La notte era già alta quando il carrozzino della Sant'Angelo fu presso
alla casa.
La Vige, la quale attendeva inquietissima e s'era crucciata l'intero
pomeriggio col rimorso d'essere stata proprio lei la causa che la
padrona si fosse esposta a quel malcapitato temporale, era corsa ad
incontrarla giù per lo stradone e appena le fu vicino cominciò, con la
verbosità che le era connaturata, una serie interminabile di
lamentazioni.
Loreta la lasciò dire, rispondendo appena qualche monosillabo, pressochè
senza porre attenzione a tutto quello che la povera serva si credeva in
obbligo di farle sapere. E soltanto si scosse impressionata quando la
Vige ebbe fatto cenno all'inquietudine nella quale s'era trovato al pari
di lei il professore Mattia.
--È tornato?--chiese la signora vivamente.
--Sì. Poco dopo il primo acquazzone. In cinquanta minuti da Udine....
Una corsa! Quella brava _Grigia_.... mezza morta parea quando entrò
nella stalla....
--Ha chiesto di me il padrone?
--Più volte: impazientissimo. Bisognava vederlo. Con tutta l'acqua che
veniva giù era ogni momento alla finestra aperta per guardare nella
campagna.... Ah! eccolo.
Infatti in quel momento il professore, chiamato egli pure dal rotolìo
della carrozza, affacciavasi al portone.
Al vederlo, una fiamma subitanea s'accese sulle guance esangui di
Loreta. Una debolezza la prese impedendole di avanzare il passo. E nella
mente le passò fulminea la visione di ciò che forse l'attendeva tra
poco, senza rimedio, quando ridotta ormai incapace di ogni ulteriore
simulazione, nulla avrebbe potuto più scongiurare il momento temuto di
una spiegazione decisiva tra lei e Mattia.
Ma da questa perplessità angosciosa, durata appena un istante, ella fu
tratta immediatamente dall'accento con cui il professore le volgeva il
suo saluto. Colpita dapprima da quell'intonazione pacata, che nell'animo
agitato da tanti timori le riusciva pressochè inattesa, si sentì tosto
rinfrancata. E al saluto di Mattia rispose con sufficiente naturalezza
riguadagnando a poco a poco lo spirito e ricuperando, a mano a mano
ch'egli le parlava, la propria sicurezza.
Il professore pareva tranquillo: l'irritazione nervosa, che quella
mattina aveva tradito in ogni suo atto, sembrava svanita; solo permaneva
nelle fattezze di lui come un'ombra di stanchezza, che allo sguardo di
Loreta non poteva sfuggire.
Tuttavia di quella calma ella restò persuasa. E soltanto a un certo
momento il dubbio le venne d'essere indotta in errore, alla contrazione
che apparve per un attimo nel volto di Mattia, quand'ella ebbe detto
dell'ospitalità trovata durante l'imperversare del temporale nel palazzo
Morò-Casabianca.
--Ah!--egli aveva esclamato subito,--nel palazzo Morò!
Poi con una interrogazione, fatta lentamente, cogliendo una frase del
racconto udito:
--Per un'ora?--egli disse.
--Sì.... per un'ora,--rispose lei, macchinalmente, fissandolo come per
iscoprire il recondito senso di quella domanda.
Ma il discorso non ebbe seguito. Un silenzio increscioso regnò quindi
fra i due. Solo più tardi, al momento che stavano per ritirarsi dopo la
cena, il professore, levando d'un tratto uno sguardo freddo e severo
sopra la moglie, pronunciò con manifesta intenzione queste parole, che
la fecero trasalire:
--Domattina, molto per tempo, debbo recarmi a Morò-Casabianca....
--A Morò?--ella chiese, non riuscendo a nascondere il suo turbamento.
--A Morò,--egli ripetè con un tenue sorriso.--Debbo vedere il conte
Alvise, al più presto, per un argomento assai grave....
Dicendo così la fissava negli occhi insistentemente, non perdendo ogni
più piccolo suo movimento, con una acutezza penetrante.
Ella ebbe paura.
--Assai grave?--chiese, interdetta, con voce tremante.
Il professore si sforzò a sorridere.
--No, non aver paura.... Affari.... affari! Non c'è altro. Non ci può,
non ci _deve_ essere altro!
