Se don Alfonso avesse potuto sciogliere lo scellerato suo voto, avrebbe
forse eretto ed ornato uno splendido tempio, perchè laute sono le
rimunerazioni onde il delitto mercanteggia la complicità che al Cielo
domanda. La gratitudine, più modesta, non aveva edificato se non una
angusta e disadorna chiesuola, che il sindaco mostrò parte a parte
con una compiacenza da artista. Il signor vicario poi montò in una
botte sfondata della cànova di Cipriano, che per quell'occasione erasi
rinfronzita in modo da scusar di pulpito, e sopra il versetto _Sicut
fluit cera a facie ignis, dispereant peccatores a facie Dei, et justi
epulentur et delectentur in lætitia_[7] sfoderò un bravo panegirico;
un panegirico sulle molle. Gli è ben vero che, quando i signori gliene
presentavano le loro congratulazioni, egli asseriva che unicamente la
cortesia di essi era la cifra che dava valore allo zero de' meriti
di quello, e volse lasciare intendere d'averlo fatto a braccio; ma
non è facile il persuadersene chi badi all'erudizione e all'ingegno
che v'erano a pale. Accennò di fatto tutti i templi antichi, da quel
di Serapido fino alla rotonda di Agrippa; recitò una sequenza di
architetti i più famosi; con una delicatezza da stordire, encomiò i
Sirtori e la signora Perego sotto al velo di Salomone e di Zorobabelle;
conchiuse esortando i contadini ad elevare un mistico tempio, dove gli
affetti fossero i muratori, che, colla calce della carità fraterna e
la cazzuola della limosina, sopra il fondamento della fede ergessero
le mura della speranza, tra cui le colonne della memoria coi capitelli
della gratitudine sostenessero la cupola della devozione, sotto alla
quale dalle campane della tradizione venissero congregati i popoli ad
una festa, in cui fossero arazzi le preghiere, altari i cuori, lampade
l'allegrezza comune, organi le gole cantanti, incensi... non mi ricordo
più che cosa, giacchè il panegirico non fece mai gemere i torchi; ed è
un peccato, perchè potea far testo.
I paesani, più trasecolati da quel tòcco d'eloquenza quanto meno ne
avevano compreso, sbucarono di chiesa non appena fu finito, e don
Alessandro ordinò a Cipriano che mescesse ancora a tutti; il che non
domandatemi se accrebbe l'allegria ed il frutto del sermone.
Mi s'era dimenticato di dire come la medaglia d'oro che era stata pegno
di vendetta, venne di fatto appesa in voto alla Madonna, e là rimase
fin quando, trentasett'anni fa, i Francesi ci fecero, cogli ori della
chiesa, pagare quella bellezza di libertà che ci venivano a regalare.
Allora uno di questi contorni, spirito forte che s'era fin lasciato
intendere a dire che i frati non erano se non tanti oziosi, d'ordine
del Governo la levò via per cambiarla in tanti zecchini, e ve ne
sostituì un'altra di similoro. E la medaglia e la libertà, come succede
delle cose false, presero il verderame: quella passò tra le ciarpe di
un ferravecchi, l'altra tornò in paradiso ad aspettare il _Dies iræ_.
Tanto andò a genio quella sagra campestre, che i signori istituirono
di tornarvi ogni anno. Cominciarono a menare alcun amico, e amici
n'han sempre di molti i signori, massime d'autunno: qualche ricco che
là intorno villeggiava, per curiosità, per passatempo volle vederla. I
contadini rimangono in quel tempo disposti all'allegria dalle miti sere
e dai ventilati mattini succedenti alle eterne giornate, sudate sotto
la sferza della canicola, dal vedere indorato il granoturco e colorita
la vendemmia. Se vi aggiungete le memorie della libertà ricuperata e,
cosa non meno importante, della merenda goduta, facilmente intenderete
perchè vi traevano volentieri, quando anche non vi dicessi che
don Alessandro continuò a pagare a Cipriano due zecchini, perchè
distribuisse quattro brente del buono. Con così poco i ricchi possono
farsi voler bene! Morto poi quel signore, per non ismettere la buona
usanza, gli accorrenti portarono con sè da merendare e da bere una
volta, ovvero dei bravi quattrini, coi quali, mentre pagavano il fiasco
a Cipriano, questi, già grave d'anni e padre di figli che avevano
figli, coll'aria d'importanza propria dei suoi confratelli, diceva
loro: — Ecco; finchè visse quel buon signore, si bagnava il becco con
meglio che dell'acqua, e _gratis et amore Dei_, e questi erano tanti
risparmiati. Ma dei signori buoni non se ne trova uno ad ogni uscio.
