Albeggiava. Qua e là tremolavano, come smarrite nell'azzurro del
cielo, le ultime stelle; non si vedeva un sol nuvoletto, e dietro a'
monti più lontani andava dilatandosi a poco a poco quel casto lume del
mattino che colora, mentre sorge a diradarli, i vapori dell'atmosfera:
non è la gioja del sole, ma n'è il primo sorriso. L'aria tranquilla
cominciava appena a sentire il freschissimo respiro delle montagne; e
a grado a grado, quella parte di cielo, già candida e trasparente,
tingevasi di vermiglio; lo splendido cerchio s'ingrandiva,
trasmutandosi in oro i vapori che attraversavano l'oriente; di luce in
luce il sereno, diventando più leggiero, pareva come allontanarsi;
finchè un punto di fuoco uscì sull'orizzonte. Le opposte cime
dell'Alpi, vestite ancora di neve, si fecero tutte di roseo colore,
poi il verde de' vasti alberi sorgenti sull'alture più vicine
ravvivavasi; l'allegra luce calava pei dossi erbosi; tutta la valle
salutava la primavera.
Un giovine contemplava da un'alta riva, appoggiato a una rovere ancor
brulla e quasi morta, quel bellissimo mattino. Da una parte, a poca
distanza, vedeva spiccar tra il verde una cinquantina di case in lunga
linea; un po' discosta la chiesa, e da quella dilungarsi le vie del
monte e della valle: dall'altra parte, al piè dell'altura, era lo
specchio d'un picciol lago, formato da' fiumicelli della montagna;
dietro a quello, sopra la falda, verdeggiar per lungo tratto una bruna
selva di pini, la cui malinconica tinta faceva campeggiar di più le
ferrigne creste de' monti all'intorno, e le bianche casuccie del
paesello. La valle s'allargava un poco verso levante, e il primo sole
l'innondava con un torrente di luce: allora le acque del laghetto,
prima nascoste da una striscia di nebbia, scintillavano de' vivi
colori dell'iride; e da ponente spuntavano nell'ultima lontananza,
ancora sotto un velo d'argento, le vette gigantesche del monte Rosa.
Quel villaggio è situato in un angolo remoto e tranquillo della nostra
Lombardia, e quasi nel centro d'una delle più amene e pittoresche
vallate che dal primo cerchio dell'Alpi s'aprono poco sopra di Varese,
distendendosi fino alle solitarie rive del lago di Lugano. È una
contrada poco conosciuta, poco visitata dai forestieri, usi a correre
imperterriti l'infilzatura delle impressioni consacrate nelle loro
Guide, cosicchè par quasi ne vengano a riscontrar se quel che c'è di
bello nella povera Italia sia ancora a luogo. Il paese è consolato
d'acque sorgenti e d'ombre antiche, sparso di poche e distanti
terricciuole; poichè il terreno restìo e i comuni scarsi di censo
conservano agli abitatori una povera indipendenza da' loro fratelli
del piano.
In una di quelle terre, da circa sei mesi, erasi condotta a vivere la
famiglia della Teresa. Alle buone intenzioni dell'abate Teodoro aveva
sorriso la fortuna: egli era stato veramente un padre per i nostri
amici. Per lui l'abate Celso finalmente potè togliersi di dosso la
tremenda protezione del padre Apollinare, il quale, stimando venuto il
momento, aveva cominciato a parlare aperto col giovine, esortandolo a
rompere ogni legame del secolo, e ad entrare in una casa religiosa del
suo ordine in altro paese. Don Teodoro seriamente interrogò l'abate
sulla sua vocazione, e ben s'accorse che s'egli non aveva osato
resistere fin allora a' consigli del padre Apollinare, fu solo per
naturale timidità dell'animo. Pensò dunque sottrarlo alla sua
influenza; e lo potè, malgrado le opposizioni incontrate sulle prime,
dichiarando di portare la cosa dinanzi a persona a cui il Padre,
quantunque potente, doveva nondimeno inchinarsi. Di qui, una
guerricciuola sorda ma accanita, velenosa, di tutto il partito contro
il buon prete. Un piccolo beneficio assegnato a Celso finì quella
scaramuccia di politica da parlatorio: don Teodoro ottenne poi che
l'abate potesse compire nel Seminario lo studio teologico, durante
l'anno che ancor gli mancava, prima dì ricever l'ordine sacro.