E levatosi, lento, con quel sorriso che gli increspava le labbra ancora,
senz'aggiungere nulla di più, si dispose a ritirarsi.
--Sono molto stanco. Oggi è stato un giorno assai brutto. E finito
però.... è finito anche questo. Domani..., Sarà meglio forse domani....
Questa fu l'ultima cosa che si dissero. Poscia il professore si ritirò
nella sua stanza, ordinando che lo svegliassero all'alba,
infallibilmente.
La notte che Loreta passò fu turbata da mille incubi affannosi. Sfinita
dalle emozioni di quella giornata, ora un nuovo dolore ancor più
tormentoso s'era impossessato di lei. La speranza estrema, che per un
momento ella aveva nutrito dinanzi al contegno calmo di Mattia, era
vanita. Le parole tristi, ch'egli le aveva detto poco prima di
lasciarla, in quel breve colloquio concitato, ora le risorgevano al
pensiero, come ripetute da una voce interiore, implacabilmente, senza
fine, sinistre come la profezia di una grande sventura. Egli sapeva
tutto: il risveglio colpevole di quella passione ch'ella aveva creduto
di poter dominare: forse la debolezza suprema di quell'ultima ora: tutto
ciò che ormai doveva distruggere per sempre la pace della loro casa....
E domani, domani?...
Un sonno pesante s'aggravò al fine sugli occhi di Loreta, trionfo della
stanchezza fisica sull'eccitazione tumultuosa del pensiero. Il giorno
era già avanzato quand'ella uscì da quella specie di sopore,
attraversato da torbide visioni. Levatasi subito, s'affrettò a
discendere, ansiosa di vedere suo marito, quasi sedotta dall'idea che
forse vedendolo o parlandogli avrebbe potuto persuadere sè stessa
d'essersi troppo irragionevolmente abbandonata alle esagerate
allucinazioni d'un sogno febbrile. Ma il Sant'Angelo era già partito. Ad
Agnul, che l'aveva chiamato per tempo, disse che nella mattina si
sarebbe recato a Morò-Casabianca. Poi, senza prendere nulla, rifiutando
persino la tazza di caffè nero, che la Vige gli aveva apprestato, s'era
messo per la via delle campagne, solo.
--Il padrone deve aver qualche gran brutto pensiero per il capo!--aveva
detto quella mattina la Vige alla signora Sant'Angelo.--È da un pezzo
che non è più lo stesso. Quando lo guardo, mi par tornato al tempo che
la povera padrona vecchia stava male. Era tal quale, allora. Poi....
poi, è stata lei, signora, a far tornare la consolazione. E bisogna che
faccia presto lo stesso, anche ora. Che vita sarebbe, se continuasse
così.... Che vita!
Loreta tacque. Ma un'onda novella di sconforto le corse al cuore al
suono di quelle parole, che nella rozza loro semplicità, pur sulle
labbra di quella povera serva, ignorante di tutto ed inspirata
unicamente da un cieco sentimento di devozione, chiudevano un sì grande
significato.
Far tornare la consolazione in quella casa--ancora una volta--ora? No,
non era più possibile: tutto era ormai finito: tutto ormai era
deciso!... "Che vita sarebbe se dovesse continuare così?" La domanda,
che la vecchia domestica fedele s'era fatta poco prima, ingenuamente,
quasi ammettendo la lieta fidanza che ogni nube dovesse dileguarsi
tosto, avrebbe avuto una ben triste conferma.
Colle tempie addolorate da una pulsazione violenta, lottando contro uno
smarrimento, in cui le pareva che le sue idee si confondessero senza
nesso in una nebbia oscura, Loreta sentì il bisogno di raccogliere tutte
le sue facoltà per seguire col pensiero suo marito, per indovinare
quanto avveniva tra quei due uomini, laggiù, dove la voce del
presentimento le diceva che in quell'ora dovesse compiersi il fatto
decisivo della sua vita.
Ma per quanto Loreta nell'agitazione del suo spirito immaginasse quanto
si passava allora nell'animo di Mattia, era ella ben lunge dal sapere a
quale strazio quell'uomo generoso e forte si trovava in preda e quale
sforzo immane di volontà egli avesse durato per mascherare in quegli
ultimi giorni ciò che egli soffriva.
