LA MADONNA D'IMBEVERA

L'esame dei luoghi e alcuni storici riscontri convincono che, sedici

o diciotto secoli fa, quel tratto della Brianza che chiamasi il Pian

d'Erba e le bassure circostanti erano occupate da un lago, chiamato

l'Eupili, il quale, alimentato dagli scoli delle montagne, per la

Valmadrera doveva comunicare con quello di Lecco e coll'Adda; e

versavasi pel Lambro, di cui basta osservare il letto per accertarsi

come un tempo corresse più ricco di acque. A foggia d'isole o penisole

qui e qua sporgevansi in asciutto alcuni dossi, sui quali erano

fabbricati villaggi e casali, i cui abitatori campavano pescando nei

luoghi, dove i loro discendenti oggi fendono colla marra le gratissime

glebe.

Quando e come questo lago sparisse, mal si potrebbe dire: nè qual

violenta crisi abbia sollevato il suolo così, da interrompere la

comunicazione con quello di Lecco, e sprofondatolo in alcune parti

per modo che, ivi raccogliendosi le acque dapprima diffuse, venissero

a formarsi i laghetti di Pusiano, di Annone, di Alserio, lasciando in

secco il restante. Chi dalle effimere fatture dell'uomo, somiglianti

alla crisalide che il baco sospende al ramo e che domani la pioggia

scarmiglierà, si compiace voltare lo sguardo alle meraviglie della

natura e leggerne sulla faccia della terra gli stupendi rivolgimenti,

troverà ad ogni passo le prove di questo fatto; ma verun cenno non

ne fu conservato nè dalla storia nè dalla tradizione. Invasioni di

feroci stranieri, muta pressura di superbi dominatori, tenevano allora

l'uomo avvilito e minor di sè, tanto occupato dalla nequizia dell'ora

presente, che non pensava nè a rivangare il passato, nè a provvedere

alla memoria degli avvenire.

Disperso o ristretto l'Eupili, la parte più elevata di quel che già

era letto del lago si convertì presto in campagne, la cui cultura

diede essere ed occupazione ai grossi villaggi, onde oggi quel piano

è distinto: le bassure rimasero paludi, ove, qualvolta la stagione

corresse piovosa, l'acqua tornava a riprendere il suo dominio, siccome

una cattiva consuetudine che a volta a volta rifiglia colà d'onde fu

male sbarbicata. Sempre poi non verdeggiavano che di cannucce e di

càrice ingrata, ove la nuda ghiara non ingombrasse così, da dar luogo

appena ad ispidi vètrici e ad ingrate scope.

Pochi di quei luoghi durano tuttavia in sì abbietta apparenza: altri, a

memoria de' più giovani, furono ridotti a pioppeti, a prati, a colti;

più assai nel secolo passato sentirono il risorgere dell'industria,

che, al favore della pace e di più avveduti e liberali ordinamenti,

smorbava l'aria, guadagnava i campi, preparava nuovo sostentamento

alla generazione futura, la quale, cresciuta di numero e d'agiatezza,

avrebbe lodato i faticosi parenti; — lodati col fatto, mentre il cuore

neppur li ricordava, forse la lingua li oltraggiava.

Però, sul finire del secolo XVI, quando le guerre passate, la

prepotenza delle classi privilegiate e lo sconsigliato ed inopportuno

affaccendarsi d'una disamata dominazione diradavano la gente col

diminuire od impacciare i mezzi di sostentamento, la maggior parte di

quel piano giaceva incolta, occupata da boscaglie, rotta da guazzatoi

ed acquitrini; sicchè invece della strada che ora lo fende, mettendo

dalle falde del Monte di Brianza alle deliziose alture di Erba, allora,

un sentiero vicinale serpeggiava scabro e dirotto per mezzo al bosco

che occupa il pendìo settentrionale della collina, la quale, alzandosi

da Rovagnate verso il Lambro, divide l'alta Brianza dal Pian d'Erba.

Pochi assai percorrevano allora quella via: giacchè, oltre le più

scarse relazioni da paese a paese, il generale disagio delle strade,

singolarmente nei terreni montuosi, svogliava dal viaggiare. Onde è

in proverbio che chi dovesse (poniam caso) da Como giungere a Milano,

assestava i domestici affari, indi avviatosi, com'era giunto a mezzo

il cammino, rimandava un messaggio a casa per assicurare che, la

Dio mercè, gli era riuscita prospera l'andata. Esagerazioni che però

ritraggono da un fondo di vero, e che formano bizzarro contrasto colla

rapidità onde oggi non solo travalichiamo a ruote correnti le alpi più

elevate, ma solchiamo, a dispetto di venti e di correntie, rapidissimi

fiumi e l'immensità dell'oceano.

Oltre però la disagevolezza delle strade, era il viaggiare reso mal

sicuro dai lupi che spesseggiavano, e più da quella belva che ha nome

l'uomo, della quale non è la peggiore qualvolta la forza accoppiata

alla ragione non sia temperata colla giustizia e colla benevolenza.

Masnade di ladri, accampando a baldanza per le foreste e per le

lande, non solo davano fiera avventura al solitario passaggiero, ma

aggredivano e depredavano casali e borgate. Con costoro se la passavano

d'intelligenza gli ostieri: onde il viandante, il quale vedendo

imbrunire, aveva sollecitato il passo per ricoverare alla locanda, e

raggiuntala, ringraziava il suo angelo che l'avesse ridotto in salvo,

nel maggior cheto della notte si trovava assalito e sovente scannato

nel letto. Birri e campagnuoli uscivano contro costoro: quadriglie di

soldati acquartieravansi di distanza in distanza: ma non è ben chiaro

se maggior danno recassero i protettori o i masnadieri, la forza legale

o la perseguitata.

Tutto ciò, sebbene poco abbia a fare col racconto di che intendo

trattenervi, sia detto per giunta al panegirico di quel buon tempo

antico, che tanti rimpiangono continuamente.

E non è ancor tutto. Conviene aggiungere i feudatari, che,

tiranneggiando ciascuno nel suo stato, esteso poco più d'un miglio,

imponevano ad arbitrio taglie, servizi, pedaggi, e sotto l'ombra

di quella forza brutale che aveva acquistato il nome di diritto,

esercitavano le angherie e le prepotenze dei ladroni insieme e della

soldatesca.

Uno di siffatti dominava, appunto in quei tempi, nel castello di

Barzago, terra di felice posizione, seduta in poggio sulla cresta di

quel giogo, che come sopra accennai, diviso per un piccolo valico

dal Monte di Brianza, estendesi da Rovagnate al Lambro, dominando

da un lato l'alta Brianza, dall'altro il Pian d'Erba. Don Alfonso

Isacchi aveva nome quel signore, ma tra i paesani erasi co' suoi modi

guadagnato il soprannome di Orso di Barzago. Colleroso, vendicativo,

indifferente ai patimenti altrui, il rispetto all'umanità neppur

di nome conosceva: le leggi paragonava alle reti, dove il tordo

s'impiglia, la volpe o il falco le squarciano, e innanzi. La religione

non disprezzava già, ma, separandola dal costume, l'aveva ridotta a

quella che ne veste le sembianze, benchè ne sia pessima nemica, la

superstizione: talchè, se la coscienza avrebbe potuto richiamarlo od

arrestarlo sulla carriera delle violenze, esso la addormentava con

pratiche devote cui sapeva conciliare collo sfogo de' suoi laidi e

prepotenti capricci.

Chi entrasse nei suo castello, al vedere uccellacci confitti sulle

imposte, pelli di lepri, teschi di lupi spenzolati alle pareti,

falchi starnazzanti sulle grucce e fischi e panie e tagliuole in ogni

lato, e cani sciolti o al guinzaglio che abbajavano, squittivano,

scodinzolavano, e intorno campari, canattieri, guardaboschi, s'avvisava

quanto egli fosse appassionato per la caccia. A ben peggiori segni

se ne accorgevano i paesani, che spesso miravano folate d'uccelli,

moltiplicati dalla disastrosa impunità, calarsi a beccare i grani

dai solchi appena sementati; od una furia di levrieri sbrancare ed

uccidere il domestico pollame; ovvero uno stuolo di cacciatori a piedi,

a cavallo, spingersi in mezzo al miglio ed al frumento già spigato, e

poco dopo ritornare, mostrando in trionfo quaglie o beccacce al povero

contadino, che lagrimava perduto o decimato il sostentamento della sua

famigliuola per l'insano divertimento dei padroni.

