Le cose risapute dal Mangilli misero l'inferno nell'animo del
professore; e se da un lato comprendeva di dovergli riconoscenza per
quella prova di amicizia, dall'altro quasi dolevasi ch'egli non gli
avesse risparmiato una pena così crudele.
Da principio, colla testa ancora in fuoco, ad una sola cosa egli pensò:
scoprire i tristi che avevano messo in giro le calunniose voci,
affrontarli risolutamente e costringerli a farne immediata ammenda.
Ma che tale proposito fosse inattuabile s'appalesò a lui stesso non
appena calmato il primo bollore dell'ira. Come avrebbe egli potuto con
sicurezza, per quanto guidato da fondati sospetti, chiedere ragione a
singoli individui di ciarle, che ad ogni ora trascorsa si spandevano
sempre più vastamente nel paese? Poi in uno scandalo non sarebbe per
avventura stato compromesso in modo ancor più grave il nome di Loreta,
il nome stesso dei Sant'Angelo? E forse nella dimostrazione dei proprî
risentimenti non avrebbero avuto conferma ed avvaloramento le dicerie
circolate?
Queste considerazioni trattennero il Sant'Angelo da que' passi ai quali
sulle prime erasi trovato spinto con istintiva veemenza. Ed anche da
questo lato ebbe gratitudine al Mangilli dell'avernelo freddamente
ammonito mettendogli sottocchio tutte le possibili conseguenze.
Con tutto questo però la battaglia che lo affannava non ebbe tregua. A
tutte le interrogazioni che egli si proponeva sul modo di liberarsi dal
martirio di quella situazione, non gli veniva fatto di dare risposta. E
in tale impotenza della propria ragione egli s'abbatteva percosso in un
avvilimento sempre maggiore, senza speranza di più poterne uscire
ritemperato e vittorioso.
Mai come in quei giorni egli sentì il dolore della propria solitudine.
Gli pareva che nella tristezza di quei frangenti la parola affettuosa di
una persona amata gli avrebbe fatto un bene immenso. E questo pensiero
gli si faceva più cocente ogni volta che si trovava di fronte a Loreta.
Da lei sola gli pareva che un conforto gli sarebbe potuto venire, da lei
ch'era stata sempre per la sua casa come un buon genio consolatore.
Ma neppure siffatto bisogno di una espansione confidente valse a
disuggellare il labbro del Sant'Angelo nei suoi incontri con la cugina.
Diffidando di sè stesso, comprendeva come una sola parola avrebbe potuto
trascinarlo alla confessione di quel segreto, ch'egli ascondeva con
tanta gelosia. E si prefisse di durare coraggiosamente nel proprio
silenzio.
Questo però gli costava una fatica estrema, non pure per gli impulsi del
proprio cuore, ch'egli doveva frenare, ma più ancor in causa d'un fatto,
ch'era venuto ad accrescere in modo grave le sue preoccupazioni.
Loreta in que' giorni mostravasi assai sofferente. Ella che di consueto
lavorava in casa senza tregua, lieta di quell'attività continua, da
qualche tempo era costretta a negligere una parte delle sue occupazioni.
Restava a lungo ritirata nella sua camera, evitava di scendere alle ore
dei pasti allegando un malessere, ch'ella assicurava passeggero e pel
quale non d'altro sentiva bisogno che d'un poco di quiete.
A Mattia, che con affettuosa premura venne a chiederle che cosa
soffrisse, ella rispose forzandosi a trovare qualche frase scherzosa. Nè
altrimenti si contenne colla Vige, che le stava intorno continuamente
piena di sollecitudine e di interessamento.
Ma nè la Vige nè il professore rimasero per tal guisa tranquillati. Che
Loreta soffrisse e che i dinieghi suoi non rispondessero al vero, lo
diceva chiaramente la pallidezza del suo viso e lo dicevano i suoi occhi
arrossati e gonfi come per lungo piangere.