Al Sant'Angelo la verità era apparsa di schianto, con evidenza
inesorabile. La lettera infame, che una mano nemica gli aveva fatto
pervenire, non era stata che la conferma brutale del dubbio, onde
l'anima sua era avvelenata. Mille volte, nelle ore pensierose, quando il
suo spirito aveva piegato alla malsana evocazione delle previsioni nere,
a quel bisogno tirannico di sognare gli avvenimenti nefasti, il quale
sorge nell'anima dei felici quasi a rendere poi più inebbriante la
preziosa realità del benessere e della pace, mille volte aveva sognato
con terrore ciò che oggi vedeva sorgere con aspra verità dinanzi a' suoi
occhi. Era il crollo della sua felicità, l'annientamento crudele d'ogni
sua gioia, la fine di tutto. Le larve temute prendevano consistenza e
forma. Le fantasime minacciose non erano più la evocazione melanconica
della sua mente turbata. Ogni illusione sarebbe stata vana; qualunque
rivolta, per quanto disperata, non avrebbe potuto tornargli nulla di ciò
ch'egli vedeva ormai irremissibilmente perduto. E nella piena del suo
dolore, pur nella prima crisi acutissima che gli aveva fatto piangere le
più tristi lagrime le quali possono sgorgare da un cuore esulcerato, un
pensiero solo non l'abbandonò mai, dominando con fredda lucidità nella
sua mente: lo stesso pensiero nel quale una volta aveva già così a lungo
esitato di cedere alla voce imperiosa del suo cuore, e di legare il
proprio destino a quello di Loreta....
Perchè s'era lasciato vincere? perchè non aveva seguito quel primo
istintivo consiglio della ragione, che era giusto e previdente e nel
quale sarebbe stata la sua salute!... Egli era stato leale: a Loreta,
nel giorno in cui la loro sorte si era decisa, aveva detto con candida
lealtà, per quale affliggente esitanza si fosse arrestata tante volte
sul suo labbro la confessione di quell'amore per cui egli viveva e del
quale rimproveravasi come di una follia; poi aveva ceduto, aveva creduto
che la virtù, la bontà dell'animo, le premure costanti, l'affetto
diuturno--fatti religione immutabile della casa--sarebbero bastati ad
assicurargli per sempre quella felicità che gli era apparsa come la meta
radiosa d'ogni più ardita e più lusinghiera sua aspirazione.
Ed ora il vero tornava: la legge eterna della giovinezza, più forte dei
doveri sociali, più forte d'ogni legge umana, doveva necessariamente
trionfare. Il segreto di Loreta, ch'egli aveva sempre ignorato fin là,
la stessa colpa del suo passato, ch'egli aveva cancellato col perdono,
gli si erano appalesati crudamente. Quell'uomo, ignaro d'ogni
raffinatezza mendace ed incredulo d'ogni inganno, aveva ricostituito con
ispietata divinazione la storia dell'amore di Loreta e d'Alvise. La fede
ch'egli aveva nutrito che quell'amore fosse morto per sempre, e il
sogno, lungamente accarezzato, che nell'animo di Loreta null'altro
affetto regnasse più se non quello ch'egli le aveva offerto con tanta
appassionata sincerità, svanivano insieme, in un punto solo.
E mentre col cuore in orgasmo e colle vene ardenti egli chiedevasi a
quale partito dovesse appigliarsi; mentre un'impetuosa brama lo
afferrava di rompere ogni dubbiezza e di erigersi a tutore vigile e
severo del suo onore o minacciato o forse già offeso, egli pure non
riusciva a difendersi da un dolore acutissimo nel pensare alla crudeltà
degli eventi che ora lo trascinavano, dopo tanta illusione di pace, al
più fiero combattimento, che anima umana potesse sopportare.
Poichè anche fra gli spasimi della gelosia, sotto l'impulso del
risentimento, non cancellavansi dalla mente del professore tutte le
ragioni d'affetto, che lo legavano per diversi fatti, ma con pari
strettezza, a Loreta e ad Alvise.