Intanto, per pochi dì, l'abate era venuto nel villaggio presso la sua
famiglia.
In que' contorni, anche Rocco aveva potuto, comperando un bel
poderetto, impiegare onestamente il capitale della ricchezza che don
Teodoro avevagli procacciata. Governato con buona economia, quel
piccolo tenimento doveva fruttare a tutta la famiglia di che vivere
con agio bastante; comechè Rocco ormai si considerasse come uno de'
figliuoli della Teresa, e volesse spartir con loro quel ben di Dio che
gli era toccato. A stento però Damiano s'adattava al partito di far
casa insieme: bisognò che prima don Teodoro gli confidasse con gran
segretezza un suo pensiero, perchè egli si togliesse dalla sua
ostinata ripulsa. In fine, non ebbe più ragioni da opporre, quando don
Teodoro istesso, venuto apposta da Milano per fare una visita al
vecchio curato del paese e a' suoi nuovi amici, lo chiamò a parte e
gli mise in mano un foglio della Deputazione comunale che lo aveva
nominato maestro di scuola, con duecentotrenta lire all'anno,
provvisoriamente però, intanto che potesse avere la patente di maestro
stabile. L'oscura ma più certa e onesta via che gli s'apriva, e il suo
dovere di figlio gli facevano un dovere di accettare; e quantunque in
cuor suo sentisse di non poter corrispondere come avrebbe voluto a
quella prova di confidenza, accettò.
La famiglia dimorava in una casuccia attigua al fondo del beneficio. A
breve tratto, un'altra piccola casa, più recente, più commoda,
guardava dalla lenta costiera sovra una bella estensione di prati, e
aveva a meriggio un vigneto ben soleggiato, a tramontana una falda di
bosco; in tutto un sessanta pertiche di terreno, ove l'occhio
riposavasi consolato dalla varia bellezza della campagna: era la
modesta possessione di Rocco. Ma la casetta era chiusa, e nuda
tuttavia d'ogni suppellettile; il nuovo padrone non aveva cuore di
staccarsi da coloro ch'erano la sua famiglia, il suo mondo. Faceva
vita con essi, mangiava all'umile loro desco, dormiva sopra un duro
stramazzo nella stanza del suo amico.
Il giovine che, quella mattina, stava a contemplare il nascer del
sole, era Damiano. Alcune stille di rugiada, cadendo sopra di lui
dalle nodose braccia dell'albero a cui s'appoggiava, non lo
riscotevano dalla sua muta contemplazione: la serenità del cielo, la
rinverginata bellezza della natura non bastavano a dissipar dal suo
volto la nube della malinconia. Da che egli si trovava in quel felice
asilo de' campi, era mutato del tutto: i suoi cari lo vedevano
dilungarsi solitario, camminar pensieroso in riva al piccol lago,
talvolta sfuggire persino la compagnia del solo amico del suo cuore,
del buon Rocco; il quale non sapeva imaginare donde nascesse in lui
una così strana e dolorosa selvatichezza di vita. Levato quasi sempre
un'ora prima dell'alba, saliva l'altipiano, donde poteva vedere per lo
lungo quasi tutta la valle; e là s'intratteneva bene spesso per molte
ore. Quando la campana del paesello sonava il segno della scuola, egli
scendeva per rendersi all'umida stanzaccia, ov'erano raccolti da
quindici a venti fanciulli, sparsi per le rozze panche, col sillabario
e lo scartafaccio fra mano, che mettevansi in subita soggezione;
comechè stessero più contegnosi dinanzi a lui che non al vecchio
curato. Parlava poco, nè davasi gran pensiero di quel che potessero da
lui imparare que' poveri figliuoli; poneva solo attenzione di non
mancare al rigor del dovere. Talvolta i fanciulli lo vedevano colle
gomita appoggiate sulla tavola star chino e pensoso lungo tempo,
sempre sulla stessa pagina, e qualche muta lagrima cadergli sul lacero
volume.
