Benchè in preda egli stesso ad un'ansietà fortissima, che gli aveva
fatto sembrare interminabile la strada fra Morò-Casabianca e Tricesimo,
Mattia Sant'Angelo rimase colpito allo scorgere l'aspetto turbatissimo
di sua moglie nel momento in cui egli fu di ritorno a casa. Immune
d'ogni femminea fatuità, ma scrupolosa per gentile abitudine nelle cure
della persona, Loreta non aveva a quell'ora già avanzata smesso peranco
la veste da mattina. La folta capigliatura bruna, che le scendeva ancora
in disordine intorno alla fronte, facendone risaltare la grande
pallidezza, completava il suo aspetto di sofferenza e di sfinimento.
Per un istante stettero uno di fronte all'altra senza parlare,
fissandosi con intensità, come avessero voluto scambievolmente leggersi
nel cuore.
Loreta alla fine, pensando che quella tortura dovesse pure aver un
termine, mosse alcuni passi verso il marito e con voce, strozzata quasi
da un singulto, lo interpellò vivamente:
--E dunque, Mattia.... e dunque?
Durante un momento il professore parve indeciso dinanzi all'impeto
inatteso di quella domanda. Ma il tono con cui Loreta aveva parlato e
l'atteggiamento ch'ella aveva assunto, ora, al cospetto di lui, gli
fecero comprendere la inutilità di perdurare nella finzione, che fino a
quell'ora si erano imposti. Il sentimento della loro reciproca posizione
era ormai ad entrambi chiarissimo. Ciò che le loro labbra avevano
ostinatamente rifiutato di dire, s'era svelato adesso al loro sguardo in
un attimo solo.
Loreta, la quale nell'ambascia dell'attendere s'era già rassegnata a
sostenere, senza difendersi, come doveva, per debito naturale di
espiazione, lo scoppio della giusta ira del Sant'Angelo, rinnovò la sua
domanda, subito, quasi fremente nell'impazienza di quell'istante
solenne.
--E dunque, Mattia, e dunque?...
Un tremito passò fugacemente sulla bocca del professore. Poi,
lasciandosi cadere, affaticato, sur una seggiola, mentre Loreta, ritta
dinanzi a lui attendeva, nel mezzo della camera, colle mani serrate
contro il petto:
--E dunque....--cominciò.--Che cosa debbo dirti che tu non sappia, che
tu non abbia già indovinato? Senti, Loreta: quel che io ho sofferto non
lo potrei dire: se lo dicessi, ogni parola sarebbe inferiore al vero. Tu
sai ciò che sei stata per me; quando io avevo creduto finita la mia
esistenza, tu mi hai redento alla felicità: ti ho adorata! Lo sai, lo
hai visto giorno per giorno, ora per ora, dacchè sei qui nella mia casa,
arbitra del mio cuore. Prima che io mi fossi risolto a offrirti il mio
nome sai anche quali scrupoli mi hanno tormentato: avevo coscienza di
ciò che io ero, avevo paura di vederti un giorno pentita di quello che
allora accondiscendevi di fare forse per pietà, forse perchè ti aveva
commosso la sincerità del mio affetto. Tuttavia mi sono illuso: con gli
anni che passavano, felici, vedevo farsi sempre meno minaccioso il
pericolo che io avevo sognato: credetti infine mia, conquistata per
sempre, la tua affezione. Così.... non doveva essere! Quel passato, che
per me non esisteva, che io non avevo voluto conoscere, che credevo
morto per sempre, è tornato....
--Tu.... ora sai?--ella chiese lentamente.
--So.
Loreta si portò le mani al volto con uno scroscio di pianto
dirottissimo. Indi appassionatamente proruppe:
--Mattia, perchè hai tu voluto essere così generoso allora con me!...
