Capitolo Ventesimoquarto

Rocco stette lontano due giorni; al mattino del terzo tornò,

rincantucciato in una sconnessa vettura fino a Varese; e di là a piedi

s'incamminò per la solitaria valle. Andava lentamente, pensando fra sè

che forse per l'ultima volta egli vedeva que' luoghi così belli, così

cari. Ma perchè non gli parevano più i luoghi di prima? Una tristezza

più profonda di quella che in altro tempo avevagli turbata la vita e

tolto quasi il lume dell'intelletto, gli s'era fitta nel cuore: in

tutto il viaggio non aveva cambiata una parola con alcuno; una volta

gli avevano domandato di che sito fosse: egli levò il capo, e guardò

fisso un po' colui che faceva l'innocente domanda, poi gli rise in

faccia con un riso beffardo e amaro: lo credettero matto. Nel restante

del cammino poi, sull'alpestre costiera, non s'arrestò mai a riprender

lena, fuorchè un istante, per bere un po' d'acqua al zampillo d'un

rivoletto, sul principio della valle.

Era basso il sole, quando giunse presso il mulino, e sedè sul ponte,

là dov'ebbe veduta, l'ultima volta prima di partire, la Stella: non si

sentiva capace di fare un passo di più.

Ma poco stante, vide venir Damiano, che certo l'aspettava. Corse

incontro a lui, gli gettò al collo le braccia, ma non seppe fare una

parola.

--Cosa c'è di nuovo, Rocco? cosa c'è?... rispondimi, fatti cuore. Non

sei più tu?.... non sei il mio fratello?

--Oh Damiano! cominciò a dire, dopo un istante, con voce soffocata:

ancora uno, due giorni, e poi non vi vedrò più!

E qui, con molta titubanza e con una espressione d'amarezza che non

può dirsi, gli raccontò la mala riuscita del suo tentativo. Giunto

appena a Milano, era corso a trovare il suo benefattore; il quale,

avendogli letto nell'animo da' primi dì che il conobbe e sapendo già

al pari di lui il suo segreto, sorrise all'ingenuo, impacciato

racconto che Rocco venne a fargli del suo onesto amore. Ma, quand'ebbe

inteso perchè venisse il buon giovine, quando lo vide sforzarsi per

non piangere, e capì che a qualunque costo voleva sapere il nome de'

suoi parenti; allora il prete cominciò a farsi serio, a pensare; e

sulle prime non trovò risposta. Forse l'affetto, che da tanto tempo

l'aveva legato al destino del povero giovine, gli fece argomentare che

si potesse ancora sperar d'abbattere colla parola della giustizia e

dell'espiazione il vile pregiudizio che tutto assolve, e l'infamia che

si pone la maschera della convenienza. Uomo dabbene e ingannato! con

tanta esperienza delle cose e degli uomini, stimava tuttavia che quel

ricco indurato nel male potesse essere domani migliore di quel che

jeri fosse stato. Pure--pensava--l'uomo non è destinato al male, e non

può riposare che nella giustizia. E sentiva d'aver ragione, pensando

così.

Congedato Rocco, e dettogli di tornar la mattina appresso, il prete

raccolse di nuovo tutte le carte ch'erano in sua mano, relative alla

misteriosa nascita del fanciullo, alla sua sparizione e alle ricerche

per tant'anni non intralasciate. Però dovette toccar con mano,

svolgendo tali scritture un'altra volta, come tornasse impossibile non

solo di far valere que' diritti dal codice non rifiutati agl'infelici

che, prima d'esser chiamati, vennero al mondo; ma perfino di stabilire

l'identità del giovine nelle forme legali. Gli ripugnava poi

grandemente lo scandalo d'un processo; e pensò che il Signore, forse

per lo meglio, aveva voluto così.

Al vegnente mattino, Rocco si lasciò vedere: egli sel fece sedere

accanto; e pigliandolo per mano amorevolmente, gli confidò che gravi,

insormontabili ragioni si opponevano al suo giusto desiderio: che

l'uomo al quale egli non poteva dare il nome di padre, l'aveva

respinto per sempre, e che avrebbe saputo trovar armi anche troppo

valide contro ogni pretensione civile: così, a poco a poco, venne a

parlargli anche della madre sua; gli disse ch'era morta pregando e

piangendo per lui; e come sacra cosa gli confidò il nome di quella

infelice, un nome dimenticato da tutti sulla terra.

