VII.

Erano passati quasi due mesi dalla morte della signora Chiara. Ma la

calma non era peranco rientrata nello spirito del professore. Indarno

aveva egli cercato di darsi con febbrile foga a nuovi lavori. Dopo breve

tempo si sentiva stanco. Ed a certi momenti, colto da un'improvvisa

sfiducia del proprio ingegno, provava dinanzi alle opere sue quel

profondo inesplicabile sgomento, che nelle ore dell'amarezza fa sembrare

misera illusione tutto ciò che poco prima, al raggio della felicità,

appariva circondato dagli incanti della gloria e della vittoria.

Quante sere, solo, chiuso nel suo studio, aveva lasciato sfuggirsi dalle

dita la penna, abbandonando il capo sul dorso della sua seggiola,

sopraffatto da un ardente bisogno di pensare al passato. Ed era sempre

la stessa lugubre apparizione che lo tormentava: di un corteo funebre,

il quale, sotto un freddo cielo d'ottobre, s'avviava frettoloso giù per

la lunga strada fangosa, mentre l'aria umida della sera faceva oscillare

le fiamme gialle de ceri e sperdeva le preghiere de' preti e de'

contadini. Egli si vedeva ancor là, su quella fossa aperta, dove gli

pareva che stessero per seppellire ogni suo affetto. E per quanto

facesse, non sapeva liberare il suo cuore da quel senso di gelida

mestizia onde fu vinto nel rientrare poi nella sua vecchia casa, priva

ormai dell'angelo buono che gliela rendeva così cara.

Il professore dopo quella disgrazia aveva provato quasi una voluttà nel

cercare la solitudine. Si alzava all'alba ed entrava nel suo studio,

uscendone di rado, pregando perfino talvolta Loreta che gli facesse

recare il pranzo colà. Verso il tramonto andava a fare una passeggiata

in mezzo ai campi, evitando di passare per i villaggi, salutando appena

i conoscenti in cui s'avveniva. Poi rientrava, mandava giù un boccone

svogliatamente e si ritirava nelle sue camere.

Gli amici di Tricesimo, che sulle prime eran venuti replicate volte a

prendere sue notizie, a poco a poco, dinanzi al contegno freddissimo del

professore, avevan cessato dalle visite, convinti di riuscirgli molesti.

Taluno di essi non mancò neppure di aversene a male, e tra questi

specialmente il conte Leonardo Mangilli, che s'arrabbiava di veder

riuscire inutili sull'animo dell'amico tutti i conforti ch'egli

procurava di recargli con i suoi predicozzi altisonanti di uomo

spregiudicato.

Tolto a' suoi studî, il professore non aveva la testa a nulla. Degli

interessi di casa non s'occupava punto: di tutto quanto riguardava

l'azienda economica de' suoi poderi, non voleva udire a parlare. Quando

i coloni venivano o per pagare gli affitti o per ricevere qualche

disposizione, e la Vige, piena di titubanza, recavasi a bussare alla

porta dello studio per avvertirne il padrone, questi si sentiva

profondamente contrariato, e talora lasciavasi andare a vive parole

d'impazienza.

La Vige tutta intimorita scusavasi del suo meglio: non sapeva come fare,

vi era forzata.

Allora il professore si levava, e ponendo la mano sulla spalla della

fedele domestica:

--Abbiate pazienza se sono così!--diceva.--Che volete? Penso sempre a

quella poveretta. Faceva lei tutto così bene: faceva lei tutto sempre.

Ora non c'è più!

Aveva nel dir così la voce ingroppata, e alla Vige, ohe adorava la

vecchia padrona, si riempivano pure gli occhi di pianto.

--Pregate la signorina, che vegga lei...--concludeva il professore.

E la serva usciva quanto più presto poteva per celare la sua commozione.

Così, adesso avveniva sempre. In casa, Loreta era tutto. Come obbedendo

alla forza delle circostanze, e senza mai mostrare di accorgersi dei

servigi ch'ella rendeva, s'era assunta tacitamente tutti gli uffici ai

quali altra volta attendeva di persona la signora Chiara. Al professore

evitava di parlare di qualsifosse interesse, a meno di non esservi

costretta da qualche imprescindibile necessità. E solo alla fine di

ciascun mese gli faceva trovare sulla scrivania, tutti raccolti in un

fascio, i conti ed i registri, sui quali egli gittava appena e per pura

forma un fuggevole sguardo.

Fu un giorno, ch'ella veniva appunto a riprendere alcuni di cotesti

conti--otto o dieci mesi dopo la morte della signora--ch'egli per la

prima volta la trattenne presso di sè più lungamente:

--Loreta, è assai bello e gentile tutto quello che voi avete fatto e

fate per la mia casa. Voi dovete compatirmi se io non vi dico mai nulla

della mia gratitudine. Se sapeste però quante volte ci penso! e come

vorrei trovare il modo per esprimervi quanto si passa nel mio cuore....

Ella, udendo quelle parole, s'era fatta un po' rossa in viso; con

manifesto imbarazzo, girando fra le mani il fascio delle carte, mormorò

qualche frase evasiva e subito fece l'atto di andarsene.

