Capitolo Ventesimoterzo

Albeggiava. Qua e là tremolavano, come smarrite nell'azzurro del

cielo, le ultime stelle; non si vedeva un sol nuvoletto, e dietro a'

monti più lontani andava dilatandosi a poco a poco quel casto lume del

mattino che colora, mentre sorge a diradarli, i vapori dell'atmosfera:

non è la gioja del sole, ma n'è il primo sorriso. L'aria tranquilla

cominciava appena a sentire il freschissimo respiro delle montagne; e

a grado a grado, quella parte di cielo, già candida e trasparente,

tingevasi di vermiglio; lo splendido cerchio s'ingrandiva,

trasmutandosi in oro i vapori che attraversavano l'oriente; di luce in

luce il sereno, diventando più leggiero, pareva come allontanarsi;

finchè un punto di fuoco uscì sull'orizzonte. Le opposte cime

dell'Alpi, vestite ancora di neve, si fecero tutte di roseo colore,

poi il verde de' vasti alberi sorgenti sull'alture più vicine

ravvivavasi; l'allegra luce calava pei dossi erbosi; tutta la valle

salutava la primavera.

Un giovine contemplava da un'alta riva, appoggiato a una rovere ancor

brulla e quasi morta, quel bellissimo mattino. Da una parte, a poca

distanza, vedeva spiccar tra il verde una cinquantina di case in lunga

linea; un po' discosta la chiesa, e da quella dilungarsi le vie del

monte e della valle: dall'altra parte, al piè dell'altura, era lo

specchio d'un picciol lago, formato da' fiumicelli della montagna;

dietro a quello, sopra la falda, verdeggiar per lungo tratto una bruna

selva di pini, la cui malinconica tinta faceva campeggiar di più le

ferrigne creste de' monti all'intorno, e le bianche casuccie del

paesello. La valle s'allargava un poco verso levante, e il primo sole

l'innondava con un torrente di luce: allora le acque del laghetto,

prima nascoste da una striscia di nebbia, scintillavano de' vivi

colori dell'iride; e da ponente spuntavano nell'ultima lontananza,

ancora sotto un velo d'argento, le vette gigantesche del monte Rosa.

Quel villaggio è situato in un angolo remoto e tranquillo della nostra

Lombardia, e quasi nel centro d'una delle più amene e pittoresche

vallate che dal primo cerchio dell'Alpi s'aprono poco sopra di Varese,

distendendosi fino alle solitarie rive del lago di Lugano. È una

contrada poco conosciuta, poco visitata dai forestieri, usi a correre

imperterriti l'infilzatura delle impressioni consacrate nelle loro

Guide, cosicchè par quasi ne vengano a riscontrar se quel che c'è di

bello nella povera Italia sia ancora a luogo. Il paese è consolato

d'acque sorgenti e d'ombre antiche, sparso di poche e distanti

terricciuole; poichè il terreno restìo e i comuni scarsi di censo

conservano agli abitatori una povera indipendenza da' loro fratelli

del piano.

In una di quelle terre, da circa sei mesi, erasi condotta a vivere la

famiglia della Teresa. Alle buone intenzioni dell'abate Teodoro aveva

sorriso la fortuna: egli era stato veramente un padre per i nostri

amici. Per lui l'abate Celso finalmente potè togliersi di dosso la

tremenda protezione del padre Apollinare, il quale, stimando venuto il

momento, aveva cominciato a parlare aperto col giovine, esortandolo a

rompere ogni legame del secolo, e ad entrare in una casa religiosa del

suo ordine in altro paese. Don Teodoro seriamente interrogò l'abate

sulla sua vocazione, e ben s'accorse che s'egli non aveva osato

resistere fin allora a' consigli del padre Apollinare, fu solo per

naturale timidità dell'animo. Pensò dunque sottrarlo alla sua

influenza; e lo potè, malgrado le opposizioni incontrate sulle prime,

dichiarando di portare la cosa dinanzi a persona a cui il Padre,

quantunque potente, doveva nondimeno inchinarsi. Di qui, una

guerricciuola sorda ma accanita, velenosa, di tutto il partito contro

il buon prete. Un piccolo beneficio assegnato a Celso finì quella

scaramuccia di politica da parlatorio: don Teodoro ottenne poi che

l'abate potesse compire nel Seminario lo studio teologico, durante

l'anno che ancor gli mancava, prima dì ricever l'ordine sacro.

