L'autunno era giunto con una grande malinconia di giornate nebbiose.
Dalle feste d'Ognissanti una fredda pioggerella cadeva senza tregua.
Durante le sere, già divenute lunghissime, si principiava a sentire il
desiderio delle belle fiammate invernali. Una mattina, dopo una nottata
tempestosa in cui il vento aveva infuriato con molta veemenza, le vette
dentellate della Carnia erano apparse, lontano, bianche della prima
neve.
In questa profonda tristezza delle cose, l'angoscia che stringeva in
aspro modo l'animo di Loreta, facevasi continuamente più fiera. Ormai
ella non viveva più: la sua esistenza si era mutata in un supplizio di
tutte le ore: nessun conforto che la sorreggesse, anzi ogni cosa
cospirante a farle sentire più squallido il vuoto che si era formato
intorno a lei.
Spinta da un'amara voluttà ella era costretta a riepilogare senza riposo
nell'agitato suo spirito la compassionevole storia della sua vita. E in
quel confuso risvegliarsi delle sensazioni passate il pensiero
indugiavasi più a lungo e dolorosamente a qualche speciale e più forte
ricordo; come in un sogno ella rivedeva i verdi viali, pieni di pace e
di mistero, della villa d'Arsizzo: la figura dolce di Bianca Polverari,
ancor lì, bella, buona, colla parola dell'illusione sulle labbra
pallide: le sale cupe del vecchio palazzo di Verona: il profilo dolente
e severo di donna Laura, come le era apparso l'ultima volta: poi il tipo
sereno di Chiara Sant'Angelo, che logorata dal male le sorrideva ancora,
indulgendo a tutti i suoi falli, raccomandandole di essere lei la
custode degli affetti nella casa ch'ella doveva abbandonare.
Quindi, dileguate queste larve, tornava inesorabile il pensiero della
sua ingratitudine, della sua debolezza, della menzogna, con cui ella
ancora macchiavasi, momento per momento, senza rossore, di fronte
all'uomo clemente, che con un raro esempio di bontà aveva tuttavia per
lei la parola del perdono ed era condannato in causa sua a perdere per
sempre la sua felicità così a lungo agognata.
In questi momenti il male, ch'ella faceva, le appariva senza confini.
Ella comprendeva ciò che il Sant'Angelo doveva soffrire. Sentiva come su
di lei unicamente ricadesse la colpa se quella nobile ed utile vita
s'era piegata così fiaccamente. E nelle sue veglie prolungate,
sovvenendosi di certe frasi côlte sulle labbra di suo marito, uno
snervante sgomento s'impadroniva di lei. "Se non avessi creduto che ciò
possa essere--aveva egli detto parlando della sua fiducia nell'obblio di
ogni fatto trascorso--avrei preferito morire!" E ripetendosi questa
frase, ancora una larva sinistra le appariva, lugubremente, così come le
era apparsa una volta sotto la impressione funerea delle parole di una
povera vecchia visionaria: l'immagine di Sebastiano Morò, il gentiluomo
morto laggiù, tragicamente, pel suo amore tradito e pel suo onore
offeso....
Ma dunque doveva ella proprio concambiare i beneficî ricevuti, con la
rovina finale di tutto in quella casa, con la distruzione d'ogni
letizia, e forse con la morte?
No, no, sarebbe stato troppo. Gli innocenti non dovevano portare le
conseguenze del peccato altrui. Era lei la colpevole, era lei su cui
pesava la responsabilità di tutto: doveva essere lei pure la vittima:
nessun altro, assolutamente.
E nella mestizia opprimente di quelle notti già rigide, mentre per la
campagna scrosciavano le piogge diluviali e incombeva un silenzio greve
sulla casa, l'idea sinistra di finire, di finire per sempre,
risolutamente, la sua vita disgraziata, le s'imponeva ognor più
vittoriosa. Succedeva nell'animo di lei lo stesso lavorìo lento,
invadente, dell'idea disperata e fatale, che le era nata, un'altra volta
in un giorno della giovinezza, là nella sua povera stanza in un
villaggio alpestre, quando aveva visto estinguersi l'ultimo raggio di
fede, che ancora la sosteneva.... Continuare a vivere così, con un amore
colpevole non ispento peranco nel segreto dell'anima, tradendo giorno
per giorno la fiducia dell'uomo cui doveva la sua riabilitazione, il
nome rispettato, l'onore.... no, non doveva: sarebbe stato turpe e vile.
