Passato quel momento di espansione, del quale entrambi avevano sentita
per diverse ragioni la grande dolcezza, si sarebbe detto che Loreta e il
Sant'Angelo si fossero tacitamente accordati per evitare tutto ciò che
ne avesse potuto richiamare il ricordo.
La loro vita in casa continuò nel suo consueto uniforme andamento. E
unicamente a certi momenti, quando si trovavano soli, l'uno di fronte
all'altra, pareva che un grande imbarazzo sorgesse improvviso a
paralizzare la loro parola.
Secondo un'inveterata consuetudine, che il professore aveva seguito fin
là costantemente, ogni anno, da quando le sere principiavano a farsi
tiepide sino a tardissimo autunno, soleva egli indugiarsi, dopo la cena,
fumando tranquillamente, per un paio d'ore dinanzi al portone della
casa, in una specie di spianata, dove si collocavano alcuni rustici
sedili e d'onde lo sguardo spaziava ampiamente sulla pianura.
Colà, in altri tempi, si facevano le lunghe chiacchierate con qualche
ospite amico; colà, nella grande quiete notturna, che suadeva ai
giocondi familiari colloqui, egli soleva trovare il più caro ristoro
alla sua mente affaticata.
La primavera tornò quell'anno; già i campi erano in piena rifioritura e
il maggio imminente, arriso da un costante sereno, invitava con le sue
sere placide all'aria aperta. L'ortolano aveva avuto premura che fossero
rinnovate intorno alla spianata certe ricche spalliere di amorini, che
un dì formavano l'orgoglio della signora Sant'Angelo; e il piccolo
Agnul, secondo l'antico uso, disponeva già ogni giorno, subito dopo il
tramonto, ai posti consueti, le vecchie sedie di legno, che al
principiare della buona stagione egli aveva ridipinto con una bella mano
di color verde com'era ogni anno sua gelosa cura particolare.
Ma quella primavera, con molta meraviglia della Vige e non piccola
mortificazione del diligente ragazzo, il professore non scese neppure
una volta al luogo favorito. Terminato appena di cenare, accendeva il
sigaro e seguito da _Prè Zuan_, il fido cane di casa, se ne andava a
fare qualche lunga passeggiata scegliendo di solito le strade meno
battute ed evitando di attraversare i luoghi più popolosi. Loreta
intanto attendeva ai lavori, e, solo quando questi erano compiti, esciva
un po' dinanzi al portone, trattenendosi a respirare l'aria refrigerante
della sera.
Ma ritiravasi presto; quasi sempre prima che il professore fosse
rientrato.
Di ciò pareva ch'ella facesse uno studio particolare. Anzi non era
sfuggito neppure all'ingenuità dell'ottima Vige come la signorina alcune
volte in cui il professore ritornava per caso prima del solito,
s'affrettava vivamente a ritirarsi, non appena il passo di lui si
facesse distinto su per lo stradone o quando per i campi s'udiva
abbaiare il vecchio _Prè Zuan_, lieto di quelle libere scorrazzate in
mezzo al verde.
Di questo s'era accorto lo stesso Sant'Angelo e tale osservazione non
aveva fatto che accrescergli quel profondo e molesto turbamento, del
quale, ad onta di tutti i suoi sforzi, non riusciva ad ottenere
vittoria.
Assai spesso, nelle sue ore solitarie, egli si sentiva costretto a
domandarsi il perchè dello strano mutamento operatosi in lui. Non si
riconosceva più: la sua forza, l'amore del lavoro, la calma dello
spirito gli parevano irreparabilmente svaniti; persino il pensiero
triste, che prima dominava costante nel suo cervello, il pensiero della
madre che aveva perduto, ora non tornava più così assiduo e doloroso.
Era in lui un'inesplicabile inquietudine, un desiderio insistente di
stancarsi, una malìa acuta e crucciosa, che talora gli accendeva le
guance smorte di un foco improvviso ed altre volte gli velava
repentinamente gli occhi di pianto.
Contro questo stato d'animo il Sant'Angelo volle reagire. Virilmente
volle, e quasi disdegnando di confessare a sè stesso quello che dentro
gli ferveva, cercò di porre un freno al male, che comprendeva farsi ogni
giorno più veemente e più tenace.