E guai a lui se si fosse arrischiato a sturbare i selvatici! più

guai se avesse ardito ucciderne qualcuno! Don Alfonso avrebbe saputo

perdonare ad un ladro, ad un micidiale, non a chi ne avesse scemato

d'un capo solo la selvaggina. I contadini adunque dovevano soffrire

e trangugiare, senza che credessero tampoco tesoreggiare meriti colla

pazienza; giacchè erano stati educati a considerare l'oppressione una

necessità inevitabile, come la grandine, come il morire; e che Dio,

concedendo ai grandi d'intendere le ragioni che hanno per soperchiare

il povero, avesse fatto anche troppo concedendo al povero la forza di

tollerarli.

Alle cacce di don Alfonso era riservato il bosco, che dalla vetta di

Barzago, discende a bacio della collina, e che allora distendevasi

anche per buona parte del piano, oggi coltivato. Lo chiamavano e lo

chiamano ancora il bosco d'Imbevera; foltissimo di roveri e orni e

castani, tra i quali non solo moltiplicavano, come in parco chiuso,

gli uccelli e i quadrupedi onde oggi pure si fa caccia, ma bestie

ancora, la cui razza è fra noi o scemata o scomparsa. Lo tagliava,

come dicemmo, la strada, e là, appunto ove in questa metteva capo una

non migliore che scendeva da Barzago, era alzato un devoto tabernacolo

della Madonna. Poichè, oltre le croci piantate a ciascun crocicchio, e

le molte che, indicando il luogo ove alcuno fu assassinato, crescevano

lo spavento al viaggiatore già pauroso, di distanza in distanza si

solevano dipingere immagini sacre, affinchè la religione fosse di

alcun freno a coloro, che nessun altro ne conoscevano. E però chi,

alla frequenza di quelle ponendo mente, esclama, _Quanto erano buoni i

nostri maggiori_, direbbe più retto, _Quanto erano cattivi_; od almeno,

_quanto erano infelici_.

Spuntava il settimo giorno di settembre del 1590, e rompeva il

silenzio di quel bosco un via vai, un latrare di bracchi, un pestìo di

cavalli, uno stridire di falchi, un chiacchierare ed affaccendarsi di

cacciatori, che in frotta venivano intorno a don Alfonso. Egli seguiva

a cavallo, discorrendo, fra un signore e una dama di freschissima

apparenza, tutti con falchi e balestre e panie e gli altri arnesi

adatti alla caccia, quale facevasi in tempi che il fucile, non ancora

perfezionato, s'adoperava poco più che ad ammazzare gli uomini. La

signorina, lieta di gioventù e novella sposa, dando libero corso ad

un'indole gioviale, stata sin allora repressa fra le austerità della

monastica educazione, volgevasi via via a richiedere don Alfonso or

delle cacce, or delle terre che nel discendere l'erta, scoprivano

a man mano nella pianura sottoposta e sugli alti clivi rilucenti al

sole mattutino, e pareva tripudiasse di incontrare tutto il creato in

armonia colla felicità ond'ella si sentiva inondata.

Ma sopra pensieri camminava il giovane suo sposo; e se ella con

un sorriso pieno di dolcezza insieme e di vivacità lo confortava a

rallegrarsi, — Com'è possibile (rispondeva), Emilia mia? Questi luoghi

tu sai quanta sventura mi rammentino. Ma lei, don Alfonso, ben deve lei

aver a mente la grave disgrazia qui occorsa a mia madre.

— Oh... sì... certo... N'ho inteso parlare, rispondeva il feudatario,

aggrottando vieppiù le fosche sopracciglia.

— E dove accadde veramente il fatto? insisteva don Alessandro, che così

nomavasi il giovane signore.

— Là... abbasso... Ma non so bene... Deve essere stato presso alla

Madonnina d'Imbevera, ripigliava don Alfonso.

— E non si seppe mai il vero di questo caso atroce?

— Mai, replicava don Alfonso facendo spallucce e vibrando in faccia

all'altro lo sguardo acuto di una vipera in atto di assalire, quasi

avesse voluto spiargli in fondo del cuore. Non gli sembrò vedervi

sospetto nè malizia; onde rassicurato continuava: — E come sarebbe

potuto scoprirsi? Questi contorni erano pieni di malandrini e di

banditi. Non è vero, guardacaccia?

E il guardacaccia facevasi più presso confermando.

— Se ce n'era, illustrissimi! e con tanto di pelo sulla coscienza.

Il Caino di Pusiano, il Raspagno di Garbagnate, lo Spazzacampagne di

Broncio, altri ed altri cani, che avrebbero assalito anche un frate.

— Capisce? soggiungeva don Alfonso. Ma ci abbiamo trovato riparo; e

da poi che occhieggiano intorno questi gatti (accennava con sorriso i

suoi uomini), di simili sorci è scemata la razza, ed ella deve starsene

senza paura.

— Ma dica... voleva ripigliare il giovane, ben altro che soddisfatto

di quelle risposte. L'Orso però, cui tali domande non parevano dar

troppo per lo genio, lentò il freno al cavallo, toccandolo d'una

gagliarda spronata, e dietro a lui tutti gli altri. Se non che avendo

esso liberato contra d'un uccello il suo falcone, questo riuscì a

strappare la lunga annodatagli al piede, e datosi a libero volo, dopo

ampie ruote fu veduto posarsi sul comignolo d'una bettola, che sorgeva

rasente la strada del bosco. Era una povera casipola, colla parete a

tramontana rivestita di edera, mentre a quella di mezzodì stava dinanzi

un piccolo ma ben disposto orticello, da cui presso al muro sorgeva una

vite novella, destinata, crescendo, a contornare co' suoi pampani una

finestra, adorna con pensili ciocche di garofani vivaci. Verso quella

si drizzò dunque la comitiva per ricuperare il falco, richiamandolo

e procurando calmarne lo spavento colle note voci e col mostrargli

l'esca.

Come s'intese dirigersi colà la cavalcata, fu un sottosopra nella

tranquilla osteria. Un giovinotto, che affaccendavasi per la

casa, corse a rintanarsi in una botte sdogata: la madre, che stava

rigovernando le stoviglie, tutta spaurita gittò in là il ceneracciolo

e l'asperella: l'oste, confuso, impacciato, svolgendosi le maniche

rimboccate della camicia e traendosi di capo, si fece sulla soglia,

incontro alla comitiva. — Illustrissimo!.... quale onore!... e

strisciava i piedi, e faceva profusi inchini a don Alfonso. Ma questi

non gli badava come se non fosse: e i servitori ad un suo cenno entrati

nella casipola, senza un riguardo al mondo cacciandosi per le camere e

su pel tetto, riebbero al fine l'uccello fuggiasco, non prima però che

questo, lanciatosi di nuovo a volo per la cucina, mandasse a frantumi

gli orci, i bicchieri, i piatti che capitarongli sotto l'ala.

L'oste non proferiva parola di lamento, e appena osava dare una timida

occhiata alla moglie. Don Alfonso, dopo che s'ebbe in pugno il falcone,

l'accarezzò, lo battè, gli parlò a lungo: poi volgevasi già per

andarsene senza far motto al vinajo, quando soccorrendogli un pensier

nuovo, disse al guardacaccia: — Poichè opportunamente siamo capitati

qua, date a costui la preda che avete a lato. E tu (soggiungeva

all'oste) la cocerai, e preparerai vino in abbondanza, chè fra tre o

quattro ore saremo qui. Oggi si fa colazione nel bosco.

— E se mancherà un'ala me la pagherai salata, soggiungeva la guardia,

coll'arroganza propria dei ministri d'un cattivo padrone, nel mentre

consegnava all'oste la selvaggina. Toccarono, e via.

L'oste, per cui quell'arrivo era un sinistro augurio, com'è

sempre quello d'un tristo signore, quando li vide voltare esclamò,

rimettendosi la sua berretta: — Sia ringraziato Iddio!

— E i poveri morti, aggiunse la donna sua segnandosi: e raccogliendo il

fiato, chiamò, — Cipriano, Cipriano! vieni fuori.

E Cipriano, quel giovinotto lor figliuolo che se la era fumata,

comparve fuor, nettandosi dei ragnateli, mentre la madre, raccogliendo

i cocci delle rotte stoviglie, raccontava l'accaduto colla fredda

rassegnazione, ond'altri racconta una febbre effimera avuta jeri; ed

il padre, dando mano alla selvaggina lasciatagli, esclamava: — Non ha

torto il sindaco quando dice che certa gente sono come le lumache; dove

passano, lasciano il segno.

— Eh; soggiungeva il garzone, possiamo segnarci col gomito se non

è stato che questo. Io mi era immaginato... Perchè, bisogna che vi

confessi che l'altro giorno s'ammazzò una lepre...

— Ammazzar una lepre! gridava il padre, sospendendo di scorticare una

delle tre che, tiepide ancora, gli avevano lasciate da cucinare.