Eh tu, Matteo, non puoi aver idea di quel diavolo a quattro; tu eri
ancora a balia. Ma voi, Cosmo, che, poco su poco giù, siete del mio
tempo, dovete serbarne memoria, eh? E trovava tutto il suo pascolo,
quando, messo in mezzo da una ventina di villani, non meno vogliosi
d'udire che esso di narrare, poteva ripetere punto per punto l'istoria,
mostrar la vite, che ormai rinfronziva tutta la fronte della casetta,
e di bei festoni attorniava le finestruole, e descrivere gli atti
e le parole dell'Orso di Barzago che Dio gli abbia perdonato, e don
Alessandro Sirtori che spendeva come un Cesare, e che aveva il cuore
compassionevole quanto se fosse stato un pover'uomo. — E la cagione
di questo sconquasso (aggiungeva con una stropicciatina di mani) chi è
stato? Io, io persona prima. L'ho vista brutta, ma la paura non sapevo
dove stesse di casa io. Eh! adesso sono da mettere fra gli scarti: ma
allora ero un acciarino bresciano: poi un buon Brianzuolo, quando fa
bisogno, non c'è a dire, muora Sansone e tutti i Filistei.
Mancò poi anche Cipriano; mancarono quel Cosmo che se ne ricordava,
e quel Matteo che non se ne ricordava: col valicar dei tempi, nuove
disgrazie fecero perdere la memoria di quelle: e però, non fo per dire,
ma bisogna chiamarsi obbligati a chi riempie queste importanti lacune
della storia col tornare in luce fatti così istruttivi ed esemplari
come veri.
La concorrenza però non è mai venuta meno: anzi in un secolo che non
crede nulla e si fa beffa di tutto, fin delle intenzioni, quando il
Gioja si congratulava di vedere scemata l'affluenza al santuario di
Caravaggio e ad altre sagre, chi lo crederebbe? alla Madonna d'Imbevera
aumentò straordinariamente. Se domandaste il perchè, vi risponderemmo:
— È la moda; ragione la sola che molti possano rendere delle loro
azioni, e fin della loro guisa di pensare. Nè crediate vi si faccia
una musica, una fiera, qualche cosa di fracasso; no: unico spettacolo
è quello degli spettatori. La romita solitudine, onde sono per tutto
l'anno circondati la povera chiesuola d'Imbevera e un casamento eretto
là d'accosto, ogni otto di settembre si popola così rapidamente, così
variamente, come si legge che un giorno solevano le selve al cenno
delle fate.
Chi drizza a quella volta, già da assai lontano ode una romba, simile
al romoreggiare della marina. Ed ecco le strade, che d'ogni parte
vi capitano, brulicare di gente, contadini, artigiani, mestieranti,
soli, a coppie, a gruppi, a frotte. Giovinetti con cappelli di paglia
artificiosamente trecciati a trafori, adorni con piume, specchietti,
galanterie quali contenti del frustagno e del taglio all'antica,
mentre gli altri vestono giubbe più moderne, colla cocca del fazzoletto
affacciata alla tasca e con larghi pantaloni, invano e dal curato e dal
fattore rinfacciati loro siccome indizio evidente d'insubordinatezza
e d'irreligione; pigliansi al collo gli uni degli altri, a spintoni
rompono la calca, od in ischiere arditamente festanti colla zampogna
fanno risonare concerti, che sentono il sole e il vento della montagna.
Le caute madri, tutte occhi a vigilare le ingenue fanciulle, quel
giorno permettono che, per devozione, esse vadano a Imbevera. Tu
scerni la Brianzuola alla snella corporatura, ai _baldanzosi fianchi_
che davano per la fantasia al mio Parini, ad un'aureola d'argento al
capo: distingui la briosa Bergamasca al bustino cortissimo di vita, ai
vezzini d'oro, ai cincinni della fronte, ad un agone a trafori infisso
nelle trecce cascanti bizzarramente da una banda, a certi sguardi
bricconi. E tutti ne' vari loro dialetti chiedono, cianciano, gridano,
fanno fiera. Il garzone, che per la prima volta vi trae, interroga
curioso un vecchio, che ci veniva prima del 96, quando vi comparivano
indemoniati strillando, e buli che deponevano alla soglia della chiesa
la omicida loro carabina; che si ricorda quando i Giacobini in nome
della libertà proibirono quella sagra, e quando Russi e Cosacchi,
tornandoci cattolici, l'ebbero ristabilita; c'è venuto coi Francesi
repubblicani, coi Francesi imperiali, ed ora seguita da vent'anni a
venirci con cotesti, sperando venire coi loro successori.