Per riuscire in questo cimento, ch'egli sentiva a sè imposto dalla voce
della ragione, procurò di concentrare tutti i suoi pensieri nella fredda
realtà della propria vita, perchè da quella essi avessero ritegno ad
ogni vano e sconsigliato volo. Indugiandosi talora dinanzi allo
specchio, che colle sue abitudini di semplicità aveva sempre considerato
inutile ornamento della propria camera, ostinavasi a fissare con una
certa amarezza il suo volto avvizzito, il fronte calvo già solcato di
rughe, gli occhi deboli e affaticati, la barba cresciuta incolta e
pressochè interamente bianca. Si ricordava in quei momenti gli scherzi
che con sua madre egli aveva fatto tanto spesso sulla propria
vecchiezza. Lei non voleva udire, protestava che quelle erano
declamazioni per farla andare in collera. Povera e buona madre, che
aveva sempre veduto ogni cosa con gli occhi dell'affetto! No, egli non
voleva e non doveva avere di queste illusioni: sarebbe stata debolezza
indegna d'un uomo assennato. E dicevasi che la coscienza di sè, per
quanto possa riuscire spiacevole e dura, è sempre il dovere del prudente
ed è la salvaguardia più forte contro i disinganni.
Il Sant'Angelo di queste sue conclusioni provava un orgoglio, come d'un
trionfo che l'animo suo avesse conseguito sopra una misera tentazione
della vanità. E tacitamente egli faceva a sè stesso promessa di non
lasciarsi rimuovere da siffatti pensieri, sotto il governo de' quali
vedeva assicurata durevolmente la sua dignità e la sua pace.
Ma per quanto egli tentasse d'illudersi sulla saldezza di tali
proponimenti, le sconfitte della sua volontà si venivano moltiplicando
giorno per giorno.
A quale fascino obbediva egli mai per nascondersi ora, ogni sera, nelle
ombre della campagna, e spiare di là, lungamente, al lume incerto delle
stelle, se una nota figura apparisse lassù, tra le spalliere de'
gelsomini, al memore posto, ov'egli nel suo tempo felice aveva passato
tante ore tranquille?
Per queste improvvise debolezze, delle quali avrebbe voluto cacciare da
sè ogni ricordo, egli era assalito poi da un rammarico crudele. Così una
notte egli pianse di rabbia per aver baciato furtivamente, cento volte,
una sciarpa di velo ch'egli aveva trovato, dimenticata da Loreta, sopra
uno de' banchi rustici dinanzi alla casa, quand'egli era rientrato.
Aveva compiuto quell'atto gentile, per potente stimolo dell'anima, col
corpo scosso da un fremito delizioso, dopo essersi guardato intorno
timorosamente, come fosse stato per commettere un'azione colpevole.... E
passato appena quell'istante di obblio, allorchè fu solo nel
raccoglimento delle sue stanze e ripensò a' propositi fatti, ne ebbe
vergogna e dolore.
Delle segrete battaglie, che lo turbavano così, il Sant'Angelo non cercò
e non volle confidenti. Anzi, la ferma convinzione che nessuno avesse
potuto leggergli nell'animo, gli era argomento di vivo conforto.
Senonchè, anche per tale riguardo trovavasi in errore. Per quanto egli
vivesse isolato, sfuggendo le compagnie, l'occhio vigile de' disoccupati
era intento abbastanza sopra di lui, perchè egli potesse andar salvo dai
commenti della malignità. Il mutamento tanto radicale nelle sue
abitudini, delle quali tutti lo sapevano schiavo, la sua taciturnità
quasi scontrosa anche verso coloro che in altri tempi aveva
particolarmente diletti, dovevano di necessità svegliare l'altrui
attenzione. E se da un lato quest'attenzione nasceva unicamente da
naturale curiosità, non mancava neppure chi con intento nemico vi
infondesse nuovo alimento, ricorrendo pure alle più basse e volgari
insinuazioni.
Il Sant'Angelo, così amato in tutto il paese, vi aveva anche de' nemici,
pochi di numero, ma fieri e giurati: gente divisa da lui da questioni di
partito o che, per atti da lui disapprovati, aveva sempre tenuto da sè
lontana con freddezza e riserbo. In mezzo a costoro, più fiero di tutti,
col lievito di un vecchio rancore, che non aveva peranco potuto trovar
sfogo, don Giovanni Morganti, il prete-archeologo di Collalto.
Dell'essere rimasto soccombente nella memorabile e puntigliosa lite
sostenuta contro il professore, il Morganti non tanto si risentiva
ancora, quanto dell'atto di dileggio che quegli aveva voluto fargli col
famoso battesimo del Terranova: origine di spassi clamorosi, che
tuttavia, dopo tanti anni, si rinnovavano ancora a sue spese. Il vecchio
non sapeva mettersi in pace: un odio sordo s'alimentava di continuo in
lui contro quello "spregiudicato usurpatore" ed era odio così
implacabile che se solamente il professore passava per caso dinanzi alla
trattoria di Tricesimo, dove il Morganti soleva bere la sua tazza di
birra facendo con gli amici la partita a tresette, il suo viso diventava
scarlatto e la vista gli si annebbiava da non distinguere più le carte
che aveva tra mano.