— Ammazzar una lepre! ripetea la madre giungendo le mani. Ma ho da

sentire anche di queste? Non sai gli ordini? E gli ordini si devono

rispettare, chè lo dice continuamente anche il signor vicario.

— Il signor vicario? ripigliava il giovane dimenando il capo. Oh!

quanto pagherei a dare un'occhiata anche io sul messale, e vedere se

comanda sempre solamente a noi d'obbedire, e mai...

Qui interrompendosi come avesse detto uno sproposito, ripigliava:

— Or ora mi fate uscire in un'eresia. Sta bene: il signor vicario è

quell'uomo che è, e sa ben lui quel che si dice. Però, a vedere! sin

che quella lepre, entrata nell'orto, non fece che scompigliare i quadri

e mangiare i cavoli, mi venivano i sudori: pure mandavo giù. Ma vi è

lì quel piede di vite, portato due anni fa a mia sorella Brigita dal

giardiniere del suo padrone di filanda; gli è d'una qualità così rara,

e poi alla Brigita è caro come un occhio, perchè chi sa quali memorie

vi ha congiunto! Ebbene, io lo piantai nell'orto; lo governai con tanta

premura; gemmò, crebbe: ed ecco quella maledetta lepre a rosicchiarlo.

M'avrebbe fatto minor dispetto se m'avesse roso le dita a me.

— Non hai tutti i torti, parlava il padre: ma ti doveva bastare di

scacciarla col malanno che Dio le mandasse.

— Dite giusto, rispondeva Cipriano: poteva bastare: e se ho proprio

a contarvela, schietto come al confessore, io m'accontentai di

spaventarla. Ma quella, scappando, sguisciò fra le gambe di Cecchino

del Forno; ed egli, visto il bello, gliene diede sul capo una, che

non fu bisogno la seconda. Volle il diavolo che fosse lì poco lontano

quella schiuma del guardacaccia. Gridando corpo e sangue, ci corse

dietro: ma sì! guarda la gamba. Non ci ha conosciuti, e dovette

contentarsi di urlarmi dietro:

— Non dubitare che verrà il tuo sabato.

— Quando la cosa sta come la conti, diceva la donna, fa bisogno di

mettersi in paura? Se alcuno te ne parla, si dice: Gnornò; non sono

mica stato io, si dice: l'è stato il tal dei tali, e buona notte.

— Che? come? saltava su il giovane inalberandosi. Io accusar il mio

camerata per salvar me? Da che mondo è mondo non s'è ancora inteso che

un brianzuolo n'abbia fatto di coteste. Ed io voglio portare il mio

cappello fuor degli occhi, io; mi capite?

E mentre il padre sentenziava novamente che non poteva dargli torto,

egli seguitava brontolando fra i denti, sinchè riprendeva: — È però

della maledetta! L'Orso di Barzago, perchè è lui, ogni po' di bizzarria

che gli monti, a far battere noi poveri villani od anche peggio, l'ha

come bever un uovo; e per noi ha da esser peccato mortale se ammazziamo

uno straccio di lepratto che ci fa del male. Che? non siamo cristiani

ancora noi? non ci ha fatti anche noi il Signore. E la sua santa legge

v'è solamente per i pitocchi? Sì, che Domenedio avrà paura di lui

perchè è l'Orso.

— Oh per amor del cielo! l'interrompeva la donna: parla con rispetto di

lui. Non vedi quanto male ci potrebbe fare? Eppure ci lascia vivere.

Chi poi lo dice così cattivo sono male lingue: e guarda mo' con che

devozione sta in chiesa, ed ogni sabato non fa accendere la lampada

alla Madonnina d'Imbevera? e...

— Sì, sì, esclamava Cipriano; ogni ladrone ha la sua devozione. Ma

come egli sia buono, addomandarlo al mugnajo di Santa Maria Hoe, il

quale, perchè aveva la donna bella ma anche savia, fu conciato che Dio

vel dica. Addomandarlo a Mariantonia del filatoio, che era una ragazza

chetina come l'olio, ed ora sapete anche voi quel che n'è. Addomandarlo

a Carlandrea del Gobbo, che, per non avergli voluto cedere il suo

camperello, n'ebbe prima tante bastonate quante può portarne un somaro,

poi a rinforzo d'angherie è ridotto miserabile come Giobbe. E neppur

un mese fa Lionardo di Rosina avendo, nel passare, spaurato un merlo

che stava per dare nel calappio, il guardacaccia non lo fece ruzzolar

giù pei ronchi come una pallottola, gridandogli dietro, spero che non

tornerai più su? Oh quel guardacaccia! Il Signore ne scampi i cani.

L'altro dì....

Chi sa fin quando Cipriano toccava innanzi, sciorinando questa litania

delle insolenze che, come più recenti, gli correvano prime alla

lingua, e che possono essere un'altra dimostrazione del quanto sia

grande la pazienza di chi soffre. Ma gli ruppe le parole in bocca, sua

madre tutta scandolezzata, dicendo: — Ma sicchè? ma sicchè? Dov'hai

tu la coscienza a parlar così senza rispetto dei padroni? Bada che

Domenedio ti castigherà. Non è vero che egli ha fatto gli uomini parte

per comandare, parte per obbedire? Bene; i potenti si chiamano così

perchè hanno avuto da lui la potenza di comandare, e il nostro dovere

è di fare la loro volontà senza cercar più che tanto. Che capo sei tu!

vorres'tu disfare quel che ha fatto il Signore?

— Tua madre non ha torto, soggiungeva il padre. Non l'hai inteso delle

cento volte che il destino di noi straccioni è mangiar pane e guai? e

il diritto di quei che comandano è far quello che possono?

Le idee di diritto e di dovere non dovevano essersi ben identificate

nel capo di Cipriano: compatitelo, avea poca barba ancora al mento.

Laonde crollava il capo a guisa di chi si conosce rimproverato

piuttosto dalla prudenza che dalla coscienza, poi dopo alquanto saltava

su: — Però, se fosse toccato a me a dar regola al mondo, indovinate

mo cosa avrei voluto? Che quelli che lavorano stessero bene e di sopra

degli altri; e gli oziosi facessero crocette. Ah! ah!

E sbellica vasi dalle risa all'averne detto una cosa strampalata. Il

padre rideva anch'esso, esclamando: — Si può sentire di peggio? Persino

la madre serenavasi alquanto, poi, ripresa la sua devota ipocondria,

continuava: — Che discorsi senza sugo! Se tu avessi un poco di timor

di Dio, avresti anche il timor degli uomini, ti cuciresti la bocca, e

certe cose non le diresti manco per baja. Ma già fin da ragazzo eri un

capetto, con certe idee per la testa, che sicuro non le avevi imparate

da me: e non ti pareva giusto nemmeno quando, a scuola o alla dottrina,

ti picchiavano. Ora però sei all'età della discrezione, e dovresti

aver acquistato un poco di viver del mondo, e sapere che i padroni,

come le streghe, è meglio non nominarli nè in bene nè in male. Se tu

facessi così, non avresti avuto paura adesso adesso quando capitò qui

il signore: perchè a chi va per la sua strada non importa che i padroni

siano buoni o siano cattivi.

— Ed io (soggiungeva Cipriano) sono forse andato io a cercarlo?

non sono anzi scappato quando mi vide il guardacaccia? e questo non

fu forse per prudenza? Perchè, del resto all'occasione so anch'io

cacciarmi le mosche dal naso. E se poco fa mi rimpiattai, fu per

rispetto al padrone; che se il guardacaccia vedendomi mi riconosceva

per quel dell'altro giorno, e m'indicava a don Alfonso, io poteva aver

preparato l'atto di contrizione. Alla fine lo so anch'io che i padroni

sono padroni, ma con quella canaglia de' suoi uomini l'è un pezzo che

la bolle; e badino a quel che fanno, perchè se mi ci tireranno per i

capelli, non sono poi di sasso, e darò un piè nella secchia, e farò

vedere...

— Ah, orsù, l'interrompea la madre; finiamola, che è lunga. Lasciali

stare, e nessuno verrà a disturbarti. Che se anche te ne fanno fare

qualcuna, manda giù e non volere tentar Dio. Hai ventiquattro anni

finiti, ed è ormai tempo di lasciare le bizzarrie. Via, discantati; dà

mano a tuo padre a spennare e sbuzzare que' selvatici; sbaccella que'

fagiuoli; va a raccogliere due pesche, e monta su la pianta, da non

presentargliene ammaccate.