La Vige non potè tenersi dal dire al professore ciò ch'ella pensava:
--La signorina sta male. Io so che non mi sbaglio. Così, com'è ora, non
l'ho vista che una volta, nel primo tempo quando venne in casa.... Si
ricorda, padrone mio, di quella volta.... Era lo stesso, proprio lo
stesso!
Il Sant'Angelo non rispose. Che la giovane si trovasse sotto il peso di
una preoccupazione fortissima non aveva dubbio. E subito il pensiero gli
venne ch'ella non soffrisse per qualche maligna voce giunta al suo
orecchio. Benchè Loreta vivesse isolatissima, uscendo di casa appena due
volte la settimana, per recarsi a Tricesimo nel giorno di mercato e alle
domeniche per la messa, certo i nemici suoi dovevano aver trovato il
mezzo perchè ella venisse a cognizione delle dicerie che s'erano fatte.
Cotesta idea lo inasprì vivamente. Le sofferenze proprie gli parvero
avessero ad un tratto perduto la loro insistente asprezza. E assorbito
completamente in questo nuovo pensiero, si sentì riardere d'ira contro i
vili, che non paghi del male a lui fatto, avevano per fermo voluto
gittare il turbamento anche nell'anima di quella povera donna.
Incapace di appigliarsi ad alcun partito e tormentato ognor più
acerbamente da tanta indecisione, un lampo di luce balenò al professore
nel leggere una breve lettera che gli giunse improvvisamente da Udine da
parte di don Letterio Prandina.
L'ottimo prete chiedeva di avere con lui un abboccamento: si trattava di
cosa delicata, risguardante lui stesso e Loreta Lambertenghi: era
costretto a pregarlo di venire in Udine non potendo egli, in causa di
malferma salute, recarsi al paese.
Il professore non frappose ritardo. Letta appena la lettera, chiamò
Agnul perchè allestisse il carrozzino e, fatta avvertire la Lambertenghi
che recavasi in città per affari, si mise tosto in via.
Mai come in quel giorno il cavallino di casa fu costretto a percorrere
di un trotto continuo e serrato il lungo stradone polveroso, che
congiunge con una linea retta Tricesimo a Udine.
In men d'un'ora il professore giunse alla meta e, lasciato il carrozzino
al solito stallaggio dell'_Albergo Italia_, se ne andò rapidamente alla
casa di don Letterio, posta appunto in quei pressi, non lunge dal
palazzo arcivescovile.
Egli trovò il vecchio prete nella sua stanza da lavoro. Benchè ammalato,
don Letterio sedeva alla sua scrivania e, con gli occhiali a cavalcioni
del naso, stava ordinando un voluminoso pacco di atti. La stanza, che il
Sant'Angelo conosceva benissimo, era quasi povera: mobili vecchi coperti
d'una stoffa che il tempo aveva scolorato, moltissimi libri ammontati un
po' dappertutto, due o tre rozzi disegni a penna incorniciati di nero e
rappresentanti alcune vedute de' paesi ove il prete era stato da giovane
in missione: unico ornamento appariscente sulla nudità delle bianche
pareti un grande crocefisso, pregevolissima opera di scultura in legno.
Sul tavolo, in un bicchiere di cristallo alcune grosse rose rosse.
Quando il professore entrò, don Letterio alzò il capo da' suoi
scartafacci e tendendogli la magra mano bianchissima, lo salutò con
affetto:
--Siete venuto presto, Mattia. Così va bene; vi ringrazio.
--Mi ringraziate, don Letterio? Che cosa dovrei dir io a voi per la
bontà vostra? E la salute?
--Non bene, figlio mio. La vecchiaia è per sè stessa una brutta
malattia.... Con tutto ciò, Iddio m'aiuta.... Vedete: lavoro....
--Fate male, Prè Letterio, ad affaticarvi.
--Che volete? Non posso farne a meno. Poi i miei poverelli avevano
bisogno di me. Da due settimane non avevo potuto muovermi di casa.
Dovevo bene, appena ne ebbi il modo, riparare a tanti giorni perduti.
--Benedetto voi, siete sempre eguale. Dovunque passate tutti vi debbono
benedire.