Nel bosco e sul piazzuolo s'innalzano assiti e baracche, si spiegano
tende, curvansi e intrecciansi i rami a pergole, a capricciosi
frascati, si dispongono tavole, trespoli, sediuoli; è un mondo di
gente, è un tremoto di faccende. Qui fierajuoli a sfoggiar mercanzia:
là bettolieri a rosolare braciuole e friggere galletti: il buzzurro
allessa e brucia le castagne primaticce: un gruppo di villani già mezzo
brilli urlano a chi più i punti della mora, altri straziano costolette
così guascotte, e le irrorano di acquavite, di vino, di mosto appena
spremuto dall'uva non ben matura. La fanciulla compra un santino per
la nonna devota: la nonna gingilli per ispassar il bambino quando il
portano a mimmi; il becerume, bocca ed occhi spalancati, attende alle
forze, o al bagattelliero che ha rimedii per tutti i mali e per altri
ancora, o al cantambanco che sul cartellone dimostra vita e morte del
famoso Pacino, l'incendio di Mosca e l'inondazione del Danubio; o a
qualche Orfeo che, strimpellando la ribeca o raschiando un violino,
attira le pietre. La chiesa, che fu già occasione della festa, è la
meno che si visiti: in quella vece fitti, serrati, vanno come un'onda
di su, di giù, per la spianata e pel bosco vicino.
Così la pedonaglia. Ma quelli di maggior bussola non compajono se non
nel basso del giorno, tanto più tardi quanto ciascuno è, o si crede
da più. Monza, Milano, Como, Bergamo (e si v'è due passi) risentono ai
corsi loro la mancanza della crema o della schiuma dei cittadini e dove
sono? al bosco d'Imbevera. Zerbinotti che sbraveggiano su sbuffanti
puledri, o trionfano in _tilbury_ eleganti: gran signori rimpettiti in
comodi cocchi, con ambiziose mute, condotte a centinaja di zecchini
dai pascoli dell'Holstein e dell'Olanda: fittajuoli che staccarono
dalla benna e dall'aratro i robusti ronzinanti svizzeri, e rivestirono
di nuova livrea il carrettiere: nobili scadenti, o sorgenti plebei, i
quali noleggiarono ad alto prezzo un calesse, due rôzze e un vetturale,
il quale cornando e schioccando fa rumore per quattro: particolaretti
che coll'industria sperano quando che sia mutar in carrozza la
timonella di cui ora mal s'accontentano: il granajuolo nella sedia o
nel baroccio che lo porta il sabato ai mercati di Lecco o alle calende
a Bergamo; tutti insomma qui piovono a darsi aria, a vedere, a farsi
vedere. Gli alberghi più capaci della città appena basterebbero a tanto
concorso, non che le meschine bettole del contorno, poco migliori di
quella ove, ducencinquanta anni fa, vendeva vino il nostro Cipriano.
Quindi vedi i cavalli affidati a ragazzi su pei prati; e da tutte le
bande disposti in fila cocchi a centinaja, che dico? a migliaja: e tra
quelli sparsi i pitocchi, che sporgono la mano o il bossolo, ostentando
al passeggero piaghe, moncherini, una nidiata di puttelli, e strillando
_Pietà, limosina._ — Concordanze sociali!
Chi credesse che una sagra campestre dovesse far luogo a quella
semplicità, che aggiunge tanto più allegria, quanto più la scioglie
dagl'impacci, sarebbe troppo in inganno. Il lusso più ricercato,
le più sontuose gale di vesti, di fronzoli, di gioje, sono di balzo
trasportate dal corso delle città al bosco d'Imbevera. La signorina,
venuta, già è un mese, a villeggiare qui poco lungi, fra il grosso
bagaglio non si dimenticò di qualche bel capo o di un vestitino a
posta per questo bel giorno: la fidanzata vi fa la prima comparsa
coi vezzi donatile dallo sposo: quella sciarpa, quella cappottina
furono rinnovate per farne spocchia alla Madonna di Imbevera.