Quando, sul mezzodì, ricompariva a casa, la Stella era la prima che
sollecita e serena veniva a incontrarlo; e Rocco dall'orto vicino, ove
stava zappando o piantando, accorreva anch'esso a salutarlo con una
gagliarda stretta di mano. Celso pure in que' dì cercava di fargli
buona compagnia, e la mamma Teresa non badava a' fornelli della sua
cucina, per raccontargli cento piccole cose, e tenerlo su allegro. Ma
quelle testimonianze di tranquillo affetto, quella gioja schietta e
sempre uguale che dapprima, anche ne' suoi dì più avversi, aveva
sempre desiderate, ora non facevano che aumentargli la tristezza; e
quantunque egli si studiasse di vincer sè stesso, o almeno di
mostrarsi indifferente, capiva di non poter più provare in mezzo a'
suoi quella che pur avrebbe dovuto essere la sua parte di felicità. Al
rinnovarsi di tante affettuose dimostrazioni rispondeva con tenerezza
e soavità come più sapeva; ma dentro di sè sentiva un vuoto, e mille
diversi pensieri l'agitavano di continuo: era un tormento misterioso,
più grande di tutto il dolore sostenuto fino a quel giorno. Udiva
fratello e sorella, udiva la madre e l'amico discorrere con buona
speranza del tempo avvenire, benedire il cielo per la sorte che aveva
loro mandata, nè poteva dividere quella fiducia, quella contentezza;
passeggiava verso sera insieme a Rocco e a Stella, mentre Celso veniva
lor dietro sostenendo i passi della madre: essi, discorrendo delle
passate disavventure, si consolavano colla quieta presente fortuna;
egli invece sentiva quasi un'ira segreta, un'indicibile amarezza, la
coscienza d'essere inutile a sè medesimo, grave agli altri. Nè ancora
nessuno de' suoi aveva potuto leggergli nel profondo del cuore; e non
sapevano che pensarne, tanto più che l'udivano dir qualche volta:--Io
non ho più nulla a desiderare; la vostra felicità è la mia.
Così passava quasi tutti i giorni. Ma qual era la cagione di questo
dolore, che fatto indivisibile compagno della sua vita, lo consumava
segretamente?
Fino a quel dì non aveva egli stesso conosciuto il male segreto che
già logorava la sua giovinezza. Perduto dietro alle ardenti fantasie,
s'era abbandonato a quell'incerta aspettazione di un avvenire non
conosciuto che appagasse l'immenso desiderio del suo cuore. Il voto
della sua vita, non era più un sogno di gloria, era un sogno di
libertà; e come nella sua anima malinconica ma forte, vedeva cosa
naturale e giusta il sacrificio di sè stesso per ciò che sentiva dover
esser vero e santo, nulla gli sarebbe costato il morire. Ma quella
continua battaglia di pensieri contro ciò che vedeva succedere nel
mondo, e i patiti disinganni, e la necessità di nascondere, di
soffocare gl'impeti più generosi dell'animo, l'avevan prostrato in
breve tempo nella muta inerzia di chi non ha più nulla ad amare.
