo
alle piante un gagnolare, un insultarsi, un gridìo. Don Alessandro si
arrestò insospettito fissando gli sguardi in faccia all'Orso, poi diede
volta verso il luogo nel quale aveva lasciato la sposa, temendo non le
fosse accaduto alcun sinistro. Intanto il feudatario, ben accorgendosi
di dove uscissero que' gridi, sebbene non ne indovinasse il motivo,
sbuffando d'ira spronò verso là donde veniva lo schiamazzo.
Cagione di questo era stato, che, mentre i bravi, o come da noi
si diceva, i _buli_ rimanevano appostando la vittima, secondo v'ho
narrato, un'altra di genere diverso vi rintoppò; la Brigita ostina,
che, scortata dall'amorevole Cipriano, tornava a casa.
Era delle belle contadine che possono vedersi con un par d'occhi:
sul fiore dei venti anni, una ricca capellatura nerissima raccolta
in trecce contornava un viso gioviale e pienotto, dove le rose che
costantemente vi dipingeva la sanità erano in quell'ora avvivate dal
calore del mezzogiorno e dal camminare; come il contento di ritornare
fra' suoi cresceva l'allegrezza d'un cuor pacifico e buono. In vestire
lindo e semplice, poco diverso da quello che si usa tuttavia fra le
Brianzuole, con corsetto e sottanello di filaticcio e grembiule di
vergato, sul braccio ignudo recavasi un paniere dov'erano riposti
i pochi arnesi che seco aveva portati alla filanda. La cortesia del
fratello non era tanto incivilita da alleviarla di quel peso; non gli
cascò tampoco in mente: ma in quella vece, camminandole innanzi per
l'angusto sentiero, tutto affetto egli la veniva interrogando dietro
via dei casi suoi e quei della famiglia e dei conoscenti, poi con aria
d'ingenua intelligenza voltandosi a fare l'occhiolino, domandò: — E col
giardiniere, di' su, come va?
Ella, divenendo ancor più incarnata, e con un sorriso di modesta bontà,
non gli fece altra risposta, se non di interrogarlo: — E la mia vite?
— Oh la tua vite! se tu sapessi che pericolo ha corso! È salva per
miracolo. Così Cipriano, il quale tolse di qui occasione di raccontarle
la grande avventura della lepre, dello spavento, e in conseguenza
del perchè le fosse venuto incontro. — Ma sta col cuor quieto (egli
seguitava) che il rumore della caccia si sente là abbasso, molto
lontano di qui.
Così discorrendola, i due buoni fratelli inciampicarono senza
accorgersi fra i bravi, appostati alla macchia. Uno dei quali, come
gli avvisò, — Ohe! ohe! (cominciò) guarda, camerata; vanno anche delle
fiere domestiche per questo bosco.
— Che bella pollastra! gridò il secondo balzando in piedi.
— Ah, ah! questo villano non si può dire che sia di cattiva bocca,
soggiungeva il Guercio, sgangherando la bocca ad un riso sguajato.
Cipriano in quel momento avrebbe veduto più volentieri il diavolo.
Gittò un'occhiata all'intorno: non v'era anima da sperarne ajuto;
talchè, visto che era il caso di bere o d'affogare, si voltò loro con
una cera brava, gridando: — Però?... m'avete mai visto?... avete forse
ad avere qualche cosa? ed altre parole, che uno dice più fiero, quando
ha più paura.
Ma coloro non erano musi da ristarsi per parole, e cogli sfacciati modi
dei bravacci, s'accostavano alla ragazza, la quale, diventata di mille
colori e trasudando, s'avvinghiava al braccio del fratello gridando: —
Ajutami, Cipriano; ajutami.
Questi, poichè vide a nulla giovar le parole, montandogli il sangue al
capo, cacciò fuori tanto d'occhi, e soffiando come una gatta quando
sente la canizza, cominciò a girare a mulinello il suo bastone,
mentre coll'altra mano brancò il coltellaccio gridando: — Indietro, o
malandrini, o vi mando tutti al Creatore.
— Oh, oh! costui fa di buono, ripigliò il Guercio: ma come è così,
neppur noi non si farà da baja. E se gli volsero incontro. Lo stradello
correva stretto e insaccato fra due cigli assiepati di vepri, talchè
non riusciva difficile a Cipriano lo schermirsi da tutti e tre, mentre
alla sorella diceva: — Fuggi, scappa. Essa però ben comprendeva che il
discostarsi non sarebbe che peggio; onde si teneva poco dietro di lui,
che arretrando si difendeva.
Sbucarono così sul piazzuolo che girava davanti alla Madonnina.
Coll'ansietà onde il fantolino, inseguito da un ringhioso cagnaccio,
ricovera al grembo della madre, la Brigita corse al tabernacolo,
prostrandosi ginocchioni. Colà pure tentò ripararsi Cipriano; ma
non appena fu al largo, un di coloro gli tolse l'avvantaggio, sicchè
egli rimase framezzato. Non intendevano già ammazzarlo; non n'erano
comandati: e s'erano messi a quella baruffa piuttosto per chiasso che
altrimenti. Ma quando ne toccarono alcune saporite dal randello di quel
gagliardo, che non sapeva prendere da celia gl'insulti tentati verso
la sua buona sorella, non l'ebbero più da riso, e pieni di mal talento
giurarono fargliela pagare. Batti dunque ch'io ti batto, uno contro
tre. Cipriano si trovava nelle male peste.
Anche l'asilo del luogo sacro, ove la Brigita erasi ridotta, secondo
le idee di que' tristi proteggeva contro la violenza bensì, non
contro la lascivia. Onde, nel mentre che due tenevano ciascuno per un
braccio agguantato il fratello, il Guercio, che era fra essi il più
laido d'animo come di figura, saltò verso la fanciulla a molestarla
con parole scomposte e scomposti atti. La meschina, accoccolatasi,
raggricchiata, stretta stretta alla parete della Madonnina, colle
braccia incrociate sul seno e la faccia tra quelle appiattata come
poteva, gridava:
— O Signore! ajuto! Cipriano... o Cipriano, soccorrimi!... Caro
voi, lasciatemi stare... Vi prego, per vostra madre, per vostra
sorella... No, no... per carità... sono una povera ragazza, abbiatemi
compassione... state quieto... Oh! cara Madonna!... Oh anime del
purgatorio!... vi dirò il rosario tutti i lunedì finchè campo... No,
no... ajuto, ajuto!
E Cipriano vedeva. Indarno procurava sviticchiarsi da coloro: pestava i
piedi, imperversava, gagnolava, stiacciava come una civetta in collera,
stralunava gli occhi al cielo, urlava — Sta cheto, mostaccio da forca.
Se ti posso arrivare! Guarda che t'ammazzo... e non poteva farne altro.
Anzi i buli, mescendo giuraddii e sghignazzi, gli facevano tratto
tratto sentire come pesassero le loro minacce.
A questi strilli, a quel diavolezzo, accorse dapprima la canatteria
che l'accrebbe, poi cacciatori da diverse bande, infine don Alfonso
istesso. L'apparir suo nulla di bene prometteva a Cipriano: pure
v'ha dei momenti, in cui è di consolazione anche un disastro,
purchè ci tolga all'affannoso presente. Di fatti, appena il padrone
comparve, i buli, tanto umili coi superiori quanto erano prepotenti
cogli inferiori, lasciarono i due martiri, e cavate le berrette, si
ritrassero insieme, coll'abjezione che nasce dall'abitudine della
servilità. Cipriano, riposte anch'egli le sue armi e trattosi il
cappello, stette ad occhi bassi, e per un istante si fece un silenzio
cupo, siccome all'avvicinare del terremoto; finchè don Alfonso,
flottando e con piglio quanto più si poteva severo, gridò a quei tre:
— Così s'adempiono i miei ordini, canaglia? Animo, al posto, e me ne
renderete ragione.
Non pareva vero a Cipriano che l'Orso sgridasse i suoi uomini per
una cattiva azione, e risorto da morte a vita, andava fra i denti
raccapezzando un ringraziamento da recitargli. Ma come in chi
abbia sorbite alcune stille di belladonna, alla dormigliosa vista
si presentano gioconde figure, che a poco a poco si tramutano in
mostruosi sembianti, alla guisa stessa il povero villano ebbe tutto a
rimescolarsi, quando, alzati gli occhi, scorse il torvo cipiglio del
feudatario, che col tono istesso di minaccia, gli parlò:
— E quanto a te, mascalzone petulante, che ardisci opporre la forza
alla mia livrea, l'avrai da fare con me.
Cipriano intontito biascicava una risposta, una scusa, quando per
trista giunta vide fissati sopra di sè i torti occhi del guardacaccia.