Non pianse, non fece motto, non battè palpebra il giovine al pietoso

racconto. Pendeva dalla bocca del prete, e negli occhi lucidi e

immobili gli si vedeva tutta l'anima: allorchè don Teodoro tacque,

egli si mise in ginocchio, e levando al cielo la faccia, si raccolse

in sè stesso, come in atto di fare un voto, che Dio solo doveva

sapere; poi disse forte:--Sia benedetto il Signore perchè la mia

povera madre mi ha amato!

Quel dì stesso, verso il tramonto, volle andare al campo santo, ove

don Teodoro gli disse che l'avevano portata, quasi vent'anni prima. Ma

non trovò la croce, non trovò la fossa; nè gli fu dato di poter

piangere sulla terra che coperse le reliquie della sventurata da cui

ebbe la vita e il dolore.

Tornato al villaggio, la sua determinazione era fissa: voleva salutar

Damiano, donargli tutto l'aver suo, poi andar lontano lontano, ad

aspettar che Dio lo chiamasse presso sua madre. Ma Damiano, appena

seppe indovinare questo disegno, onde poteva disfarsi per sempre ciò

ch'egli stesso andava in quel tempo fra sè maturando tanto disse e

tanto fece, che il buon Rocco finì a promettergli di non abbandonar

mai più la famiglia. Pure, nè quella sera, nè il dì appresso, nè

l'altro ancora non si lasciò vedere nella casetta.

Damiano, in quel torno, aveva ricevuto una lettera di don Teodoro, che

lo consigliava a far sì che Rocco potesse sposare sua sorella, s'ella

n'era contenta, e non avesse il cuore occupato: dicevagli esser questo

un compenso destinato dalla Provvidenza; gli ricordava, comechè

sapesse non esservene bisogno, ciò che l'ottimo giovine aveva fatto

per lui; non taceva che, quantunque Rocco non fosse un bel giovine,

come la Stella poteva meritare, pure la sua buona e onesta figura non

l'avrebbero fatto scomparire al fianco di lei; e finiva la lettera

così: «Io ho contato di molti anni, e la mia esperienza è lunga;

ricordatevi, figliuolo, di quel che dice il primo libro del mondo: Ci

son tre cose secondo lo spirito del Signore, la concordia de'

fratelli, l'amor del prossimo, e l'uomo e la donna bene sortiti fra

loro.--Io vedo la mano di Dio in questa unione; è Lui, che conduce il

figlio innocente a fare ammenda delle colpe del padre.»

Damiano non pose mente a quest'ultime parole, che bene non comprese,

lieto com'era che il consiglio di quel saggio uomo rispondesse al voto

del suo cuore.

Sul far della sera, quando la famiglia si trovò raccolta sotto il

frondoso castagno che proteggeva l'umile dimora, e in uno di que'

silenzii che svegliano le care memorie e fanno sentir più vivo

l'incanto d'una bella natura, Damiano, che sedeva fra Stella e la

madre:--Vi ricordate, mamma, cominciò a dire, di quella notte che morì

nostro padre, e della promessa ch'io gli ho fatta, quando ci dava la

sua benedizione? Io ho preso sopra di me di tener il suo luogo, di

conservar il suo nome onesto, di far di tutto per voi... Allora ho

fidato troppo in me; non ho saputo darvi che angustia e povertà. Ma

almeno posso dire: Siamo stati onesti! Quello ch'io doveva, l'ha fatto

per me il Rocco; e più di me, dev'essere lui il vostro figliuolo.