Finire, era meglio, era il suo dovere. Poi, una volta sparita, sarebbe
venuto l'obblìo, il perdono. Si perdona sempre a chi sa scontare con
animo forte il proprio peccato. Lei, voleva, era decisa, era convinta
che altro più non le restava a fare. Il torbido proposito s'era così
radicato profondamente nel suo pensiero, cancellandovi ogni altra idea,
infondendo in lei quasi un benefico sentimento di calma. E fu allora
ch'ella pensò all'ultimo dovere che le rimaneva da compiere: quello di
far conoscere all'uomo, ch'era stato il compagno fedele degli anni suoi
più buoni, tutto ciò ch'ella ancora nascondeva nel suo cuore, tutta la
verità del suo peccato, le ragioni forti e ineluttabili ond'ella era
trascinata al divisamente estremo. Chiusa nella sua camera, cogli occhi
gonfî dal pianto, rattenendo i singhiozzi che le spezzavano il petto,
ella scrisse, sentendo di mettere tutta l'anima nelle parole roventi,
che le scorrevano dalla penna, una lunga lettera al Sant'Angelo. Gli
diceva tutto, si doleva di tutte le sofferenze che così ingiustamente
gli aveva portato, e, benedicendolo per la sua magnanimità infinita, gli
chiedeva perdono. Terminato il foglio non volle rileggerlo, temendo di
venir meno alla sua decisione: lo chiuse rapidamente, vi pose la
soprascritta con mano tremante; indi andò a riporre la lettera in un
cassetto della piccola scrivania ch'ella aveva nella sua stanza da
dormire e nel quale tenea raccolte molte sue care memorie. Colà il
professore l'avrebbe trovata _dopo_, certamente e presto.
Compiuto quest'atto pressochè in modo inconsapevole, come guidata da un
potere magnetico, le parve che già ogni suo vincolo con la vita fosse
spezzato. Gli occhi le si erano fatti aridi, le tempie le ardevano come
strette da un cerchio di fuoco: una torpidezza plumbea era subentrata
all'orgasmo che l'aveva tenuta fin poco prima; e solo, in quella
invadente atonia, un'acuta trafittura al petto, con uno spesso
rinnovellarsi, la richiamava alla coscienza del suo dolore.
La sera era venuta, una sera umida e fredda, che con le folate impetuose
del vento e col romoreggiare della pioggia insistente facea presentire
l'inverno vicino. In casa erano a quell'ora le consuete faccende.
Nell'ampia cucina, la Vige, intenta al gran focolare, apprestava la
cena, mentre in giro, seduti sulle vecchie panche addossate a' muri
scintillanti di arnesi di rame, i famigli attendevano fumando e
ciarlando.
Guardandosi dal far rumore, col passo vacillante, simile ad una
sonnambula, Loreta uscì dalla sua stanza, attraversò l'andito buio, si
fermò un momento ad ascoltare l'allegro vocìo che usciva dalla cucina
illuminata; poi, più lungamente presso all'uscio dello studio di Mattia.
La porta era socchiusa: una lampada ardeva sulla scrivania: potò
vederlo. Sedeva, lontano dal tavolo, in una sedia a bracciuoli, col
mento sul petto, cogli occhi semichiusi, come in un dormiveglia. Le
guance di lui le parvero, alla debole luce che la lampada riverberava,
ancor più pallide del consueto: la sua fronte scavata di rughe profonde,
piegavasi stanca; vedendo com'egli appressava al volto replicatamente la
destra, le sembrò ch'egli vi tergesse delle lagrime.
Ella appoggiò estenuata la fronte scottante allo spigolo dell'uscio e
sentendo rinnovarsi con accresciuto furore la trafittura lancinante al
suo petto, represse, con isforzo sovrumano, un gemito di sofferenza.
Poi, come riprendendo ad un tratto la lena, scese l'ultimo ramo di
scale, traversò l'atrio buio, dischiuse la pesante imposta del portone
ed uscì all'aperto.