Avrebbe allora voluto sobbissarsi, e voltava la faccia, stringevasi
nelle spalle: ma invano; chè quegli, fattosi più dappresso e
battendogli una palmata sulla spalla:
— Olà! (gridò) non m'inganno: tu sei uno di quelli che l'altra
settimana andava ammazzando lepri pel bosco. Indi con uno sgrigno
satanico replicando la battuta: — Ora t'ho còlto (proseguiva) e il tuo
salario, come t'ho promesso, ti verrà prima del sabato.
Don Alfonso, già esacerbato dal colpo fallito, ora punto in parte così
delicata, s'inviperì; e prorompendo in una salva d'improperii, che
anche i nobili, negl'impeti loro, non isdegnano usurpare dalle bocche
della plebaglia, da cui son tutto studio a discostarsi nel rimanente:
— Come! (gridava) anche questo? violare la caccia bandita, ed ora
resistere alla mia gente? Ah, questa passa il segno, e t'avvezzerò
io. Intanto legatelo a codesto ramo, e dategli un pajo di strappate di
corda, finchè nomini i compagni di sue ribalderie.
Cipriano stava chiotto col capo basso, nella figura che sì spesso
tocca, in questo bel mondo, all'offeso innocente davanti al potente
oltraggiatore. Ma quando intese la parola di corda, si senti
sdrucciolare un gelo per le reni, e — Signore... Illustrissimo... La
badi a me.... Quanto alla sua livrea, da povero figliuolo, sono stati
loro che mi assalirono, che maltrattarono mia sorella. Della lepre, le
dirò la verità... Si... ma... è vero... c'è una vite... Questa qui è
mia sorella...
Tali e somiglianti parole ciarfogliava, affoltava il povero Cipriano,
ma invanamente; chè l'impassibile crudeltà del barone sollecitava
con uno sguardo i cacciatori, i quali, fatti manigoldi, si difilavano
contro l'ostino. Come questi vide inutile la sommessione e il pregare,
còlto il momento, spiccò un lancio, e ricoverossi in un batti baleno
alla Madonnina, ove stava la Brigita pallida, tramortita, colle mani
giunte e gli occhi supini, moltiplicando ave marie. Qui sentendosi
sicure le spalle e protetto dal luogo sacrato. Cipriano, rifatto un
cuor risoluto, calcossi in testa il cappello, ripigliò le armi sue
plebee, ed in suon di rabbia, gridò:
— Avanti chi gli basta il cuore.
Trarlo di là non avrebbero osato gli uomini: ma i cani, poco
impacciandosi degli asili, aizzati scagliavansegli addosso, e non erano
pochi. Egli rotava senza riguardo un randello, e a chi toccavano, uomo
o bestia, erano sue; onde un guaire, un ringhiare di cani, un fremere
di bravi, lì tra gli ordini del padrone e la venerazione del sagrato;
un bestemmiare ancor più sonoro di don Alfonso, che al vedere trattati
a quel modo, non solo gli uomini, ma fin le sue bestie, dimenticando
ogni rispetto, spronava il cavallo addosso al miserabile, giurando
gliela farebbe scontare, se avesse dovuto strapparlo d'in su gli
altari.
In quella apparivano sullo spianato istesso don Alessandro e la sposa
sua, accorsi al rumore. Gettarono uno sguardo su questa scena; ma
ciò che più diede nell'occhio al Sirtori furono i tre scherani che,
ritiratisi al cenno del padrone, postati dietro una fratta allo sbocco
dello stradello sporgevano le luride facce, curiosi di vedere come
finiva. La Brigita, rimasta coll'angoscia dell'agnella quando vede
e sente il lupo vagolare ululando attorno al debole steccato che la
protegge, appena avvisò la dama, balzò, ed a precipizio corse ad essa,
gridandole colla concisione dello spavento:
— Signora, la mi salvi; cara lei, mi salvi, per amor di Dio.
Non sapeva ella chi costei fosse: ma il cuore delle donne è sempre così
dischiuso alla compassione, che l'apparir di una viene riguardato dagli
infelici come una consolazione, una sicurezza. Donn'Emilia in fatto,
dipinta di pietà, scese di cavallo, e colla simpatia che tutti inchina
alla gioventù ed alla bellezza, ma che le donne non ricusano mai a
persone del loro sesso, presa fra le braccia la bella sbigottita, con
parole e più cogli sguardi commosse il marito ad assumerne le difese.
Veramente, allorchè si vedono in lotta il debole e il forte, non
la carità cristiana, ma certo la prudenza umana insegna a pigliare
la parte del secondo e giudicar reo e ribaldo il fiacco, se non
altro perchè ardisce resistere. Ma la generosità della gioventù e la
franchezza d'un'anima ben educata facevano don Alessandro inchinato
alla parte del paziente; al che aggiungendosi il pregare della sposa
e il sinistro concetto in che era tenuto il feudatario, non esitò a
chiarirsi campione di que' meschini. Colla maggior creanza di modi,
venuto adunque allato a don Alfonso:
— È lecito sapere qual sia la colpa di quegli sciagurati?
La collera aveva già invaso l'animo dell'Orso al trovarsi impedito
nella giustizia, com'egli ed altri chiamavano la vendetta; onde, a
guisa di sparviero che vede la colomba abbandonare il sicuro nido, egli
vibrò l'occhio sulla fanciulla quando si scostò dall'asilo, nè punto
badando al Sirtori, con un sogghigno ove mescevasi il pensiero atroce
col pensiero lascivo:
— Ah! ah! (disse) ci sei venuta da te stessa, eh? Animo, cacciatori;
essa pure è complice; pigliatela, e portatela dritto in castello.
Parve atto scortese e crudele al giovine cavaliero, prima il non
rispondergli, ed ora il voler levare quella fanciulla dalle braccia
d'una dama; onde, col morbido della voce mitigando un cotal poco la
precisione delle parole, — Signore (esclamò) vorrei sperare che la
cortesia e l'onestà di un cavaliero le fossero abbastanza conosciute.
Misurollo quell'altro con bieca guardatura, e: — Conosco i miei doveri,
nè occorre che altri venga a dar il tono in casa mia. Poi tornatosi ai
cacciatori che esitavano. — Su via (intimò): a chi dico: obbedite.
La Brigita ascondeva la faccia in seno alla dama, gridando: — No, no,
per carità... per amor della Madonna... mi ajuti: pregherò il Signore
per lei tutti i giorni... Poverina me! La mi ajuti, o piuttosto mi
ammazzi. Cipriano, assediato nei suo asilo, non poteva che gridare, —
la salvi, la salvi. — Salvala, diceva pure donn'Emilia, volgendosi al
marito, bagnata di lagrime e resa più bella dalla pietà. Il Sirtori
girò la briglia e, spinto il cavallo fra la donna e i rapitori,
vibrando contro questi lo spuntone da caccia, intimò: — Indietro.
Chi ha visto come il fuoco divampi al gettarvi dello spirito, pensi che
altrettanto avvenisse di don Alfonso a quell'atto. L'odio represso fin
là sotto la maschera della cortesia, ruppe nella collera più furibonda,
e: — Che? gridava con parole ammezzate dal singhiozzo dell'ira. Chi
è tanto audace da frammischiarsi nella mia giurisdizione? Sono miei
vassalli: hanno violato le mie leggi; chi si oppone è sleale al re.
Indietro.
E difilatosi contro don Alessandro, gli pose la mano alla briglia del
cavallo. Per quanto gravissimo fosse questo affronto secondo le idee
d'allora, per quanto un cavaliero fosse dilicato nel punto d'onore
ed anelasse l'occasione di mostrar valore ed ostentare maestria nel
maneggio dell'armi, studio quasi unico dei nobili, pure la differenza
di età, la situazione, l'ospitalità che ne riceveva contennero don
Alessandro, che quanto più seppe pacato gli diceva di rimando: —
Qualunque altro, ed in qualunque altro luogo si pentirebbe tardi
d'avere intaccato la lealtà d'un par mio. Qui però, se ben vedo, non
si tratta di giustizia; nè conosco legge o costumanza al mondo, che
permetta di rapire una ragazza e di violare un luogo consacrato. No,
finchè io sappia tenere un'arma in mano non permetterò mai che, dove io
sono, si commettano soperchierie.
— Soperchierie? sciamò l'altro nel colmo della furia. Anzi soperchieria
fai tu, arrogante fanciullo, a pretendere ch'io ti renda ragione del
mio operare. Tu hai smentite le mie parole come fossero quelle d'un
villano: ti ricambio la mentita e ti chiamo codardo e sleale, e te lo
sostegno con l'armi. Mettiti in parata; chè mi sento cuore di farti
provare come ferisca questa punta, che da un pezzo ha sete del tuo
sangue.
Che il disegno dell'Isacchi fosse tutt'altro che di suscitare un
alterco, abbastanza appare dalle precedenti disposizioni. Ma queste
gli rimanevano scompigliate, sì dal trovarsi lontano dal posto
dell'agguato, sì dall'avere intorno troppa gente per celare il fatto
quanto fosse d'uopo alla impunità.
