IX.

Le cose risapute dal Mangilli misero l'inferno nell'animo del

professore; e se da un lato comprendeva di dovergli riconoscenza per

quella prova di amicizia, dall'altro quasi dolevasi ch'egli non gli

avesse risparmiato una pena così crudele.

Da principio, colla testa ancora in fuoco, ad una sola cosa egli pensò:

scoprire i tristi che avevano messo in giro le calunniose voci,

affrontarli risolutamente e costringerli a farne immediata ammenda.

Ma che tale proposito fosse inattuabile s'appalesò a lui stesso non

appena calmato il primo bollore dell'ira. Come avrebbe egli potuto con

sicurezza, per quanto guidato da fondati sospetti, chiedere ragione a

singoli individui di ciarle, che ad ogni ora trascorsa si spandevano

sempre più vastamente nel paese? Poi in uno scandalo non sarebbe per

avventura stato compromesso in modo ancor più grave il nome di Loreta,

il nome stesso dei Sant'Angelo? E forse nella dimostrazione dei proprî

risentimenti non avrebbero avuto conferma ed avvaloramento le dicerie

circolate?

Queste considerazioni trattennero il Sant'Angelo da que' passi ai quali

sulle prime erasi trovato spinto con istintiva veemenza. Ed anche da

questo lato ebbe gratitudine al Mangilli dell'avernelo freddamente

ammonito mettendogli sottocchio tutte le possibili conseguenze.

Con tutto questo però la battaglia che lo affannava non ebbe tregua. A

tutte le interrogazioni che egli si proponeva sul modo di liberarsi dal

martirio di quella situazione, non gli veniva fatto di dare risposta. E

in tale impotenza della propria ragione egli s'abbatteva percosso in un

avvilimento sempre maggiore, senza speranza di più poterne uscire

ritemperato e vittorioso.

Mai come in quei giorni egli sentì il dolore della propria solitudine.

Gli pareva che nella tristezza di quei frangenti la parola affettuosa di

una persona amata gli avrebbe fatto un bene immenso. E questo pensiero

gli si faceva più cocente ogni volta che si trovava di fronte a Loreta.

Da lei sola gli pareva che un conforto gli sarebbe potuto venire, da lei

ch'era stata sempre per la sua casa come un buon genio consolatore.

Ma neppure siffatto bisogno di una espansione confidente valse a

disuggellare il labbro del Sant'Angelo nei suoi incontri con la cugina.

Diffidando di sè stesso, comprendeva come una sola parola avrebbe potuto

trascinarlo alla confessione di quel segreto, ch'egli ascondeva con

tanta gelosia. E si prefisse di durare coraggiosamente nel proprio

silenzio.

Questo però gli costava una fatica estrema, non pure per gli impulsi del

proprio cuore, ch'egli doveva frenare, ma più ancor in causa d'un fatto,

ch'era venuto ad accrescere in modo grave le sue preoccupazioni.

Loreta in que' giorni mostravasi assai sofferente. Ella che di consueto

lavorava in casa senza tregua, lieta di quell'attività continua, da

qualche tempo era costretta a negligere una parte delle sue occupazioni.

Restava a lungo ritirata nella sua camera, evitava di scendere alle ore

dei pasti allegando un malessere, ch'ella assicurava passeggero e pel

quale non d'altro sentiva bisogno che d'un poco di quiete.

A Mattia, che con affettuosa premura venne a chiederle che cosa

soffrisse, ella rispose forzandosi a trovare qualche frase scherzosa. Nè

altrimenti si contenne colla Vige, che le stava intorno continuamente

piena di sollecitudine e di interessamento.

Ma nè la Vige nè il professore rimasero per tal guisa tranquillati. Che

Loreta soffrisse e che i dinieghi suoi non rispondessero al vero, lo

diceva chiaramente la pallidezza del suo viso e lo dicevano i suoi occhi

arrossati e gonfi come per lungo piangere.

