Rocco stette lontano due giorni; al mattino del terzo tornò,
rincantucciato in una sconnessa vettura fino a Varese; e di là a piedi
s'incamminò per la solitaria valle. Andava lentamente, pensando fra sè
che forse per l'ultima volta egli vedeva que' luoghi così belli, così
cari. Ma perchè non gli parevano più i luoghi di prima? Una tristezza
più profonda di quella che in altro tempo avevagli turbata la vita e
tolto quasi il lume dell'intelletto, gli s'era fitta nel cuore: in
tutto il viaggio non aveva cambiata una parola con alcuno; una volta
gli avevano domandato di che sito fosse: egli levò il capo, e guardò
fisso un po' colui che faceva l'innocente domanda, poi gli rise in
faccia con un riso beffardo e amaro: lo credettero matto. Nel restante
del cammino poi, sull'alpestre costiera, non s'arrestò mai a riprender
lena, fuorchè un istante, per bere un po' d'acqua al zampillo d'un
rivoletto, sul principio della valle.
Era basso il sole, quando giunse presso il mulino, e sedè sul ponte,
là dov'ebbe veduta, l'ultima volta prima di partire, la Stella: non si
sentiva capace di fare un passo di più.
Ma poco stante, vide venir Damiano, che certo l'aspettava. Corse
incontro a lui, gli gettò al collo le braccia, ma non seppe fare una
parola.
--Cosa c'è di nuovo, Rocco? cosa c'è?... rispondimi, fatti cuore. Non
sei più tu?.... non sei il mio fratello?
--Oh Damiano! cominciò a dire, dopo un istante, con voce soffocata:
ancora uno, due giorni, e poi non vi vedrò più!
E qui, con molta titubanza e con una espressione d'amarezza che non
può dirsi, gli raccontò la mala riuscita del suo tentativo. Giunto
appena a Milano, era corso a trovare il suo benefattore; il quale,
avendogli letto nell'animo da' primi dì che il conobbe e sapendo già
al pari di lui il suo segreto, sorrise all'ingenuo, impacciato
racconto che Rocco venne a fargli del suo onesto amore. Ma, quand'ebbe
inteso perchè venisse il buon giovine, quando lo vide sforzarsi per
non piangere, e capì che a qualunque costo voleva sapere il nome de'
suoi parenti; allora il prete cominciò a farsi serio, a pensare; e
sulle prime non trovò risposta. Forse l'affetto, che da tanto tempo
l'aveva legato al destino del povero giovine, gli fece argomentare che
si potesse ancora sperar d'abbattere colla parola della giustizia e
dell'espiazione il vile pregiudizio che tutto assolve, e l'infamia che
si pone la maschera della convenienza. Uomo dabbene e ingannato! con
tanta esperienza delle cose e degli uomini, stimava tuttavia che quel
ricco indurato nel male potesse essere domani migliore di quel che
jeri fosse stato. Pure--pensava--l'uomo non è destinato al male, e non
può riposare che nella giustizia. E sentiva d'aver ragione, pensando
così.
Congedato Rocco, e dettogli di tornar la mattina appresso, il prete
raccolse di nuovo tutte le carte ch'erano in sua mano, relative alla
misteriosa nascita del fanciullo, alla sua sparizione e alle ricerche
per tant'anni non intralasciate. Però dovette toccar con mano,
svolgendo tali scritture un'altra volta, come tornasse impossibile non
solo di far valere que' diritti dal codice non rifiutati agl'infelici
che, prima d'esser chiamati, vennero al mondo; ma perfino di stabilire
l'identità del giovine nelle forme legali. Gli ripugnava poi
grandemente lo scandalo d'un processo; e pensò che il Signore, forse
per lo meglio, aveva voluto così.
Al vegnente mattino, Rocco si lasciò vedere: egli sel fece sedere
accanto; e pigliandolo per mano amorevolmente, gli confidò che gravi,
insormontabili ragioni si opponevano al suo giusto desiderio: che
l'uomo al quale egli non poteva dare il nome di padre, l'aveva
respinto per sempre, e che avrebbe saputo trovar armi anche troppo
valide contro ogni pretensione civile: così, a poco a poco, venne a
parlargli anche della madre sua; gli disse ch'era morta pregando e
piangendo per lui; e come sacra cosa gli confidò il nome di quella
infelice, un nome dimenticato da tutti sulla terra.