Il giovane faceva; ma somigliante all'organista che tasteggia sottovoce

nel tono in cui ha sonato dianzi e deve sonare ancora fra poco, tale

seguitava egli con tronchi motti, sinchè tornava su: — Mia sorella,

la quale a dir che mi vuol bene è poco, ne avrebbe detto delle belle

quando avessi lasciato massacrare la sua vite. Bravo Cipriano! avrebbe

detto la Brigita. Bel conto fai delle mie raccomandazioni, avrebbe

detto.... Ma.... adesso che mi vien in cuore; domani non è il giorno

della Madonna di settembre?

— Certo sì, rispondeva la madre; e farai bene a santificarne la vigilia

con qualche mortificazione, almeno della lingua.

— E non è oggi che deve tornare la Brigita dalla filanda?

— Sì bene! esclamarono ad una i genitori.

— E se la intoppasse in costoro, che sono pel bosco a caccia?

— È vero, replicò il padre battendo l'anca.

— O signor benedetto! esclamò la madre giungendo le mani: e sospesero

le faccende per guardarsi uno in faccia all'altro.

— Bisogna raccomandarla alla Madonna d'Imbevera, che la scampi d'ogni

cattivo incontro, aggiungeva dopo un pezzetto la donna.

— Raccomandarla va bene (rispose Cipriano), ma il Signore dice:

_Ajùtati che ti ajuterò_.

— E così? che s'ha da fare? domandò essa.

— Che s'ha da fare? replicò il padre, e tacquero. Non ci pensò molto

Cipriano e — Niente! lasciate far a me; le anderò incontro.

— E poi? soggiunsero i parenti.

— E poi, e poi, sarà quel che sarà. Quante paure! Quando vado a fin di

bene, mi sento un cuor di leone.

— Ma! fa quel che il Signore t'inspira.

In quanto si dice un _amen_, egli levò il cappello disotto una

seggiola; tolse di dietro l'uscio un saporito randello, non senza

cacciare, per ogni buon fine, nel taschino dei calzoni un buon

coltellaccio da serrare, poichè del coltello e del rosario non

andava mai sprovvisto un galantuomo di quei tempi. E mentre la madre,

fattasi sulla porta, e vedendo volentieri infatti quel coraggio che

dianzi aveva con parole disapprovato, gli augurava che il Signore gli

tenesse la sua santa mano in capo, egli si metteva la via tra le gambe

allegramente.

Passò avanti al tabernacolo d'Imbevera, dove, men rozzamente

dell'ordinario, stava dipinto a guazzo l'immagine di Colei che,

madre di Dio e nostra, ci inspira confidenza di volgerci, colla sua

intercessione, ad esporre al Signore i nostri bisogni. Era effigiata

in atto di schiacciare il serpente: di sopra si leggevano le parole

della Genesi _Conteram caput tuum_[1]; sugli stipiti erano foggiati due

nastri azzurri, che sorreggevano stinchi da morto incrociati; al piede

un ceppo riceveva il soldo che vi offeriva in limosina il viandante o

devoto o pauroso.

E devoto o pauroso, non era chi le passasse dinanzi senza far di

cappello, e ripetere almeno tre volte la salutazione angelica.

Singolarmente i contadini del contorno l'avevano in gran venerazione,

ricordando una quantità di miracoli, come essi li chiamavano, impetrati

per mezzo di essa, e dei quali rendevano testimonianza grucce, bende,

cenci che spenzolavano, bizzarro ornamento, attorno all'effigie

invocata. Le vecchie poi sapevano che, per virtù di questa, erano

impedite le streghe dal congregarsi, come a loro memoria facevano,

la notte d'ogni sabato a celebrare su per quei noci la tregenda.

Le fanciulle venivano ad esporvi una preghiera, il cui oggetto non

ardivano confessare e spiegare a sè stesse; gli uomini vi facevano

l'invocazione che a ciascuno dettava il proprio momentaneo interesse:

talchè spesso nel medesimo istante vi si trovavano inginocchiati un

contadino ad implorare la pioggia ed un viaggiatore il bel tempo, nè

l'uno nè l'altro ricordandosi di quel precetto, _Chiedete il regno de'

cieli, il resto verrà in aggiunta_.

Cipriano, in men tempo che noi ne consumammo a descriverla, recitò al

tabernacolo la sua preghiera di cuore, offrì un soldo pei poveri morti,

e tirò innanzi cantacchiando.

Non erano molti anni che colà era stata dipinta quella immagine, e

l'origine di essa si congiunge alla storia dei signori che qui sopra

trovammo intesi alla caccia pel bosco: storia di sangue e di atrocità,

come sono troppe fra le avventure ricordate di quei tempi.

Le inimicizie tra i signori Isacchi di Barzago e i conti Sirtori di

Sirtori, de' quali era il nominato don Alessandro, rimontavano sino ai

tempi quando sul suolo d'Italia, destinato a bevere il sangue di tutte

le nazioni, versavano il loro Spagnuoli e Francesi per disputarsi il

possesso della Lombardia, ceduta dai suoi antichi padroni o piuttosto

a loro rapita. I nobili lombardi parteggiavano chi per questi chi per

quelli; secondo pareva loro che la lontananza dei primi o le promesse

dei secondi, sempre larghe e sempre bugiarde, meglio potessero salvare

l'indipendenza del paese, la quale trovavasi in gran punto, e di cui

queste fraterne dissensioni non fecero che accelerare la ruina.

Allora le gare mandarono a fascio ogni sociale armonia; tornò il

diritto della forza, e ciascun potente mascherandosi col nome d'una

fazione, e così dichiarando guerra e sostenendola a visiera alzata,

esercitava gli odii e le vendette private. Qualche volta al castello

d'un barone presentavasi un araldo, ed affiggeva alla porta un cartello

che diceva: — Io tale de' tali, da oggi innanzi sarò tuo nemico a

morte, e nocerò il più che mi sarà possibile a te, ai sudditi, agli

attenenti tuoi, nella persona e nell'avere. Talvolta chi riceveva tali

disfide o chi le mandava era una corporazione, una comunità: e da quel

punto credevasi legittimata qualunque scelleratezza, come in guerra

rotta.

Gli Isacchi stavano coi Francesi, mentre i Sirtori favorivano

gli Imperiali, e più volte si erano recati gravi danni, od almeno

ne avevano recato agli innocenti terrieri, che, destino antico,

scontavano coi propri guai i delirii dei padroni. Ma quelli di Barzago,

fiancheggiati da una più grossa fazione, prevalevano nelle parti di

Brianza; e don Giberto avo che fu del feudatario presente, a capo di

forte banda teneva in soggezione gli avversari e in danno e sgomento

tutti.

Però alla fine gli Spagnuoli prevalsero: il paese fu sgombro dai

Francesi, e i loro fautori rimasero sbattuti, quanto rizzarono il

capo gli altri. A governo della Lombardia fu destinato il duca d'Alba,

severo, inflessibile, che senza guardar più in fronte a nobili che a

plebei, faceva pagare col sangue ogni violazione degli ordini suoi.

E che tale dovesse riuscire lo mostrò da' bei primi giorni del suo

reggimento, quando non avendogli un gentiluomo milanese fatto di

berretta mentre cavalcava per la trionfata città, egli senz'altro lo

mandò a morte. Il Sirtori, cieco per furor di parte e per sete di

vendetta, si giovò dell'opportunità per dipingere don Giberto come

ostinato ribelle, e senza molta fatica ottenne dal governatore uno

di quei decreti eccessivi, soliti emanarsi nell'ebbrezza dei trionfi,

col quale si bandiva la taglia di dugento scudi d'oro sul capo di don

Giberto.

Questi, che mai non aveva dimesso le armi, e conservavasi a capo d'un

pugno di bravacci risoluti, quando intese la sentenza, sorrise, e

battendo la mano sulla fondina delle pistole, esclamò: — Chi mi vorrà

morto avrà a fare con queste.

Calcolava egli sulla forza aperta, non sul tradimento. La tentazione

della taglia vinse uno tra i suoi affidati, che lo scannò, ed ottenne

l'oro ed il disprezzo, — mercede perpetua dei traditori.

Il capo reciso dell'Isacchi, chiuso in gabbia di ferro, venne sospeso

ad una pianta lungo la via che fendeva il bosco, dal quale soleva egli

sbucare alla devastazione, all'incesto, all'assassinio, acciocchè ivi

rimanesse a perpetuo spavento.

L'infamia e la pena de' genitori, secondo la giustizia d'allora,

ricadevano anche sui figliuoli e sui parenti: onde non occorre vi dica

quanto la famiglia Isacchi restasse di tanto oltraggio irritata. Ogni

colpa, nè a torto, veniva attribuita al Sirtori, e il desiderio di

vendetta con questo esacerbava le antiche inimicizie, quanto più era

represso dallo stato politico d'allora. Poichè il duca governatore

aveva bandito che cessasse ogni dissensione tra famiglie e famiglie,

nè i privati esercitassero più la cieca ragione di guerra, che si erano

usurpata fra i passati scompigli. Costretti dunque a ricorrere alle vie

legali, gli Isacchi umiliarono alla corte di Madrid le discolpe di don

Giberto.