L'ammazzare, insegna la legge di natura e di Dio, è sempre delitto:
l'ammazzare in duello, insegna il mondo, è non solo lecito, ma lodato
da quel punto d'onore, virtù di parata, che può associarsi a tutti i
vizii e fin colla codardia.
Don Alfonso dunque, vistosi presentare il destro di riuscire al suo
intento con un duello, spinse la provocazione sino al punto di farlo
nascere, sì perchè sitibondo più che mai di sangue in quell'impeto;
sì perchè disprezzava un giovane, non ancor avvezzo ad affrontare la
morte, i cui riguardi stessi interpretava per vigliaccheria. Anche a
don Alessandro parve gli tornerebbe ormai a biasimo il ricusarsi: finì
di determinarlo l'ultima frase, ove sonava una di quelle verità, che
suo malgrado sfuggono all'uomo nella foga della passione. Onde balzar
di cavallo, impugnare uno stilo abbindolato all'arcione, e mettersi
in attitudine, fu un lampo. Altrettanto avea fatto il nemico: ma quel
furore non gl'impedì che, nel brandire il pugnale, ne accostasse alla
bocca il pome, imprimendovi colle labbra convulse un bacio sul nome di
Maria, che v'era niellato: indi si venne ai fatti.
Al primo vederli così inaspettatamente alle contese, le donne si
misero fra loro, procurando attutirli: ma vista vana ogni opera, si
raccolsero al tabernacolo, e quivi gettatesi ginocchioni, avvicendavano
preghiere. L'occhio però, che alzavano supplichevole a quella che
andavano chiamando cara Madonna, volgevasi ogni tratto per fermarsi sui
due pugnali, terribile arma, che di sopra al capo dei due combattenti
sfavillavano d'un lampo ferale. In entrambe le donne un solo era il
voto, ma mentre la villana restava quasi fuor di sè ad uno spettacolo
tanto insolito, sul volto di donna Emilia poteva, insieme all'angustia,
notarsi una certa compiacenza al vedere il suo Alessandro mostrar
coraggio e generosità, doti che sempre riescono gradite ad una dama,
tanto più se le scorge in colui che è suo.
Il seguito del feudatario erasi rannodato da una parte; rimpetto
si erano collocati i bravi del Sirtori, che cogli sguardi cagneschi
ricambiando i cagneschi sguardi degli altri, parevano dire, — Eccoci
qua, per qualunque caso, a darvi buon conto di noi. Cipriano che,
durante il diverbio, a guisa d'una macchina avea voltato la faccia
e la bocca a qual dei due parlava, ora, colle spalle sempre volte
al tabernacoletto, e rispondendo sopra pensiero alle orazioni delle
preganti, non dispiccava mai l'occhio dai combattenti, e colle braccia
e con tutta la persona ne secondava i colpi. Poco lontano il Guercio e
due altri bravi ustolavano e adocchiavano con ansietà; e si dicevano
tra loro: — Sta a vedere che il padrone risparmia a noi la fatica di
fargli festa.
— Mi pare piuttosto (soggiungeva il Guercio) che il giovane voglia
risparmiare a noi la romanzina o peggio, che il padrone ci ha promesso.
— Mi rincrescerebbe (aggiungeva il terzo) a restare senza salario.
Infatti apparve ben tosto come il giovane sull'altro prevalesse.
L'Isacchi era il toro inferocito, che assale ad occhi chiusi; l'altro,
più freddo e cauto, colla sinistra dietro il fianco, la destra sporta,
l'occhio fisso all'arma dell'inimico, mentre con quieta destrezza
ne schivava o schermiva i colpi, pareva andar ritenuto per non
trargli mortalmente, nudrendo ancora quella speranza che conserva un
onest'uomo, strascinato contro voglia ad un tal passo, quella d'uscirne
con nessuno o poco sangue. Don Alfonso, non aspirando che ad uccidere
l'inimico, gli cacciò una puntata di sotto in su, ma l'altro fu lesto
a dargli un mezzo riverso sopra il braccio destro, al tempo stesso
che gli voltò una punta al petto, piegando ad arte lo stilo in modo
di scalfirlo appena. Con meraviglia però incontrava un ostacolo, e
s'avvide del giaco onde il feudatario aveva difeso il petto. Poco mancò
che questo accidente non gli costasse la vita: perocchè il nemico,
intento al proprio vantaggio, colse quell'istante per drizzargli alla
testa una stoccata, che fece gelare di spavento le donne spettatrici.
Se non che il Sirtori, stomacato di simile slealtà, e vistosi la morte
a un pelo, fu pronto a togliersi la botta sul filo dritto del pugnale,
e nel parare istesso, spinto innanzi il piè manco, gli pigliò il
braccio per di fuori in guisa che d'un rovescio gli trafisse il collo.
Barcollò, cadde l'Isacchi: ma nello stramazzare gridò _A noi_, che era
la parola concertata per l'assalto. All'intenderla, il guardacaccia
a sbalzi lanciossi contro don Alessandro, esclamando — Assassinio,
Assassinio: i tre in agguato sbucarono, sebbene con impeto minore:
anche gli altri cacciatori parvero mettersi sulle offese. Cipriano,
cedendo a quel primo moto che nei caratteri aperti previene la
riflessione, era balzato dal suo asilo, sventolando il cappello e
gridando a tutta gola: — Evviva! è morto; morto l'Orso.
Che l'ammazzare un altro, quant'è glorioso, altrettanto sia piacevole,
nol credo: ben so che, al vedersi davanti un essere che dianzi
pensava, parlava, operava, e che ora, per opera sua, trovavasi vicino
a diventare un pezzo di materia, pastura di vermi, il nostro don
Alessandro rimase qualche tempo in un'attonitaggine, che sarebbe potuta
riescirgli funesta, giacchè lo lasciava esposto alla prima furia del
guardacaccia. E questi gli si scagliava addosso; se non che Cipriano,
pentitosi all'istante d'aver insultato un ucciso, e bramoso di riparare
quella scappata, si precipitò attraverso ai passi dell'assalitore,
mentre i buli del Sirtori tenevano testa agli altri, sinché il loro
signore rinvenuto dallo stupore, gridò a coloro in tono di comando: —
Abbasso le armi.
Furono parole magiche. Il guardacaccia si arrestò, ed, o fosse
l'abitudine di obbedire ai cenni signorili, o la simpatia naturale
e sovente disastrosa che pruova l'uomo per un esito fortunato, o
l'irresolutezza che ben egli avvertì nei camerati, i quali, vili come
tutti gli arroganti, al mirar caduto colui che di sua ombra copriva le
loro ribalderie, si mostravano più disposti a pensare ai casi propri
che a vendicare gli altrui, alzò la bocca dello schioppo, guardò di
traverso il ferito, scosse le spalle e gridatogli — Ben ti sta; n'hai
fatte abbastanza, soggiunse ai compagni: — Seguitemi.
L'occhio di don Alfonso, che sopra di lui stava fissato, come lo vide
dar volta, prese il luccicar cristallino e disperato di chi sente
lo schianto del ramo cui s'era ghermito dirupando da una balza. De'
cacciatori, alcuni guardandosi in faccia e dicendo, — Qui la più sicura
è andarsene fuori di ballo, col pretesto di correre chi pel chirurgo,
chi pel prete, se la batterono per la campagna. Gli altri si drizzarono
verso il castello col guardacaccia, che tra via discorrendola de'
fatti loro, diceva: — Sapete che? Il morto in sepoltura e il vivo
all'osteria. Qui bisogna cercare salvezza e pagnotta per noi. In
palazzo c'è degli zecchini a pala. Nemmeno il diavolo non ci tiene
dall'andarci, e far bottino del bello e del buono. Quell'ammazzasette
non verrà certo ad insultarci là dentro: ad ogni caso, per fare il
bizzarro con noi vogliono essere altre barbe che la sua. I servitori
che sono lassù n'avranno di grazia a tenerci il sacco; se no, sapete
come si fa. Quanto a cotesti villanzoni, anime di sambuco, da me ne fo
stare un centinajo. Poi colle bolgie ben in assetto e i nostri tromboni
sul braccio, ce n'infischiamo di mezzo mondo.
Gli altri ad applaudire alle costui trasonerie; e fra tali smargiassate
seguitavano la strada, concertando futuri delitti.
Nel bosco frattanto, attorno a don Alfonso erasi fatto il solenne
silenzio che succede presso a chi sta sull'orlo del sepolcro.
Donn'Emilia aveva ammanniti dei pannolini per fasciare la ferita: il
vincitore, proteso in sulle mani giunte e a capo chino, lo contemplava
in atto e con parole di sentita compassione: Cipriano gli sorreggeva
la vita perchè stesse meno a disagio: — quel Cipriano che testè aveva
tremato al superbo cipiglio di lui, ora ne sorreggeva la cascante
persona, alitandogli sulla fronte ed esclamando: — Poveretto; nel
mentre che la Brigita col grembiule gli tergeva il gelato sudore, e
venivagli dicendo: — Si ricordi del Signore: si raccomandi alla sua
misericordia che è infinita: faccia l'atto di contrizione: risponda col
cuore alla _Salve Regina_, che io reciterò.