Non pianse, non fece motto, non battè palpebra il giovine al pietoso
racconto. Pendeva dalla bocca del prete, e negli occhi lucidi e
immobili gli si vedeva tutta l'anima: allorchè don Teodoro tacque,
egli si mise in ginocchio, e levando al cielo la faccia, si raccolse
in sè stesso, come in atto di fare un voto, che Dio solo doveva
sapere; poi disse forte:--Sia benedetto il Signore perchè la mia
povera madre mi ha amato!
Quel dì stesso, verso il tramonto, volle andare al campo santo, ove
don Teodoro gli disse che l'avevano portata, quasi vent'anni prima. Ma
non trovò la croce, non trovò la fossa; nè gli fu dato di poter
piangere sulla terra che coperse le reliquie della sventurata da cui
ebbe la vita e il dolore.
Tornato al villaggio, la sua determinazione era fissa: voleva salutar
Damiano, donargli tutto l'aver suo, poi andar lontano lontano, ad
aspettar che Dio lo chiamasse presso sua madre. Ma Damiano, appena
seppe indovinare questo disegno, onde poteva disfarsi per sempre ciò
ch'egli stesso andava in quel tempo fra sè maturando tanto disse e
tanto fece, che il buon Rocco finì a promettergli di non abbandonar
mai più la famiglia. Pure, nè quella sera, nè il dì appresso, nè
l'altro ancora non si lasciò vedere nella casetta.
Damiano, in quel torno, aveva ricevuto una lettera di don Teodoro, che
lo consigliava a far sì che Rocco potesse sposare sua sorella, s'ella
n'era contenta, e non avesse il cuore occupato: dicevagli esser questo
un compenso destinato dalla Provvidenza; gli ricordava, comechè
sapesse non esservene bisogno, ciò che l'ottimo giovine aveva fatto
per lui; non taceva che, quantunque Rocco non fosse un bel giovine,
come la Stella poteva meritare, pure la sua buona e onesta figura non
l'avrebbero fatto scomparire al fianco di lei; e finiva la lettera
così: «Io ho contato di molti anni, e la mia esperienza è lunga;
ricordatevi, figliuolo, di quel che dice il primo libro del mondo: Ci
son tre cose secondo lo spirito del Signore, la concordia de'
fratelli, l'amor del prossimo, e l'uomo e la donna bene sortiti fra
loro.--Io vedo la mano di Dio in questa unione; è Lui, che conduce il
figlio innocente a fare ammenda delle colpe del padre.»
Damiano non pose mente a quest'ultime parole, che bene non comprese,
lieto com'era che il consiglio di quel saggio uomo rispondesse al voto
del suo cuore.
Sul far della sera, quando la famiglia si trovò raccolta sotto il
frondoso castagno che proteggeva l'umile dimora, e in uno di que'
silenzii che svegliano le care memorie e fanno sentir più vivo
l'incanto d'una bella natura, Damiano, che sedeva fra Stella e la
madre:--Vi ricordate, mamma, cominciò a dire, di quella notte che morì
nostro padre, e della promessa ch'io gli ho fatta, quando ci dava la
sua benedizione? Io ho preso sopra di me di tener il suo luogo, di
conservar il suo nome onesto, di far di tutto per voi... Allora ho
fidato troppo in me; non ho saputo darvi che angustia e povertà. Ma
almeno posso dire: Siamo stati onesti! Quello ch'io doveva, l'ha fatto
per me il Rocco; e più di me, dev'essere lui il vostro figliuolo.