La Vige non potè tenersi dal dire al professore ciò ch'ella pensava:

--La signorina sta male. Io so che non mi sbaglio. Così, com'è ora, non

l'ho vista che una volta, nel primo tempo quando venne in casa.... Si

ricorda, padrone mio, di quella volta.... Era lo stesso, proprio lo

stesso!

Il Sant'Angelo non rispose. Che la giovane si trovasse sotto il peso di

una preoccupazione fortissima non aveva dubbio. E subito il pensiero gli

venne ch'ella non soffrisse per qualche maligna voce giunta al suo

orecchio. Benchè Loreta vivesse isolatissima, uscendo di casa appena due

volte la settimana, per recarsi a Tricesimo nel giorno di mercato e alle

domeniche per la messa, certo i nemici suoi dovevano aver trovato il

mezzo perchè ella venisse a cognizione delle dicerie che s'erano fatte.

Cotesta idea lo inasprì vivamente. Le sofferenze proprie gli parvero

avessero ad un tratto perduto la loro insistente asprezza. E assorbito

completamente in questo nuovo pensiero, si sentì riardere d'ira contro i

vili, che non paghi del male a lui fatto, avevano per fermo voluto

gittare il turbamento anche nell'anima di quella povera donna.

Incapace di appigliarsi ad alcun partito e tormentato ognor più

acerbamente da tanta indecisione, un lampo di luce balenò al professore

nel leggere una breve lettera che gli giunse improvvisamente da Udine da

parte di don Letterio Prandina.

L'ottimo prete chiedeva di avere con lui un abboccamento: si trattava di

cosa delicata, risguardante lui stesso e Loreta Lambertenghi: era

costretto a pregarlo di venire in Udine non potendo egli, in causa di

malferma salute, recarsi al paese.

Il professore non frappose ritardo. Letta appena la lettera, chiamò

Agnul perchè allestisse il carrozzino e, fatta avvertire la Lambertenghi

che recavasi in città per affari, si mise tosto in via.

Mai come in quel giorno il cavallino di casa fu costretto a percorrere

di un trotto continuo e serrato il lungo stradone polveroso, che

congiunge con una linea retta Tricesimo a Udine.

In men d'un'ora il professore giunse alla meta e, lasciato il carrozzino

al solito stallaggio dell'_Albergo Italia_, se ne andò rapidamente alla

casa di don Letterio, posta appunto in quei pressi, non lunge dal

palazzo arcivescovile.

Egli trovò il vecchio prete nella sua stanza da lavoro. Benchè ammalato,

don Letterio sedeva alla sua scrivania e, con gli occhiali a cavalcioni

del naso, stava ordinando un voluminoso pacco di atti. La stanza, che il

Sant'Angelo conosceva benissimo, era quasi povera: mobili vecchi coperti

d'una stoffa che il tempo aveva scolorato, moltissimi libri ammontati un

po' dappertutto, due o tre rozzi disegni a penna incorniciati di nero e

rappresentanti alcune vedute de' paesi ove il prete era stato da giovane

in missione: unico ornamento appariscente sulla nudità delle bianche

pareti un grande crocefisso, pregevolissima opera di scultura in legno.

Sul tavolo, in un bicchiere di cristallo alcune grosse rose rosse.

Quando il professore entrò, don Letterio alzò il capo da' suoi

scartafacci e tendendogli la magra mano bianchissima, lo salutò con

affetto:

--Siete venuto presto, Mattia. Così va bene; vi ringrazio.

--Mi ringraziate, don Letterio? Che cosa dovrei dir io a voi per la

bontà vostra? E la salute?

--Non bene, figlio mio. La vecchiaia è per sè stessa una brutta

malattia.... Con tutto ciò, Iddio m'aiuta.... Vedete: lavoro....

--Fate male, Prè Letterio, ad affaticarvi.

--Che volete? Non posso farne a meno. Poi i miei poverelli avevano

bisogno di me. Da due settimane non avevo potuto muovermi di casa.

Dovevo bene, appena ne ebbi il modo, riparare a tanti giorni perduti.

--Benedetto voi, siete sempre eguale. Dovunque passate tutti vi debbono

benedire.

--Non dite queste cose, Mattia: non mi piace di udirle.