Belle dall'arguto pallore e dal fuoco raccolto degli occhi pensosi,
meraviglia dei teatri e dei ridotti cittadini; forosette dalle gote
rubiconde e piene come melerose, che nelle solenni processioni del
villaggio sentonsi dire _Ve' com'è bella,_ qui compajono insieme:
le prime appoggiate ad uno sposo fedele, beando di lusinghiero
ritenuto sorriso il fedele milordino, che con membra e con andar
femmineo sbircisce colla lente e susurra meditate cortesie; l'altre
colle compagne, dando ascolto e risposta ai vivaci scherzi ed alle
espressioni più clamorose quanto più cordiali, del bifolco e del
bottegajo; finchè vanno queste a tracannare l'acquavite e la spumosa
birra, l'altre a gustar la gramolata, il sorbetto e le paste sfoglie
sotto ai padiglioni dell'effimero acquacedrajo.
Chi di là gira lo sguardo, vede brulicare una folla di teste; cappelli
da villano, da signore, da prete, da cittadino; brillanti colori e
delicati; il sedan ed il velo crespo alternati colla stamina e col
bambagello; fogge testè arrivate da Parigi presso a quelle da un
anno abbandonate alle provinciali, all'altre che già discesero al
contado, alle arcaiche, custodite dalle matrone in commemorazione
de' tempi migliori. Qui le piume d'uccello di paradiso ondeggiano a
canto al pennacchio del gendarme, la cui vista fa sguisciar via il
tagliaborse, frena l'allegria d'un ubbriaco e le ominazioni di due
baffuti, che battendo i tacchi, ragionavano della buona causa. Qui
gli uomini creati dalla natura a consumare e godere, misti con quelli
da essa destinati a sbracciarsi e stentare per la soddisfazione dei
primi: contadini imbruniti e ingagliarditi dal sole e dalle fatiche
sono riurtati sdegnosamente dal prediletto dalla fortuna, gonfio per
dieci generazioni di antenati, al par di lui oziosi, il colore e le
membra dilicate del quale fanno prova del sangue più gentile, cioè
degli squisiti bocconi e del non far nulla. Qui un veterano della
legion d'onore e dai mustacchi bruciacchiati dalla polvere d'Ulma e
d'Austerlitz, e che sarebbe colonnello se le cose, dic'egli, fossero
ite come dovevano, trovasi a fianco del coscritto che una sola notte
passò in caserma fra gli stravizzi, il fumo e le facili beltà. Qui la
schifiltosa mantenuta pavoneggiandosi raccomanda al suo ganzo che le
sontuose trine da lui donatele non lasci mantrugiare dal contatto del
ruvido guarnellino che la setajuola guadagnò di sacrosante fatiche.
Quando poi, veduto ed ascoltato intorno il linguaggio de' ventagli,
de' fazzoletti, delle lenti, lo sguardo ansioso di chi cerca, il
dolente di chi troppo ha trovato, il confidente susurrio delle recenti
spose, e l'inesorabile cicaleccio delle terribili madri che hanno tre
fanciulle da maritare, tu volgi dall'altra parte ove sale il bosco,
ecco per tutta la pendice una mobile decorazione di gruppi che disposti
nel più pittoresco modo tra le fratte e i castani e sul molle tappeto
del muschio, godono la merenda e lo spettacolo che l'onda della folla
scendendo e poggiando cangia ad ogni batter d'occhi al loro piè.
Deliziata a tale scena, la vispa zitella esclama, — Deh! com'è bello!
nel mentre stesso che un'altra, coll'ingrata maestà del quarantesimo
anno, ripete contraendo il labbro, — Al confronto d'anni fa: non c'è la
metà gente, la metà lusso, la metà allegria.
Così il giovane, cui l'età del primo amore dipinge tutto a color di
rosa, trova qualcosa di gajo tale mescolanza del boschereccio collo
scialoso, della naturalezza coll'eleganza, della franca giovialità
campestre colla contegnosa della città; intanto che un altro, cui
l'esperienza rese itterico lo sguardo, raggrinza il naso esclamando: —
Pazzie! venirsi a pompeggiare in un bosco!
V'è intanto chi si perde per la selva a cercare una pianta remota,
dove, anni sono, in questo giorno istesso incise un nome, — il nome
d'una fanciulla, con cui si erano giurati eterno inseparabile amore.
La pianta crebbe, crebbe il nome con essa, ma l'amore svanì; ed egli
appena ricordò l'amica perchè la rintoppò laggiù, contenta madre dei
figliuoli d'un altro.