Il buon giovine, che tenevasi in disparte e mostrava di non fare
attenzione, alle prime parole di Damiano, saltò giù in furia dal
muricciuolo su cui sedeva, e sparì dietro la siepe di robinie che
fiancheggiava il piccolo spianato. La Stella chinò a terra gli occhi
modesti, aspettando che agli altri fosse noto quello che più non era
un mistero per lei: ma il cuore le batteva più rapido; il suo viso,
che non aveva ancor perduta una certa pallidezza, s'invermigliava; e
tutta in sè raccolta, pareva temere che si vedesse il virtuoso
sentimento ond'era commossa: le sue nere pupille, i capegli bruni che
rinterzati in due trecciuole le contornavano il viso, e uno schietto
vestito di percallo color di rosa, le davano una grazia indicibile; ma
più di tutto la faceva bella un'espressione soave di verecondia, ch'è
la gemma la più cara della giovinezza.
--Dunque, ripigliò Damiano rivolgendosi alla madre che non riusciva a
capire, il nostro Rocco altro non domanda, per tutto quel che ha fatto
per noi, che di diventar proprio un de' vostri figliuoli; egli vuol
bene alla Stella, e Stella non può trovare un marito più onesto di
lui.
--È proprio vero? dimandò la vecchia Teresa, la quale, cogli occhi
deboli ancora, andava cercando intorno, se il giovine fosse là.
--Egli non ha voluto restar qui, disse Celso, forse perchè non vuole
sperar troppo....
--E vuole, soggiunse Damiano, lasciar libera voi e Stella nella vostra
decisione. Ma noi conosciamo com'egli pensa; noi sappiamo che un cuore
compagno al suo non batte sotto panni più fini..... E tu, Stella mia,
cosa dici? tu che da un pezzo hai imparato a stimarlo, a volergli
bene....
--Oh sì! rispose timidamente la fanciulla: io non ho conosciuto
nessuno migliore di lui.
--E poi, non è forse vero, tornò a dir Damiano, che adesso noi possiam
dire che viviamo del suo pane?....
--Così, tu saresti contenta? domandò la Teresa alla figliuola.
--Presso di te, mamma, e con lui, sento che lo sarò.
E le si fece più vicina e le gettò le braccia al collo.
--Ma voi, riprese Damiano, non conoscete ancora tutta l'onestà di
Rocco; la sua unica speranza era di poterti sposare, o Stella: ma non
s'è mai sentito il coraggio di parlare; e voleva piuttosto andar via
di qui per sempre, perchè non aveva un nome a darti, perchè si credeva
indegno di noi e condannato a portar lui solo la sua disgrazia. E non
basta ancora; in compenso di quel po' di bene che gli abbiam voluto
noi fin adesso, era pronto a lasciar tutto il fatto suo per noi;
voleva farlo a qualunque costo, e pensava che non fosse virtù la sua,
ma una cosa la più semplice, la più giusta.
--Ecco, disse la mamma Teresa, che io potrò morire in pace: non c'è
dolore senza la sua consolazione.
--Sei proprio contenta, o Stella? tornò a chiederle Damiano. Oh! egli,
io spero, sarà l'uomo del tuo cuore. Ora lasciate a me il pensiero del
rimanente. Vado a cercar di Rocco laggiù nel pineto, ove credo che
m'aspetti: anch'io ho un dì felice, dopo tanto tempo, ed è questo!
Scese dalla stessa parte per cui si era discostato l'amico, con una
gioja pura nel cuore, che non avrebbe pensato di poter gustare ancora.
In quel punto la luna sorgeva limpida dietro il ciglio della montagna,
in un cielo tutto seminato di stelle.
Convenne però lasciar passare ancora parecchi mesi, prima che i due
giovani fossero marito e moglie. Bisognò che si domandasse il consenso
del tribunale al matrimonio; e come il cambiamento di domicilio della
Teresa e de' suoi non era ancora provato nel modo che ordina la legge,
fu necessario aspettare fintanto che il tribunale, la pretura e la
deputazione, dopo un andirivieni di carte, avessero poste le cose in
regola: e per questo, Damiano e Rocco dovettero ancora, sebbene a
malincuore, far più d'un viaggio a Milano, dove la protezione del buon
cappellano dell'Ospedale venne a proposito per toglier di mezzo altre
difficoltà non previste. Allora si concertò, poichè già s'era perduto
del tempo, d'attendere fino a che don Celso potesse dir messa; e anche
per ciò nuovi passi e nuove faccende, affine di ottenere le dispense
canoniche dell'età. E così fu stabilito che la prima messa di don
Celso e il matrimonio di Stella si facessero subito dopo la Pentecoste
di quell'anno.