--Non è forse la verità cotesta? E d'altronde non la dicono tutti?

Perchè dovrei tacerla io, che vi debbo tanto, che non posso dimenticare

il bene che avete sempre fatto alla mia famiglia; io, che anche oggi,

venendo qui, entrando in questa vostra pacifica casa, ho sentito tanta

dolcezza? Se sapeste, don Letterio, il bisogno che ne avevo!

Il vecchio ebbe un sorriso buono sul suo volto pieno di serenità.

--Lo immaginavo, Mattia, lo immaginavo.

--Lo immaginavate?

--Sì.

--E come? come mai?

--Perchè so che siete buono; perchè so che i Sant'Angelo hanno il cuore

ben fatto, da padre in figlio; ch'essi non possono a meno di ribellarsi

e di soffrire dinanzi alla ingiusta malignità altrui.

--Voi sapete dunque, sapete.... e in qual modo?

Il vecchio rimosse colla sua destra, che parea scossa da un tremito

continuo, il monte di carte che aveva dinanzi e presane una lettera la

porse al professore.

--Leggete.

Mattia spiegò la carta e corse con gli occhi alla firma:

--Loreta!... È lei che vi narra? Lei!

Don Letterio rimase tranquillo a quelle esclamazioni irruenti, come vi

fosse preparato.

--Lei,--rispose,--lei stessa. Leggete.

La lettera che il professore percorse rapidissimamente, in un baleno,

non era lunga: tre sole facciate di piccolo formato; ma nella brevità

delle frasi, piene di quella naturalezza che è figlia del vero, era

ritratto con potente evidenza lo stato d'animo in che la giovane si

trovava.

Quello che il professore Mattia s'attendeva era avvenuto. La malignità,

che già era riuscita ad ordire intorno a lui così tenace la rete

dell'intrigo, aveva trovato la maniera di arrivare con le sue subdole

arti fino a Loreta.

Narrava ella in termini precisi e dolorosi il modo con cui ebbe sospetto

da prima, e più tardi certezza, delle dicerie oltraggiose che sul conto

suo si facevano in paese: fu sul principio un'eco vaga, che le giunse

senza sapere da qual parte; furono quindi voci discrete di amici che la

metteano, con indeterminati accenni, in guardia; e fu da ultimo

l'improvviso glaciale riserbo che notò in alcune famiglie del vicinato,

da taluna delle quali si vide togliere perfino quel saluto di

convenienza, che sin allora le ricambiavano sempre con tanta simpatia

nell'incontrarla in paese o alle domeniche in chiesa. In una condizione

siffatta non si sentiva di poter resistere: per quanto negli anni

trascorsi in casa Sant'Angelo si fosse trovata felice, non le bastava

l'animo di continuarci a vivere adesso a quel modo, sotto il peso di un

disprezzo, non men doloroso perchè ingiusto, il quale si sarebbe fatto

su lei sempre più grave e l'avrebbe condannata ad un avviliente e

sconfortato isolamento. Ricordando con molta gratitudine e con soave

rimpianto la ospitalità de' suoi parenti e la bontà di don Letterio, cui

era debitrice di quegli anni sereni, a lui rivolgevasi Loreta

esponendogli com'ella fosse decisa di uscire da quella situazione

insostenibile e supplicandolo ch'egli le fosse largo del suo soccorso

ancora una volta in questo frangente.

A mano a mano che Mattia avanzava nella lettura uno strano rimescolio si

faceva dentro di lui, e quando fu giunto alla fine sentì così ardente il

viso per il sangue che v'era affluito, che durante alcuni istanti rimase

immobile, fissando sempre la carta, come avesse provato, un'esitanza a

rialzare il capo e ad incontrare lo sguardo del suo interlocutore.

Questi fu il primo a rompere il silenzio:

--Ebbene?--domandò.--Che ne pensate?

Il Sant'Angelo si scosse e, stringendo nervosamente la lettera fra le

mani poderose, ebbe uno scatto improvviso d'ira:

--I miserabili!--esclamò.--I miserabili!