No, non meritavo io, miserabile creatura, la bontà che tu avesti. Non
dovevo accettare il tuo beneficio; dovevo ricordare quello che era
stato; dovevo temere quello che poteva avvenire. Non ho potuto, non ho
saputo, fui sopraffatta dalla tua bontà.... Eppure quel giorno in cui tu
mi hai offerto il tuo nome, così nobilmente, ti ricordi?... io volevo
che tu sapessi, volevo dire a te pure ciò che in un'ora di confidenza
non avevo arrossito di confessare a tua madre.... alla donna santa e
buona, che mi aveva amato e compatito.... Non volesti.... non
volesti.... Adesso....
Egli levò gli occhi in alto, serenamente, poi quasi calmo:
--Adesso,--egli disse interrompendola,--come in quel giorno la parola di
mia madre mi è sacra.... Se una colpa c'è stata nel passato lontano, una
colpa che l'inesperienza, la giovinezza e la fatalità dei casi hanno
preparato, hai saputo farla obbliare.... Mia madre, nella rettitudine
della sua anima, ha riconosciuto che quella colpa l'avevi cancellata....
ti ha dato il suo affetto materno.... ti ha stimata degna d'essere la
sua continuatrice nella nostra casa....
Loreta, a mano a mano che il Sant'Angelo parlava, acuiva sopra di lui il
suo sguardo interrogatore, percossa, côlta da una nuova fierissima
perplessità.
Egli si arrestò per un breve momento, poi passandosi la destra
rapidamente sul largo fronte imperlato di sudore:
--Oggi...--soggiunse,--nulla da allora è mutato.
--Nulla, tu dici.... nulla?
--Sì. Poichè se oggi per onesta confessione di un uomo, incapace di
mentire dinanzi all'appello dell'onore e dell'amicizia, io so quello che
fino ad ora era rimasto un segreto fra te e la povera mia madre: quello
che io avevo indovinato e presentito, che importa!... È il passato
remoto, che l'obblio ha sepolto, che mia madre ha cancellato per sempre
col suo perdono, tu colle tue virtù.... Che m'importa di questo passato,
se so che il presente è mio ancora, se è mia.... soltanto mia.... la tua
fede!...
Ella a queste parole si sentì venir meno. Ma dunque s'era ella ingannata
ancora una volta, quando aveva creduto che a Mattia fosse nota per
intero la gravità del suo peccato? Era possibile ancora un'illusione?
Non aveva egli dunque intuito peranco nel suo volto, nel suo
smarrimento, nella sua angoscia, tutta l'orribile verità di quello che
era stato?
Terrorizzata da questo pensiero, incapace di articolare parola, aveva
abbassato lo sguardo, sentendo un'onda di fuoco che le saliva al viso.
Per un momento ella stette per tradirsi. Dall'anima sua, martoriata già
troppo, stava per erompere la parola del vero. Vacillante, estenuata,
tendendo le mani supplici verso quell'uomo, ch'ella non doveva lasciar
più a lungo nell'inganno, cadde in ginocchio innanzi a lui.
--Mattia, Mattia!
Il professore, con le guance bagnate di lagrime, la sostenne, la rialzò.
--Loreta, è stata per noi una brutta ora! Essa è trascorsa. Nulla deve
farla più rammentare. Bisogna che sia così. Se non avessi creduto che
ciò possa essere, avrei preferito morire....
Ella si scosse, con un brivido sinistro, stringendosi in un atto
istintivo contro il petto di Mattia.
Un lungo silenzio corse.
Quindi egli, come se in quell'intervallo avesse ritrovata tutta la sua
energia:
--Non piangere più,--riprese con l'accento ridivenuto mitissimo.--La
nostra vita potrà essere bella ancora. Coloro che mi vogliono male non
avranno raggiunto nemmen questa volta il loro scopo. Sì, Loreta, io
dovevo sapere che qualunque cosa ti avesse parlato nell'anima del
passato, tu non avresti potuto dimenticare quello che sei, la promessa
che tu mi hai dato.... il nome che porti....
E dopo una breve pausa, durante la quale sentì Loreta abbandonarsi più
gravemente sul suo petto:
--Alvise....--egli soggiunse, interrompendosi con una esitanza
improvvisa.
Ella levò il capo, vivamente.