Intanto, per pochi dì, l'abate era venuto nel villaggio presso la sua

famiglia.

In que' contorni, anche Rocco aveva potuto, comperando un bel

poderetto, impiegare onestamente il capitale della ricchezza che don

Teodoro avevagli procacciata. Governato con buona economia, quel

piccolo tenimento doveva fruttare a tutta la famiglia di che vivere

con agio bastante; comechè Rocco ormai si considerasse come uno de'

figliuoli della Teresa, e volesse spartir con loro quel ben di Dio che

gli era toccato. A stento però Damiano s'adattava al partito di far

casa insieme: bisognò che prima don Teodoro gli confidasse con gran

segretezza un suo pensiero, perchè egli si togliesse dalla sua

ostinata ripulsa. In fine, non ebbe più ragioni da opporre, quando don

Teodoro istesso, venuto apposta da Milano per fare una visita al

vecchio curato del paese e a' suoi nuovi amici, lo chiamò a parte e

gli mise in mano un foglio della Deputazione comunale che lo aveva

nominato maestro di scuola, con duecentotrenta lire all'anno,

provvisoriamente però, intanto che potesse avere la patente di maestro

stabile. L'oscura ma più certa e onesta via che gli s'apriva, e il suo

dovere di figlio gli facevano un dovere di accettare; e quantunque in

cuor suo sentisse di non poter corrispondere come avrebbe voluto a

quella prova di confidenza, accettò.

La famiglia dimorava in una casuccia attigua al fondo del beneficio. A

breve tratto, un'altra piccola casa, più recente, più commoda,

guardava dalla lenta costiera sovra una bella estensione di prati, e

aveva a meriggio un vigneto ben soleggiato, a tramontana una falda di

bosco; in tutto un sessanta pertiche di terreno, ove l'occhio

riposavasi consolato dalla varia bellezza della campagna: era la

modesta possessione di Rocco. Ma la casetta era chiusa, e nuda

tuttavia d'ogni suppellettile; il nuovo padrone non aveva cuore di

staccarsi da coloro ch'erano la sua famiglia, il suo mondo. Faceva

vita con essi, mangiava all'umile loro desco, dormiva sopra un duro

stramazzo nella stanza del suo amico.

Il giovine che, quella mattina, stava a contemplare il nascer del

sole, era Damiano. Alcune stille di rugiada, cadendo sopra di lui

dalle nodose braccia dell'albero a cui s'appoggiava, non lo

riscotevano dalla sua muta contemplazione: la serenità del cielo, la

rinverginata bellezza della natura non bastavano a dissipar dal suo

volto la nube della malinconia. Da che egli si trovava in quel felice

asilo de' campi, era mutato del tutto: i suoi cari lo vedevano

dilungarsi solitario, camminar pensieroso in riva al piccol lago,

talvolta sfuggire persino la compagnia del solo amico del suo cuore,

del buon Rocco; il quale non sapeva imaginare donde nascesse in lui

una così strana e dolorosa selvatichezza di vita. Levato quasi sempre

un'ora prima dell'alba, saliva l'altipiano, donde poteva vedere per lo

lungo quasi tutta la valle; e là s'intratteneva bene spesso per molte

ore. Quando la campana del paesello sonava il segno della scuola, egli

scendeva per rendersi all'umida stanzaccia, ov'erano raccolti da

quindici a venti fanciulli, sparsi per le rozze panche, col sillabario

e lo scartafaccio fra mano, che mettevansi in subita soggezione;

comechè stessero più contegnosi dinanzi a lui che non al vecchio

curato. Parlava poco, nè davasi gran pensiero di quel che potessero da

lui imparare que' poveri figliuoli; poneva solo attenzione di non

mancare al rigor del dovere. Talvolta i fanciulli lo vedevano colle

gomita appoggiate sulla tavola star chino e pensoso lungo tempo,

sempre sulla stessa pagina, e qualche muta lagrima cadergli sul lacero

volume.