Le voci corse in paese sull'"innamoramento" del professore giunsero
assai propizie al prete di Collalto, che subito vi scorse un mezzo più
che favorevole per soccorrerlo ne' suoi non confessati, ma fermi
propositi di vendetta.
Approfittando delle narrazioni che molti facevano durante le lunghe
chiacchierate all'osteria, fra una partita e l'altra, sul cupo umore e
sulla ciera rannuvolata, che il Sant'Angelo aveva costantemente, lo
scaltro prete fu quegli che iniziò i commenti maliziosi. Con arte
gesuitesca, fingendo prima una certa titubanza ad ammettere "benchè si
trattasse di quel bel figuro" che un uomo come lui, non certo privo di
senno, potesse alla sua età lasciarsi invescare così puerilmente nei
lacci dell'amore, metteva poi, con molto lusso di parole, in evidenza il
ridicolo che da ciò doveva necessariamente ricadere sulle sue spalle.
Quindi, senza darsene l'aria e coordinando le ciarle vaghe, che or l'uno
or l'altro riferiva, venne a poco a poco mettendo insieme una completa
storiella, secondo la quale il professore Sant'Angelo era oramai ridotto
alla parte di un povero zimbello, che la _forastiera_ si divertiva a
muovere a suo talento, dopo avergli fatta perdere la testa ed essersi
impadronita di ogni potere in casa.
--Non sarà vero forse!--concludeva il vecchio ipocrita intrecciando le
sue grasse mani di fannullone sull'ampio torace.--Ma intanto prima d'ora
non s'era parlato mai ne' nostri paesi d'una simile tresca! Ah! questi
liberaloni, questi liberaloni!...
Sciolto così il volo alle dicerie maligne, esse divulgaronsi
rapidamente, e, come sempre, nel divulgarsi crebbero di intensità e
d'acrimonia.
Si suol dire che al male facilmente si crede. In tesi generale è vero.
Ma non manca, per onore degli uomini, anche chi, dinanzi all'aperta
cattiveria altrui, protesti e si ribelli.
Il degno don Morganti trovò alle sue manovre insidiose sostenitori
conniventi ed inconsapevoli complici; ma trovò anche chi gli oppose non
solo confutazioni piene di convinzione, ma anche calde e vivaci
rimostranze.
Fra questi ultimi fu il conte Leonardo Mangilli, che con tutta la sua
ruvidezza, per la quale molti nel paese lo chiamavano semplicemente il
_conte orso_, non era tipo da lasciar passare senza sdegno e senza
difesa gli attacchi vilmente diretti alle spalle di persona, ch'egli
stimasse degna di rispetto e di considerazione.
Il prete, che vedeva cadere con sì grande facilità nei suoi tranelli
tanti semplicioni, i quali poi divenivano ciechi strumenti delle sue
bieche arti, ingannato dalla rudezza del Mangilli, da lui interpretata
come inclemenza d'animo, aveva sulle prime creduto d'aver trovato in
quello, un nuovo e facile alleato. L'altro l'aveva lasciato dire. Per
sapere ogni cosa sino al fondo, gli diè anzi animo a continuare; ma
quando ebbe appreso fin dove si spingesse la perversità del suo
interlocutore, gli fe' morire bruscamente sul labbro la parola.
--Potrà essere che il Sant'Angelo come tutti gli uomini al mondo
commetta delle corbellerie. È cosa che accade ogni giorno e ne
accadranno di simili in ogni tempo. Ma voler gittare su lui e sopra una
povera e indifesa donna il fango a questo modo, è opera codarda e degna
solo di gente cattiva!
A cotesta sfuriata il prete, rosso come un gallo, si sottrasse con mille
assicurazioni di essere stato malinteso. "Eran cose che gli altri--tutti
gli altri--dicevano: non lui, che anzi ci credeva pochissimo!" Ma il
conte tagliò corto al discorso, mostrandosi profondamente nauseato di
quelle malignità.--"L'orso ha mostrato i denti!" dissero in
quell'occasione gli avventori del _Caffè della Posta_ a Tricesimo, dove
la scena era avvenuta.
E il Mangilli infatti aveva dovuto far violenza a sè stesso per non dar
fuori in più aspre invettive. Che nello schiudere con tanta generosità
le porte della sua casa alla cugina il professore si fosse tirato sul
capo molti pericoli, egli aveva sempre creduto. In que' giorni, mentre
gli altri lodavano in coro la _buona azione_, egli solo, contro tutti,
aveva fatto le proprie riserve, con la sua rude ingenita franchezza. Ma
ora, anche se i fatti venivano a dargli ragione, non poteva lasciar
vilipendere a quel modo un fiore di galantuomo, com'era il Sant'Angelo,
nè adattavasi a tollerare che la cattiveria altrui fosse lasciata
proseguire, senza repressione, nelle sue velenose ed esagerate
insinuazioni.