Oh soperchiatori!
Ma don Alfonso, sentendosi venir meno la vita, accennò che lo
portassero appiè del tabernacolo. Ivi, levando le mani e gli occhi
ondeggianti nella vicina morte verso l'effigie divota, — Ho profanato
(diceva con debole e stanca voce), ho profanato il vostro terreno colla
violenza e col sangue... Perdonatemi!
Era un richiamo delle antiche superstizioni, per cui più sentivasi
rimorso dell'aver violato il sacro asilo, che non dell'assassinio
tentato. E proseguiva: — Pure esaudite la mia ultima preghiera.
Si diede a cercarsi il petto, il che fu dagli astanti creduto in
sulle prime quell'atto macchinale per cui i moribondi sembrano
volersi aggavignare alle fuggenti cose del mondo. Si vide poi che ne
traeva una medaglia ed una chiave, appese ad una catenella: baciò la
medaglia, e additandola, coll'anelante voce disse: — Questa offeritela
alla Madonnina. Voltosi poi al Sirtori, e porgendogli la chiave, —
Qui sotto... nel gabinetto dietro la tappezzeria della mia camera...
vostra madre... Andate voi... voi stesso a liberarla. E dopo alquanto,
stringendogli la mano, — Voi stesso, ripetè. Protese le membra,
boccheggiò; travolse le pupille, nè più si mosse.
Le donne diedero in un pianto: inginocchiati poi tutti recitarono il
_De profundis_: indi i servi, recisi e rimondi dei rami, ne formarono
una bara, sulla quale composto il defunto, si avviarono verso il
castello. La Brigita e Cipriano, non sapendo finire di ringraziare
la Madonna d'Imbevera e que' buoni signori, tornarono a casa con quel
misto di gioja e di sgomento che succede ad un grave pericolo sfuggito,
raccontando l'occorso, ma con tale ansietà e confusione che poco altro
si comprendeva se non che l'Orso di Barzago era morto, morto come un
santo.
La notizia non tardò a spargersi pel comune. Stava il sindaco
scegliendo le più mature pannocchie di grano turco dal suo camperello,
quando arriva uno tutto trafelato e: — V'ho a dire una nuova che
rimarrete.
— Che cosa? è nato forse il vitello? domandò Isidoro.
— Altro che! È morto il padrone, l'Orso.
— Che? saltò su il sindaco, lasciando cascare gli spigoni e spalancando
gli occhi. Morto il padrone? Oh voi mi canzonate. Se l'ho visto io sta
mattina, sano come un pesce.
— Tant'è: l'hanno ammazzato, rispondeva l'altro; e sono addietro che lo
portano in su morto stecchito.
Intanto sopraggiungevano altri a confermare la notizia; onde Isidoro,
fatto tanto di cuore, pianta lì sacco e gonnella, ed: — Animo,
figliuoli: qui bisogna correre, se mai fosse bisogno di noi. E toltosi
in spalla il forcone, si avvia più che di passo giù verso il bosco, e
dietro altri ed altri, di mano in mano che ne incontrava, col badile,
con mazzapicchi, con vomeri, con quel che prima capitava sotto le mani.
Ma non andarono troppo, che il sindaco fermossi in sui due piedi, ed: —
Alto là, ragazzi. Don Alfonso non ha figliuoli, eh?
— Sicuro di no, risposero ad una voce.
— Dunque (replicò egli), noi ricuperiamo la libertà.
— La libertà? — La libertà? ripeteano i villani, guardando un in viso
dell'altro come chi ode una parola che non intende: e si stringevano
intorno ad Isidoro.
— Senza dubbio (seguitava egli), la libertà. Perchè, non avendo egli
nè figliuoli nè cagnuoli, questo feudo ricasca al re, e noi torniamo
ad essere liberi come eravamo prima dell'ottanta, cioè a non obbedire
se non al re, che Dio conservi. Queste cose io le so ben io, perchè è
un pezzo che maneggio gli affari della comunità, sebbene sotto colui
pesassi per un quattrino. Ma è finita questa vita da cani: ed ora,
che vantaggio, ragazzi! che allegria! Se vi avranno a dar la corda, se
avranno ad ammazzarvi, saranno i ministri del re, non costui, e...
— E non s'ha più a pagare? saltò su un padre di sei figliuoli, a cui
l'esattore aveva portato via il pajuolo, perchè non si trovava un
filippo da dare pel testatico.
— Ma che idee! ripigliava Isidoro. Pagheremo sì; però i nostri bezzi
non se li metterà in tasca costui, ma anderanno in Spagna, dove ci
sono i dobloni d'oro tanto fatti. Vivano i nostri privilegi! viva la
libertà!
E scaraventava in aria il cappello; e gli altri facevano il
somigliante, gridando: — Viva la libertà, senza conoscere tampoco
che cosa la si fosse, come è il solito della moltitudine, e sovente
di quelli che guidano la moltitudine, benchè si diano a intendere di
saperla tanto più lunga del povero Isidoro, e quel che è più, senza
avere la probità, il disinteresse e le rette intenzioni di quel
galantuomo di Brianzuolo.
A mezza l'erta incontrarono il convoglio. Il popolo si affollò
intorno alla bara, quasi per accertarsi che veramente fosse morto, e
vistolo proprio spacciato, se prima ne dissimulavano i veri delitti,
ora ne mettevano fuori anche di falsi: que' timorati, che a dirne
male mentr'era forte avrebber creduto offendere Dio, tiravano giù a
refe doppio ora che Dio l'aveva raggiunto: quei che più lo avevano
piaggiato potente, più sfoggiavano la bravura del vile insultandolo
caduto; scene non nuove a chi si ricorda di vent'anni fa. I più
dabbene gli recitavano dei suffragi; ed il signor vicario, ch'era pur
dovuto accorrere se mai fosse bisogno del suo ministero, esclamava:
— Intendete, figliuoli? imparate, _Vidi impium super exaltatum et
elevatum super cedros Libani: transivi, et ecce non erat_[4].
Il popolo non capi niente; pure dissero con suffragio universale: — Ha
ragione; questo si chiama un parlare! Già è un pezzo che la bolliva!
L'ho sempre detto anche io che finirebbe così.
Ma la calca fattasi intorno ritardava don Alessandro, cui le ultime
parole del moribondo avevano messo pensate di che cuore. L'ansietà
d'un contadino, quando in agosto invocò un pezzo e un pezzo la pioggia
sull'inaridita campagna, e che vede finalmente sorgere delle nubi, ma
insieme farsi un tempaccio cupo, un cielo nero, con certi lampi lunghi,
continui, certo brontolar sordo del tuono, onde tremante aspetta
se sarà acqua che ristori o grandine che finisca di desolare, è uno
scarso confronto con quella di don Alessandro. Si trattava di sapere se
vivesse ancora una madre, cui tant'anni egli aveva pianta per morta;
se quello dev'essere il giorno più bello di sua vita, o se andasse
a discoprire chi sa qual tremendo arcano, che inconsolabilmente lo
desolasse. Non cessava dunque di gridare: — Avanti, avanti, figliuoli.
E questi poggiavano verso Barzago, ingrossando più sempre come un
torrente in suo cammino, perchè non le donne, non i vecchi, non i
fanciulli rimasero in casa; e come, allorchè fu ucciso il lupo di cui
tutti tremavano, tutti accorrono a vederlo, a toccarlo, così facevano
là intorno una pressa, un sospingersi, un narrare, un minacciare.
Giunti alla forca, la quale sorgeva non inoperosa, sulla spianata
del castello, a furia la distrussero, perchè era costume (allora)
de' sollevati d'abbattere ciò che loro dispiaceva del reggimento
precedente, per dare al successivo la fatica di rifabbricarlo.
Nel castello era già prima entrato il guardacaccia cogli altri: ove
raccoltisi intorno i famigli, annunziata la fine del padrone, e parte
colle buone, parte colle brusche trattili dal suo parere, si accingeva
a frugare la casa per trovare il denaro. Ben presto intende da prima un
sordo mormorio lontano, poi alte grida farsi più e più vicine; infine
i villani tutti che ormai giungevano alla cima urlando: — Evviva! al
castello! abbasso le torri! viva noi, morte ai padroni.
Un popolo, non fosse che il popolo di Barzago, non fosse armato che
di ciottoli e di bastoni, mette paura a musi troppo più bravi che i
bravi di don Alfonso. I quali, trovandosi circondati, nè vedendo a che
la cosa riuscirebbe, ma persuasi che l'audacia raddoppia gli uomini,
levarono il ponte, calarono le saracinesche, poi, affacciati tra i
merli, spianando i fucili, intimarono: — Indietro, marmaglia.