Loreta era stata il buon genio della sua casa. Per qualunque volgere di
eventi non poteva egli dimenticare quanto quella donna avesse saputo
fare per rendere men dolorose le sofferenze, men triste l'ultimo periodo
di vita, dell'adorata sua madre. In quegli istanti terribili di
scoramento, di esasperazione, era costretto a pensare alle lunghe notti,
durante quell'ultimo inverno sconsolato, vegliate insieme a Loreta,
accanto al capezzale della povera vecchia inferma; era costretto a
pensare al sorriso che la sofferente aveva sempre avuto, pur nelle ore
più crudeli del suo male, per la vigile e infaticata custode; nè aveva
dimenticato mai, mai, malgrado tutto, come la sua santa madre, poco
prima di abbandonarlo per sempre, avesse accomunato in un solo
abbraccio, lui, figlio devoto e rispettoso, e quella giovane buona,
paziente, coraggiosa. Loreta da quel momento gli era divenuta sacra: il
suo affetto per lei si era, purificandosi, fatto così forte ed intenso,
che nulla avrebbe potuto distruggerlo mai più. E in quell'affetto era
rinato: per esso aveva egli avuto una serie d'anni senza nubi, senza
turbamenti, pieni di sole: anni rapidi, in cui la giovinezza pareva
tornata, in cui le speranze parevan risorte, in cui la vita gli era
sembrata ancora piena di allettative e di ebbrezze....
Ed Alvise? Se v'era persona al mondo a cui il Sant'Angelo sarebbe stato
lieto di poter mostrare, anche col massimo sacrificio, la propria
devozione, era quest'uomo, ultimo erede di un nome, ch'egli era stato
abituato a benedire fin dai primi giorni dell'infanzia: il figlio del
patriotta esemplare, del generoso amico, alla cui abnegazione egli
doveva la vita, la salvezza, le cure dolci e indimenticate del padre
suo. Il giorno, in cui l'aveva visto entrare, ospite inatteso nella sua
casa, era stato per lui una grande gioia di fratello ricordevole ed
amoroso. E quando ne' primi momenti del loro avvicinamento egli ebbe
appreso dalle labbra di Alvise la storia triste della giovinezza di lui,
trascorsa così priva di ogni gioia, in mezzo alle conseguenze dolorose
lasciate nella famiglia desolata dalla tragica morte di Gottardo
Polverari, aveva egli sentito non solo accrescersi quella riconoscenza
alta e profonda, che i suoi vecchi gli avevano inspirata come un dovere
sacrosanto, ma s'era trovato avvinto istintivamente, potentemente, da un
nuovo sentimento di simpatia, di pietà, di amicizia per quell'uomo
sventurato che pareva venuto a ricordargli, in tutta la sua generosa
magnanimità, l'eroico sacrificio, pel quale gli era stato conservato suo
padre.
In questa lotta penosissima, in cui egli temeva di veder ad un tratto
annientate le sue forze intellettuali, il suo isolamento gli sembrò
mille volte più pauroso. E subito la mente gli corse, con desiderio
ardentissimo, al solo vero amico ch'egli avesse mai avuto: eguale
sempre, nelle avversità e nel tempo felice: l'ottimo don Letterio
Prandina. Come in un altro incontro decisivo della sua vita, a lui solo
avrebbe potuto chiedere un consiglio ed un conforto: a lui, che pratico
nella dura scienza dei dolori umani, possedeva tanta rettitudine di
giudizio e tanta dolcezza di sentimenti.
Ed invero, laggiù tra le pareti ospitali di quella casa, in cui tutto
spirava come un alito benefico di pace e tutto facea pensare
all'esercizio costante di virtù pietose ed austere, egli trovò ancora
una volta l'amico desiderato, pronto, indulgente: l'inestimabile amico
dei giorni dolorosi. A lui egli aperse il suo cuore, provando la voluttà
refrigerante di poter dire alfine, senza freno di timori o di vergogna,
tutto ciò che s'era forzato a tener chiuso, sino a quel momento, ne' più
intimi penetrali dell'anima. Tra le braccia di quell'amico egli potè
trovare, dopo tanto tempo, il sollievo di piangere liberamente, non
trattenuto più dall'umiliante pensiero che quelle lagrime potessero
essere giudicate come segno d'animo debole e vile.