Qualche valente appoggio e l'essere morto il duca di Alba fecero

trovare colà ascolto favorevole ai loro richiami, e dopo cinque anni

arrivò uno spaccio, che dichiarando innocente don Giberto, cassava il

bando contro lui pronunziato. Gli Isacchi dovettero allora rinnovare

le rimostranze alla corte facendole conoscere come l'assolto fosse

già stato ucciso. E la corte, dopo non so quanti mesi, rescrisse che

il padre era stato male ammazzato, riabilitò il figliuolo di esso ai

titoli ed agli onori di prima, e gli rese i beni, che come roba di

rubello, erano stati condannati a rimanere incolti; altro dei mezzi

onde quel governo faceva prosperare l'agricoltura e crescere il

buonmercato.

La testa dell'ucciso fu dunque levata di colà; e nel luogo dov'era

stata sospesa, il figliuolo di lui, in memoria ed in espiazione, fece

erigere un tabernacolo; il tabernacolo appunto d'Imbevera. Quella

depravata religione, che pretesseva alle scelleratezze il nome di Dio,

anche nella scelta dell'effigie da rappresentarsi fece all'Isacchi

preferire quella che alla sua idea ricordava una vendetta; cioè la

più pura delle donne che schiaccia il capo dell'antico avversario, col

motto della _Genesi_ sopra accennato che sonasse, non la promessa del

riscatto, ma una minaccia di sangue.

Imperocchè, sebbene astretto a rodere il freno, l'Isacchi era ben

lontano dall'avere dimentica la ingiuria del nemico. Avvezzo in

quegli anni a vedere, secondo la sorte delle battaglie e gl'intrighi

dei gabinetti, succedersi governi a governi, sperò lunga pezza che

altri padroni caccerebbero questi, e tornerebbe il tempo d'esercitare

micidiali rappresaglie a suon di trombe e a vessilli spiegati, il che

fra i cristiani chiamavasi vendicarsi nobilmente.

Ma gli Spagnuoli si erano qui seduti per non levarsi che dopo un secolo

e mezzo, e conservavano un ordine, qualunque si fosse. All'Isacchi

parve allora più prudente consiglio l'amicarsi i nuovi dominatori, come

ottenne col militare sotto le bandiere degli Spagnuoli, quando coi

torrenti di sangue procuravano spegnere nelle Fiandre le dissensioni

religiose, ed al contrario vi fecondavano il germoglio della libertà.

Giovandosi poi delle strettezze di quel governo, che padrone delle

miniere americane, pativa continua necessità di denaro, comperò in

feudo per cinquantamila ducati il comune di Barzago, dove erano le

sue possessioni avite, col diritto d'imporre tasse, imprigionare,

torturare, appiccare, e tutto quello che chiamasi far giustizia.

E poichè la minacciosa fiacchezza delle leggi di allora lasciava

il modo di sostituire alle spade i pugnali, al clamoroso attacco le

insidie, alle sfide il veleno, colse egli ogni occasione di nuocere ai

signori di Sirtori, e quanto gli bastò la vita, gravi danni ad essi

recò; non però tanti che satollassero l'odio e la rabbia mortale che

loro portava.

Trasmise adunque l'omicida voglia al figliuol suo Alfonso. Non appena

fu questi tornato dalla corte di Madrid, ove l'educazione ricevuta

in uno dei più rinomati collegi gesuitici aveva perfezionata vivendo

secondo il costume dei nobili, come paggio fra gli ozii orgogliosi e

dissoluti delle anticamere, e coll'esempio di quei cupi, inesorabili,

devoti monarchi, suo padre lo tratteneva sovente col racconto di quel

fatto, gli mostrava il teschio dell'ucciso, che con irosa venerazione

serbava nella propria camera; e massimamente ogniqualvolta avvenisse

loro di trovarsi nel bosco d'Imbevera, più al vivo dipingendogli

quell'atrocità, gl'inculcava il sacro dovere che l'onore impone ai

nobili di vendicare i parenti; più volte avevano insieme ruminato il

modo di ridurlo ad effetto, e quanto sarebbe decoroso alla casa e a

loro di consumare la vendetta colà appunto ove sorgeva il monumento

dell'oltraggio.

Venuto poi in caso di morte, il padre chiamò a sè don Alfonso, e

togliendosi di collo un medaglione d'oro su cui era improntata la

madonna, — Vedi tu (gli disse) questa santa effigie? La portava di

continuo in petto la buona memoria di don Giberto mio padre. Pensa se

la serbai preziosa! Ed ora, sul punto di abbandonarla colla vita, a

te la lascio, Alfonso mio; ma con essa ti lascio un dovere sacrosanto,

di vendicare colui al quale dapprima appartenne. Di quante inimicizie

esercitò la nostra famiglia, sempre, grazie a Dio, n'è uscita con

onore, nè alcuno si potè mai vantare d'averle usato un sopruso che non

ne patisse il centuplo di danno. Tu non degenerare dai padri tuoi; ma

serba intatta questa gloria, figliuol mio. Poss'io morire consolato di

tale fiducia?

Quando il figliuolo tra i singhiozzi glielo ebbe promesso, tutto egli

rasserenossi, e poco dopo spirò.

Lui sventurato se migliori sentimenti non concepì avanti di presentarsi

al giudizio, ove i debiti nostri saranno rimessi secondo gli avremo

rimessi noi ai nostri offensori!

Nel giovinetto Alfonso rimasero pertanto associate le idee di religione

e di vendetta, l'effigie della Madre della misericordia, le sacre

parole, gli affettuosi ricordi di un agonizzante, colla promessa d'un

assassinio. Se tanto ancora non fosse bastato, rinasprì le ire il

matrimonio che il signor Sirtori, padre di don Alessandro, strinse con

una ricca dama dei conti Perego, sulla quale, o, a dir meglio, sulle

ricchezze, sui titoli, sulle parentele della quale aveva messo gli

occhi don Alfonso.

Per questa rivalità stavano l'uno in sospetto dell'altro, nè andavano

in volta per Milano se non con buona scorta d'amici e un codazzo di

bravi.

Accadde (e fu il giorno della Pentecoste) che don Alfonso, con una

dozzina de' suoi appoggiati, entrò in Duomo, nel mentre quel Carlo

Borromeo che operò ogni poter suo per sostituire in mano dei nostri

patrizii il rosario alla spada, faceva un'omelia sopra quel testo,

_Se alcuno ti percuote la guancia destra, e tu porgigli anche la

sinistra_. L'Isacchi, avanzatosi in mezzo alla devota ciurmaglia, che

gli dava il passo, si fermò accanto ai panconi, su cui stava seduto

il Sirtori cogli aderenti suoi. Questi e quelli cominciarono, come si

dice, a rizzar il pelo e guardarsi a squarciasacco: uno fra' seguaci

dell'Isacchi, fosse caso o prurigine d'aizzare, striscia col gomito e

scompone il collare al più vicino fra quegli altri: costui si rivolta

con un mal piglio; con un peggiore lo fissa l'altro: comincia un

brontolar sordo, fra il quale una voce abbastanza chiara proruppe: —

Qui c'è alcuno che vuol farsi mettere in gabbia.

Voleva secondo l'espressione del nostro volgo, indicare in prigione:

ma quella parola gabbia ravvivò in don Alfonso l'idea del supplizio

dell'avo, gli sonò come un insulto insieme e come una minaccia; la

credette senz'altro proferita dal Sirtori.

In quell'impeto, dimentico del dove si trovasse, caccia mano allo

stocco; i suoi l'imitano: nè gli avversari dormono, ma balzati in

piedi, avvoltolate al braccio le cappe, sguainati i ferri, rizzate le

panche a modo di barricata, di qua e di là si comincia a far sangue:

— a far sangue in chiesa! mentre si spiegava il Vangelo! E l'affare

diveniva serio di più in più, se il governatore duca d'Albuquerque, ivi

presente, non fosse accorso cogli alabardieri a por fine alla sacrilega

zuffa, ed intimare a don Alfonso che uscisse dalla chiesa.