Quando, sul mezzodì, ricompariva a casa, la Stella era la prima che

sollecita e serena veniva a incontrarlo; e Rocco dall'orto vicino, ove

stava zappando o piantando, accorreva anch'esso a salutarlo con una

gagliarda stretta di mano. Celso pure in que' dì cercava di fargli

buona compagnia, e la mamma Teresa non badava a' fornelli della sua

cucina, per raccontargli cento piccole cose, e tenerlo su allegro. Ma

quelle testimonianze di tranquillo affetto, quella gioja schietta e

sempre uguale che dapprima, anche ne' suoi dì più avversi, aveva

sempre desiderate, ora non facevano che aumentargli la tristezza; e

quantunque egli si studiasse di vincer sè stesso, o almeno di

mostrarsi indifferente, capiva di non poter più provare in mezzo a'

suoi quella che pur avrebbe dovuto essere la sua parte di felicità. Al

rinnovarsi di tante affettuose dimostrazioni rispondeva con tenerezza

e soavità come più sapeva; ma dentro di sè sentiva un vuoto, e mille

diversi pensieri l'agitavano di continuo: era un tormento misterioso,

più grande di tutto il dolore sostenuto fino a quel giorno. Udiva

fratello e sorella, udiva la madre e l'amico discorrere con buona

speranza del tempo avvenire, benedire il cielo per la sorte che aveva

loro mandata, nè poteva dividere quella fiducia, quella contentezza;

passeggiava verso sera insieme a Rocco e a Stella, mentre Celso veniva

lor dietro sostenendo i passi della madre: essi, discorrendo delle

passate disavventure, si consolavano colla quieta presente fortuna;

egli invece sentiva quasi un'ira segreta, un'indicibile amarezza, la

coscienza d'essere inutile a sè medesimo, grave agli altri. Nè ancora

nessuno de' suoi aveva potuto leggergli nel profondo del cuore; e non

sapevano che pensarne, tanto più che l'udivano dir qualche volta:--Io

non ho più nulla a desiderare; la vostra felicità è la mia.

Così passava quasi tutti i giorni. Ma qual era la cagione di questo

dolore, che fatto indivisibile compagno della sua vita, lo consumava

segretamente?

Fino a quel dì non aveva egli stesso conosciuto il male segreto che

già logorava la sua giovinezza. Perduto dietro alle ardenti fantasie,

s'era abbandonato a quell'incerta aspettazione di un avvenire non

conosciuto che appagasse l'immenso desiderio del suo cuore. Il voto

della sua vita, non era più un sogno di gloria, era un sogno di

libertà; e come nella sua anima malinconica ma forte, vedeva cosa

naturale e giusta il sacrificio di sè stesso per ciò che sentiva dover

esser vero e santo, nulla gli sarebbe costato il morire. Ma quella

continua battaglia di pensieri contro ciò che vedeva succedere nel

mondo, e i patiti disinganni, e la necessità di nascondere, di

soffocare gl'impeti più generosi dell'animo, l'avevan prostrato in

breve tempo nella muta inerzia di chi non ha più nulla ad amare.