Da quel colloquio sortì riconfortato. La crisi violenta di dolore, che
il vecchio amico, antivedendone il beneficio, aveva favorito colle sue
parole amorevoli, gli era stata di un immenso sollievo. Quell'uomo
onesto, che anche dinanzi alla cruda evidenza de' fatti forzavasi a
scuotere le dubitanze altrui con l'ottimismo delle ipotesi inspirate
sempre ad una serena indulgenza, era riescito, se non ad illuderlo
ancora, certo a ricondurre il suo spirito ad una calma relativa. Venuto
colà con una fiera indecisione tenzonante nel cervello, ne usciva con un
piano prestabilito di condotta. Mentre da prima tutto gli era parso
irrimediabilmente perduto, ora un bagliore fioco di speranza veniva a
rompere ancora la tenebria luttuosa di cui si sentiva circondato. E
forse quella sera, nelle parole dette a sua moglie al momento che
stavano per lasciarsi: "Oggi è stato un giorno assai brutto. Domani....
Sarà meglio forse domani...." era un riflesso di quel sentimento, che
l'amico suo buono gli aveva saputo infondere.
Durante il cammino da Tricesimo a Morò-Casabianca il Sant'Angelo aveva
ripensato a tutte queste cose. Deciso ad uscire, come il suo amico gli
aveva consigliato, recisamente, da una posizione insostenibile e falsa,
che ogni ora trascorsa avrebbe reso più ardua e più grave, egli si
sentiva compenetrato dall'idea che quanto aveva stabilito di fare stava
nel suo diritto, ch'era in ciò la tutela sacra del suo onore, la difesa
legittima della sua felicità; e ciò nullameno a tratti gli sembrava che
le forze necessarie gli sarebbero mancate.
Aveva preso la strada fra i campi, lunghissima, per raggiungere l'ora in
cui potesse presentarsi al palazzo senz'offesa de' voluti riguardi e
senza dar ombra alla malignità, che certo vigilava, allarmata. E più
volte s'era dovuto arrestare côlto da una repentina ambascia. A poca
distanza da Morò-Casabianca, mentr'egli già discerneva tra il verde del
bosco, di là dalla linea gialla del Cormor, il profilo bizzarro
dell'antica fabbrica colle due torri tozze emergenti sul caseggiato, una
cantilena che usciva da un casolare solitario, intonata da una voce
muliebre in cadenza col battito secco della spola d'un telaio da
tessere, lo colpì nel cuore, con una trafittura acuta. La tessitrice
invisibile cantava lentamente, con profonda tristezza, la vecchia
villotta paesana che gli era notissima:
Oh! denant di maridassi
Nome rosis, nome flors,
E po dopo maridadis
Nome spinis e dolors.
Egli ricordò. Ricordò le parole che quella stessa canzone gli aveva
inspirate una notte non lontana, sulla strada di Nimis, quand'egli
credulo, felice, sicuro, piegavasi all'orecchio della sua Loreta,
appassionato come un amante, mormorandole un complimento che era una
carezza, una benedizione, l'espressione fervidissima della riconoscenza
ch'egli le doveva per la propria felicità invidiabile ed invidiata:
"Questa canzone?... Ebbene?.... chi meglio di noi può affermare ch'essa
è bugiarda!"
E adesso?...
Pochi minuti di poi il fattore Beppo, accoltolo con la sua solita
festosità cordialona, lo conduceva al conte Alvise.
--Nella sala dei quadri....--aveva detto il vecchio fattore con quella
specie di orgoglio, che la rinomanza del palazzo affidato alle sue cure
giustificava,--è sempre lì: ci si trova tanto bene!
Alvise era infatti nella sala dei quadri e quando Mattia Sant'Angelo
entrò stava ordinando alcune carte sulla scrivania posta presso uno de'
grandi veroni, dov'era il busto marmoreo di Sebastiano Morò.
Il professore ristette con un involontario atto di titubanza presso alla
soglia. Ma il conte subito sorse in piedi e gli mosse incontro.
Benchè Alvise nel compiere quest'atto cortese non avesse tradito il
menomo imbarazzo, tuttavia non isfuggì al Sant'Angelo il pallore
straordinario del suo viso e l'aggrottamento subitaneo della sua fronte
quand'egli entrò nella camera.
--Professore, lei! È una lieta sorpresa!
--L'ora è poco dicevole.... mi deve perdonare.
--Che dice, professore! Non permetto ch'Ella dica queste cose. Venga
piuttosto qui e segga accanto a me.
--La ringrazio.