Ancora v'ha chi, non logoro dai diletti cittadini a segno da non
sentire l'incanto delle semplici bellezze naturali, guadagna le vette,
e di là vagheggia il cielo che s'inazzurra sui poggi e sulle valli
della Brianza: quel cielo che gli stranieri credono un'esagerazione
quando lo vedono dipinto nelle tele dei gran maestri: e che in
quell'ora, imporporandosi ai tremuli raggi del sole che declina,
fa spiccare all'occhio ammirato la sommità dei colli e dei monti
che formano cornice ad uno de' più graziosi paesaggi; mentre gli
augelletti...
Ma che ha qui a fare quest'arcadica descrizione?
Che ha a fare?
Ah! lo sa il mio cuore, che alla sconsolante realtà del presente
procura sottrarsi col figurare come sa più al vivo quei luoghi di
care memorie ed incolpate. O miei monti, o miei colli! Deh quando il
sereno spirare del vostro orezzo pioverà ancora la pace sul mio solingo
cammino? Quando l'alba mi troverà sulle vostre vette ad aspettarne il
primo biancheggiare? Quando la sera accoglierà il saluto che manderò
al patetico astro di Venere? Quando il sole mi vedrà, in gara col
capriuolo, libero come l'aria che vi si respira, balzar di pendice
in pendice, aspirare l'aroma del cisto e dello spigo selvatico e
l'autunnale fragranza delle eriche fiorite; tuffarmi nei torrenti della
luce ond'esso v'ammanta; esultare sentendomi al disopra dei tumulti
dell'umanità e più vicino al tempio del Creatore? Quando, quando? — Ah
forse mai più!
Perdonate, lettori, se da voi mi son dilungato, come perdonereste al
vetturino che vi guida in viaggio, e che s'arrestasse per abbracciare
un bambino che gli ricorda il suo fanciulletto, ahimè! rapitogli dagli
assassini. Sono con voi, se volete che tornando alla campestre festa,
scrutando i cuori, cerchiamo tra quel nugolo di gente alcuni successori
di don Alfonso, ma che, grazie alla crescente civiltà, sostituirono
al ratto la seduzione, alla violenza il raggiro, alla legge sfidata
la legge illusa, alla vendetta scoperta la denigrazione e il bacio di
Giuda: od anche qualche imitatore di don Alessandro, col proposito,
più generoso che prudente, di assumere la difesa del debole contro
il soverchiatore, massimamente se questo non sia troppo grosso, nè
l'affare importi pericolo.
Potremmo anche o maligni rivelare alcune fortunette che la boscaglia
e la folla mal coprì; o morali compiangere tante che vennero a
perder l'innocenza per festeggiare un giorno in cui l'innocenza fu
salvata; e i molti che gozzovigliano un dì per digiunare una settimana
coll'affamata famigliuola, e che non abbandonano il tumultuoso
stravizzo se non dopo che la ragione è sfumata a rinforzi di bicchieri,
e che il vino o la gelosia fece cacciar a mano i coltelli; — solite
appendici delle sagre, solite conseguenze delle devozioni clamorose,
qui ed altrove, ai nostri tempi e a quelli dei nostri buoni vecchi.
A tutto mette fine la sera. Al domani ecco il luogo spopolato;
pochi operai intenti a riporre le trabacche, a sgomberare il lieto
apparecchio; poi tutto ritorna nel silenzio. Fronde intrecciate, rami
aggruppati o schiantati, l'erba calpesta, qualche tronco abbronzato dal
fuoco, reliquie di cibi, sono tutto quello che rimane del tumulto di
jeri, che si rinnoverà da qui ad un anno per terminare ancora nel modo
istesso.
Così nell'anno dei secoli passano le generazioni. Quella che oggi a
calca si affanna su quest'ajuola del mondo, dimani sarà scomparsa;
agli splendidi clamori che oggi ne rintronano, succeduto il silenzio;
al tumulto delle futili importanze, la solitudine, il disinganno
del sepolcro; gli edifizii che noi ci architettiamo, verranno levati
come il padiglione d'una notte: altre generazioni succederanno poi a
tripudiare e gemere, a compiangere ed esser compiante, a soffrire e far
soffrire, sintantochè, giunta a sera la loro giornata, daranno luogo
alle successive; — nulla più ne indicherà l'esistenza, nulla se non le
ruine.
1834.