Alla fine, i voti della buona famiglia furono compiuti. I contadini
del paesello e quei del contorno accorsero curiosi e festeggianti alla
messa nuova del giovine prete che, con la dolcezza del costume e la
semplicità della vita, aveva già saputo farsi amare da quella brava
gente. L'altare fu ornato degli apparamenti i più belli, e la fronte
della chiesa tappezzata, in luogo d'arazzi, di rami di mortella e
d'alloro; il suono festivo dell'organo confondevasi alle cantilene
sacre de' buoni montanari.
Il primo sole aveva indorato le alture; e il tempo era bello. Per la
via che attraverso il villaggio conduceva al piccolo tempio, fu veduta
salire una schiera di donne e di fanciulle, vestite quasi tutte del
pari, in quella rozza ma pittoresca foggia delle nostre alpigiane, con
un bustino di filaticcia color rancio serrato alla persona e una
sottana di cotonina scura, che lasciava veder mezza la gamba, le calze
turchine e gli alti zoccoli: ma ciò che più rapiva eran que' visi
aperti, quegli occhi neri e inquieti, que' capegli bruni e lucidi, con
la loro corona degli spilli d'argento. Accompagnavano alla chiesa la
novella sposa, quella buona Stella che tutti amavano; e anch'essa ne
veniva con un vestito nuovo all'usanza montanara, che la faceva essere
cento volte più bella. La mamma Teresa, spesseggiando i passi,
tenevale dietro; Damiano e Rocco le avevano precedute nella chiesa.
Don Celso, assistito dal vecchio curato, celebrò per la prima volta il
santo sagrifizio; la religiosa cerimonia commosse molti, ma la madre
dei prete ne pianse di contentezza. Finita che fu la messa, Rocco e
Stella s'inginocchiarono sui gradini dell'altare; don Celso li
benedisse, ricevette da loro la sacra promessa, e pronunziò le parole
dette dal Signore.
Durante la funzione, Damiano si tenne in disparte, assorto nel
pensiero di quella felicità, ch'era parte della sua; e quando vide
l'amico e la sorella scendere dall'altare tenendosi per mano, sentì
una voce nel cuore che gli diceva:--Essi saranno contenti, e tu ora
puoi seguire il cammino che ancor ti resta a fare.
Gli sposi andarono ad abitar la casetta, dove, prima di quel giorno,
Rocco non aveva mai voluto metter piede, e che nel frattempo fece
rabbellire come meglio seppe, affinchè fosse degna della figliuola
dell'antico soldato di Napoleone. La terra che possedeva era
sufficiente a dar loro di che vivere la vita umile e sconosciuta della
campagna; vita non povera e non ricca, ma abbastanza felice. La mamma
Teresa non volle distaccarsi dal suo don Celso; e come le due case non
eran lontane l'una dall'altra più d'un trar di pietra, così può dirsi
che facessero ancora una famiglia sola.
Essi non avevano più nulla a desiderare; ma Damiano nutriva nell'anima
altri voti, altre speranze, altro amore. Il lungo contrasto in quegli
anni sostenuto avevagli rapito per sempre il candore del desiderio, la
pace della fede: dopo ch'ebbe veduta la maggioranza de' prepotenti e
degl'ingannatori; dopo che, nel mondo a cui chiedeva così poco, i
tristi gli ebbero versato in cuore il veleno dell'odio, d'ardito
ch'egli era, si fe' torbido, insofferente; aveva voluto vivere per i
suoi più cari; e fu inutilmente; sentiva bisogno d'amare; e povero e
oppresso, amò i poveri e gli oppressi come lui; l'idea di far per loro
il sagrificio di sè stesso e di quel poco che gli restava, divenne
l'assidua, unica inspiratrice d'ogni sua volontà, il fine d'ogni sua
aspettazione.