Sedettero. E per un momento rimasero tutti e due silenziosi, subendo un
penoso imbarazzo, quasi nella prescienza che quell'incontro, improntato
sulle prime di così scambievole cordialità, dovesse tramutarsi in una
spiegazione per entrambi difficile e dolorosa.
--Signor conte,--disse pel primo il professore,--Ella deve essere
sorpreso di vedermi qui a quest'ora, senz'un annuncio, senza nulla che
potesse farmi attendere.
--Mi è sempre grato il vederla, professore. Tuttavia....
--Tuttavia Ella comprende che dev'essere un grave motivo che mi conduce
qui?
--Un motivo grave?
--Sì, conte. E se non glielo avesse detto l'ora insolita.... Ella, che è
esperto degli uomini e della vita, l'avrebbe dovuto leggere in quel
turbamento, che io so di non riuscire, a malgrado di tutti i miei
propositi, a dissimulare in questo momento.
--Non comprendo, professore.
--È strano!--esclamò Mattia amaramente.--Speravo mi potesse essere
risparmiato il dolore di una spiegazione.
--Una spiegazione?
--Sì. Poichè non è possibile che Ella, conte, non mi intenda. Un suo
sforzo di generosità, ora, sarebbe vano. Non servirebbe ad ingannare
nessuno.
--Ma io ripeto, professore, che non la intendo. Tanto meno la intendo
adesso, dopo queste parole.
La voce di lui, dicendo così, era leggermente alterata dall'emozione,
ch'egli studiavasi di dominare.
--Mi comprenderà subito,--disse allora Mattia con una certa
risolutezza.--A lei, legga!
E tratta dalla tasca interna dell'abito una carta, la porse al conte.
Questi la prese, la spiegò, lesse. Era il foglio di carta grossolana,
trovato due notti innanzi legato al collare del Terranova ferito: la
denuncia anonima, scritta con velenosa acrimonia contro Loreta
Sant'Angelo ed Alvise Polverari.
--Ebbene?--mormorò il professore quando l'altro ebbe finito di leggere.
--Oh!--esclamò il conte sgualcendo con indignazione il foglio,--una
infame vigliaccheria!
--Sì, l'ho detto anch'io: una vigliaccheria di persona nemica, una bassa
vendetta suggerita certo da vecchi rancori.... Ma che importa! Non è per
giudicare questo atto codardo che io sono qui....
--Ed allora?--chiese Alvise lentamente, levando lo sguardo interrogatore
in volto al Sant'Angelo.
Questi ebbe un momento di esitanza. Poi riprese subito:
--Allora.... È per fare innanzi tutto appello a quel sentimento, col
quale io ho salutato la sua presenza in casa mia come quella di un
fratello. Poi.... È per dirle, conte, con aperta schiettezza, quale
battaglia si vada combattendo dentro di me.... Se un giorno un sospetto
aveva potuto farsi strada nel mio cuore, ho combattuto con ogni mia
forza per cacciarlo, per farlo tacere.... È venuto questo foglio
maledetto.... Non fui più padrone di me: non si ragiona più quando ci
par di veder crollare in un punto solo tutti i nostri affetti, tutti gli
ideali nostri più cari. Mi vedevo colpito in quello di più sacro che io
avevo al mondo: Loreta, la compagna adorata e stimata: Ella, conte
Alvise, l'uomo a cui mi legano tante memorie incancellabili di
gratitudine e di reverenza! Se avessi potuto darle il mio sangue, i miei
beni, la vita, sarei stato pronto: sarebbero stati nulla di fronte a
quello che i Polverari hanno fatto per la famiglia mia.... Ma il mio
onore, l'aspirazione gelosa di tutta la mia esistenza!... Comprende ora
ciò che deve essersi agitato in me dopo la lettura di quella lettera
infame? Comprende la necessità alla quale obbedisco nel chiedere alla
sua fede di gentiluomo una franca dichiarazione, alla sua lealtà di
amico una parola sincera, che metta in fuga i miei dubbî e mi torni alla
mia pace?...
Mentr'egli parlava ognor più concitato, con l'irruenza d'un'emozione
crescente, Alvise Polverari sentiva farsi sempre più forte nel suo
interiore quello sgomento strano che non l'aveva più abbandonato
dall'istante in cui Loreta, lasciandolo la sera innanzi, gli aveva
mormorato con tanto sentimento quella frase supplice e così eloquente:
"Ed ora, Alvise, siate forte ed abbiate pietà di me!"