--Alvise?...--domandò come esortandolo a continuare.
--È onesto. Comprese quale sia il suo dovere. Partirà.
Loreta non rispose, le sue labbra si agitarono per un istante senza che
ne escisse una voce. Poi ella chiuse gli occhi, stringendosi con forza
alle braccia di Mattia.
Il Sant'Angelo la sostenne e l'adagiò con soave premura in un
seggiolone, ch'era lì presso. Poi non ascoltando più che un sentimento
di pietà dinanzi a quella crisi, che gli appariva naturale dopo le tante
emozioni per le quali Loreta era passata, egli si curvò affettuosamente
su lei, in atto di accarezzarle i capelli.
Ma d'improvviso s'arrestò. Dagli occhi affossati di Loreta continuava a
scendere, sulle sue guance mortalmente pallide, un lento e copioso
pianto. E quando una di quelle lagrime gli cadde ardente sulla mano un
torbido lampo gli attraversò il pensiero, facendogli risorgere più
tormentoso il dubbio crudele, che s'era affidato non dovesse tornargli
mai più. L'amore, ch'egli aveva creduto morto nel cuore di Loreta durava
dunque ancora? Ed eran forse quelle lagrime per l'amore remoto, per
l'amore della giovinezza, trionfante ancora?...
Ritto in faccia a lei, come assorto in un rapimento morboso, egli
attese. Furon forse pochi minuti e parvero a Mattia un tempo infinito.
Ella finalmente parve riaversi, si riscosse e fe' l'atto di correre a
lui.
--Oh! Mattia, Mattia.... Non ho sognato? È vero quello che tu mi hai
detto? che mi vuoi bene ancora, che mi credi degna di te?...
Eravi in queste sue domande febbrili, concitate, tanta effusione e tanta
ansietà, che Mattia ne ebbe una dolce scossa in tutte le sue fibre.
Egli le schiuse le braccia, desiderando di credere, anelante di
liberarsi dalla maledetta visione di poco prima.
--Mattia,--ella gli disse allora, abbandonata la faccia sull'omero di
lui, con un accento vibrante di passione,--che cosa farei, Mattia, per
poterti dare la felicità.... la più grande felicità!...
--Amami,--egli rispose.--E dimentica. Così saremo felici.... ancora.
Fu questa la spiegazione tra Loreta e il Sant'Angelo.
Ma nè l'uno nè l'altra ne uscirono coll'animo tranquillato.
Mattia, che in tutto quello che aveva detto era stato inspirato da una
sincerità profonda, forzavasi invano a cacciare il pensiero sôrto a
turbare l'illusione confortatrice, alla quale egli si era per un momento
abbandonato. Loreta, dinanzi al contegno di quell'uomo buono, che
illudevasi ancora, che ancora la riteneva degna del suo amore e della
sua stima, sentivasi presa da un fiero disdegno contro sè stessa: era un
inganno vile, era una usurpazione codarda di cui ella rendevasi ora
colpevole; e si rimproverava la mancanza del coraggio per dire tutto,
per confessare il suo fallo ed affrontarne tutte le conseguenze.
Ma indarno ella faceva appello disperatamente alla propria energia. Ad
ogni ora che passava cresceva l'abbattimento in cui era caduta. E i
fatti della vita domestica, che avevano già ripreso intorno a lei la
loro abituale uniformità, lunge dall'arrecarle il più lieve sentimento
di calma, non faceano che inasprire con implacabile insistenza il dolore
inguaribile dell'anima sua.
Con Alvise non s'eran rivisti più. Fedele alla promessa fatta e conscio
pienamente dell'obbligo suo di agire così, per quanto questo dovesse
costargli, egli era partito. Solo, a supremo suo conforto, aveva egli
fatto recapitare collo stesso mezzo sicuro, ch'egli aveva adoperato due
o tre volte ne' giorni precedenti, un breve biglietto a Loreta. Poche
linee soltanto: scritte con studiata concisione e tali da non portare
compromissione soverchia se per caso fossero cadute sott'occhio d'altra
persona, ma eloquentissime nella loro voluta semplicità. Era un addio
risoluto: una supplicazione toccante perchè ella serbasse di lui, che
andava lontano, ad una meta ignota, per non tornare mai più, una non
ingrata ed indulgente memoria.