Il buon giovine, che tenevasi in disparte e mostrava di non fare

attenzione, alle prime parole di Damiano, saltò giù in furia dal

muricciuolo su cui sedeva, e sparì dietro la siepe di robinie che

fiancheggiava il piccolo spianato. La Stella chinò a terra gli occhi

modesti, aspettando che agli altri fosse noto quello che più non era

un mistero per lei: ma il cuore le batteva più rapido; il suo viso,

che non aveva ancor perduta una certa pallidezza, s'invermigliava; e

tutta in sè raccolta, pareva temere che si vedesse il virtuoso

sentimento ond'era commossa: le sue nere pupille, i capegli bruni che

rinterzati in due trecciuole le contornavano il viso, e uno schietto

vestito di percallo color di rosa, le davano una grazia indicibile; ma

più di tutto la faceva bella un'espressione soave di verecondia, ch'è

la gemma la più cara della giovinezza.

--Dunque, ripigliò Damiano rivolgendosi alla madre che non riusciva a

capire, il nostro Rocco altro non domanda, per tutto quel che ha fatto

per noi, che di diventar proprio un de' vostri figliuoli; egli vuol

bene alla Stella, e Stella non può trovare un marito più onesto di

lui.

--È proprio vero? dimandò la vecchia Teresa, la quale, cogli occhi

deboli ancora, andava cercando intorno, se il giovine fosse là.

--Egli non ha voluto restar qui, disse Celso, forse perchè non vuole

sperar troppo....

--E vuole, soggiunse Damiano, lasciar libera voi e Stella nella vostra

decisione. Ma noi conosciamo com'egli pensa; noi sappiamo che un cuore

compagno al suo non batte sotto panni più fini..... E tu, Stella mia,

cosa dici? tu che da un pezzo hai imparato a stimarlo, a volergli

bene....

--Oh sì! rispose timidamente la fanciulla: io non ho conosciuto

nessuno migliore di lui.

--E poi, non è forse vero, tornò a dir Damiano, che adesso noi possiam

dire che viviamo del suo pane?....

--Così, tu saresti contenta? domandò la Teresa alla figliuola.

--Presso di te, mamma, e con lui, sento che lo sarò.

E le si fece più vicina e le gettò le braccia al collo.

--Ma voi, riprese Damiano, non conoscete ancora tutta l'onestà di

Rocco; la sua unica speranza era di poterti sposare, o Stella: ma non

s'è mai sentito il coraggio di parlare; e voleva piuttosto andar via

di qui per sempre, perchè non aveva un nome a darti, perchè si credeva

indegno di noi e condannato a portar lui solo la sua disgrazia. E non

basta ancora; in compenso di quel po' di bene che gli abbiam voluto

noi fin adesso, era pronto a lasciar tutto il fatto suo per noi;

voleva farlo a qualunque costo, e pensava che non fosse virtù la sua,

ma una cosa la più semplice, la più giusta.

--Ecco, disse la mamma Teresa, che io potrò morire in pace: non c'è

dolore senza la sua consolazione.

--Sei proprio contenta, o Stella? tornò a chiederle Damiano. Oh! egli,

io spero, sarà l'uomo del tuo cuore. Ora lasciate a me il pensiero del

rimanente. Vado a cercar di Rocco laggiù nel pineto, ove credo che

m'aspetti: anch'io ho un dì felice, dopo tanto tempo, ed è questo!

Scese dalla stessa parte per cui si era discostato l'amico, con una

gioja pura nel cuore, che non avrebbe pensato di poter gustare ancora.

In quel punto la luna sorgeva limpida dietro il ciglio della montagna,

in un cielo tutto seminato di stelle.

Convenne però lasciar passare ancora parecchi mesi, prima che i due

giovani fossero marito e moglie. Bisognò che si domandasse il consenso

del tribunale al matrimonio; e come il cambiamento di domicilio della

Teresa e de' suoi non era ancora provato nel modo che ordina la legge,

fu necessario aspettare fintanto che il tribunale, la pretura e la

deputazione, dopo un andirivieni di carte, avessero poste le cose in

regola: e per questo, Damiano e Rocco dovettero ancora, sebbene a

malincuore, far più d'un viaggio a Milano, dove la protezione del buon

cappellano dell'Ospedale venne a proposito per toglier di mezzo altre

difficoltà non previste. Allora si concertò, poichè già s'era perduto

del tempo, d'attendere fino a che don Celso potesse dir messa; e anche

per ciò nuovi passi e nuove faccende, affine di ottenere le dispense

canoniche dell'età. E così fu stabilito che la prima messa di don

Celso e il matrimonio di Stella si facessero subito dopo la Pentecoste

di quell'anno.