E la marmaglia, che non se l'era aspettato, dava indietro. Ma il
Sirtori, che a cavallo soprastava alla turba, fattosi innanzi ed alzata
contro i bravi la mano ignuda in segno di pace: — Quieti (diceva),
quieti. Non fate male ad alcuno, e, parola di gentiluomo, neppure a
voi non vi sarà fatto male. Potrete andare dove vi piace; vi pagherò i
salari scaduti: ma deh! lasciatemi entrare costà. Il fu vostro padrone,
guardate, morendo mi diede questa chiave, e m'ingiunse che io stesso
aprissi il gabinetto dietro la sua camera, e che colà sta rinchiusa mia
madre, la contessa Perego. Forse voi altri ne sapete. Deh! vogliate
al più presto lasciarmi vederla, salvarla. Non chiedo altro: non vi
chiamerete certo scontenti di me.
Queste e simili parole diceva egli in aspetto di tanta compassione,
che a molti circostanti s'imbambolavano gli occhi. Il guardacaccia,
partecipe dei delitti del padrone, si ricordava benissimo come, anni
fa, nel bosco avesse rapita quella signora: sapeva d'averla portata
in castello: ma quivi era scomparsa, nè quel che ne fosse avvenuto
lo sapeva egli, nè l'aveva cercato, non essendo questo affar suo: la
credeva da un pezzo morta e sepolta. — Ma se (pensava egli), se la
è viva tuttora, ed il padrone la conservò tanto tempo per finezza di
vendetta, possibile ch'egli sia stato debole a segno da sventare in
un sol punto l'opera di tanti anni? — Dal quale ragionamento venne a
indurre che, o questa fosse un'astuzia del signor Sirtori, o veramente
il moribondo avesse affidata a questo la chiave, perchè sotto a quella
stesse chiuso il tesoro che la popolare credenza supponeva essere
riposto in ogni castello.
Approfittò dunque della smania di don Alessandro per conchiudere
una specie di capitolazione. — Ella vede come due e due quattro,
che con questi uomini io posso tenere il castello per un mese: e
intanto quell'altra se non è crepata, creperà. Pure, se tanto le preme
d'entrare, io lascerò venire vossignoria co' suoi uomini nel cortile:
quando sarà dentro, tratteremo più preciso; ma prima, sulla fede sua mi
prometta di lasciare andare me ed i miei camerati con tutto quello che
avremo indosso senza molestarci.
Per quanto al signore paresse degradarsi scendendo a condizioni con
siffatta genìa, pure, struggendosi di venirne a capo, non esitò a
rispondere: — Sì, sì: prometto in faccia a Dio e a tutta questa brava
gente.
Allora fu abbassato il ponte. — I quattro bravi di don Alessandro
precedettero: egli e la sposa, che mai non se gli parti dal fianco,
tennero dietro a cavallo: ma fu impossibile impedire che alcuni
dei galuppi più arditi, sguisciando fra le gambe dei cavalli, non
entrassero nel cortile, e dietro a loro tutto il popolo. I bravi, tolti
in mezzo, per quanto urtassero e minacciassero, poco profittavano tra
la folla e agevolmente avrebbero potuto restare uccisi. Ma il sindaco,
al quale troppo sarebbe dispiaciuto il non potere in tutte le forme
pigliar possesso del castello a nome del comune, e che si ricordava in
che modo taluno de' suoi predecessori si fosse comportato in caso di
sollevazione, andava gridando: — In nome della legge, all'ordine. Se
sarà da ammazzare, aspettate che vi sia comandato. — Il vicario, che,
tanto contro sua natura, trovavasi strascinato in quel serra serra, a
somiglianza d'un tordo presiccio che starnazza e ficca il capo fra le
gretole della gabbia se mai possa distrigarsene, così lui, dimenticati
i testi e le metafore, prendendo or questo or quello per la giubba,
diceva: — State buono: state savio; altrimenti posso andare di mezzo
anch'io che non ne ho nè colpa, nè peccato.
Da tutto questo ajutati, i bravi si rannodarono, e, rotto il folto
della calca, guadagnarono la portella del palazzo, liberarono i mastini
di guardia, raccolsero altro servidorame, abbarrarono l'ingresso,
e ripigliato il sopravvento, tornarono a scaraventare maledizioni e
bestemmie, ad inarcar gli archibusi, a minacciare di mandar tutto a
fuoco e sangue. Valse l'opera di don Alessandro, sicchè la gente tanto
o quanto si ritrasse; il sindaco situò intorno alla porta una dozzina
di suoi fidati, e allora il guardacaccia, tanto più coraggio mostrando
(usanza di molti) quanto peggio la vedeva parata, e dell'ansietà del
Sirtori valendosi per trovare e scampo e denaro, cominciò, quasi fosse
lui il buono e il bello, a lamentarsi della promessa fallitagli, e
alzar le pretensioni. — Ora che la va di picca, (gridava, battendo per
terra il calcio del fucile) qui dentro non ci entrerà nè lei nè altro
muso, finchè io sappia sparare una palla contro un temerario. Alle
corte, per fare una parola sola, dia a me cotesta chiave. Io ho pratica
della casa; andrò a vedere, a ricercare. Se no, la si tenga la sua
curiosità, finchè glielo dico io.
Il guardacaccia poneva tutta l'importanza del fatto nell'aversi in mano
quella chiave: perchè (discorreva col pensiero) o sotto di essa vi è
il marsupio, e avrò fatto una buona giornata: o v'è la donna, e son a
cavallo; essa mi servirà di statico per ottenere quel che voglio.
La raccomandazione però fatta da don Alfonso al Sirtori d'aprire
egli stesso, tratteneva questo dal cederla, quantunque non potesse
indovinarne il motivo. Si fece innanzi il sindaco, esibendosi, quale
rappresentante del comune, di entrare egli stesso alla ricerca; ma
l'altro aveva messo i piedi al muro: onde, non volendo far sangue, dal
che, oltre il male del prossimo, poteva venirgli anche una persecuzione
dalla giustizia, don Alessandro s'indusse a ceder la chiave al
guardacaccia, che, sognando mucchi d'oro, s'avviò con essa.
Non v'è entrato mai il capriccio, o lettori (poichè un uomo di mondo
dee veder tutto, anche i delirii, anche le sciocchezze) di trovarvi
là dove si cavano i numeri del lotto? Un ampio cortile pieno fitto
di gente (plebe, s'intende, perchè questa è il predestinato zimbello
degl'inganni) rimbomba dello schiamazzo di mille voci, che suonano
ognuna diversamente, ma tutte sul motivo stesso, cioè i numeri giocati.
Uno li ebbe dal tale, ammesso ai segreti della fortuna, l'altro li
tirò da un sogno, chiaro come il sole; un terzo li almanaccò addosso
al poverino che fu impiccato sta settimana; quella comare ha messo la
polizzina nelle occhiaje d'un teschio, e la notte sognò fuoco: narrano,
ascoltano, consultano: in volto a tutti leggi l'ansietà. Nè a torto.
Si tratta che alcuni non hanno fatto colazione per serbar i cinquanta
centesimi da mettervi su; si tratta che quest'altro picchiò sua moglie
perchè, invece di dargli i quattrini, voleva con essi comprare una
libbra di pan cruschetto da sfamare i puttini; si tratta che quella
donnina è venuta ad una parziale transazione colla severità di sua
virtù. E forse di lì ad un momento sentiranno gridare due, tre numeri,
di quelli appunto scritti nel loro polizzino; e per trenta o quaranta
scudi che di giovedì in giovedì buttarono a minuto nel bugiardo
botteghino, andranno contenti come pasque, a riscuoterne tre, quattro,
fors'anche venticinque, uno sopra l'altro, gridandosi fortunati e
pagando da bere a tutti gli amici: già impromettono, già fanno i più
begli assegnamenti su quei denari. Ma allorchè compajono sul palco
quei signori, a far con tanta serietà un giuoco, con tanta onestà uno
scrocco; quando l'innocenza mette la destra nel bossolo dell'illusione;
più non s'intende uno zitto: cheti come pesci, tengono il respiro: le
bocche, gli occhi stanno incantati verso il palco, verso l'urna, verso
l'orfanello.
Questa similitudine, che senza sconcio si sarebbe potuta ommettere
o almeno scorciare, vaglia a farvi intendere quel che succedeva nel
cortile del castello di Barzago. Al frastuono di prima era succeduto
il curioso silenzio dell'aspettazione: fissi gli occhi, proteso il
mento, levati sulle punte dei piedi, stavano i villici attenti alla
porta per cui era entrato il guardacaccia, figurandosi ad ora ad
ora vederlo ricomparire... con lui una donna; e qui la fantasia di
ciascun sbizzarriva, immaginandola o pallida, estenuata come Lazzaro
quatriduano, ovvero ancor bella, fresca, raggiante, per uno dei tanti
miracoli, sparsi intorno dall'ignoranza, dai cantastorie e dai frati.