--Non dite queste cose, Mattia: non mi piace di udirle.
--Non è forse la verità cotesta? E d'altronde non la dicono tutti?
Perchè dovrei tacerla io, che vi debbo tanto, che non posso dimenticare
il bene che avete sempre fatto alla mia famiglia; io, che anche oggi,
venendo qui, entrando in questa vostra pacifica casa, ho sentito tanta
dolcezza? Se sapeste, don Letterio, il bisogno che ne avevo!
Il vecchio ebbe un sorriso buono sul suo volto pieno di serenità.
--Lo immaginavo, Mattia, lo immaginavo.
--Lo immaginavate?
--Sì.
--E come? come mai?
--Perchè so che siete buono; perchè so che i Sant'Angelo hanno il cuore
ben fatto, da padre in figlio; ch'essi non possono a meno di ribellarsi
e di soffrire dinanzi alla ingiusta malignità altrui.
--Voi sapete dunque, sapete.... e in qual modo?
Il vecchio rimosse colla sua destra, che parea scossa da un tremito
continuo, il monte di carte che aveva dinanzi e presane una lettera la
porse al professore.
--Leggete.
Mattia spiegò la carta e corse con gli occhi alla firma:
--Loreta!... È lei che vi narra? Lei!
Don Letterio rimase tranquillo a quelle esclamazioni irruenti, come vi
fosse preparato.
--Lei,--rispose,--lei stessa. Leggete.
La lettera che il professore percorse rapidissimamente, in un baleno,
non era lunga: tre sole facciate di piccolo formato; ma nella brevità
delle frasi, piene di quella naturalezza che è figlia del vero, era
ritratto con potente evidenza lo stato d'animo in che la giovane si
trovava.
Quello che il professore Mattia s'attendeva era avvenuto. La malignità,
che già era riuscita ad ordire intorno a lui così tenace la rete
dell'intrigo, aveva trovato la maniera di arrivare con le sue subdole
arti fino a Loreta.
Narrava ella in termini precisi e dolorosi il modo con cui ebbe sospetto
da prima, e più tardi certezza, delle dicerie oltraggiose che sul conto
suo si facevano in paese: fu sul principio un'eco vaga, che le giunse
senza sapere da qual parte; furono quindi voci discrete di amici che la
metteano, con indeterminati accenni, in guardia; e fu da ultimo
l'improvviso glaciale riserbo che notò in alcune famiglie del vicinato,
da taluna delle quali si vide togliere perfino quel saluto di
convenienza, che sin allora le ricambiavano sempre con tanta simpatia
nell'incontrarla in paese o alle domeniche in chiesa. In una condizione
siffatta non si sentiva di poter resistere: per quanto negli anni
trascorsi in casa Sant'Angelo si fosse trovata felice, non le bastava
l'animo di continuarci a vivere adesso a quel modo, sotto il peso di un
disprezzo, non men doloroso perchè ingiusto, il quale si sarebbe fatto
su lei sempre più grave e l'avrebbe condannata ad un avviliente e
sconfortato isolamento. Ricordando con molta gratitudine e con soave
rimpianto la ospitalità de' suoi parenti e la bontà di don Letterio, cui
era debitrice di quegli anni sereni, a lui rivolgevasi Loreta
esponendogli com'ella fosse decisa di uscire da quella situazione
insostenibile e supplicandolo ch'egli le fosse largo del suo soccorso
ancora una volta in questo frangente.
A mano a mano che Mattia avanzava nella lettura uno strano rimescolio si
faceva dentro di lui, e quando fu giunto alla fine sentì così ardente il
viso per il sangue che v'era affluito, che durante alcuni istanti rimase
immobile, fissando sempre la carta, come avesse provato, un'esitanza a
rialzare il capo e ad incontrare lo sguardo del suo interlocutore.
Questi fu il primo a rompere il silenzio:
--Ebbene?--domandò.--Che ne pensate?
Il Sant'Angelo si scosse e, stringendo nervosamente la lettera fra le
mani poderose, ebbe uno scatto improvviso d'ira:
--I miserabili!--esclamò.--I miserabili!