Alla fine, i voti della buona famiglia furono compiuti. I contadini

del paesello e quei del contorno accorsero curiosi e festeggianti alla

messa nuova del giovine prete che, con la dolcezza del costume e la

semplicità della vita, aveva già saputo farsi amare da quella brava

gente. L'altare fu ornato degli apparamenti i più belli, e la fronte

della chiesa tappezzata, in luogo d'arazzi, di rami di mortella e

d'alloro; il suono festivo dell'organo confondevasi alle cantilene

sacre de' buoni montanari.

Il primo sole aveva indorato le alture; e il tempo era bello. Per la

via che attraverso il villaggio conduceva al piccolo tempio, fu veduta

salire una schiera di donne e di fanciulle, vestite quasi tutte del

pari, in quella rozza ma pittoresca foggia delle nostre alpigiane, con

un bustino di filaticcia color rancio serrato alla persona e una

sottana di cotonina scura, che lasciava veder mezza la gamba, le calze

turchine e gli alti zoccoli: ma ciò che più rapiva eran que' visi

aperti, quegli occhi neri e inquieti, que' capegli bruni e lucidi, con

la loro corona degli spilli d'argento. Accompagnavano alla chiesa la

novella sposa, quella buona Stella che tutti amavano; e anch'essa ne

veniva con un vestito nuovo all'usanza montanara, che la faceva essere

cento volte più bella. La mamma Teresa, spesseggiando i passi,

tenevale dietro; Damiano e Rocco le avevano precedute nella chiesa.

Don Celso, assistito dal vecchio curato, celebrò per la prima volta il

santo sagrifizio; la religiosa cerimonia commosse molti, ma la madre

dei prete ne pianse di contentezza. Finita che fu la messa, Rocco e

Stella s'inginocchiarono sui gradini dell'altare; don Celso li

benedisse, ricevette da loro la sacra promessa, e pronunziò le parole

dette dal Signore.

Durante la funzione, Damiano si tenne in disparte, assorto nel

pensiero di quella felicità, ch'era parte della sua; e quando vide

l'amico e la sorella scendere dall'altare tenendosi per mano, sentì

una voce nel cuore che gli diceva:--Essi saranno contenti, e tu ora

puoi seguire il cammino che ancor ti resta a fare.

Gli sposi andarono ad abitar la casetta, dove, prima di quel giorno,

Rocco non aveva mai voluto metter piede, e che nel frattempo fece

rabbellire come meglio seppe, affinchè fosse degna della figliuola

dell'antico soldato di Napoleone. La terra che possedeva era

sufficiente a dar loro di che vivere la vita umile e sconosciuta della

campagna; vita non povera e non ricca, ma abbastanza felice. La mamma

Teresa non volle distaccarsi dal suo don Celso; e come le due case non

eran lontane l'una dall'altra più d'un trar di pietra, così può dirsi

che facessero ancora una famiglia sola.

Essi non avevano più nulla a desiderare; ma Damiano nutriva nell'anima

altri voti, altre speranze, altro amore. Il lungo contrasto in quegli

anni sostenuto avevagli rapito per sempre il candore del desiderio, la

pace della fede: dopo ch'ebbe veduta la maggioranza de' prepotenti e

degl'ingannatori; dopo che, nel mondo a cui chiedeva così poco, i

tristi gli ebbero versato in cuore il veleno dell'odio, d'ardito

ch'egli era, si fe' torbido, insofferente; aveva voluto vivere per i

suoi più cari; e fu inutilmente; sentiva bisogno d'amare; e povero e

oppresso, amò i poveri e gli oppressi come lui; l'idea di far per loro

il sagrificio di sè stesso e di quel poco che gli restava, divenne

l'assidua, unica inspiratrice d'ogni sua volontà, il fine d'ogni sua

aspettazione.