Il male, ch'egli aveva fatto con la sua comparsa in quella casa onorata
e felice, gli appariva chiaro alla vista: la debolezza, cui aveva ceduto
e nella quale aveva trascinato pure quella donna, sedotta
dall'irresistibile miraggio del passato, gli risorgeva ora al pensiero
come un'ignobile colpa: la parola seria e cordiale dell'uomo semplice ed
onesto, che veniva a lui con tanta nobiltà di espansione a difendere il
proprio onore ed a tutelare la propria felicità e che, mentre avrebbe
avuto il diritto di erigersi a giudice implacabile, non sapeva
rinunciare ancora ad un estremo raggio di fede, al culto delle sue
memorie custodite come un pio retaggio nella sua anima intemerata--la
parola di quell'uomo generoso gli era penetrata nel cuore, acuta come il
più duro dei rimproveri, dolce come la più commovente delle preghiere.
Nell'ora del delirio, in cui non aveva saputo più nulla, non aveva
ascoltato più nulla, tranne la voce irragionevole dell'istinto
reclamante con fiero grido l'esaltamento supremo dell'amore lungamente
frenato, lungamente deluso, s'era egli lasciato già sfuggire, alla
povera donna languente sotto il fascino della sua parola infocata, la
promessa ch'egli sarebbe partito, che l'avrebbe ridonata alla sua pace,
che non avrebbe attentato più alla tranquillità in cui ella erasi
conseguito il diritto di continuare e fornire la sua travagliosa
esistenza.
Sarebbe stato questo un sacrificio immenso: la rinuncia a tutto: il
distacco definitivo dalla parte migliore della sua vita.
Ma se un'esitanza fino a quell'ora era rimasta in lui; se, pensando al
bene ch'egli perdeva, ancora s'era affaticato a ricercare morbosamente
con tutte le sottigliezze del suo spirito, il modo di eludere la voce
che l'ammoniva a non volere il male di quella donna da lui così
fortemente amata, ora, dinanzi al nobile contegno, alla commovente bontà
del Sant'Angelo si sentiva sopraffatto, novellamente, come da una chiara
perfetta nozione di ciò che ormai era il suo dovere impreteribile,
d'uomo di cuore e di gentiluomo.
Nel suo pensiero la decisione di quello che avrebbe fatto s'era
determinata nettamente; si sentiva sicuro di sè, obbediente ad un
impulso interamente sincero.
Tuttavia, benchè forte di questa coscienza, Alvise cercò invano di darne
manifestazione concreta con una esplicita risposta al Sant'Angelo.
Ma il professore dopo una breve pausa rinnovò con voce molto commossa la
sua domanda:
--Ebbene, conte Alvise, ebbene?
--Ebbene, professore.... Quando poco fa ho letto quelle brevi linee, che
non so chi--un'anima certo malvagia--le ha diretto, non ho saputo
qualificarle altrimenti che come una sozza vigliaccheria. Dopo quanto mi
ha Ella detto adesso io non saprei più trovare una parola atta a
qualificare cotesta azione bassa ed infame. Ed ora, di fronte ad un
simile atto codardo dovrei scendere ad una giustificazione! No. Ella non
può domandarmelo ed io non lo farei. Questo solo le dico: che Ella si
renda conto del vero, dai fatti.... Fra poco, domani ancora, io partirò:
vissuto appena poche ore in un luogo, dove mi parve di aver trovato
tanto sorriso di amicizia e di simpatia, me ne allontano, come vuole la
mia sorte, non ancor paga di cospirare contro di me.... Andrò lunge ad
aspettare la fine di questa miserabile mia vita.... Non sarà lontana,
per fortuna: lo sento e vi sono preparato.... Ma così.... che cosa
potrei io più farle di male? di quali timori potrei io esserle ancora la
causa?...
Il Polverari aveva detto questo con una grande tristezza, forzandosi ad
infondere alle sue parole, pur pronunciate con palese pena,
quell'accento di sincerità che induce ed afferma in altri la fede.
Il Sant'Angelo fu scosso dalla risposta, ma l'animo suo non ne restò
persuaso.
--Ella partirà?--domandò vivamente.
--Partirò, l'ho detto.
--Partirà.... per riguardo a quello che si è parlato oggi fra noi?