Loreta nel leggere questo foglio aveva pianto a lungo. Nè valse ad
arrestare quelle lagrime, sgorganti con voluttà intensa dal suo cuore,
il pensiero ch'esse erano una nuova offesa a quei doveri che suo
malgrado era stata trascinata a calpestare così gravemente.
A celare quest'angoscia senza requie, ella impiegava ogni sforzo. Ma se
la sua parola, penosamente cercata, poteva indurre in inganno, il suo
aspetto la tradiva. Una tinta livida si stendeva ne' suoi lineamenti:
nelle fonde pupille brune permaneva l'intensità di sguardo propria agli
allucinati: nelle sue mani pallide erano dei rapidi sussulti, che le
contraevano spasmodicamente.
Mattia vedeva. Nella vigilante attenzione, ond'egli con l'animo
sospettoso, circondava ora sua moglie, tutto ciò che ella tentava di
nascondergli, appariva con evidenza più allarmante dinanzi al suo
pensiero. L'odiosa ipotesi, che gli era balenata nello scorgere
l'abbattimento di Loreta quand'egli le ebbe appreso la partenza del
Polverari, era ora sovrana del suo spirito. Egli sentiva ormai
incrollabile la certezza che quell'amore, non ispento mai, rinato
violentemente, avrebbe creato fra lui e sua moglie un vuoto ed una
freddezza, che nulla avrebbe potuto più far sparire. Alvise Polverari,
lontano, lontano per sempre, sarebbe stato pure presente ognora in mezzo
ad essi, involontario distruggitore della loro felicità.... Era questo
il decreto del destino: ed era inutile contro di esso ogni lotta ed ogni
ribellione.
Così un incubo penoso regnava ora diuturnamente nella casa. Sparite le
antiche consuetudini, rallentato ogni rapporto confidenziale, pareva che
un soffio sinistro di sventura avesse recato in tutta la casa, prima
così patriarcalmente quieta, un malurioso senso di mestizia.
Mattia Sant'Angelo nel breve giro di venti giorni parea invecchiato di
dieci anni. Silenzioso, fiacco, trasandato nella persona, passava lunghe
ore nella campagna, senza leggere, senza far nulla, cogli occhi persi
nella lontananza. Nello studio entrava di raro, per pochi minuti,
lasciando intatti i libri nuovi, i giornali, le lettere, che giungevano
ogni mattina. La vecchia Vige, avvezza alle abitudini regolarissime
della casa, la quale (per dir la sua frase) soleva "andare come un
orologio", giudicava che ben gravi dovessero essere le ragioni se tutto
in poco d'ora s'era così stranamente mutato.
Della prostrazione in cui il Sant'Angelo trovavasi Loreta aveva piena
consapevolezza. E comprendendo come quella gagliarda fibra d'uomo si
veniva stremando sotto il peso delle sue acerbe preoccupazioni, minato
nella salute, scoraggito nel lavoro, sentiva levarsi sempre più severa
la voce di rimprovero, da cui era senza posa incalzata.
In tal modo cominciò per lei una vita di torture incessanti, che
s'inasprivano spietatamente, di continuo, talvolta per una sola parola,
talvolta per qualche semplicissimo fatto, a cui ella, nella perenne
trepidazione della sua mente, attribuiva i più desolanti significati.