Ma il professore ne la impedì:

--No, Loreta, aspettate ancora un momento, non andate via così. Voglio

che voi mi assicuriate che non mi tenete carico se io apparisco talvolta

così chiuso in me stesso. Non è colpa mia se son fatto a questo modo. Vi

ricordate che anche la mamma me ne rimproverava sempre....

E prendendo con mano tremante una delle mani di lei:

--Mi perdonate, non è vero?--le dimandò.

--Mattia.... Io, io che debbo tutto a voi.... che cosa mai dovrei

perdonarvi?...

E ritirando la mano, senza aggiungere altro, uscì in fretta, con la

faccia invasa da un vivo rossore.

Quando l'uscio si chiuse dietro a lei, il professore tornò lentamente al

suo posto presso la scrivania e, trattosi dinanzi un grosso quaderno

tutto coperto di appunti e di note, parve accingersi a riprendere il

lavoro.

Ma dopo pochi momenti, sfogliate appena alcune pagine, egli raccolse il

capo fra le palme, meditabondo, cogli occhi assorti verso l'uscio dal

quale la giovane donna era partita.

Nè codesto poteva più dirsi per lui un fatto anormale.

Nella cupa freddezza della sua vita, in mezzo al fervore de' suoi lavori

e quando più grave gli pesava sull'animo la melanconia de' ricordi, era

sempre la figura serena di questa giovane povera e buona che gli si

elevava dinanzi come una mite visione riconfortante. In tutto ciò che lo

circondava, in tutta la sua casa, egli sentiva l'opera salutare di lei:

la sentiva costante, in cento minute e previdenti cure, disposte sempre

tacitamente, col sottile delicatissimo studio che l'intenzione non ne

trasparisse.

"Voi dovete compatirmi se io non vi dico mai nulla della mia

gratitudine. Se sapeste però quante volte ci penso!..." Mattia in queste

parole era stato veritiero. Avrebbe cercato invano di dire a Loreta

quale influenza benefica ella esercitasse sopra il suo cuore; sapeva il

proprio labbro impotente a trovare ed a pronunciare delle frasi che

corrispondessero a questo suo sentimento. Ma se il labbro taceva, non

restava muta l'anima sua. Il pensiero, che non s'era peranco tradotto in

un accento vivo, gli rinasceva ora con frequenza ognor più rapida, lo

riafferrava sempre più insistente temperandogli nelle ore tristi

l'acerbità de' suoi dolori e troncandogli anche sovente la lena al

lavoro.

Talvolta udendo il passo di lei, sommesso e lieve, nelle stanze vicine,

gli avveniva senza sapere il perchè di tendere l'orecchio, ascoltando

ansioso finchè il rumore si allontanava, sentendo un palpito accelerato

nel petto quando il passo pareva più prossimo all'uscio dello studio.

Altre volte gli avveniva di staccarsi, come colto da un'estrema

stanchezza, dalla sua scrivania e di approssimarsi alla finestra, d'onde

indugiavasi lungamente a guardar giù nel cortile, dove al solito posto,

sotto al porticato inghirlandato dai festoni dell'edera, la giovane

attendeva a qualche lavoro: ora tutta sola, seria e pensierosa col viso

bianco chinato sull'opera di cucito, ora scambiando qualche parola con

la Vige, che sempre laboriosa andava e veniva dall'uscio della sua

cucina al pozzo, ora col ragazzo Agnul, che accudiva alle proprie

incombenze dinanzi alla rimessa, ora infine coi coloni che giungevano a

recar le derrate od a prendere qualche comando.

I contadini l'amavano tutti per l'affabilità sua, per quella dolcezza

che aveva nella voce e nei lineamenti. Anche quand'era costretta per

l'interesse domestico di movere a taluno qualche rimprovero o di

mostrarsi insoddisfatta di qualche prestazione, trovava sempre per farlo

quella parola che, pur essendo severa, non irrita e persuadendo non

lascia traccia alcuna d'amarezza. Pietosa coi poveri, aveva ottenuto dal

professore il permesso di continuare in tutti quegli atti di

beneficenza, per i quali la signora Chiara aveva lasciato di sè memoria

così benedetta. E li compiva religiosamente, con una soddisfazione

intensa, facendosi un carico di rammentare a' suoi poverelli il nome

della loro antica benefattrice.

Così una volta il professore Mattìa provò una emozione ineffabile

potendo cogliere, inosservato, alcune parole con le quali la vecchia

Mariute, venuta a prendersi un fardelletto di biancheria, ringraziava la

giovane, usando le frasi ed i titoli che i contadini friulani hanno

sempre per i signori del loro paese:

--Siete buona anche voi, _contessina_: tanto, tanto, come la vecchia

_contessa_..., che Dio abbia in gloria!...