Al domani i cacciatori di novità lessero affissa sui cantoni di

Milano una grida, nella quale si diceva qualmente _insoffribile_ era

divenuta _l'irreverentia d'alchune persone etiam qualificate_, che

portando _l'abominatione nella casa del Signore, non altrimenti che

nelle pubbliche et più licentiose piazze, senza timore delle vendette

divine, et quasi anzi avessero a godervi maggiore franchigia_,

ardivano _cicalare, passeggiar in lungo ed in largo, amoreggiare,

sollevar clamori et perfino metter mano alle armi_. Di questi eccessi

disgustata, l'eccellenza del duca governatore, _intenta all'onor di

Dio, et salue le giurisditioni del foro ecclesiastico, non che le pene

prestabilite per la costituzione di N. S. Pio V. contro li profanatori

delle chiese, ordina e vuole che nessuno da hoggi inante ardisca con

parole licenziose, atti inhonesti, contentioni e risse_ turbare la

devozione in tempo dei divini uffizi. Ed ai contravventori, _sotto

qualunque pretesto si mantellassero_, vuole sia inflitta la pena di

cinquanta scudi e cinque tratti di corda, _et più allo arbitrio della

medema Eccellenza sua_.

Chi fa colpa a quel governo perchè, dopo buttate fuori spaventose

gride, non curasse più che tanto di mandarle ad effetto, non avrebbe

una riprova in cotesta; poichè in una cronaca trovo notato che dalle

pene ivi minacciate fu poco di poi colpito un pizzicaruolo, perchè

disturbò la devozione della gente affollata a sentir messa in Santo

Stefano col correre tra quella a cercare ansiosamente un chirurgo

affinchè tosto uscisse a medicare un fruttajuolo, il quale sul Verzajo,

aveva tocche due coltellate da un macellaro.

Benchè da queste pene potesse don Alfonso tenersi sicuro pei riguardi

dovuti ad un'illustre famiglia, come provocatore avrebbe potuto essere

ricercato; laonde per cansare ogni disturbo, abbandonò la città e si

ritrasse nel palazzotto di Barzago, ed ivi trovò opportuno fermare sua

stanza. Si mise attorno una mano di bravacci, disposti a fare ogni

suo cenno e peggio, e così indipendente esercitava le sue volontà.

Nei primi giorni che fu uscito di Milano, invelenite le vecchie piaghe

colla recente, scese dal castello nel bosco di sanguinose rimembranze,

e venuto al tabernacolo d'Imbevera, vi si inginocchiò e fece una

scellerata preghiera, ove prometteva alla Madonna, se, col patrocinio

di essa arrivasse a sterminare la razza di colui per cui colpa gli fu

l'avo trucidato, le innalzerebbe nel luogo medesimo un tempio sontuoso,

ove d'ogni parte accorrerebbe gente a tributarle onori ed oblazioni.

Pochi anni dopo, il conte Sirtori morì giovane freschissimo, di

una malattia così bisbetica che i medici di campagna la giudicarono

causata da acquetta, sebbene quelli di città inclinassero piuttosto

a crederla effetto di stregamento. Ancora in gramaglie era la vedova

di lui, quando rivenendo, non so d'onde, alle sue terre in Sirtori

pel cammino del bosco, coll'unico suo figlioletto, e sorpresa da un

turbine, essendosi riparata sotto un gran noce che faceva ombrello al

tabernacolo d'Imbevera, fu assalita da alcuni sicari, i quali uccisero

i lettighieri suoi ed un servo che la scortava: un altro servo, col

favore del bujo, riuscì a trafugare il fanciullo, che era appunto il

nostro don Alessandro; la dama non fu trovata più nè viva nè morta.

Fatto misterioso anche questo, non meno del precedente.

Era in quel tempo sindaco di Barzago un benedetto omicciuolo, che

per le cento lire di suo stipendio credevasi in dovere di tutelare i

diritti del comune fin contro del feudatario, e che, ignorante affatto

del vivere del mondo, mai non si era avvezzo a quella che, e in quei

tempi ed in altri, era la prima e somma delle virtù, cioè chiudere coi

padroni un occhio, e se occorra tutt'e due, chinare il capo, e dire di

sì. Costui, avendo osato commentare quell'avvenimento e soggiungere che

la non gli pareva farina netta, la sera seguente si trovò appoggiato

un fiacco di mazzate, non sapeva da chi; solo ricordava che gli avevano

detto essere queste un tientamente per lui e per gli altri villani, di

non frugare troppo nel sacco de' padroni.

Circostanza minuta, che però non volli lasciarla nella penna, affinchè

i lettori miei abbiano occasione di comprendere a loro pro, come con

una certa razza di gente, sia un torto l'aver ragione.

A don Alessandro, che poteva contare allora fra gli otto e i dieci

anni, non restava che una confusa rimembranza di quel fatto; un

temporale, un'aggressione, qualcuno che lo levò sotto il braccio, e

turandogli la bocca, lo recò lontano, sotto un diluvio d'acqua, erano

idee che gli soccorrevano alla rinfusa. Ricondotto poi a casa sua, si

sovveniva gli erano state fatte molte interrogazioni, cui mal sapeva

rispondere; e come tra quelle udiva sovente esclamare: Ah! non se ne

può dubitare: ma è un cane troppo grosso.

Più oltre non lo ajutava la sua memoria, nè gli altri fatti per noi

riferiti erano ad esso conosciuti. Perocchè, non avendo qui alcun

prossimo parente, e d'altra parte bramando allontanarlo dal pericolo

troppo vicino, lo chiamò presso di sè uno zio, monaco del più rinomato

convento di Padova. Su quella Università fu messo a studio, dove gli

avevano insegnato il latino, il greco, e far versi, e quelle altre

istituzioni così importanti al viver bene. Egli le apprendeva e se

ne faceva onore; poi, come fanno tutti, le disimparava via via che a

qualche cosa nuova era applicato. Per altro in quell'educazione più

sciolta egli acquistò idee meno servili: nessuno rammentandogliene,

dimenticò le nimistà ereditarie in sua famiglia: il ricordo d'una

grave sventura patita in fanciullezza, i soprusi che più d'una volta

avea dovuti tollerare dai camerata, orgogliosi nella protezione de'

nobili uomini di colà, avevano giovato a formargli, o, dirò più bene,

a conservargli un animo, quale da bambini sortiamo, tutto aperto alla

compassione per chi patisce, al dispetto per chi soperchia, a quei

dolci sentimenti che non istrappa se non una lunga serie di torti,

fattici — dirò dalla fortuna per non offendere gli uomini.

Non istà qui tutta la virtù, lo so; ma ne è gran parte e gran segno.

I tutori suoi, bramosi di ravviare al più presto la casa, lo

richiamarono che appena finiva i vent'anni e gli avevano predisposta

una moglie, nella cui scelta, sebbene avessero consultato tutt'altre

convenienze che quelle che importano acciocchè due conjugi sieno un

all'altro sostegno, consolazione, conforto; dovea però, per una vera

fortuna, riuscire quel meglio che potesse desiderarsi, accoppiando

ricchezze, beltà, squisito intendimento e quella soavità di carattere

che tanto contribuisce alla felicità propria ed all'altrui.

Questa era donna Emilia che conosciamo; colla quale erasi egli

congiunto da poco più d'un mese: nè tra le beatitudini della luna di

miele aveva egli cercato notizie de' casi antichi di sua famiglia. Ove

bene gli avess'egli conosciuti, sarebbesi dato a credere che tant'anni

trascorsi, ed il cessare, non che le offese, ma quasi l'esistenza

d'una delle parti, dovesse avervi posto sopra una pietra. La gioventù

è confidente perchè buona, e perciò spesso o facilmente ciurmata. Come

saprebbe essa immaginare e la diuturna e sottile atrocità, di cui pur

troppo è capace il vendicativo? come nè tampoco supporre la natura di

certi spiriti, de' quali è un privilegio l'esecrare le persone senza

conoscerle, è un dogma il voler male a quelli che fecero male?

Pertanto, venuto don Alessandro alla campagna colla nuova sposa,

eragli sorto in animo il desiderio di visitare i luoghi di quelle prime

dolorose ricordanze, versare una lagrima sulla zolla ove sua madre avea

versato il sangue.

Una sera a don Alfonso si presenta il guardacaccia. Quest'era un

bresciano, pezzo d'uomo alto e membruto, fin dalla prima gioventù

manesco, accattabrighe, coltellatore, che sbandito dal suo paese con

dieci o dodici omicidii sull'anima, e una grossa taglia sul capo, era

entrato già da molti anni a' servigi di don Alfonso, al quale faceva,

secondo le occorrenze, da cacciatore, da bravo, da mezzano, da spia, da

boja.

Questo arnese si presenta dunque al padrone, e gli riferisce come

domattina il signor Sirtori passerà da quelle parti per condursi nel

bosco d'Imbevera non sapeva a che fare.