Passò quell'inverno; e Damiano, più tranquillo del solito, stette
quasi sempre a fianco della madre e della sorella, attendendo con una
premura più viva e più intelligente di prima alle cure della scuola e
della casa, avviando a bene quanto potesse dare a' suoi la certezza
dell'avvenire. E la Stella, la sua prediletta, non l'aveva da un pezzo
veduto così pronto e sereno come allora. Al tornar della primavera,
andò lontano, senza dir dove; ritornò dopo una settimana o poco più.
Indi a poco tempo, domandò alla madre la permissione d'andare a nuovo
viaggio; e, dopo molta esitanza, le disse che forse la sua assenza
poteva durare un anno; ma che da ciò dipendeva il bene di tutta la sua
vita. Al che la povera vecchia rispose colle lagrime; non seppe dirgli
di no, e strettamente abbracciandolo, gli diede la sua benedizione. Il
dì appresso, al levar del sole, egli ascese lentamente, in compagnia
di Stella, l'alta montagna che guarda verso il lago di Lugano; ma
quello che a lei confidò, nessuno lo seppe. Giunto alla sommità,
schiantò due rami da un'antica rovere; e con un nodo di vimini li
congiunse in forma di croce. Sedettero per alcun tempo su quella cima;
poi egli piantò la croce nella fenditura d'un sasso. Strinse al cuore
la sorella, e dopo averla, senza piangere, baciata in fronte, le
disse:
--Addio! Se non ritorno più, verrai a pregare per me presso a questa
croce. Fino a oggi, ho fatto il poco che ho potuto, per nostra madre e
per te: ora ho un'altra madre, a cui devo il mio cuore e la mia
vita.... Il mio segreto è tuo; addio.
Si tolse con forza dalle braccia di lei, e discese a passi rapidi
dall'altra parte della montagna.
Gli anni passarono; ma la sua famiglia non lo rivide più.
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Da quel giorno eran corsi tredici anni. Nell'umile campo santo del
paesello, verso il cadere del dì de' morti, una donna pregava,
inginocchiata sull'erboso terreno, in mezzo a due fanciulletti, l'uno
di forse dieci anni, l'altro di sette al più; i quali, colle manine in
orazione e gli occhi fissi a una rozza croce senza nome, parevano
accompagnare in quell'atto innocente la sua preghiera.
Il sole tramontò: e la donna, adempito ch'ebbe quel pio dovere verso i
suoi poveri morti, uscì del cimitero, tenendo per mano i due
ragazzetti. Essa mostrava poco più di trent'anni; gentile il viso e
bello ancora, di quella beltà matura che par significare una
melanconica pace dell'anima e della vita; vestita d'un corto e modesto
abito di rigatino alla foggia del contado, coperta il capo e mezzo la
persona d'uno scialle nero; lento e composto l'andare. Il più piccolo
de' fanciulli, appena furon essi fuor del recinto, stringendosi alla
donna, le disse, con una vocina tra paurosa e compassionevole:--Vedi,
mamma, quel soldato seduto per terra là, al piede del murello!
Essa guardò a quella parte, che il figliuolo additava; e scorse in
fatti, a pochi passi di loro, e mezzo nascosto da una fratta, un uomo
colle spalle appoggiate al murello, più abbandonato che seduto; il
quale, come s'avvide d'essere scoperto, fece uno sforzo per levarsi in
piede, aggrappandosi a' ciottoli scalcinati del recinto e agli stecchi
de' cespugli; vi riuscì e mosse verso di loro.
Alla faccia solcata, livida, polverosa, al guardo tetro e pieno di
sospetto, ch'egli vibrava di sotto la tesa d'un largo cappello di
feltro ornato d'una penna di falco; al guarnacchino, del quale mal si
capiva il colore, comechè tutto fosse lordo di sangue e di fango, ma
che pareva rosso; al passo vacillante ch'egli a stento sosteneva,
appuntando in terra il calcio d'una corta carabina, la donna comprese
che quel soldato doveva essere un povero fuggitivo, il quale, ferito e
perduto, si fosse trascinato a quella parte, e per mancanza di lena o
per tema di farsi vedere, avesse fatto sosta colà ad aspettar la
notte. Non molto tempo era passato dall'ultima battaglia, combattuta a
qualche distanza di quella valle; per quasi due mesi i silenzii di
quell'alpestre contrada erano stati turbati dallo strepito della
guerra, dal passar di frotte armate, dal lontano interrotto rimbombo
del cannone. Anche in quel villaggio sperarono e tremarono; anche di
là eran corsi non pochi, per offrire il braccio e la vita. Ma fu
invano; e a quell'ora, tutto era finito.