Così fu per lei un'indicibile sofferenza un dialogo, cui ella dovette
assistere un giorno, fra suo marito e il loro vecchio amico, il conte
Leonardo Mangilli. L'ottimo _conte orso_, il quale coll'andare degli
anni diventava sempre meno socievole, tanto che ora pareva un miracolo
se mai si decideva a lasciare anche per poco il suo delizioso romitorio
di Collalto, aveva fatto sempre un'eccezione a' suoi usi per la famiglia
Sant'Angelo. Veniva di raro, ma cordialmente, come ad una festa. Egli,
che l'avea sempre con tutto il mondo giudicandolo composto pressochè
interamente di birbe e di matti, continuava la sua antica stima al
Sant'Angelo, di cui aveva apprezzato in ogni istante le rare doti
dell'intelligenza e del cuore. Ruvido nelle forme, questo suo sentimento
l'aveva affermato cento volte. E vi si appellava anche quel giorno,
volendo spiegare la ragione della sua visita.
Ma la ragione citata non era la vera, o forse, per dire più esattamente,
non era la sola.
Delle dicerie che correvano pel paese l'eco era giunta fino al romitorio
di Collalto: si parlava vagamente di gravi dispiaceri domestici in casa
Sant'Angelo, si narrava di una forte scossa nella salute del professore,
soggiungendosi anche ch'egli non potesse più reggere a fatiche della
mente, così che aveva pur dato rinuncia a varî ufficî pubblici, da lui
per tanti anni tenuti nel paese con appassionata operosità.
Il conte Nardin, che ricordava il passato, la parte da lui avuta nel
matrimonio del Sant'Angelo e tutte le sorde inimicizie di cui
quest'ultimo era pur sempre l'oggetto, volle persuadersi subito di
quanto fosse avvenuto.
Gli bastò un momento per comprendere il vero. Trovò il Sant'Angelo
tristissimo, abbattuto, ammalato. Nè valsero a fargli mutare avviso le
proteste di lui, debolissime del resto e punto convincenti.
--Sì, è inutile celarlo: a voi sopratutto, conte, che mi siete stato
sempre amico vero. Non sto bene: non so neppur io che cosa abbia avuto,
ma mi è parso come se ad un tratto le mie forze avessero subìto una
grande depressione. Sarà il lavoro (egli soggiunse forzando un sorriso)
sarà anche l'età che viene.... Non può essere altro.... null'altro,
conte.
IL Sant'Angelo aveva procurato di dare a queste parole un'intonazione di
naturalezza. Ma non isfuggì al Mangilli lo sguardo significativo
ch'egli, nel profferirle aveva rivolto a Loreta, taciturna e smorta,
nella sua seggiola, presso il vano di una finestra.
Poi confermò le rinunce mandate ed accennò al bisogno imperioso ch'egli
sentiva di una quiete assoluta.
--Non ho che un rammarico solo: quello di non poter attendere a' miei
studi. La mia opera sulle inscrizioni lapidarie della provincia sarebbe
riuscita.... assai bene....
Il conte, con uno scatto d'impazienza, non si tenne dal lasciarsi
scappare a questo punto una molto energica esclamazione dialettale di
protesta; poi, pentendosi della parola detta:
--Andiamo dunque,--continuò,--me ne fareste scappare di più grosse
ancora! Ma che diamine dite! Ma che specie di ubbie vi siete cacciato
nella testa!...
--Ubbie!--disse il Sant'Angelo cercando di sorridere ancora una
volta--sì, sì, può anche essere. Voglia Dio che sia così...
Il conte Nardin tornò quella sera a casa di pessimo umore; e quando nel
passare per la piazza di Tricesimo, intravvide, di là dai vetri
annebbiati del Caffè della posta, la solita compagnia di giuocatori, in
mezzo alla quale la figura tarchiata di don Morganti emergeva, egli
sentì un desiderio matto di scendere là dentro e di rompere almeno ad un
di quei degni messeri il manico della sua frusta sul viso.
Poi, quando si trovò solo, nella sua grande casa, dove nessuno
l'attendeva, dove avrebbe finito nella solitudine la sua vita, egli
pensò alla ragione che aveva avuto di guardarsi sempre dagli affetti:
quindi ebbe quasi un sentimento di rimorso pensando che l'unica volta in
cui solamente per pochi momenti s'era lasciato smuovere da questa sua
antica convinzione, era stato per il matrimonio del suo amico con Loreta
Lambertenghi.