Il prete lo lasciò dire e solo dopo un momento riprese con molta calma:
--Dell'ira? Sì, è giustificata, è umana, e non saprei io stesso, come
sarebbe dover mio, farvene rimprovero. Ma a che potrebbe giovare la
vostra ira? E contro chi potrebbe essa con maggior ragione essere
rivolta? No, no, innanzi tutto ponderazione e calma! Che negli uomini
abbia maggiore dominio la malvagità è vero purtroppo, ma è altresì
dolorosamente vero che qualche volta a tale malvagità sono troppo deboli
le armi degli onesti!
--Quando si ha per sè la coscienza della propria
illibatezza!...--esclamò il professore.
--Si, in teoria, voi avete ragione. Sarebbe bello il poter ricambiare
sempre col disprezzo la malignità. Ma potete voi, onestamente, chiedere
ad una povera creatura, che è debole, che ha già patito, che ha bisogno
di pace, di accettare una simile battaglia, in cui i nemici le si
moltiplicheranno ogni giorno di contro e che le costerà ogni giorno più
aspre ferite? E perchè dovrebbe questa povera creatura, quando non le
sia negato di cercarsi altrove la pace, durare in cotesto cimento?
--Allora voi approvate quello che Loreta vuol fare?
--Se scorgessi un mezzo per mutare la situazione, che le circostanze
hanno creato, avrei forse qualche esitanza. Ma così....
--Così?
--Debbo approvarlo non solo, ma consigliarlo e lodarlo. È il divisamento
di chi si rispetta. E vi confesso che da questo momento, se compiango
Loreta per la tristezza della sua sorte, sento accresciuta a cento doppî
la mia stima per lei. È una buona, sventurata, esemplare donna....
Il professore ebbe un rapido sfolgorio in tutti i suoi lineamenti.
--Sì, questo sì,--riprese con sùbito trasporto,--buona, esemplare
donna.... Io lo posso dire che l'ho vista per la mia casa, per la povera
mia madre, ricca di tante tenerezze, capace di tanta abnegazione....
Vedete, don Letterio, io non posso adattarmi all'idea ch'ella debba
abbandonare la mia casa: sarebbe un vuoto, che nulla potrebbe colmare,
sarebbe per me una nuova sventura!
--Lo capisco. Ma allora....
--Allora....
E ripetuta questa parola come macchinalmente, il Sant'Angelo curvò il
mento sul petto senza poter proseguire.
Il vecchio amico gli posò in atto di benevolenza la mano sulla spalla.
--Andiamo dunque, Mattia, uscite una volta da queste esitanze. Perchè
non sapete trovare, voi che siete un uomo forte ed onesto, il coraggio
di chiedere al vostro cuore che cosa esso voglia? Perchè non avete
almeno un poco di confidenza verso chi vi vuol bene?
L'altro gli afferrò la destra con effusione e con voce che l'emozione
rendeva malferma:
--Che debbo dirvi, Prè Letterio,--riprese,--che debbo dirvi? Voi avete
letto nell'anima mia. Voi sapeste indovinare assai più di quello che con
le mie parole avrei potuto dirvi. Vedete, dunque, se io non sono da
compiangere!
--Da compiangere? E perchè dunque?--dimandò il vecchio placidamente.
--Mi chiedete questo, Prè Letterio? Potete chiederlo? Poco fa avete
detto voi stesso che mi stimate un uomo forte ed onesto. Ebbene, queste
due virtù, che so di avere, che voglio gelosamente conservarmi, sono
quelle che mi mettono in guardia contro me stesso. Prè Letterio, potete
voi dunque credere che dopo tanti dolori che sono passati sopra il mio
capo, io pure non abbia ceduto alla tentazione di un bel sogno; potete
credere che io pure non abbia pensato, con aspirazione cocente, a veder
tornare ancora una volta e per sempre la felicità nella mia casa e
nell'anima mia? Sì, all'amicizia vostra lo confesso: questo sogno io lo
feci, questa aspirazione la sentii, fortissima e tormentatrice. Ma ho
saputo vincermi pensando a ciò che sono. Ma ditemi voi ora! Potrei io
chiedere a una donna ancor giovane e bella, a una donna cui possono
arridere ancora le speranze, ad una donna infine che non mi ama.... di
sacrificarsi per sempre a me, di legare il suo destino alla mia senilità
già così triste?