--Voi siete un soldato del nostro paese: disse la donna, appena lo
sconosciuto le si avvicinò: Forse.... avete bisogno di qualche
cosa.... Forse siete ferito, stanco.... Venite con me; qui, nella
nostra terra, son buoni....
--Vi ringrazio, con tutto il cuore: rispose quell'infelice: Per più
d'un mese sono restato tra la vita e la morte, nella casipola d'un
povero carbonajo, là dall'altra parte della montagna.... Jeri mi sono
messo in istrada; ma contavo troppo sull'esser guarito.... Se mi fate
la carità d'un pezzo di pane.... se mi date ch'io possa dormire al
coperto questa notte, per ripigliare un po' di forza e mettermi in
istato di passar il confine domani.... vi benedirò, e Dio vi benedirà
anche lui.
Da queste parole, dal cortese modo con cui le pronunziò, e più ancora
da una certa dilicatezza de' lineamenti, che, sebben patiti e smunti,
lo indicavano di condizione un tempo più avventurata, ella fu tocca
profondamente nel cuore; e sentì per quell'uomo una compassione che
non avrebbe potuto dire. Fattogli cenno di seguitarla, si mosse per la
prima lentamente, e dietro a lei i due figliuoli, guardando lo
sconosciuto, con curiosa e mesta attenzione: il maggiore faceva uno
sforzo più grande dell'età sua, per sostenergli il passo e servirgli
come di bastone; il piccino s'era impossessato dello schioppo, e lo
reggeva con fanciullesca fierezza sur una spalla.
Giunti, per una rimota stradetta, alla casa ch'era fuor del paese, un
robusto campagnuolo, che portava il giubbone alla montanara, venne
loro incontro; e di subito comprese la profferta pietosa che aveva
fatto la sua donna.
--Mia buona e brava Stella!.... diss'egli; poi stese la mano
all'infelice fuggiasco, col cuore amorevole e franco che gli parlava
dal viso.
--Dopo tutto quel ch'è stato, ripigliò, e che Rocco ha fatta anche lui
la parte sua, l'unica consolazione che gli rimane è di stringer la
destra d'un fratello. E tu, Stella, me la dai questa consolazione. La
buon'anima della mamma Teresa, per la quale hai pregato, e che da tre
anni ci manca, sarà contenta anche lei a vederci far del bene.--Tu
poi, Damiano--e metteva la mano sul capo del maggior de'
fanciulli--ricordati che dovrai avere un cuore come il cuor di
quest'uomo; e a te, Vittorino, forse tuo padre potrà dare un giorno un
trastullo, come quello che tieni adesso in ispalla.
Il fuggitivo soldato passò la notte sotto il tranquillo tetto de'
nostri amici. Al primo barlume, levossi per partire. Innanzi di
accommiatarsi dagli ospiti suoi, si volse timidamente alla Stella, e
dicendole che la memoria della loro onesta accoglienza non sarebbe
morta che con lui, si levò da un dito e le offerse un piccolo anellino
d'oro. Essa non lo voleva ricevere; ma gittandovi sopra gli occhi, le
parve di conoscere, a una crocetta che v'era incisa, l'ultimo dono da
lei fatto, tredici anni prima, a Damiano, il dì ch'era partito.
Impallidì l'affettuosa donna; ma raccogliendo tutto il suo coraggio,
chiese all'ignoto onde mai avesse avuto quell'anello.
--È la più cara memoria, ch'io m'abbia: rispose: lo porto da dieci
anni; un amico mio, giovine valoroso e sventurato, me lo donava il
giorno stesso che morì per la libertà, sulla riva americana, là nel
paese di Montevideo.... Egli aveva nome Damiano.