--A che m'ha condotto tutto quello che ho tentato e sperato fin
adesso?--pensava.--Quella magia della bellezza che m'aveva fatto
animoso, per cercarmi un nome fra gli uomini, si è dissipata; ho
scambiato la mia vanità per una sincera vocazione, ho creduto poter
uscire della folla; e il primo tentativo m'ha rincacciato giù
all'ultimo scalino. Pure, può essere stato per lo meglio. Adesso, mia
madre potrà chiudere in pace i suoi giorni, mia sorella sarà felice
lei pure, certo più felice di me.... Essa un giorno riusciva a
leggermi nel cuore dubbj e speranze.... Ora, tutto è mutato. Quello
che mi tormenta, essi non possono comprendere cosa sia; almeno vivano
in pace; qui, la mia parte, io l'ho finita.... Ne ho veduti tanti con
me patire e tacere! ho creduto poterli chiamar fratelli, almeno nella
disgrazia!... E l'ardente sentimento che mi fa amare questo cielo così
bello, questa terra dov'io son nato, dev'essere dunque inutile? Non è
Dio che me l'ha dato questo affetto?... Ma perchè l'odio, l'ambizione,
la vendetta potranno essere soddisfatte, e non lo può essere
l'amore?.... La fatica, il bisogno di lavorare per vivere mi davano
almeno di poter dimenticare questa speranza! Ora non è più così; ora è
il pensare che mi tormenta. Eccomi qui solo, disoccupato, buono a
nulla nè per me nè per gli altri; e ciò ch'io sento nell'anima, oggi
mi pare una luce del cielo, domani mi parrà un delirio!.... Oh quando
potrò dentro di me ritrovare la forza per vincere questa viltà che mi
fa aver compassione di me stesso?.... No, io non voglio morir così.
Questi solitarii vaneggiamenti di Damiano eran fatti più affannosi,
più amari dalle assidue letture d'alcuni libricciuoli che gli tenevano
compagnia nelle lunghe passeggiate; in quella lettura egli soleva
sprofondarsi sì fattamente, che le ore gli fuggivano come istanti,
dimenticava la scuola e la casa, e qualche volta il suo dolore e sè
stesso.
Un giorno, dopo aver divorato, nel suo favorito passeggio sull'altura,
uno di que' piccoli volumi, s'era seduto sul muscoso terreno; e nuovi
pensieri, ma più certi, più ardenti, gli stavano nell'animo. Eran due
ore ch'egli leggeva e pensava; nè altre parole in quel suo meditare
gli fuggivano di bocca, che queste:--Almeno non sarà inutile la mia
morte, come la mia vita!--In quella, intese venire alcuno alla sua
volta, Vedendo Rocco che saliva il sentiero del bosco, nascose il
libro, s'alzò confuso, turbato, e gli mosse incontro.
--Damiano: gli disse l'amico giunto a pochi passi da lui: temeva non
ti fossi perduto giù per la selva; come ti succede qualche volta,
quando ci lasci senza dir nulla; ho voluto venire io stesso a
cercarti.... perchè tu sei mio fratello.... e io, sai? ho qualcosa a
dirti... qualcosa che non posso più tener nel cuore....
--So il tuo segreto, Rocco; lo so da un pezzo: rispose Damiano
sorridendo con mestizia: tu vuoi bene alla Stella, e pensi che se la
fosse tua....
--Come?... Tu dunque lo sai?
--Non solamente lo so; ma credo che la sia una benedizione del cielo
per lei, e per tutti noi. Il tuo cuore è così buono, così generoso....
E mia sorella, vedi, conosce la tua virtù, sebbene io non le abbia mai
detto nulla di te, nè della onesta tua speranza....
--Damiano! lo interruppe l'amico, con voce fatta tremante dalla
commozione: so che quell'angiolo del cielo non avrà forse mai avuto un
pensiero al mondo per un poveretto, come me. E io, forse, sarei morto
piuttosto che parlare, vedi.... Ma una parola, una sola parola....
--Che io aveva già letta nel suo cuore prima di te, da un pezzo....
--Oh se tu sapessi!.... Pochi dì fa, lunedì passato, sedevamo laggiù
sul ponte del mulino; tu non facevi attenzione a noi; e la mamma, come
al solito, se la spassava a darmi un po' sulla voce, chè, tu sai, la
mi tiene ancora uno strambo, e dice che voglio far sempre a mio modo,
e ch'è quasi un peccato mi sia piovuto dal cielo un po' di fortuna: lo
sai bene come è quella buona mamma! Io non trovava più cosa
rispondere; e Celso lasciava dire. Allora la Stella si mise dalla mia,
e disse così, proprio così:--Non lo sgridare, mamma; io gli voglio
bene--e divenne un po' rossa, e poi subito--quasi come a mio
fratello... Oh! non l'aveva mai detto, no, mai! E da quel momento mi
par d'essere in sogno, non so più quel che faccia o dica, e ho quasi
paura di diventar matto davvero. Ma, più ci penso e più sento che la è
un'idea impossibile, e che in fine mi toccherà d'andar via....