Col suo concetto dell'amicizia, reciso e franco, gli parve dovere
d'aprire gli occhi al Sant'Angelo; e, senza dissimularsi la difficoltà
del suo compito, si propose di parlarne subito, senza reticenze, al
professore. Anche se la verità gli dovesse tornar discara, poco male: la
conoscenza del vero l'avrebbe messo in guardia. Ed a questo unicamente
egli tendeva.
Non parendogli adatto di recarsi a questo scopo speciale alla casa del
Sant'Angelo, ch'egli da qualche tempo più non frequentava, stimò miglior
consiglio cercare d'incontrarlo come per caso.
Nè questo gli riuscì difficile. Sapeva quali erano le passeggiate che
ora il professore preferiva; e una di quelle sere, messosi da quelle
parti, si avvenne in lui precisamente secondo il suo disegno.
Al primo incontrarsi parlarono di cose indifferenti, con quello scambio
di frasi usuali, che la circostanza suggeriva. Ma il conte Mangilli,
deciso, a non lasciarsi sfuggire l'occasione che aveva cercato, trovò il
modo di entrare difilato in argomento.
--Non vi si vede più, professore. Vi siete messo a fare propriamente
l'eremita. Che cosa vuol dire?
Il Sant'Angelo s'attaccò alle solite scuse: gli studi, l'umore cattivo,
la salute che non aveva più buona come una volta.
--Male, male, caro Mattia!--l'altro riprese.--Con questa vita di
solitudine vi avvelenate l'esistenza. Un uomo come voi, che era l'anima
delle brigate, che portava a tutti la consolazione e l'allegrezza! Che
abbiate avuto dei dolori, chi non lo sa! Non si perde, senza che sia uno
schianto per l'anima, una madre come la vostra. Ma anche il dolore ha un
limite. E fare come voi fate è torturarsi inutilmente!
--Che volete, caro conte _Nardin_, quando si hanno certi temperamenti
benedetti!
--Sì, capisco; i temperamenti voglion dire assai. Ma, corpo di mille
diavoli, quando si ha un po' di sangue nelle vene, si deve ben trovare
la maniera di vincersi!
E, passato il braccio sotto quello del Sant'Angelo:
--In confidenza, professor Mattia, non andate in collera se vi riferisco
quel che dicono in paese? Gente maligna, lingue sacrileghe, certo! ma
poichè di queste si deve sempre temere....
Il conte sentì come il braccio del Sant'Angelo ebbe un sussulto sotto il
suo.
--Che cosa dicono?--chiese forzandosi a che la voce non tradisse
l'emozione.
Il Mangilli, arrivato al punto cui egli mirava, non si tenne più e
ruvidamente, senza ambagi, spiattellò quanto s'era proposto di dire,
sino all'ultima sillaba, solo tacendo i nomi delle persone, onde aveva
saputo la cosa.
--Vi volli dir tutto,--egli concluse,--non perchè io lo creda; non
perchè, ove fosse vero, io ve ne terrei carico. Il mondo è mondo. Noi
diciamo con un nostro proverbio che _l'aghe rovine i puints e il vin il
çhav..._[1], ma più del vino rovina il capo l'amore. Disgrazie
queste.... possono capitare a ognuno.... anche a me, che sarebbe tutto
dire! Ma poichè ci va di mezzo col vostro nome il nome di una donna....
e che di questa si dicono le cose più tristi, sta bene che almeno voi
abbiate gli occhi aperti e vi sappiate regolare!
[Nota 1: "L'acqua rovina i ponti e il vino il capo."]
Mattia a quella narrazione restò tutto sconcertato. Le parole rudi del
conte, che senza mendicare perifrasi chiamavano le cose col loro vero
nome, gli avevano dapprima messo il fuoco alle guance e alla fronte. Il
comprendere che il suo segreto, ch'egli credeva da nessuno sospettato,
fosse stato già scoperto e fatto argomento di bassi commenti, gli recava
un profondo rammarico. Ma questo sentimento fu quasi cancellato al
pensiero che il nome di Loreta, di quella donna gentile e buona, ch'egli
adorava e stimava, fosse trascinato così nel dileggio con una diceria
codarda ed oltraggiosa.
--Chi? chi?--egli chiese a un tratto stringendo le pugna, con un
trasporto di collera, che contrastava in modo singolare colla sua indole
pacifica e mite.
--Chi?--rispose il conte, fermandosi per non dire il nome che il suo
sdegno di uomo onesto gli sospingeva al labbro.--Chi? Tutti e nessuno.
La rana che gracida nel pantano, ma il cui grido insistente, che viene
dall'ombra, tutti possono udire.... Per questo: occhi aperti, diffidenza
con tutti. Uomo avvisato mezzo salvato!