Una raffica di vento le flagellò aspramente il volto. Non pioveva più.
Ma l'aria era tagliente; il cielo oscurissimo.
Dove andava? Che stava per fare? Non lo sapeva ella stessa. Doveva
andare lontano, in un luogo così lontano, d'onde non avrebbe potuto
tornare mai più. E nelle tenebre folte che si addensavano intorno a lei,
di là dalla macchia bruna del bosco, nel quale il vento strepeva con
sinistre voci, ella aveva come una visione vaga del torrente Cormor, che
scendea in quella stagione coi suoi flutti limacciosi, gonfio e
vorticoso, laggiù, a' piedi del palazzo Morò-Casabianca. Sì, laggiù,
laggiù: era una voce che la chiamava, la voce del destino cui non si
resiste, la voce annunciatrice della sua liberazione.
Sfinita, ansante, ella si afferrò alle sbarre umide del cancello per
dischiuderne il battente. Ma questo resistè. Raccogliendo tutte le sue
forze ella scosse un'altra volta, con ambe le mani tremanti, i ferri,
inutilmente. Madida la fronte di sudore, digrignando i denti in un
brivido di febbre e di rabbia, ella si ostinò ancora in quello sforzo.
Ma di repente, côlta da una nuova trafittura al petto, sentendo un gran
gelo diffondersi per tutta la persona, ella stese le braccia, e mentre
un breve grido soffocato le sfuggiva dalla gola, cadde riversa sul
terreno molle urtando col capo nelle sbarre del cancello.
Ella rimase colà, sola, senz'alcun soccorso, per alcuni minuti. Intanto
in casa la sua assenza era già stata notata. La Vige, come avea
terminato di apprestare la cena, erasi recata alle stanze della padrona
per avvertirla che tutto era pronto; indi, meravigliata di non trovarla
colà, era entrata nello studio, calcolando ch'ella vi fosse in compagnia
del professore. Ma poichè questi era solo, non potè nascondere
l'inquietudine che tosto le nacque, nel presentimento di un fatto triste
che stesse per sopravvenire. Mattia vide lo sbigottimento di lei: la
interrogò vivacemente ed appena ella ebbe borbottate tre o quattro
parole provò una stretta al cuore, subendo egli pure la sensazione che
facea tremare in quell'istante la povera donna. Nello stesso momento
apparve all'uscio della camera Agnul, bianco in viso, smarrito,
chiamando con voce rotta dall'ansia:--Presto, presto.... la signora....
venite, venite....--
Mattia balzò in piedi e di corsa seguì il ragazzo giù per le scale,
oltre l'androne buio, all'aperto.
--Qui.... qui.... al cancello!--mormorava Agnul precedendo rapidamente.
Colà riversa, colle braccia distese, inerte sul suolo fangoso, trovarono
Loreta.
Mattia, invaso dal terrore, s'era gittato subito a ginocchio accanto a
lei, sollevandole il capo, cercando le sue mani. Ella era fredda,
inanimata, con le pugna contratte come in una convulsione dolorosa:
solo, ad intervalli, un breve respiro le usciva affannosamente dalle
labbra. Il professore ebbe un lampo di speranza: viveva, viveva!... e
tosto, ringagliardito, con una slancio pieno di passione, sollevò da
solo fra le sue braccia il corpo di Loreta e, tenendola strettamente
contro il petto, la portò in casa.
Coricata nella sua stanza, mentre si ricorreva premurosamente a tutti
gli espedienti consigliati dalla pratica domestica per simili casi,
Agnul era corso al paese a cercarvi il medico. Ma sia che il ragazzo non
l'avesse subito trovato o che per qualche altra ragione questi non
potesse incontanente rendersi all'invito, si dovette attendere prima del
suo arrivo per oltre un'ora: tempo che parve, all'ansiosa impazienza del
Sant'Angelo, più lungo d'un secolo. Loreta, a malgrado avessero tentato
ogni mezzo per ricondurre il calore alle sue membra irrigidite, pareva
scossa continuamente da un brivido di freddo: chiusi sempre gli occhi,
mentre giù per le guance livide scendevano sempre le lagrime, ella, col
capo bruno affondato ne' guanciali, rimaneva immobile, senza conoscenza.