--A che m'ha condotto tutto quello che ho tentato e sperato fin

adesso?--pensava.--Quella magia della bellezza che m'aveva fatto

animoso, per cercarmi un nome fra gli uomini, si è dissipata; ho

scambiato la mia vanità per una sincera vocazione, ho creduto poter

uscire della folla; e il primo tentativo m'ha rincacciato giù

all'ultimo scalino. Pure, può essere stato per lo meglio. Adesso, mia

madre potrà chiudere in pace i suoi giorni, mia sorella sarà felice

lei pure, certo più felice di me.... Essa un giorno riusciva a

leggermi nel cuore dubbj e speranze.... Ora, tutto è mutato. Quello

che mi tormenta, essi non possono comprendere cosa sia; almeno vivano

in pace; qui, la mia parte, io l'ho finita.... Ne ho veduti tanti con

me patire e tacere! ho creduto poterli chiamar fratelli, almeno nella

disgrazia!... E l'ardente sentimento che mi fa amare questo cielo così

bello, questa terra dov'io son nato, dev'essere dunque inutile? Non è

Dio che me l'ha dato questo affetto?... Ma perchè l'odio, l'ambizione,

la vendetta potranno essere soddisfatte, e non lo può essere

l'amore?.... La fatica, il bisogno di lavorare per vivere mi davano

almeno di poter dimenticare questa speranza! Ora non è più così; ora è

il pensare che mi tormenta. Eccomi qui solo, disoccupato, buono a

nulla nè per me nè per gli altri; e ciò ch'io sento nell'anima, oggi

mi pare una luce del cielo, domani mi parrà un delirio!.... Oh quando

potrò dentro di me ritrovare la forza per vincere questa viltà che mi

fa aver compassione di me stesso?.... No, io non voglio morir così.

Questi solitarii vaneggiamenti di Damiano eran fatti più affannosi,

più amari dalle assidue letture d'alcuni libricciuoli che gli tenevano

compagnia nelle lunghe passeggiate; in quella lettura egli soleva

sprofondarsi sì fattamente, che le ore gli fuggivano come istanti,

dimenticava la scuola e la casa, e qualche volta il suo dolore e sè

stesso.

Un giorno, dopo aver divorato, nel suo favorito passeggio sull'altura,

uno di que' piccoli volumi, s'era seduto sul muscoso terreno; e nuovi

pensieri, ma più certi, più ardenti, gli stavano nell'animo. Eran due

ore ch'egli leggeva e pensava; nè altre parole in quel suo meditare

gli fuggivano di bocca, che queste:--Almeno non sarà inutile la mia

morte, come la mia vita!--In quella, intese venire alcuno alla sua

volta, Vedendo Rocco che saliva il sentiero del bosco, nascose il

libro, s'alzò confuso, turbato, e gli mosse incontro.

--Damiano: gli disse l'amico giunto a pochi passi da lui: temeva non

ti fossi perduto giù per la selva; come ti succede qualche volta,

quando ci lasci senza dir nulla; ho voluto venire io stesso a

cercarti.... perchè tu sei mio fratello.... e io, sai? ho qualcosa a

dirti... qualcosa che non posso più tener nel cuore....

--So il tuo segreto, Rocco; lo so da un pezzo: rispose Damiano

sorridendo con mestizia: tu vuoi bene alla Stella, e pensi che se la

fosse tua....

--Come?... Tu dunque lo sai?

--Non solamente lo so; ma credo che la sia una benedizione del cielo

per lei, e per tutti noi. Il tuo cuore è così buono, così generoso....

E mia sorella, vedi, conosce la tua virtù, sebbene io non le abbia mai

detto nulla di te, nè della onesta tua speranza....

--Damiano! lo interruppe l'amico, con voce fatta tremante dalla

commozione: so che quell'angiolo del cielo non avrà forse mai avuto un

pensiero al mondo per un poveretto, come me. E io, forse, sarei morto

piuttosto che parlare, vedi.... Ma una parola, una sola parola....

--Che io aveva già letta nel suo cuore prima di te, da un pezzo....

--Oh se tu sapessi!.... Pochi dì fa, lunedì passato, sedevamo laggiù

sul ponte del mulino; tu non facevi attenzione a noi; e la mamma, come

al solito, se la spassava a darmi un po' sulla voce, chè, tu sai, la

mi tiene ancora uno strambo, e dice che voglio far sempre a mio modo,

e ch'è quasi un peccato mi sia piovuto dal cielo un po' di fortuna: lo

sai bene come è quella buona mamma! Io non trovava più cosa

rispondere; e Celso lasciava dire. Allora la Stella si mise dalla mia,

e disse così, proprio così:--Non lo sgridare, mamma; io gli voglio

bene--e divenne un po' rossa, e poi subito--quasi come a mio

fratello... Oh! non l'aveva mai detto, no, mai! E da quel momento mi

par d'essere in sogno, non so più quel che faccia o dica, e ho quasi

paura di diventar matto davvero. Ma, più ci penso e più sento che la è

un'idea impossibile, e che in fine mi toccherà d'andar via....