--Anche per quello.
--E sta bene. Non mi dovevo attendere meno dalla sua onestà. Peraltro
ancora una domanda io debbo farle, per la mia pace, per il mio bene....
Conte, può Ella giurarmi che tra lei e Loreta non ci fu nulla nel
passato?
--Non è una domanda generosa ch'Ella mi fa ora.... Credevo che il mio
contegno gliene avesse tolto il diritto.
--Sarà vero. Ma io debbo sapere: tutto sarebbe più atroce di questo
dubbio.... Mi può Ella affermare sul nome che ci è parimenti sacro....
sul nome di suo padre.... che non c'è stato nulla nel passato fra Loreta
e lei?
--Sul nome di mio padre?
Ne' lineamenti di lui era l'espressione di una tremenda battaglia: colle
mani nervose egli si stringeva il petto che gli balzava ansimante:
smarrito, egli aveva levato in alto gli occhi lucenti come per chiedere
un'ispirazione che venisse a sorreggerlo in quell'arduo momento.
Finalmente obbedendo ad una incoercibile esortazione della sua anima,
scossa ogni riluttanza, con un'alterezza energica che gli brillava nelle
pupille, egli lasciò prorompere la risposta, che l'altro ansiosamente
attendeva, pendente dalle sue labbra:
--Ebbene, sì, è vero.... È vero! Io ho creduto che questo ricordo, morto
ormai nel passato, le fosse noto; ho creduto che la sua generosità
l'avesse obbliato per sempre.... Poichè così non è, è meglio
confessarlo.... Al punto in cui oggi noi siamo tutto potrebbe rendere,
nella nostra vita, nella nostra pace, nelle nostre memorie, più gravi
quelle conseguenze, che coraggiosamente e onestamente dobbiamo forzarci
ad evitare.... È vero! Ci siamo incontrati nella giovinezza, ci siamo
amati coll'entusiamo di chi ha vent'anni, e non sa, e sfida la
contrarietà della sorte. Poi....
--Poi?
--Fummo divisi. Il destino, avverso al nostro amore, ci volle separati
per sempre.... Passarono gli anni: non ci siamo rivisti mai più: di
quell'antico sogno non restava che una traccia dolorosa nel nostro
pensiero, come la memoria di una illusione svanita.... Ciò che avvenne
di me, Ella lo sa. Loreta.... Se ebbe, per causa mia, un'ora cattiva
nella sua giovinezza, ella seppe riconquistarsi il diritto alla
felicità.... Fu sua sposa, fu amata, lo meritava.... Questo è tutto.
Ora....
--Ora?--domandò il professore lentamente, con una grande severità di
accento come avesse voluto raccogliere in quell'unica parola tutto ciò
che in quell'istante si agitava nel suo cuore.
Alvise comprese; e s'arrestò titubante.
Per quanto gli ripugnasse di dover mentire, ne sentiva adesso la
inoppugnabile necessità. Non era una colpa il farlo, nè una bassezza. La
stessa memoria del padre suo, che l'altro aveva invocata, non ne avrebbe
patito offesa.
Egli si posò la palma sul petto e fissando in volto il Sant'Angelo,
senza esitanze:
--Ora,--egli disse,--se il caso ha voluto ricondurci uno di fronte
all'altra, se anche per un solo momento s'è potuta risvegliare in me la
voce del passato.... Loreta non ha rimprovero a farsi.... veruno!...
Quello che oggi sia il mio dovere lo so ed avrò la forza di compierlo.
Questo le giuro, professore, per i ricordi che uniscono le famiglie
nostre; come le giuro che nulla mai sarà da me fatto per attentare alla
sua felicità.... Me lo crede?
Il professore lo guardò intensamente.
--Sì, glielo credo!--esclamò poi subito.--Guai se in questo momento non
avessi una tal fede!
Il conte, pallidissimo, affranto dalla violenza delle emozioni
sostenute, gli tese la mano, quasi richiedendo una conferma di queste
parole.
Il Sant'Angelo allora, sinceramente la prese e la strinse.
Ma Alvise Polverari al tocco di quella mano leale, che s'abbandonava
alla sua senza sospetti, come in una attestazione fiduciosa di amicizia,
provò un cordoglio profondo, di cui sentiva che non avrebbe potuto
liberarsi mai più.