Quando improvviso rompe quel silenzio un fragore, come di fulmine:
tremò il castello: cento teste fecer civetta fra le spalle, cento
bocche si spalancarono ad un ah di meraviglia, di sgomento: poi al
grave odore di solfo, ai densi volumi di fumo che sbucavano da una
finestra, le donne e i più timidi cominciarono ad esclamare: — Il
diavolo, il diavolo! è venuto a portar via il padrone ed i suoi bravi.
Tanto abituali e radicate erano queste ubbie, che non solo cacciarono
il più de' circostanti in dirotta fuga, ma fecero impallidire gli
stessi più sicuri: e quei bravi che le tante volte aveano sfidata a
viso a viso la morte, ora dinanzi ad un potere invisibile presi da
panico terrore, gettarono le armi gridando: — Perdono! misericordia!
Nè meno sbalorditi rimasero il vicario, il sindaco, e, a malgrado
del sangue generoso, anche don Alessandro. Questi però fu il primo
a ripigliarsi, e tolta omai ogni resistenza, si mosse diviato per
riconoscere l'accaduto. Il vulgo non dubitate che più varcasse la
soglia, da che la idea del diavolo la custodiva. Il vicario, per poca
volontà che se ne sentisse, non potè rifiutarsi all'invito fattogli di
entrare scongiurando: e fioco siccome avesse veduto il lupo, trinciando
benedizioni che l'una non aspettava l'altra, ripeteva esorcismi e
_oremus_ cui donna Emilia rispondeva. Seguitavano i servitori, girando
gli occhi pieni di sospetto, e colle armi inarcate quasi avessero
intenzione d'ammazzare lo spirito maligno: dietro a tutti veniva il
sindaco, con tremula voce dicendo come un giornalista: — Coraggio,
innanzi.
Così s'avviano alla camera di don Alfonso. Ogni cosa era ingombra di
fumo: ma l'usciuolo dietro alla tappezzeria era aperto: passano nel
gabinetto... che spettacolo! Il guardacaccia sfracellato giaceva in
un lago di sangue, attraverso alla portella, il cui soliare era stato
spezzato e scagliatogli incontro da una specie di macchina infernale
sott'esso coperta, e a cui l'ingordo avea dato inavvedutamente lo
scatto. Il giovane signore lanciossi dentro la portellina, e al
lume delle fiaccole portategli dietro da due uomini, si calò per uno
scaletto angusto, erto, disuguale, scalpellato nel macigno; mentre il
sindaco distando in cima, veniva dicendo: — Non la abbia paura ad ogni
modo siamo qui noi. È giù?
Il Sirtori, disceso molti scaglioni, trovato alfine il pavimento, ecco
vi scorge disteso qualche cosa di nero: — Dio, Dio! che palpiti al
cuore d'un figlio! — Accosta il lume: è una donna. Non la conosce: ma
le parole del moribondo, ma una voce interna non gli lasciano dubitare
chi ella sia. Ma ohimè! non si muove, non sente, non risponde alle
parole di lui, che va gridandole: — Madre, madre. Se la leva in dosso,
e su.
Pallido, sudato, coi capelli irti sulla fronte, rischiarato dietro
dalle fiaccole, adombrato avanti dalla fumea non ben dissipata, quando
ricomparve nel gabinetto recandosi sulle spalle quella infelice,
che spenzolava come cosa morta, il sindaco diede indietro: il curato
raddoppiò gli scongiuri: la sposa se gli gettò incontro, e sollevando
il capo cascante della meschina, lo bagnava di lagrime dirotte.
La posero a letto, la scaldarono, la soccorsero; non era morta. In
quel corpo già estenuato da lunghi patimenti, il colpo rimbombato
più fortemente nel sotterraneo, aveva sospesa non troncata la vita.
L'impressione dell'aria e della luce, il calore, le assidue cure
del figliuolo e della nuora, richiamarono i sensi smarriti: il cuore
tornò a battere, il sangue a rifluire per le vene: tutta alfine si
risentì, guardò intorno... Più non era la fetente oscurità, la desolata
solitudine della sua tomba: rivedeva il sole, rivedeva visi umani,
ed un giovane, che premendo il volto contro il volto di lei, andava
ripetendo: — O madre, madre! sono Alessandro; sono il vostro figliuolo.
Lettor mio, non fosti tu mai in prigione? Dunque non hai gustato
qual gioja sia il tornare da quelle angustie alla libertà, all'aria
aperta, all'uso del proprio volere; dagli ozii penosi all'opere;
dall'incompassione, dalle beffe, dal sospetto, all'abbraccio de' suoi
fidati, al colloquio sincero e spensierato, alla pietà, all'onore,
al credere, all'esser creduto, al riconoscere ancora l'uomo e la sua
dignità. Pure a questa consolazione generalmente non si arriva che dopo
gustati, giorno per giorno, minuto per minuto, gli ineffabili spasimi
della speranza.
Ma per la signora Perego il balzare dall'eccesso delle angosce
all'eccesso della gioja, era istantaneo. Addormentatasi in un terribile
sogno, si svegliava al colmo della letizia. Da sì lungo tempo non
vedeva altra luce che la fioca di un altissimo pertugio: da sì lungo
tempo non udiva che qualche insulto scagliatole dall'Orso, insieme col
pane: da sì lungo tempo non diceva altre parole, se non la preghiera
che innalzava con fede a quel Dio, che sa tramutare in esultanza il
dolore quando sembra più disperato.
Ripreso quindi il vigore, essa potè narrare come dal bosco d'Imbevera
fosse stata rapita a quel castello: i primi giorni fu tenuta in
cortesia; ma perchè costantemente resistette a minacce e lusinghe
dell'osceno che le aveva trucidato lo sposo, egli, convertito l'amore
in odio mortale, ingiuriatala di mille scorni, l'aveva sepolta in
quel sotterraneo, dove non sapea dir quanto tempo, giacchè nulla
numerava la monotonia de' suoi giorni, ma certo anni ed anni era
vissuta, desiderando, invocando la morte, nè da alcuna consolazione
confortata, se non dall'avere, tra gli impeti della collera del
feudatario, compreso come di mano gli fosse scampato almeno il diletto
suo Alessandro. All'intenderla, il vicario impietosito, diceva: — Affè,
vossignoria può cantare col redivivo Giona: _De ventre inferi clamavi,
et exaudisti, Domine, vocem meam_[5]. Il figliuolo piangeva dirotto, ad
ora ad ora esclamando, — O madre mia, mia cara madre, quanto patire!
— Sì, rispondeva ella: sì, ho patito e quanto! Ma l'innocente che
geme sotto la prepotenza ha un conforto inesauribile ove si volga
al Signore. Io lo pregava di cuore; io pregava la beata Vergine dei
dolori, che fu madre anch'essa, che essa pure ha perduto un figlio per
l'iniquità degli uomini; pregavo non perchè finissero i miei tormenti,
che nè tampoco lo speravo, ma per ottenere pazienza, ed allora sentivo
mitigarmisi gli affanni.
Più minuto osservando, si conobbe come il sotterraneo rispondesse
appunto sotto al letto del feudatario, che conservando viva la
sua vittima, avea voluto sorsi a sorsi assaporare la voluttà della
vendetta. Tenere in catena il suo nemico; sapere quel che ad ogni
istante egli patisce: contarne, sto per dire, i gemiti ad uno ad
uno, e questo nemico non avere altra cagione d'abborrirlo se non le
ingiurie recategli, è squisitezza di piacere che voi non conoscete, non
conoscerete mai, anime umane, e che solo alle sue privilegiate riserba
il demonio[6].
Sull'usciuolo di quel sepolcro era delineato il teschio racchiuso
nella gabbia, affinchè l'aspetto di quello condisse la vendetta, che
là entro se ne stillava. Il Sirtori, esaminando la soglia, fece notare
gl'ingegni, disposti in modo che dovesse dare il volo alla polvere
sott'essa adunata chi vi entrava senza le precauzioni, note forse
soltanto a colui che l'avea preparata. Il sindaco, che, per fare il
dover suo, osservava ogni cosa finamente, non sapeva intendervi, e
diceva: — Questa, non si può dubitare, è una mina. Ma come qui? e
perchè?
— Era un colpo di riserva, rispose don Alessandro.
— E per chi preparato?... addimandò la sposa, e impallidì. — Il Sirtori
impallidì anch'esso, e guardandola tacque.
Era quella, disposta pel caso d'una disgrazia, affine di trucidare
chi tentasse di liberare la rinchiusa? o col disegno di condurre là il
figliuolo, e quando la madre corresse nelle braccia di lui, spalancare
una voragine di fuoco di mezzo ai loro amplessi?