--Andar via? ma perchè?

--Sì, sì, Damiano: potrei star qui ancora, dopo averla sentita

dire..... che mi vuol bene.... quasi come a te?

--Ma non sei tu mio fratello?

--Sì, e non posso essere altro che tuo e suo fratello. Adesso, lo so

quel che prima non ho avuto coraggio nemanco d'imaginare....

--Bene, adesso....

--Mi tocca d'andar via, perchè non ho più cuore di guardarla, senza

pensare....

--Fatti animo, mio Rocco; ascolta pur l'inspirazione del tuo cuore.

Parlerò io alla Stella per te; e credi a me, ne ringrazierà il cielo.

--No, no, per carità, non dirle niente; o almeno, non adesso... Cosa

vuoi che ne faccia del bene ch'io le voglio, io gramo e brutto,

storpio d'una mano, senza famiglia, senza nome, solo al mondo?

--Come? rifiuti dunque casa nostra? Noi non siam più nulla per te?....

Oh Rocco! noi ti dobbiamo tutto; e per quanto avessimo a fare, sarebbe

ancor poco, in confronto di quello che tu hai fatto; e....

--Non dico che questo sia vero.... Ma come tu sei il mio amico, ti

voglio raccontar su tutto. Oh se tu li indovinassi i pensieri che mi

bollono in capo!... Via, è inutile, tutto è già come finito.... No,

no, non sono sincero con te; ho ancora un filo di speranza; e mi manca

il cuore di dirtelo....

--Sii buono, Rocco; non mi nasconder nulla. Il tuo pensare, lo so, è

giusto....

--Senti dunque; poi dammi un po' di ragione, o dimmi addirittura che

son matto. Ecco, cosa ho pensato di fare.... e se tu, sentito che mi

avrai, non mi dici di no.... Basta, sarà quel che sarà.

--Cosa vuoi fare? dillo....

--Andrò giù a Milano, oggi, di qui a poco; parlerò con don Teodoro, mi

metterò inginocchione a scongiurarlo che mi dica il nome di mio padre,

che mi faccia almeno conoscere quello di mia madre, perchè io non sia

più come un figliuolo di nessuno... Forse, a questo mondo, un po' di

giustizia e di compassione c'è ancora; e il povero abbandonato

ritroverà il compenso di tutto quello che ha sofferto.... Sì, Damiano,

dimmi anche tu se non è giusto ch'io conosca la mia famiglia, ch'io

ritrovi il mio nome! Allora tornerò qui; e se tu crederai che il poco

bene che posso spartir con voi sia bastante per metter su casa da

buona e onesta gente, andrò a parlare colla nostra mamma: Contentatevi

ch'io sia proprio il vostro figliuolo. E tu dirai alla Stella che

io.... che nessuno le potrebbe volere quel bene che le voglio io.

Detto questo, fece un gran sospiro, come gli fosse caduto un peso dal

cuore. Damiano che, nello strano ma pur dilicato intento dell'amico,

di voler avere un nome prima d'unir il suo al destino di Stella, aveva

veduto la grande e altera virtù del suo cuore, non potè stornarlo

dall'idea di quel viaggio alla città. Convennero dunque che non si

sarebbe fatto parola di nulla fino al suo ritorno: e Rocco, con la

scusa d'aver a riscuotere certo avanzo di capitale rimasto in mano di

don Teodoro, si mise in via, senza perder un'ora. Damiano lo lasciò

partire, persuaso già che egli e la Stella sarebbero stati alla fine

marito e moglie.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 59 / 64 题