Mattia agitato, fremente, smorto come un cadavere, non sapeva
allontanarsi da lei. Curvo sul letto, procurando di scaldare nelle sue
mani le povere mani assiderate di lei, spiava ansimante ogni suo
movimento, tendendo l'orecchio ad ogni rumore giù nel cortile, nella
speranza che il medico finalmente arrivasse. Ma il tempo passava e
questi non compariva.
La Vige pallida anche lei, taciturna, vedendosi impotente ad ogni
soccorso, s'era messa accanto alla finestra a spiare se tra la nebbia
della notte, giù per lo stradone, comparissero alla fine le lanterne del
carrozzino. Ma nulla, nulla. Le tenebre intorno alla casa parea la
chiudessero in un isolamento sinistro. Sempre, nel silenzio grave della
camera, il respiro difficile che sfuggiva a irregolari intervalli di
mezzo alle labbra azzurrastre della signora.
Finalmente a un tratto parve a Mattia che un leggero acquietamento
intervenisse in lei. Le sue dita si agitarono, come cercando un
appoggio: un sospiro profondo le uscì dal petto.
--Loreta, Loreta....--egli la chiamò.
Lentissimamente ella aperse gli occhi: con uno sguardo smarrito li girò
intorno a sè, poi fissando il professore, un'espressione di sgomento le
si delineò nel viso.
--Loreta, Loreta!--egli ripetè con una intonazione supplichevole, per
chiamarla alla vita, alla coscienza, accarezzandole il capo con una
carezza soave come quella di una madre.
Ella parve riconoscerlo: parve riacquistare subito consapevolezza di
tutto e con un impeto subitaneo s'afferrò alle sue mani:
--Mattia, perdono, perdono!...
--Non agitarti, non parlare.... acquietati, Loreta.... Ella per un
istante tacque, poi guardandolo sempre con malinconica fissità:
--Mattia, Mattia, perchè non mi hai lasciato morire? Io volevo
morire.... Sarebbe stato tanto meglio se tu mi avessi lasciato
morire....
Egli ebbe un senso di raccapriccio. Morire? Voleva morire? Ma dunque era
vero ciò ch'egli aveva sospettato?... Era sì grande il rimpianto di lei
per l'amore perduto?...
Si chinò sul letto, tremante, volendo ch'ella continuasse, ch'ella
dicesse tutto, ch'ella gli confermasse ancora una volta la temuta
verità.... Ma ella sembrò venir meno novamente: piegò con uno scatto
repentino il viso contro il guanciale e, mentre gli occhi le si
richiudevano, ricominciò a tremare, scossa da uno spasimo persistente.
Il medico venne. Esaminò l'ammalata, fece molte domande a Mattia, alla
Vige, poi rimase visibilmente incerto. Ordinò qualche calmante, ghiaccio
al capo: non poteva dir nulla, bisognava attendere il domani: certo che
lo stato della signora lasciava adito a molte apprensioni: non lo
nascose, per debito di franchezza, al professore: tuttavia non si
esagerasse nelle apprensioni. E promise di tornare al domani.
La notte, trascorsa in una indicibile agitazione, non segnò alcun
miglioramento. Il dottore, tornato all'alba, appena gittato uno sguardo
sulla sofferente, apparve conturbato. Rinnovò il suo esame, con grande
attenzione. Quindi, lasciate alcune prescrizioni, che raccomandò di
seguire con iscrupolosa esattezza, nell'uscire con Mattia gli dichiarò
di aver trovato l'ammalata in condizioni di molta gravità:
un'infiammazione degli organi respiratorî s'era manifestata con una
gagliardìa pressochè eccezionale, ma quello che più lo impensieriva era
lo stato anormale del cuore, che (egli non sapeva se per congenita
predisposizione o per cause efficienti del momento) presentava un'assai
notevole irregolarità del suo funzionamento.
--Ma dunque è un caso disperato, dottore?--chiese trepidante il
Sant'Angelo.