Passò quell'inverno; e Damiano, più tranquillo del solito, stette

quasi sempre a fianco della madre e della sorella, attendendo con una

premura più viva e più intelligente di prima alle cure della scuola e

della casa, avviando a bene quanto potesse dare a' suoi la certezza

dell'avvenire. E la Stella, la sua prediletta, non l'aveva da un pezzo

veduto così pronto e sereno come allora. Al tornar della primavera,

andò lontano, senza dir dove; ritornò dopo una settimana o poco più.

Indi a poco tempo, domandò alla madre la permissione d'andare a nuovo

viaggio; e, dopo molta esitanza, le disse che forse la sua assenza

poteva durare un anno; ma che da ciò dipendeva il bene di tutta la sua

vita. Al che la povera vecchia rispose colle lagrime; non seppe dirgli

di no, e strettamente abbracciandolo, gli diede la sua benedizione. Il

dì appresso, al levar del sole, egli ascese lentamente, in compagnia

di Stella, l'alta montagna che guarda verso il lago di Lugano; ma

quello che a lei confidò, nessuno lo seppe. Giunto alla sommità,

schiantò due rami da un'antica rovere; e con un nodo di vimini li

congiunse in forma di croce. Sedettero per alcun tempo su quella cima;

poi egli piantò la croce nella fenditura d'un sasso. Strinse al cuore

la sorella, e dopo averla, senza piangere, baciata in fronte, le

disse:

--Addio! Se non ritorno più, verrai a pregare per me presso a questa

croce. Fino a oggi, ho fatto il poco che ho potuto, per nostra madre e

per te: ora ho un'altra madre, a cui devo il mio cuore e la mia

vita.... Il mio segreto è tuo; addio.

Si tolse con forza dalle braccia di lei, e discese a passi rapidi

dall'altra parte della montagna.

Gli anni passarono; ma la sua famiglia non lo rivide più.

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Da quel giorno eran corsi tredici anni. Nell'umile campo santo del

paesello, verso il cadere del dì de' morti, una donna pregava,

inginocchiata sull'erboso terreno, in mezzo a due fanciulletti, l'uno

di forse dieci anni, l'altro di sette al più; i quali, colle manine in

orazione e gli occhi fissi a una rozza croce senza nome, parevano

accompagnare in quell'atto innocente la sua preghiera.

Il sole tramontò: e la donna, adempito ch'ebbe quel pio dovere verso i

suoi poveri morti, uscì del cimitero, tenendo per mano i due

ragazzetti. Essa mostrava poco più di trent'anni; gentile il viso e

bello ancora, di quella beltà matura che par significare una

melanconica pace dell'anima e della vita; vestita d'un corto e modesto

abito di rigatino alla foggia del contado, coperta il capo e mezzo la

persona d'uno scialle nero; lento e composto l'andare. Il più piccolo

de' fanciulli, appena furon essi fuor del recinto, stringendosi alla

donna, le disse, con una vocina tra paurosa e compassionevole:--Vedi,

mamma, quel soldato seduto per terra là, al piede del murello!

Essa guardò a quella parte, che il figliuolo additava; e scorse in

fatti, a pochi passi di loro, e mezzo nascosto da una fratta, un uomo

colle spalle appoggiate al murello, più abbandonato che seduto; il

quale, come s'avvide d'essere scoperto, fece uno sforzo per levarsi in

piede, aggrappandosi a' ciottoli scalcinati del recinto e agli stecchi

de' cespugli; vi riuscì e mosse verso di loro.

Alla faccia solcata, livida, polverosa, al guardo tetro e pieno di

sospetto, ch'egli vibrava di sotto la tesa d'un largo cappello di

feltro ornato d'una penna di falco; al guarnacchino, del quale mal si

capiva il colore, comechè tutto fosse lordo di sangue e di fango, ma

che pareva rosso; al passo vacillante ch'egli a stento sosteneva,

appuntando in terra il calcio d'una corta carabina, la donna comprese

che quel soldato doveva essere un povero fuggitivo, il quale, ferito e

perduto, si fosse trascinato a quella parte, e per mancanza di lena o

per tema di farsi vedere, avesse fatto sosta colà ad aspettar la

notte. Non molto tempo era passato dall'ultima battaglia, combattuta a

qualche distanza di quella valle; per quasi due mesi i silenzii di

quell'alpestre contrada erano stati turbati dallo strepito della

guerra, dal passar di frotte armate, dal lontano interrotto rimbombo

del cannone. Anche in quel villaggio sperarono e tremarono; anche di

là eran corsi non pochi, per offrire il braccio e la vita. Ma fu

invano; e a quell'ora, tutto era finito.