Il Prandina l'aveva ascoltato silenziosamente in atto meditabondo.
--Via, don Letterio, potreste darmi torto? avreste animo di dirmi che
non ho fatto il dover mio?
--Avete ascoltato come sempre quel sentimento di rettitudine che onora
il vostro carattere. Lo riconosco. Ma lasciatemi in pari tempo che con
franchezza vi dica che a questo sentimento avete dato ascolto così
ciecamente da obbliare per esso ogni altro criterio. Guardate,
Sant'Angelo: io non vi obbietterò che voi vi siete esagerata la vostra
posizione e che le virtù vostre dovrebbero bastare per assicurarvi
l'affetto di qualunque donna voi voleste eleggervi a compagna; so che
non dareste alle mie parole altro valore che quello d'un vieto conforto.
Però rispondetemi: che cosa avete fatto voi finora per sapere quello che
forse sta celato nel cuore di Loreta? Chi vi dice che questa donna, che
ha per la vostra famiglia sì forti argomenti di gratitudine; non abbia
concepito per voi tanta affezione, che le sia di dolore il dovervi
abbandonare? Infine, dinanzi alla necessità imperiosa, che il suo onore
le detta, di lasciare la vostra famiglia ospitale, di tornare alle lotte
di una vita dura ed incerta, pari a quelle che essa ha già una volta
sostenute, che avete fatto voi per offrirle un conforto, per salvarla da
una sciagura, per darle forse quella pace, cui essa nel suo cuore
anela?... No, Sant'Angelo, voi non avete ascoltato che la voce esagerata
de' vostri scrupoli: voi vi siete piegato alle esigenze de' cattivi
senza nulla tentare perchè essi sieno vinti e perchè voi siate
felice.... Chiedere a Loreta una spiegazione esplicita, chiara,
confidente, come si può farla ad un amico, come si deve farla ad un
fratello: ecco il vostro dovere: ecco quello che almeno a me pare che
sia il vostro dovere....
--Ma poi, Prè Letterio.... poi?
--Poi, quando aveste la certezza che Loreta non vi ama, ch'ella non
potrebbe essere felice con voi, ch'ella è pronta, per isfuggire ad una
situazione equivoca e non onorevole, a riaccettare una vita malsicura e
tempestosa.... converrà chinare il capo. Sarà triste il doverlo fare, ma
almeno vi sarete tolto il dubbio di non aver accettato con colpevole
cecità un dolore, che la malvagità degli uomini e la forza delle
circostanze vi hanno procurato! Il professore era rimasto ad ascoltare
queste parole--che il vecchio aveva pronunciato con un tranquillo
accento di persuasione--senza nulla opporre, con gli occhi lucenti,
tormentandosi colla mano convulsa la lunga barba canuta.
Quando quegli ebbe finito si sforzò indarno, nella piena dell'emozione,
a cercare una frase che valesse a manifestare ciò che si passava dentro
al suo cuore:
--Amico mio! amico mio!
Non disse che questo ed alzandosi di scatto gittò le braccia intorno al
collo del vecchio e lo baciò con effusione.
--Coraggio, via, Sant'Angelo!--disse l'altro sempre sereno.--Un giorno
che vostra madre, côlta già dal presentimento della sua fine, mi parlò
della possibilità che voi e Loreta aveste ad unirvi per sempre, io le
risposi che, se questo sarà il volere di Dio, il suo sogno si sarebbe
avverato. E le dissi ancora, che la Provvidenza non abbandona mai i
buoni. Che altro volete ch'io dica oggi a voi? La mia povera scienza si
arresta qui.... Ma è quella, vedete, che basta per condurre al vero!
Coraggio, Sant'Angelo, coraggio!