Il prete lo lasciò dire e solo dopo un momento riprese con molta calma:

--Dell'ira? Sì, è giustificata, è umana, e non saprei io stesso, come

sarebbe dover mio, farvene rimprovero. Ma a che potrebbe giovare la

vostra ira? E contro chi potrebbe essa con maggior ragione essere

rivolta? No, no, innanzi tutto ponderazione e calma! Che negli uomini

abbia maggiore dominio la malvagità è vero purtroppo, ma è altresì

dolorosamente vero che qualche volta a tale malvagità sono troppo deboli

le armi degli onesti!

--Quando si ha per sè la coscienza della propria

illibatezza!...--esclamò il professore.

--Si, in teoria, voi avete ragione. Sarebbe bello il poter ricambiare

sempre col disprezzo la malignità. Ma potete voi, onestamente, chiedere

ad una povera creatura, che è debole, che ha già patito, che ha bisogno

di pace, di accettare una simile battaglia, in cui i nemici le si

moltiplicheranno ogni giorno di contro e che le costerà ogni giorno più

aspre ferite? E perchè dovrebbe questa povera creatura, quando non le

sia negato di cercarsi altrove la pace, durare in cotesto cimento?

--Allora voi approvate quello che Loreta vuol fare?

--Se scorgessi un mezzo per mutare la situazione, che le circostanze

hanno creato, avrei forse qualche esitanza. Ma così....

--Così?

--Debbo approvarlo non solo, ma consigliarlo e lodarlo. È il divisamento

di chi si rispetta. E vi confesso che da questo momento, se compiango

Loreta per la tristezza della sua sorte, sento accresciuta a cento doppî

la mia stima per lei. È una buona, sventurata, esemplare donna....

Il professore ebbe un rapido sfolgorio in tutti i suoi lineamenti.

--Sì, questo sì,--riprese con sùbito trasporto,--buona, esemplare

donna.... Io lo posso dire che l'ho vista per la mia casa, per la povera

mia madre, ricca di tante tenerezze, capace di tanta abnegazione....

Vedete, don Letterio, io non posso adattarmi all'idea ch'ella debba

abbandonare la mia casa: sarebbe un vuoto, che nulla potrebbe colmare,

sarebbe per me una nuova sventura!

--Lo capisco. Ma allora....

--Allora....

E ripetuta questa parola come macchinalmente, il Sant'Angelo curvò il

mento sul petto senza poter proseguire.

Il vecchio amico gli posò in atto di benevolenza la mano sulla spalla.

--Andiamo dunque, Mattia, uscite una volta da queste esitanze. Perchè

non sapete trovare, voi che siete un uomo forte ed onesto, il coraggio

di chiedere al vostro cuore che cosa esso voglia? Perchè non avete

almeno un poco di confidenza verso chi vi vuol bene?

L'altro gli afferrò la destra con effusione e con voce che l'emozione

rendeva malferma:

--Che debbo dirvi, Prè Letterio,--riprese,--che debbo dirvi? Voi avete

letto nell'anima mia. Voi sapeste indovinare assai più di quello che con

le mie parole avrei potuto dirvi. Vedete, dunque, se io non sono da

compiangere!

--Da compiangere? E perchè dunque?--dimandò il vecchio placidamente.

--Mi chiedete questo, Prè Letterio? Potete chiederlo? Poco fa avete

detto voi stesso che mi stimate un uomo forte ed onesto. Ebbene, queste

due virtù, che so di avere, che voglio gelosamente conservarmi, sono

quelle che mi mettono in guardia contro me stesso. Prè Letterio, potete

voi dunque credere che dopo tanti dolori che sono passati sopra il mio

capo, io pure non abbia ceduto alla tentazione di un bel sogno; potete

credere che io pure non abbia pensato, con aspirazione cocente, a veder

tornare ancora una volta e per sempre la felicità nella mia casa e

nell'anima mia? Sì, all'amicizia vostra lo confesso: questo sogno io lo

feci, questa aspirazione la sentii, fortissima e tormentatrice. Ma ho

saputo vincermi pensando a ciò che sono. Ma ditemi voi ora! Potrei io

chiedere a una donna ancor giovane e bella, a una donna cui possono

arridere ancora le speranze, ad una donna infine che non mi ama.... di

sacrificarsi per sempre a me, di legare il suo destino alla mia senilità

già così triste?