Tripudiò a tale notizia il feudatario, non altrimenti di un bracco

allorchè, vedendo il padrone pigliar fucile e carniera, s'accorge che

deve uscire alla caccia. Tolto al tedio iracondo dalla fiducia di una

imminente vendetta, quella notte non seppe l'Isacchi trovar requie;

entrava, usciva senza ragione: stette lungo tempo passeggiando sopra un

terrazzo; ma sebbene avesse in prospetto la pacifica amenità del Pian

d'Erba illuminato dalla luna, la quale dava un luccicare d'argento alle

tranquille acque dei laghetti non vi poneva egli mente; e colle braccia

incrociate al petto e lo sguardo a terra, trascorreva pensoso, di tempo

in tempo applaudiva a sè stesso, poi dava ordini, poi interrogava, poi

tornava a starsi solo: — tanto irrequieto l'avea reso il veder presso

al compimento un disegno anni ed anni meditato.

Prima dell'alba fu in piedi, e comandato che tutto fosse lesto per la

caccia, si rinchiuse nella propria camera; rimossa la tappezzeria,

che mascherava un usciuolo a fior di muro, lo aperse; entrò in un

gabinetto, e trattasi di seno una piccola chiave, fece con quella

scattare un lucchetto che teneva il catenaccio d'una ribalta ferrata;

aprì questa, e con attenzione cansando la soglia, fattosi qualche passo

innanzi, gettò dentro un pane, che risonò sopra un pavimento profondo,

e gridò giù: — Te' miserabile. Oggi ti darò compagnia.

Ribattè la botola, inanellò il paletto, tese ancora il parato e venuto

in camera, gettassi sopra un inginocchiatojo, che stava nel vicoletto

del letto, e fra il crocefisso e la piletta dell'acqua santa alzò il

raso nero che velava un teschio posato sopra un bacile d'argento, e

fissatolo un tratto come uomo meditabondo, cavò dal petto il medaglione

d'oro, paterna memoria, che portava sospeso ad una catenella, ove era

infilata insieme la chiavetta testè adoperata. Baciò l'effigie scolpita

sulla medaglia, e recatasela fra le mani giunte così pregò:

— Beata vergine patrona mia! se mai esaudiste le preghiere di me povero

peccatore, oggi ascoltatemi benigna. Datemi grazia di far buona caccia,

sicchè io renda giustizia al mio progenitore, e liberi la promessa data

al moribondo mio padre. Pur troppo mi posso rimproverare d'aver recato

offese a voi ed al vostro divin Figliuolo. Ma se oggi mi propiziate

quel Dio che punisce la colpa dei padri fino alla terza generazione,

voglio rimettermi a vita esemplare; se fui sempre divoto al vostro nome

diverrò più ancora, e comincerò l'emendazione mia collo sciogliere il

voto che già vi feci e che ora rinnovo. Sì, madre misericordiosissima,

aiutatemi oggi e se dovessi imporre un pedaggio, se dovessi assaltar

alla strada per trovarne il denaro, innalzerò un ricco tempio sopra la

benedetta vostra immagine d'Imbevera.

Ribaciò l'effigie, se la tornò in seno; preso quindi dal ginocchiatojo

un uffiziuolo, ne sciolse le borchie d'argento, e volle tentare un

modo d'oracolo, che egli soleva ne' casi importanti, cioè aprirlo

alla ventura; e dalle prime parole che gliene cadessero all'occhio

argomentare del come gli succederebbe il suo pensiero.

Gli occorsero quelle d'un salmo penitenziale: _Dominus de cœlo

in terram adspexit, ut audiret gemitus compeditorum, ut solveret

filios interemptorum_[2]; e, come sogliono i passionati oltraggiosi,

ricordando le offese ricevute, non le recate, riconobbe il suo avo

in quell'incatenato, sè nel figlio dell'ucciso di cui qui si accenna;

parvegli la profezia che più quadrasse colla domanda fatta in pensiero.

Onde con effusione baciata una Madonnina sul frontispizio del libretto,

sorse pieno di confidenza. Sotto alla casacca di velluto affibbiossi

un leggiero corsaletto di maglie d'acciajo flessibili; alla gorgiera,

increspata a cannoncini e fortemente insaldata, pose un rinforzo

metallico; si legò alla cintola un eletto pugnale; calzò usatti

da caccia; sul capo un caschetto senza piume, e scese. Tutto era a

ordine. Monta un destro ginnetto spagnuolo, toglie sul guanto imbottito

della sinistra il falcone, e tra un suono di corni, uno squittire e

scodinzolare di bracchi e di segugi, si avvia.

Stavano in quella discorrendola il signor curato e il sindaco del

paese; l'uno in nicchio a tre venti e spolverina, l'altro in maniche di

camicia e gambe nude. Di quest'ultimo parmi aver già toccato; l'altro,

don Amadio, passava per un dei valenti se ce n'era là intorno, famoso

per gran pratica dei quaderni teologici e de' casisti, e per una salva

di testi che aveva sempre alla bocca. Nelle congregazioni plebane,

ove, secondo i decreti del Concilio di Trento, osservati perchè ancor

recenti, accoglievasi spesso il clero per decidere casi di coscienza,

don Amadio era sempre lui che dava il tratto alla bilancia; e dopo

aver lasciato un poco diguazzarsi i reverendi suoi confratelli pel si

e pel no, egli buttava fuori il suo oracolo, che troncando il nodo,

li metteva tutti bravamente in sacco. Pel suo credito era stato anche

fatto vicario foraneo, dignità di qualche conto allora, quando le curie

emanavano da sè decreti ed encicliche, senza bisogno del regio visto;

e tenevano tribunali, giudizi, prigioni. Vero è bene che il nostro

curato non voleva sciuparsi con troppe brighe che lo distraessero

dai prediletti suoi studi; e men voglioso di fare che di lasciar

fare, anche nella parrocchia, dopo che le domeniche aveva pascolato

le sue pecorelle con prediconi, distesi secondo tutti i precetti

della retorica che era il suo forte, lasciava poi ad esse la cura di

metterne in pratica gl'insegnamenti; se nol facevano, colpa loro; la

sua coscienza era tranquillata. Uomo specchiato del resto, riverente

ai signori, e sopratutto amante della pace e di quelle cose che si

chiamano il buon ordine e il tranquillo vivere.

Sorseggiato la cioccolata, se la passeggiava egli giù giù, digerendo

all'aria aperta, colle mani alle reni una nell'altra e fra le due la

tabacchiera, mentre il sindaco sbocconcellando un tozzo di pan mescolo

asciutto, colla zappa sulla spalla dirizzavasi ai campi, si veniva

con lui rammaricando d'una nuova tassa, imposta dal feudatario, contro

le antiche consuetudini, e detta del bollino, perchè faceva pagare a'

vinai il bollo che metteva sulle mezzette del vino a minuto.

Il sere ascoltava quel rancore del sindaco, poi dando fuori in uno

scroscio di riso che gli faceva traballare la pancia, tra l'offrirgli

una presa di tabacco, gli diceva:

— Eccoti alle solite antifone. Ma cotesto non è un cercar le noje

col lanternino? Che importa a te s'egli mette una tassa nuova? Quando

toccasse a te a pagarla, vorrei dire: ma chi ha da fare ci pensi. Sai

tu che se' curioso? Se tu cavassi frutto dalle mie prediche, non ti

prenderesti ne tante scese di capo. Bada a me, bada a me, che la so

più lunga. Lascia andar l'acqua in giù, e lega l'asino dove vuole il

padrone. Il mondo non è sempre andato di questo passo? Che? Vuoi tu ora

ristampare il mondo?

— Sarà bene (soggiungeva il sindaco), sarà bene, perchè vossignoria

legge tante storie, e deve saperlo: ma però codeste angherie una volta

non si soffrivano, e quando godevamo la nostra libertà...

— Zitto là, l'interruppe don Amadio. Che cosa mi vai accattare qua il

tempo che Berta filava? Ora è così, e così lascia stare, e dà mente

a me, se non vuoi farti avere in tasca. Ecco me; io sono pure qualche

cosa, e Domenedio, per sua grazia, non mi ha fatto una zucca. Eppure

sto coi frati, e così me la campo d'amore e d'accordo con tutto il

mondo. Oh questa è curiosa! Che i padroni operano da padroni sono

forse cose che le si facciano da jeri? Che? Le dita della mano sono

forse tutte eguali? Ti ricorda piuttosto che egli è l'illustrissimo don

Alfonso, e tu sei Isidoro pover'uomo.

— Ma galantuomo, dava su il sindaco: e toccandosi la sua gabbanella

di frustagno. — Vede, signor vicario? su questi stracci non c'è una

macchia nè di sangue nè di lacrime; mentre sul broccato di qualchedun

altro...