--Andar via? ma perchè?
--Sì, sì, Damiano: potrei star qui ancora, dopo averla sentita
dire..... che mi vuol bene.... quasi come a te?
--Ma non sei tu mio fratello?
--Sì, e non posso essere altro che tuo e suo fratello. Adesso, lo so
quel che prima non ho avuto coraggio nemanco d'imaginare....
--Bene, adesso....
--Mi tocca d'andar via, perchè non ho più cuore di guardarla, senza
pensare....
--Fatti animo, mio Rocco; ascolta pur l'inspirazione del tuo cuore.
Parlerò io alla Stella per te; e credi a me, ne ringrazierà il cielo.
--No, no, per carità, non dirle niente; o almeno, non adesso... Cosa
vuoi che ne faccia del bene ch'io le voglio, io gramo e brutto,
storpio d'una mano, senza famiglia, senza nome, solo al mondo?
--Come? rifiuti dunque casa nostra? Noi non siam più nulla per te?....
Oh Rocco! noi ti dobbiamo tutto; e per quanto avessimo a fare, sarebbe
ancor poco, in confronto di quello che tu hai fatto; e....
--Non dico che questo sia vero.... Ma come tu sei il mio amico, ti
voglio raccontar su tutto. Oh se tu li indovinassi i pensieri che mi
bollono in capo!... Via, è inutile, tutto è già come finito.... No,
no, non sono sincero con te; ho ancora un filo di speranza; e mi manca
il cuore di dirtelo....
--Sii buono, Rocco; non mi nasconder nulla. Il tuo pensare, lo so, è
giusto....
--Senti dunque; poi dammi un po' di ragione, o dimmi addirittura che
son matto. Ecco, cosa ho pensato di fare.... e se tu, sentito che mi
avrai, non mi dici di no.... Basta, sarà quel che sarà.
--Cosa vuoi fare? dillo....
--Andrò giù a Milano, oggi, di qui a poco; parlerò con don Teodoro, mi
metterò inginocchione a scongiurarlo che mi dica il nome di mio padre,
che mi faccia almeno conoscere quello di mia madre, perchè io non sia
più come un figliuolo di nessuno... Forse, a questo mondo, un po' di
giustizia e di compassione c'è ancora; e il povero abbandonato
ritroverà il compenso di tutto quello che ha sofferto.... Sì, Damiano,
dimmi anche tu se non è giusto ch'io conosca la mia famiglia, ch'io
ritrovi il mio nome! Allora tornerò qui; e se tu crederai che il poco
bene che posso spartir con voi sia bastante per metter su casa da
buona e onesta gente, andrò a parlare colla nostra mamma: Contentatevi
ch'io sia proprio il vostro figliuolo. E tu dirai alla Stella che
io.... che nessuno le potrebbe volere quel bene che le voglio io.
Detto questo, fece un gran sospiro, come gli fosse caduto un peso dal
cuore. Damiano che, nello strano ma pur dilicato intento dell'amico,
di voler avere un nome prima d'unir il suo al destino di Stella, aveva
veduto la grande e altera virtù del suo cuore, non potè stornarlo
dall'idea di quel viaggio alla città. Convennero dunque che non si
sarebbe fatto parola di nulla fino al suo ritorno: e Rocco, con la
scusa d'aver a riscuotere certo avanzo di capitale rimasto in mano di
don Teodoro, si mise in via, senza perder un'ora. Damiano lo lasciò
partire, persuaso già che egli e la Stella sarebbero stati alla fine
marito e moglie.