Chi può asserirlo? Molte, sottili, avviluppate sono le strade della
perversità, più che l'uomo onesto non sappia indovinarle. Troppo però
manifesto appariva il perchè tanto stesse a cuore a don Alfonso che
il giovane aprisse egli medesimo, confidando così, almeno dopo morte,
coronare la vendetta che aveva meditato per tutta la vita. L'ingordigia
dell'oro aveva strascinato invece quel miserabile ad attirare sopra sè
stesso il colpo che dall'innocenza sviava Colui, la cui mano, anche in
questa vita, fa talvolta piegare a favore della giustizia la bilancia
degli eventi, preponderante per l'ordinario a favore degli scellerati.
Il curato pensò a seppellire i due morti, coi riti che non rifiuta la
Chiesa, la quale, confidata nella misericordia di un Dio che per un
sospiro condona una vita intera di scelleraggine, rimuove l'insulto
dall'uomo che sta dinanzi al giudice vero. Il fatto andò tra il popolo,
rimpastato in cento guise diverse, tutte qual più qual meno lontane dal
vero: ma dove gran parte aveva il diavolo, che, dicevano, non avendo
potuto ghermire il padrone perchè morto in luogo sacro, erasi portato
in carne ed ossa il ribaldo servitore. Che se ne domandavano il vero
al sindaco, egli raccontava di buona voglia, ma quando si veniva a
quello scoppio, sul quale le sue congetture non si potevano chiarire
abbastanza, rispondeva come un professore: — Cosa volete mai sapere voi
altri ignoranti?
Poichè non è a dire quanto il buon uomo andasse in gloria, sì per
quella poca autorità che trovavasi avere ricuperato, sì perchè l'amor
suo proprio era lusingato dal vedere come non fossero stati vani i
suoi sospetti al tempo che avvenne l'aggressione della contessa madre,
sospetti che lo avrebbero condotto alla scoperta del vero se non fosse
stata quella bastonatura, di cui, ricordandosi, crollava ancora le
spalle. — Già (diceva) a questo mondo chi pensa male pensa bene, e
al figlio di mio padre non è così facile il mostrar bianco per nero.
Basta! ha finito colui di rubarci, di farci battere ed ammazzare come
fosse lui il re. Ora staremo da papi, e baronate di questa stampa
non ne succederanno più, più. Così diceva colla sicurezza con cui la
gente, al cadere d'un cattivo padrone, allo scapolare da un grosso
fastidio, si promette mari e monti, e non s'accorge come l'unico
bene che ne trarrà, sarà la breve gioja del tempo che corre fra il
sorgere della speranza e il vederla delusa. Così il fantolino tripudia
e si ringalluzza nel mentre che la balia sta allestendo le fasce da
imprigionarlo di nuovo e più bene.
Ma perchè turbare con sinistri presagi una di quelle consolazioni che
arrivavano sì di rado? Lasciamoli dunque fare, e come avessero toccato
il cielo col dito, scialarsi, dar nelle campane, coi falò annunziare il
fausto evento a tutto il vicinato. Al domani i signori vollero tornare
a vedere il luogo di antichi pericoli e di recenti.
Cadeva il giorno sacro alla natività di Maria: un lietissimo sole,
irradiando l'azzurra volta senza nubi e penetrando quasi furtivo tra le
dense chiome dei castani, temperava nel bosco il più amabile rezzo, al
mite soffio de' venticelli onde respira la stagione facendo passaggio
dal polveroso agosto al mese della vendemmia, — bello da per tutto, più
bello sul poggio della mia Brianza. Una folla di paesani trasse dietro
alla lettiga ed ai cavalli da cui erano portati don Alessandro e le
signore. V'accorsero molti che prima stavano riposti per isgomenti di
quegli spauracchi; ragazze che non poteano salvarsi dai colui bracconi
se non tenendosi rimpiattate, giovinotti bizzarri, che non sapendo
chinarsi e mandar giù, erano dovuti rifuggirsi ne' paesi vicini:
corsero quelli che jeri avevano mostrato coraggio: quei che s'eran
schivati del pericolo corsero del pari ed anche meglio al trionfo.
Non occorre dirvi che il sindaco, tutto raffusolato, si trovò là per
conservare il buon ordine.
Come la comitiva passò dalla bettola, Cipriano, la Brigita, padre e
madre furono incontro ai signori con un mondo d'inchini e un tripudio
di ringraziamenti. — Buon dì, signorie! (esclamava Cipriano) entrino
e s'accomodino. Non gli aspettavo che loro. La merenda che jeri aveva
ordinata quell'altro è bell'e pronta, ed io la servirò oggi di miglior
cuore a loro, e insieme un balsamo d'un vinettino che salta agli
occhi, e che il simile non bevono nemmeno a casa loro... Cioè... volevo
dire...
— Capisco, capisco, l'interruppe sorridendo don Alessandro. Ma la
merenda e quanto può somministrarci la tua dispensa, portalo colà
davanti alla cappelletta d'Imbevera, e dopo che avremo ringraziato la
Madonna, la distribuirai a questa buona gente.
Alla Madonna di fatto si condussero: il signor curato ribenedisse
il terreno, disacrato dal sangue, e tutto il popolo vi si prostrò,
rispondendo alle preghiere che con edificante pietà recitava
donn'Emilia al cui fianco stavano inginocchiate la Brigita e la madre
rediviva. Sorti poi, si sparsero a gruppi pel pianerottolo e nel
bosco, a contare, a domandare a designare i luoghi. Di Cipriano non
vi dico altro. Era divenuto due dita più alto; e mentre cocessero
le vivande, sbracciavasi come un telegrafo, narrando il primo atto
in cui era stato tanto personaggio: poi nell'udire il successo della
storia, trasecolava; batteva l'anca, esclamando: — Oh!... se ci fossi
stato io!... ma chi poteva indovinarlo? Come poi intese la fine del
guardacaccia: — Che? (disse) anche lui? fanne e fanne, s'è dato la
zappa sui piedi. Credeva lui che fosse arrivato il sabato mio: ma il
sabato non arriva soltanto per noi poveretti.
Il sindaco andava cercando sottilmente la verità del caso, per
estendere esatta informazione a chi di dovere. Il signor vicario
diceva: — Ecco: io come io, ho perduto un desinarello tutte le feste
e de' bei straordinari, ma tanto tanto ne sono contento, perchè vedo
contenti voi altri, che siete le mie pecorelle. E diciamola, che tanto
è morto: avete cento sacchi di ragione. Peccato però che io non sia
giunto in tempo, che, oltre il resto, gli avrei, _pulcriter, cum bonis
modis,_ rammentato quel che tante volte m'aveva promesso, di voler qui
fabbricare una chiesa e mettervi un cappellano. Oh! un cappellano _ad
nutum_ del parroco _pro tempore_ di Barzago, sarebbe un ajuto di costa.
— Ma la chiesa (soggiungeva il sindaco) non si potrebbe farla
ugualmente?
— _Cum quibus?_ domandava il curato, fregando tra loro i polpastrelli
dell'indice e del pollice.
E Isidoro, accarezzandosi colle dita stesse il labbro inferiore,
guardando la terra e dimenando un pocolino il capo siccome un poeta che
cerca la rima, replicava:
— Vedo quel che vuol dire. Ma ecco, in paese siamo
novecentocinquantatrè anime: se dessimo, puta caso, una lira per
testa...
— Ah, miserie, interrompeva il parroco. Non bastano manco per la
sacrestia.
— Oh, se consiste solamente in questo, io ne do quattro e patiscano gli
eredi. Così, facendo saltare sulla palma della mano quattro berlinghe,
parlava Cipriano, il quale calcolava sul maggior concorso che la
devozione trarrebbe alla sua osteria.
— Ed io (ripigliava il reverendo) raccomanderò le cosa caldamente dal
pulpito.
— No, no, interruppe la contessa madre, la quale era sopraggiunta in
mezzo a tali discorsi. La grazia l'ho ricevuta specialmente io, ed io è
ben giusto ne ringrazii la Madonna. La chiesa si farà, e voi, sindaco,
poichè vi dimostrate così ben disposto, v'impegno per soprantendere al
lavoro.
Il sindaco che, al sentirsi diretta la parola da una dama, erasi
allungato d'un palmo, faceva scappellate e inchini da settanta gradi,
esclamando: — Troppo onore; tutta bontà dell'eccellenza sua.
Qui il curato soggiungeva: — Anche il cappellano, illustrissima?