Egli s'interruppe all'udire degli abbai ed uno scalpitare fragoroso,

e poco stante vide don Alfonso svoltare la cantonata, onde, facendogli

tanto di berretta, mogio mogio tirò di lungo. Ma il curato, scoprendo

una larga tonsura, con profondi saluti si avvicinò a riverire il

feudatario. Cortesissimamente questi ricambiò, e — Ci onorerebbe vostra

riverenza di sua compagnia alla caccia?

Al nostro curato sarebbe parso di mancare ai convenevoli se coi

superiori avesse parlato nel tono stesso che faceva colla marmaglia,

e però, qualvolta gli occorresse di ragionare con essi, vestendo

un tutt'altro uomo, lasciava da banda il favellare piano e alla

ambrosiana, per isfoderare un gergo concettoso, fiorettato, e, come

si dice, in punta di forchetta: nel che quella generazione, come sanno

perfino i barbieri, poneva il paragone dell'ingegno e dell'eloquenza.

A quell'invito adunque — Oh illustrissimo (rispondeva), mercè i

raggi che il sole della sua cortesia diffonde sulla valle de' meriti

miei, pajonmi le tenebre mie più chiare che non sono. Ma i canoni

che, come vossignoria, m'insegna, debbono essere la nostra stella

polare, mi diniegano d'accettare un favore, esibitomi così cortese e

graziosamente. _A venationibus, aucupiis, tabernis, choreis, ludibusque

abstineant_[3].

— Bene, bene, replicava l'altro. Domani però si ricordi che, al solito,

la posata è disposta per lei.

— Sarà un aggiungere un nuovo al cumulo degli obblighi che tengo

scritti nell'archivio della memoria, rispondeva con nuove riverenze don

Amadio, e guardandogli dietro mentre procedeva, esclamava: — Che buon

signore!

Il qual buon signore s'avviò per la strada che doveva tenere don

Alessandro, mostrando esservi portato dal caso. Veniva questi a cavallo

colla sposa, messo anch'egli in mezzo a quattro galuppi, senza cui, in

virtù della pace dominante, non sarebbe andato attorno un gentiluomo,

fosse pure di quei buoni. Come distinse l'altra comitiva, chiese egli

da' suoi uomini chi fossero. Questi non glielo celarono, e lasciarongli

intendere esservi poco da fidarsi. Il giovane fece loro riflettere come

l'Isacchi non conducesse che poca gente da caccia, senz'armi di offesa;

e come d'altra parte si trovassero a tal punto, ove il mostrarsi

insospettiti non gioverebbe allo scampo, e potrebbe far nascere

di fatto il pericolo. Seguitò dunque la via, solo raccomandando ai

seguaci di tenersi all'erta, e non perderlo mai d'occhio per qual fosse

ragione.

Don Alfonso, come prima scòrse il Sirtori, brillò in modo, che il

guardacaccia disse sommessamente ai camerata: — Ha l'occhio d'un astore

quando ha veduto la starna. Venuti poi vicini, il feudatario si fece

incontro all'altro, tutto amichevole e manieroso e — Qual buon vento

conduce da queste bande il mio padrone e la gentilissima sua damina?

— Anzi il suo debole servitore rispose il giovane, e vie più

rassicurato dal cortese accoglimento, gli espose la ragione del

pellegrinaggio.

— Oh non si dirà mai, replicò l'Isacchi, che una tal coppia abbia

onorato di sua presenza la mia giurisdizione senza aggradire

l'ospitalità che può nel suo castello, offerire un romito campagnuolo.

E perchè don Alessandro se ne scusava, allegando il bisogno d'essere al

più presto di ritorno, — Già, già (soggiungeva quegli con un ostentato

sorriso), due sposi novelli si fanno rincrescere di passare una nottata

sotto altro baldacchino. Certo però non vorranno farmi rifiuto di quel

che posso offrir loro, una partita di caccia. Qui il mio guardiano ha

notato la pesta di un porco selvatico e, se c'è, lo vogliamo scovare.

La caccia era passione così universale dei ricchi, l'esibizione vestiva

tale aspetto di sincerità, che sarebbe parso un fallo a don Alessandro

di non tenere l'invito. Presto dunque furono loro presentati spuntoni,

balestre, falchi de' meglio addestrati, e si misero alla caccia,

finchè capitarono alla bettola di Cipriano, dove, se vi ricorda, gli

abbiamo lasciati. Dalla quale mentre si partivano, don Alfonso misurò

d'un occhio scrutatore i bravi di don Alessandro, i quali, col non

discostarsi mai dal costui fianco, pareva gli guastassero il disegno:

poi chinatosi all'orecchio del guardacaccia, gli susurrò: — Sarà tua

cura avvinazzare gli uomini di costui.

Il bravaccio rispose inchinandosi: poi tornati al corso, riuscirono

anch'essi vicino alla Madonnina d'Imbevera: — Ecco appunto il posto

della mia disgrazia. Nel rimirare questi luoghi, vengo trovando nella

mente certe idee smarrite, come quando si raffigura un amico della

prima fanciullezza. Quel tabernacolo, oh lo riconosco. Guarda, Emilia.

Qui era appoggiata la lettiga, giusto al piè di quella grand'albera.

Veniva un'acqua a secchi. Io, per non udire, per non vedere i tuoni,

i baleni quasi continui, acquattavo il capo in grembo a mia madre; ed

ella, povera mamma! mi accarezzava, mi confortava. Quando a un tratto

si odono delle moschettate, un dàgli, dàgli, un allarme: sporgiamo il

capo: ecco venire incontro... che guardature! Folti ciuffi, cascando

dalla fronte, velavano ad essi tutta la faccia, che rischiarata ad

ogni tanto dai lampi, somigliava veramente a quella di demonii. Parmi

tuttora avergli sugli occhi, e forse, vedendoli, li ravviserei.

Il guardacaccia (e sapeva ben lui il perchè) voltava a dar degli

ordini: donn'Emilia, compatendo allo sposo, non teneva gli occhi

asciutti: il feudatario, bramoso di metter fine a quel discorso, — Oh

via! (esclamò) la sua tenerezza le fa onore, ma ora siamo a divertirci.

Bando alle melanconie. All'erta: lanciate i cani.

Diede fiato al corno, spronò, imboscossi, e dietro a lui si

sparpagliarono tutti per la boscaglia.

In qual modo don Alfonso intendesse cogliere la preda, alla quale già

vi siete accorti che mirava veramente, lo sapreste già, o lettori,

se v'avessi detto come, fra le altre disposizioni date quella

mattina, chiamò a sè il guardacaccia, ed ordinogli che mandasse tre

bravi, conosciuti alla prova delle imprese rilevanti, cioè delle più

scellerate, e — Si collochino (diceva) colà al lembo della collina,

sullo stradello che dai mulini conduce alla Madonnina, rimpiattati

dietro la macchia, e non si muovano. Tu ti terrai al fianco. Troveremo

qualche ingegno di separare colui dalla sua brigata, e trarlo a quella

parte. Quando io griderò A noi, essi balzino fuori: se v'è qualche

servo, lo freddino: l'importanza è di assicurarsi del padrone: se lo

cogliamo vivo, tanto meglio; e portarlo senza più in castello.

A questo comando, dato colla freddezza onde un ricco d'oggidì

comanderebbe al cocchiere d'aggiogar i cavalli, con altrettanta

freddezza il guardacaccia rispose: — Illustrissimo, ho inteso. E poi

ch'ebbero accordato ogni cosa fra loro, e il padrone gli accennò che

se n'andasse, quegli stette fermo guatandolo. L'intese don Alfonso, e

ripigliò: — Avrete una lauta mancia.

— Grazie, illustrissimo, ripetè inchinandosi l'altro in cui andavano

del pari la fierezza e l'ingordigia. Però... per regolarmi cogli

uomini... qualche cosa di preciso...

— Questo, e la paga d'un anno, rispose il feudatario, gettandogli una

doppia nel cappello.

E l'altro strisciando gran riverenze, — Illustrissimo, mille grazie;

perchè ella vede, i vizii sono molti.

— Non dubitare; fa che la cosa riesca a disegno.

— Illustrissimo, sarà servito da par suo.

I tre ben armati presero dunque il posto indicato, ed ivi dietro un

veprajo stavano, chiacchierando, celiando, sbadigliando, ad aspettare

la vittima. Non sapevano quale, non lo cercavano: basta che colui

che li pagava lo aveva ordinato. Indifferenza che ci pare orribile

vedendola in uno o due individui, e non ci tocca allorchè la troviamo

in quattro o seicentomila combattenti, che aspettano un fiato di

tromba, un batter di cassa per correre a scannarsi un l'altro, senza

conoscersi, senza cercare il perchè, senza sapere altro se non che

furono comandati.

Novelle brianzuole · 第 7 / 27 题