--Voi siete un soldato del nostro paese: disse la donna, appena lo

sconosciuto le si avvicinò: Forse.... avete bisogno di qualche

cosa.... Forse siete ferito, stanco.... Venite con me; qui, nella

nostra terra, son buoni....

--Vi ringrazio, con tutto il cuore: rispose quell'infelice: Per più

d'un mese sono restato tra la vita e la morte, nella casipola d'un

povero carbonajo, là dall'altra parte della montagna.... Jeri mi sono

messo in istrada; ma contavo troppo sull'esser guarito.... Se mi fate

la carità d'un pezzo di pane.... se mi date ch'io possa dormire al

coperto questa notte, per ripigliare un po' di forza e mettermi in

istato di passar il confine domani.... vi benedirò, e Dio vi benedirà

anche lui.

Da queste parole, dal cortese modo con cui le pronunziò, e più ancora

da una certa dilicatezza de' lineamenti, che, sebben patiti e smunti,

lo indicavano di condizione un tempo più avventurata, ella fu tocca

profondamente nel cuore; e sentì per quell'uomo una compassione che

non avrebbe potuto dire. Fattogli cenno di seguitarla, si mosse per la

prima lentamente, e dietro a lei i due figliuoli, guardando lo

sconosciuto, con curiosa e mesta attenzione: il maggiore faceva uno

sforzo più grande dell'età sua, per sostenergli il passo e servirgli

come di bastone; il piccino s'era impossessato dello schioppo, e lo

reggeva con fanciullesca fierezza sur una spalla.

Giunti, per una rimota stradetta, alla casa ch'era fuor del paese, un

robusto campagnuolo, che portava il giubbone alla montanara, venne

loro incontro; e di subito comprese la profferta pietosa che aveva

fatto la sua donna.

--Mia buona e brava Stella!.... diss'egli; poi stese la mano

all'infelice fuggiasco, col cuore amorevole e franco che gli parlava

dal viso.

--Dopo tutto quel ch'è stato, ripigliò, e che Rocco ha fatta anche lui

la parte sua, l'unica consolazione che gli rimane è di stringer la

destra d'un fratello. E tu, Stella, me la dai questa consolazione. La

buon'anima della mamma Teresa, per la quale hai pregato, e che da tre

anni ci manca, sarà contenta anche lei a vederci far del bene.--Tu

poi, Damiano--e metteva la mano sul capo del maggior de'

fanciulli--ricordati che dovrai avere un cuore come il cuor di

quest'uomo; e a te, Vittorino, forse tuo padre potrà dare un giorno un

trastullo, come quello che tieni adesso in ispalla.

Il fuggitivo soldato passò la notte sotto il tranquillo tetto de'

nostri amici. Al primo barlume, levossi per partire. Innanzi di

accommiatarsi dagli ospiti suoi, si volse timidamente alla Stella, e

dicendole che la memoria della loro onesta accoglienza non sarebbe

morta che con lui, si levò da un dito e le offerse un piccolo anellino

d'oro. Essa non lo voleva ricevere; ma gittandovi sopra gli occhi, le

parve di conoscere, a una crocetta che v'era incisa, l'ultimo dono da

lei fatto, tredici anni prima, a Damiano, il dì ch'era partito.

Impallidì l'affettuosa donna; ma raccogliendo tutto il suo coraggio,

chiese all'ignoto onde mai avesse avuto quell'anello.

--È la più cara memoria, ch'io m'abbia: rispose: lo porto da dieci

anni; un amico mio, giovine valoroso e sventurato, me lo donava il

giorno stesso che morì per la libertà, sulla riva americana, là nel

paese di Montevideo.... Egli aveva nome Damiano.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 60 / 64 题