Il Prandina l'aveva ascoltato silenziosamente in atto meditabondo.

--Via, don Letterio, potreste darmi torto? avreste animo di dirmi che

non ho fatto il dover mio?

--Avete ascoltato come sempre quel sentimento di rettitudine che onora

il vostro carattere. Lo riconosco. Ma lasciatemi in pari tempo che con

franchezza vi dica che a questo sentimento avete dato ascolto così

ciecamente da obbliare per esso ogni altro criterio. Guardate,

Sant'Angelo: io non vi obbietterò che voi vi siete esagerata la vostra

posizione e che le virtù vostre dovrebbero bastare per assicurarvi

l'affetto di qualunque donna voi voleste eleggervi a compagna; so che

non dareste alle mie parole altro valore che quello d'un vieto conforto.

Però rispondetemi: che cosa avete fatto voi finora per sapere quello che

forse sta celato nel cuore di Loreta? Chi vi dice che questa donna, che

ha per la vostra famiglia sì forti argomenti di gratitudine; non abbia

concepito per voi tanta affezione, che le sia di dolore il dovervi

abbandonare? Infine, dinanzi alla necessità imperiosa, che il suo onore

le detta, di lasciare la vostra famiglia ospitale, di tornare alle lotte

di una vita dura ed incerta, pari a quelle che essa ha già una volta

sostenute, che avete fatto voi per offrirle un conforto, per salvarla da

una sciagura, per darle forse quella pace, cui essa nel suo cuore

anela?... No, Sant'Angelo, voi non avete ascoltato che la voce esagerata

de' vostri scrupoli: voi vi siete piegato alle esigenze de' cattivi

senza nulla tentare perchè essi sieno vinti e perchè voi siate

felice.... Chiedere a Loreta una spiegazione esplicita, chiara,

confidente, come si può farla ad un amico, come si deve farla ad un

fratello: ecco il vostro dovere: ecco quello che almeno a me pare che

sia il vostro dovere....

--Ma poi, Prè Letterio.... poi?

--Poi, quando aveste la certezza che Loreta non vi ama, ch'ella non

potrebbe essere felice con voi, ch'ella è pronta, per isfuggire ad una

situazione equivoca e non onorevole, a riaccettare una vita malsicura e

tempestosa.... converrà chinare il capo. Sarà triste il doverlo fare, ma

almeno vi sarete tolto il dubbio di non aver accettato con colpevole

cecità un dolore, che la malvagità degli uomini e la forza delle

circostanze vi hanno procurato! Il professore era rimasto ad ascoltare

queste parole--che il vecchio aveva pronunciato con un tranquillo

accento di persuasione--senza nulla opporre, con gli occhi lucenti,

tormentandosi colla mano convulsa la lunga barba canuta.

Quando quegli ebbe finito si sforzò indarno, nella piena dell'emozione,

a cercare una frase che valesse a manifestare ciò che si passava dentro

al suo cuore:

--Amico mio! amico mio!

Non disse che questo ed alzandosi di scatto gittò le braccia intorno al

collo del vecchio e lo baciò con effusione.

--Coraggio, via, Sant'Angelo!--disse l'altro sempre sereno.--Un giorno

che vostra madre, côlta già dal presentimento della sua fine, mi parlò

della possibilità che voi e Loreta aveste ad unirvi per sempre, io le

risposi che, se questo sarà il volere di Dio, il suo sogno si sarebbe

avverato. E le dissi ancora, che la Provvidenza non abbandona mai i

buoni. Che altro volete ch'io dica oggi a voi? La mia povera scienza si

arresta qui.... Ma è quella, vedete, che basta per condurre al vero!

Coraggio, Sant'Angelo, coraggio!

Il peccato di Loreta · 第 16 / 27 题