--Non si deve disperare mai fino a che la scienza può esperimentare i
suoi mezzi e fino a che--soggiunse il medico con dolcezza--si è ancor
giovani com'è la sua signora....
Il Sant'Angelo comprese il fine pietoso di quelle parole; ne sentì
riconoscenza, ma nessun affidamento a sperare. Vedeva. Nell'immensa
angoscia, ond'era divorato, sapeva di non essere sotto l'impressione
pessimista, propria a chi si vede minacciato nelle cose più care: lo
stato, in cui Loreta trovavasi, non lasciava, purtroppo, adito ad
illusioni.
Allora, ogni altra idea dileguò dal suo spirito per lasciar luogo a
quella del dovere: bisognava disputare alla morte il trionfo: gli
pareva, che se ad ottenere questa vittoria fosse stato necessario un
miracolo, egli avrebbe trovato le forze per compierlo.
Ma le ore passavano e passavano le giornate senza che alcun mutamento
favorevole subentrasse nello stato dell'ammalata. A malgrado di tutte le
cure, che si moltiplicavano intorno a lei con vigilante sollecitudine,
il male progrediva nel suo corso fatale. Il medico pareva scoraggito
vedendo come la fierezza del morbo persistesse ribelle a' mezzi più
energici impiegati per domarlo. Lo stato di atonia perdurava costante in
Loreta: cogli occhi pesantemente chiusi e la faccia infiammata, pareva
che un'invincibile sonnolenza la tenesse: solo un respiro rantoloso,
quasi rauco, frammezzato a tratti da suoni inarticolati, che forse
corrispondevano alle torve visioni d'un sogno, continuavano a sfuggire
dal suo petto.
--Che cosa sarà, dottore, che cosa sarà?
Il medico confondevasi, cercava delle frasi evasive, sperava in una
crisi che poteva determinarsi nel settimo giorno, affermava di aver
trovato (e l'indicava come un indizio favorevole) una tendenza
migliorata nelle pulsazioni del cuore.
Ed una sera, alla vigilia appunto del settimo giorno della malattia,
così ansiosamente atteso, il Sant'Angelo per un momento credette di
veder verificate le previsioni del medico e la speranza ch'egli nutriva
così caldamente. Quasi d'improvviso Loreta sembrò calmarsi, la sua
respirazione si fece più regolare, il secco rossore che le affocava la
faccia parve attenuarsi fin quasi a scomparire. E ad un tratto ella
aperse gli occhi, lo vide, lo riconobbe, e con un rapido gesto lo chiamò
a sè. Egli avvicinò il volto a quello di lei, sorridendole, coll'animo
diviso fra la tema e la speranza. E fu allora che con voce malferma--una
voce che a Mattia sonò nuova, come quella di persona ignota,--ella con
molto sforzo potè profferire poche parole:
--Mattia.... vedi, la morte, che io ho chiamato, sta per venire. La
sento che viene.... Ma tu non maledirmi quando saprai perchè ho
desiderato la morte.... Ho voluto che tu sapessi tutto.... Ho confessato
tutto.... Vedrai: là.... là....
E colla mano pallida e coll'occhio brillante di una strana luce indicò
la scrivania tra le due finestre.
Egli esitò.
Ma Loreta insistette ancora, mentre le forze visibilmente le si venivano
esaurendo:
--Là....
Egli comprese, andò al tavolo, cercò fra gli oggetti sparsi, aperse uno
o due cassetti; finalmente nel piccolo tiretto, ove sapeva ch'ella
conservava i suoi ricordi, trovò il piego chiuso, colla soprascritta a
suo nome.
Prese la lettera e d'uno slancio tornò verso il letto.
--Perdonami, Mattia, perdonami. Ho tanto sofferto....
Loreta non potè proseguire. I suoi occhi si velarono, un singulto le
troncò la voce, e ricadde come prima in un sopore profondo.
Da questo ella non uscì più. Il medico chiamato in fretta non potè dir
nulla: il male continuava il suo corso; la crisi, benchè sciaguratamente
molti indizî negativi fossero già apparsi, poteva tuttavia compiersi
ancora, all'ultimo istante, in senso favorevole.