Ma l'illustrissima non udì, credo, in grazia del baccano che faceva
l'ostino, annunziando alla gente una tale risoluzione. Poi, secondo
gli ordini, cominciò questi a servire vino e mangiari, e, tutto brio
e ilarità, contava e ricontava fitto fitto la ventura, la quale (come
pur troppo facilmente i lettori nostri ne converranno) nulla avea
d'interessante se non l'esser vera. Anche suo padre davasi attorno
tutto traffico, snocciolando sentenze, e dando ragione all'ultimo che
avea parlato. La madre pure, la quale, vistone gli effetti, non sapeva
disapprovare il coraggio di suo figliuolo, se dapprima credeva che la
legge di Dio vietasse fino di conoscere i torti recati dai padroni,
ora, adattando la sua morale all'esito delle cose, colla solita cera
quaresimale veniva ripetendo: — Domenedio non distingue il raso dal
frustagno: tardi o tosto egli arriva i cattivi, comunque abbiano nome.
Tutto insomma era lieto di così schietta allegria, che fino i
signori, ma sovratutto la vivace sposina, pareva si struggessero
di mescolarsi alla turba festiva: se non ne fossero stati rattenuti
dalle imprescindibili leggi del decoro. Sopra un rialto protetto da un
noce annoso, che il vicario assomigliava al fico di Mambre, tenevansi
dunque in disparte i due sposi e la madre, che, come succede nei rapidi
passaggi dal male al bene, sentivasi impedito il cuore e la lingua,
e don Amadio, al quale vi so dir io che tal compagnia serviva (per
usare un modo suo) di manovella a montargli la macchina dell'ingegno
e fargliene pronunziare delle squisite ed allambiccate. Stava con essi
la Brigita, e tratto tratto anche Cipriano, poichè la gratitudine onde
questi erano avvinti non lasciava temere che, abusando dell'affabilità,
scemassero quella distinzione dei ceti che anche dai buoni credevasi
la più importante molla del vivere sociale. Quivi godeano insieme
riandando il passato, a quel modo che la mattina si rincorre un sogno
pauroso della notte colla consolazione di sapere che non fu che un
sogno.
Così speso quel mezzodì e fattosi sera, tornarono i terrieri al
paese, i signori al loro palazzo. Subito il contorno fu pieno di
quell'impresa; alla città formò parecchi giorni il trattenimento de'
crocchi e delle veglie.
Erano allora moltissimi in Milano i gentiluomini, che, avendo per
le politiche vicende perduta l'occasione d'uccidere i nemici della
nazione, esercitavano i rimasugli del valore italiano con quelle
vendette che la religione proibisce e l'onore comanda, mettendosi al
caso d'accoppare o di farsi accoppare secondo le ragioni di un'arte, la
quale (o m'inganno) non è la migliore che gl'Italiani insegnassero agli
stranieri. Costoro dunque, contentissimi di trovare un caso sul quale
sfoggiare le teoriche loro, si divertirono di rimbobolare il fatto del
bosco d'Imbevera colle circostanze che meglio tornavano al proposito
per farlo credere un vero e formale duello, contando per filo e per
segno tutti i mandritti, i riversi, le parate, e via via come fossero
stati presenti, sebben ognuno li narrasse diversamente; accordandosi
poi tutti (e l'esito lo faceva chiarissimo) a renderne onore a don
Alessandro. Il quale per tal guisa andò, così giovane, colmo di gloria,
giacchè è gloria, come s'è avvisato di sopra, ammazzare uno secondo
le forme. E Cesare Trombone, quel famigerato maestro d'armi che ognun
sa, e che ancora aspetta una statua dai moderni spadaccini milanesi,
predissegli che diverrebbe uno dei più famosi matadori. Ma come altre
profezie di benevoli e di malevoli, così questa non tolse che il
Sirtori conservasse cuor sincero e benevolo, rettitudine di anima,
ingenuità di carattere.
Quando si vide che e' non riusciva nulla meglio che un galantuomo, a
malgrado di quella prima impresa rientrò nell'oscurità, e più non andò
per le bocche degli uomini giacchè i virtuosi (salvo quei da teatro)
pochi si curano di conoscerli, e quei pochi si astengono dal parlarne
e più dal lodarli; credo per quel dogma di prudenza che insegna a non
propalare i tesori che si possedono.
L'autorità, se non fosse altro, per la relazione del sindaco Isidoro,
venne in cognizione del caso, ma avrebbe avuto un bel da fare se ella
avesse preteso impacciarsi di tutti gli ammazzamenti che succedevano.
Era anche troppo che adoperasse la sua politica a conservare quella
bellezza di pace al popolo contento, la sua giustizia a sterminare
le streghe e gli eretici, che il Sant'Uffizio, raccomandando clemenza
e misericordia, rimetteva al braccio laico da bruciare. Ond'è che di
questo fatto, non essendovi chi ne sollecitasse l'esame, non si ricercò
se fosse un caso d'onore od un assassinio; e morì sul tavolino d'un
assessore, e fu sepolto in un archivio dove i sorci prevennero le
ricerche degli eruditi.
Ma il luogo ove s'è patita una sventura, corso un pericolo, è pur
giocondo a rimirarsi a chi ne campò! Ho veduto più d'un navigante
starsi delle mezz'ore fisso al mare, contemplando con certa quale
compiacenza le onde, che per due o tre giorni di seguente, gli erano
ruggite d'intorno. So di chi, uscito da un tristo luogo, dove gli toccò
fare lunga e non ispontanea dimora, molte volte ritorna a guardare
e considerare con un fremito involontario quelle mura, ove passò
tanti giorni ansiosi, tante notti palpitanti, e tirare il flato, ed
esclamare: — L'ho scampata bella.
Anche la famiglia de' Sirtori trovandosi alla villeggiatura l'anno
seguente, volle nel giorno stesso ritornare al bosco. I paesani,
che n'avevano avuto sentore, trassero colà in folla, ricordevoli
di quell'avvenimento e di quel rinfresco. Come discesero laggiù, la
Brigita comparve innanzi ai signori tutta rimpulizzita: un fitto giro
d'agoni d'argento attorno alla nuca, due grandi orecchini d'oro, una
pettorina rossa impuntita di turchino, il vistoso bustino di broccato
a fiori, tutto trinato a gale di nastri, due candide lattughe ove
al gomito finivano le maniche, un grembiule di mussola bianca nuovo
di bottega sopra una gonnella color di cielo, terminata in balza a
gonfietti. Nel vederla così in fiocchi: — Oh, oh! che novità c'è,
Brigita (chiese donn'Emilia). Tu sembri uscita da uno scatolino.
La fanciulla fece ancor più vivo l'incarnato delle guance, e con garbo
contadinesco presentandole una manciata di confetti: — Illustrissima,
son di nozze.
— Oggi (entrava a dire il curato) oggi l'ho detta in chiesa la seconda
volta, e questo qua è il suo fidanzato.
E additava un pezzo di giovinotto, vestito anche egli tutto nuovo
d'impianto, con una cintura rossa in vita, e che, traendosi di capo la
reticella, da cui spenzolava una gran nappa bianca e rossa, fece una
strisciata di piedi, e non sapeva rispondere se non — Grazie, ai mi
rallegro di quei signori.
Gli era quel tal giardiniere del padrone della filanda, che, se vi
ricorda, aveva anni fa, regalato alla Brigita, quel magliuolo di vite,
pel cui guasto era avvenuto il lepricidio. — E anch'io (soggiungeva
Cipriano) ci ho anch'io un poco di merito alle fortune di mia sorella,
per avere tenuto in guardia quella vite; non è vero, Brigita? Basta: la
vite ha portato frutto, e il bel primo grappolo mi prendo la libertà di
presentarlo a loro illustrissimi.
Qui, levandone i pampani sovrapposti, discoperse un paniere di pesche
fragranti, sormontate da dorata moscadella.
— Abbiam tutto per ricevuto, risposero i signori: poi donn'Emilia
si trasse di capo uno spillone d'oro, che le dame portavano infisso
nel volume delle trecce come d'argento l'usano tuttora le contadine;
la contessa madre si sciolse uno smaniglio d'oro a filagrana; don
Alessandro spiccò dalla giubba una dozzina di massicci bottoni
d'argento (allora giudicavasi più decoroso il regalare così che non
con denaro), e diedero ogni cosa alla Brigita, che fu un bel presente.
Don Alessandro poi, voltosi a Cipriano e battendogli sulle spalle con
quel fare d'amichevole protezione che i signori, senza derogare alla
dignità, possono concedere ad esseri tanto a loro inferiori: — E tu
(gli disse) possa tu non aver mai occasioni che giuste di metter fuori
il tuo coltellaccio.
— O per questo (replicava Cipriano, che non toccava coi piedi in terra
al vedersi, là in faccia a tutto un mondo, trattato con tanta bontà da
un nobile), oh per questo, illustrissimo, la stia sicuro. Perchè, non
c'è risposta, noi Brianzuoli siamo fatti così: somigliamo ai cani da
pastore; fedeli, sempre quieti, da bene finchè si lasciano stare; ma
vien l'occasione? arruffano il pelo, cacciano fuori tanto d'occhi, e
non temono affrontarsi, fosse bene coll'orso.