"Come la vecchia contessa!" Povera signora Chiara quanto rideva lei di

quell'epiteto nobiliare che tutti si ostinavano a darle secondo il

costume del paese; e come il professore ne rideva cordialmente egli

pure! Ma quel giorno non rise: le parole che la vecchia aveva

pronunciate lentamente, colla sua voce roca, gli vibrarono nel cuore

come una musica. Il ricordo delle virtù di sua madre, accoppiato così al

nome di Loreta, assunse per lui--anche sulle labbra di quella misera

donna, in cui pareva che la intelligenza non si risvegliasse che quando

provava qualche grande gioia--un particolare significato, rispondente a

pieno al pensiero che adesso più non lo abbandonava.

Di tutto ciò a Loreta non disse mai nulla. Ma ora--non più come una

volta--piacevasi della sua presenza, la cercava, procurava di creare

sempre qualche pretesto per prolungarne la durata. I discorsi si

aggiravano per lo più su argomenti futili, sulle faccenduole domestiche;

e il professore, che aveva sempre mostrato una grande avversione a

preoccuparsi di tutto ciò che si riferiva agli oggotti dell'economia,

ora sembrava trovasse il massimo interosse per tutte le cose onde Loreta

sentivasi in debito di venirlo ad informare. Ascoltandola si distraeva,

rimanendo talora come attonito in una muta contemplazione, imbarazzato

quando si accorgeva che le risposte, da lui date alla giovane,

corrispondevano assai male e spesso non corrispondevano affatto alle

domande che quella gli rivolgeva.

Una sola volta egli stette per tradire il pensiero che gli martellava

nel capo; una volta sola gli stette per fuggire dal labbro, aperta,

franca, una confessione: la dolce confessione, alla quale la ingenita

selvatiehezza, la ritrosìa a commettere un atto incompatibile con la sua

età e forse il timore di una repulsa, facevano nel suo spirito un argine

potente.

E fu alcuni mesi appresso, nell'anniversario della morte della signora

Chiara.

In quel giorno--con l'ingenua pietà filiale, che era stata la religione

sola della sua vita e ch'egli aveva conservata, forte e caro retaggio,

mentre la testa gli si incanutiva e tante illusioni s'eran svanite

intorno a lui,--in quel memore giorno egli era entrato dopo lunghissimo

tempo nella camera ove la signora era morta e nella quale, per una mesta

affettuosa superstizione, aveva voluto fosse mantenuta ogni cosa al suo

posto.

Confinato per intere giornate nel suo studio, presso il quale aveva ora

anche la sua stanza di riposo, egli saliva di raro assai nelle camere

superiori; ed in quella già abitata da sua madre raramente egli metteva

il piede, sentendo riaccendersi troppo vivo il proprio dolore tra quelle

pareti dove tutto gli parlava di lei, dove tutto gli diceva con nuove

lancinanti parole, quanto tesoro di bontà e di affetti egli avesse

perduto.

Quel giorno egli vi entrò di buonissima mattina, uscito appena dalle sue

stanze, volendo compiere quest'atto gentile di pietà quasi di soppiatto,

con quel riserbo soave, onde i veri dolori sentono spesso la voluttà di

circondarsi. La mattina era limpida. Sulle ampie invetriate del

corridoio, ch'egli attraversava a passo frettoloso, il chiarore

dell'alba pioveva come una luce d'oro. Intorno per le campagne tutto

ancora taceva: solo tra le pergole dell'orto e negli alberi alti intorno

alla casa era un sommesso gorgheggio di uccelletti: il saluto festoso al

bel sole che rinasceva.

Il professore Mattia giunto all'uscio di quella camera, dove una volta

ogni mattina egli soleva venire come un ragazzo a prendere il bacio, il

caro bacio della sua santa vecchietta, si arrestò un momento con uno

stringimento al cuore. Poi girata lentamente la maniglia, dischiuse

pianamente l'imposta, come avesse temuto di risvegliare una persona

dormente.

Ma ristette perplesso dinanzi alla visione che gli apparve.

Genuflessa sull'inginocchiatoio di noce nero, dove sua madre era

abituata a dire le proprie orazioni, una donna stava assorta a pregare.

Sotto il quadretto sacro--una vecchia litografia ingiallita, che era una

memoria di famiglia,--due grossi fasci di rose eran posati: rose grandi,

gialle, dalla fragranza delicata, che la povera signora Chiara aveva

particolarmente amato.

Al rumore del passo la donna balzò in piedi volgendosi come atterrita.

--Loreta!--mormorò il professore, avanzandosi lentamente, con gli occhi

lucenti.

Ella lo guardò, senza poter dire una parola, colle guance fatte

vermiglie, restando immobile al suo posto.

La stanza ora era inondata di luce. Dalle finestre spalancate l'aria

mattinale entrava con una fragranza balsamica di campagna. Le tende un

po' ingiallite del vecchio letto in fondo all'alcova si agitavano

lievemente.

Dall'alto della parete il volto placido di Giovanni Sant'Angelo pareva

sorridere con melanconia nella sua cornice d'oro.

--Loreta, quanto siete buona!--disse il professore con la voce che gli

tremava.--Quanto è bello tutto ciò che voi sapete fare! E come sento di

volervi bene per la vostra bontà!

E rapidamente, come per un impulso naturale e castissimo, si portò la

mano di lei alle labbra, posandovi un bacio con tenerezza infinita.

Il peccato di Loreta · 第 14 / 27 题