La Vige cogli occhi pieni di lagrime venne al padrone e con poche parole
lo pregò di mandare qualcuno a Udine perchè venisse don Letterio: pareva
a lei, nella sua povera fede di contadina, ch'egli avrebbe potuto con la
sua presenza determinare un miracolo. Il Sant'Angelo accondiscese
immantinente, volle anzi che a malgrado dell'ora tarda e del pessimo
tempo il ragazzo partisse subito col carrozzino.
Mattia rimase poi solo nella stanza dell'ammalata e abbandonato in una
poltrona, con lo sguardo intento nel suo viso sofferente, parea stesse
scrutando se la crisi, di cui il medico aveva forse per ingannarlo
parlato, non accennasse con qualche lieve segno a manifestarsi.
La serata era cruda. Fuori, sulla campagna, il vento s'era levato con
insolita furia. Seguendo il consiglio del medico, un buon fuoco--il
primo di quella invernata, che si annunciava in così tetro modo--era
stato acceso. E nella camera non era che una fioca luce, piovente dalla
lampada velata, e il bagliore rossastro che gittava a intermittenze la
fiammata del camino.
Immoto al suo posto, il professore per lungo tempo non avea saputo
staccare gli occhi da Loreta, poi ad un tratto, quasi macchinalmente,
cercò nella tasca del petto la lettera, che vi aveva rapidamente deposta
poco prima. E strettala per un istante fra le dita, la lasciò subito
cadere, come preso da un istintivo orrore, sul tavolo che gli stava
dinanzi.
Il tempo scorreva lentissimo: sempre in quella stanza, ove ora
l'atmosfera s'era fatta caldissima, durava penoso il respiro greve
dell'ammalata: fuori, intorno alla villa isolata, sempre il rombo cupo
del vento, che incalzava coll'avanzar della notte.
E il professore, in quell'ora lugubre, dinanzi a quel foglio ov'era
l'ultima parola del segreto fra lui e Loreta, la confessione estrema di
tutto ciò che aveva deciso irreparabilmente la perdita d'ogni suo bene,
ebbe come una rapida visione di tutto il passato: sentì, nel fondo
dell'anima, risorgere tutta la lotta de' suoi affetti. Egli ripensò alla
crudeltà del destino che l'aveva gittato fra quelle due anime, ancor
legate da tanta tenacia di sentimenti, obbedienti ancora ai richiami
imperiosi de' ricordi e della giovinezza: ed anche ripensò, con
un'amarezza infinita, a tutto ciò onde egli era debitore ad Alvise
Polverari, a quanto egli doveva alla misera donna che ora moriva, che
gli aveva chiesto il suo perdono e ch'egli sentiva di amare ancora,
sempre, immensamente.
Di nuovo i suoi sguardi caddero sulla lettera chiusa: una curiosità
acuta, ardente, s'impadronì di lui: sapere tutto, subito, leggere
confermato da lei stessa il fatto abbominevole, ch'egli aveva presentito
e per il quale ella moriva.
Ma mentre le mani afferravano già il piego, egli ad un tratto s'arrestò,
repentinamente, come se un sentimento nuovo fosse venuto a mutare il
corso de' suoi pensieri.
I suoi occhi, che fissavansi ora assorti nel volto dell'ammalata,
parvero accendersi d'un vivido lampo: una profonda espressione di bontà
si diffuse su tutti i suoi lineamenti.
Egli stette alcuni istanti immobile, come porgendo ascolto ad una voce
segreta, che venisse da lontano, da un mondo migliore del nostro: la
cara voce familiare, che nelle ore più gravi della sua vita gli aveva
parlato nell'anima la santa parola dell'amore, della pietà, del perdono.
Col viso bagnato di lagrime egli sorse in piedi e, presa con atto
risoluto la lettera di Loreta, la gittò vivamente tra le fiamme del
camino.
Poi, subito, come obbedendo a un violento impulso, egli cadde
ginocchioni presso il letto, piegando sulle coltri la sua povera testa
canuta. E congiunte le palme, in un risveglio inconscio e potente della
fede appresa nel dolce tempo infantile, quell'uomo forte, provato già
tanto alla scuola della sventura, pregò fervidamente, con tutte le forze
del suo cuore, per la salvezza di Loreta.