Capitolo Ventesimosecondo

A queste parole, a questa cupa, frenetica minaccia, Stella non ebbe

più nessun dubbio, nessuna speranza. Ella si vedeva sola, indifesa,

perduta; per fuggir dalle mani di quel mostro, non le rimaneva più che

morire, precipitandosi dall'alta finestra. Questo disperato pensiero

le attraversò la mente; ma tornando a fissar nel suo persecutore gli

occhi smarriti, e scorgendo il maledetto riso che stavagli sulle

labbra, sentì a un tratto tornarsi in cuore forza e coraggio.

Non fuggì più, non si ritrasse; ma immobile, pallida, incrociando le

braccia sul seno, gli stette dinanzi. Non parlò, ma il suo sguardo

parve dire:--Io non ti temo, io ti disprezzo!

In quell'istante, s'udì l'abbaiar d'un cane da' cortili del

palazzotto. Il signor Omobono si scosse, tese l'orecchio, e

aggrottando le ciglia:--Chi può essere?... susurrò fra i denti.

All'urlo del cane, s'aggiunse quasi subito un romor lontano, confuso,

come di gente che facesse per entrare a forza. A poco a poco lo

strepito aumentò, s'udirono voci minacciose, e porte sbattute con

violenza e romor di persone accorrenti.

Un lampo d'ineffabile speranza tornò a brillar sul viso della

fanciulla, ma tosto disparve; e uno spavento più grande,

l'aspettazione di più terribili cose, invase l'angosciato suo cuore.

Quell'uomo vendicativo era là che la riguardava, agitato nello stesso

tempo dalla rabbia e dal terrore. Essa allora, non potendo più

sostenere quello strazio, tornò a gittarsi ginocchione dinanzi a lui,

tornò a piangere, a pregare; ma le sue parole si confondevano: e

quando non potè più parlare, pareva tuttavia, colle mani giunte, e

cogli occhi spalancati e vitrei, domandar pietà per la sua innocenza.

--Perchè preghi adesso?... disse colui, con beffarda ironia. Perchè ti

metti in ginocchio? Non sai che, per causa tua, sono stato insultato,

cacciato via come un cane, non sai che ho bisogno di farti vedere quel

che posso far io? Tu avevi un fratello, tu avevi una madre.... E io,

io ho voluto che tu non avessi più nè fratello, nè madre.... Questa

muore all'ospedale, quello marcirà sulla paglia d'una prigione.... E

tu sei qui, con me; e di qui, nessuno ti può strappare... Puoi pregar

finchè vuoi nel nome di Dio, che sarà lo stesso!...

Non aveva finite queste parole, quando, dal pian di sotto, s'udì una

voce gridare:--Stella! Stella!

Era la voce di Damiano.

La fanciulla fece un balzo, levò al cielo le braccia, e con un grido

di gioia slanciossi con furia verso la porta, presso la quale restava,

come impietrito, lo scellerato Omobono.

In quel momento terribile, costui vedendosi perduto, e pur non volendo

rinunziare alla sua vendetta, trasse fuori un coltello e vibrò un

colpo alla fanciulla, che fuor di mente s'era gittata sopra di lui. Ma

la mano di Dio stornò il ferro; la Stella svenne a' piedi

dell'assassino, e, cadendo a rovescio, percosse il capo contro

l'angolo d'un basso armadio ch'era presso l'entrata. L'infame,

pensando alla propria vita, fuggito dalla stanza, sparve nel momento

che Damiano e Rocco, trovata la scala segreta al piano superiore,

precipitavansi nell'andito che metteva allo stanzone della torre.

Mentre Rocco si fermò a custodia della scala, Damiano spalancò la

porta, e vide stesa sul pavimento sua sorella, che non dava più segno

di vita; il sangue le bagnava la fronte, le vesti, e rigava il

terreno: la credè morta, assassinata. Al grido ch'egli mise, anche il

Rocco era accorso; la sollevarono, la posero a sedere; e mentre Rocco

andava a cercare un po' d'acqua, per istagnare il sangue stillante

ancora dalla ferita fronte di Stella, Damiano appoggiando la destra

sul cuore di lei, s'accorse che batteva ancora.

In questo mezzo, uno scalpiccìo sordo ma vicino gli giunge

all'orecchio; ed ecco che, spinto dall'ira e sperando trovar le

traccie dell'assassino, raccomanda con uno sguardo la sorella

all'amico, e in un baleno corre fuori. Tentando con furia le pareti

del buio andito prima attraversato, sente cedere un'imposta; cacciasi

arditamente per que' luoghi sconosciuti, e trovatosi in un soppalco,

basso, ingombro di macerie e di travi, vede nel buio fondo muoversi

qualche cosa: sembragli un uomo che si strascini carpone. Fatto cieco

dal suo furore, afferrando una pistola che teneva nascosta, balza

minaccioso incontro a colui, ch'altri non poteva essere che

l'assassino di Stella. Ma, fatti appena pochi passi in quel

nascondiglio, ove solo penetrava un barlume dalla cadente tettoia,

pensa d'essersi ingannato, poichè là sotto più non vede alcuno.

Nondimeno si fa innanzi; le assi tarlate su cui camminava gli

scricchiolavan sotto.... quando a un tratto gli viene all'orecchio un

tonfo, un urlo disperato; poi non ode più nulla.

La giustizia di Dio aveva punito l'insidiatore dell'innocenza. Il

signor Omobono, per sottrarsi alla pena che già lo ghermiva, era

vilmente fuggito, come dicemmo. Quando si vide seguitato e scoperto

nel suo nascondiglio, da una finestrella s'era calato giù per

l'altezza di qualche braccia, lungo il muro esteriore, fino a un

terrazzo del piano sottoposto; di qui, trovando murata l'apertura, nè

scoprendo altro luogo ove appiattarsi, aveva arrischiato di passar

nella parte nuova del palazzo, ove giunto poteva tenersi certo della

fuga: ma, per arrivar fin là, gli convenne tentare il passaggio

sull'assito sporgente dal fianco della torre. Non era giunto a mezzo

che, posto in fallo un piede, sentì mancarsi sotto una delle tavole

dell'impalcato, cadde rovescioni, cercò, cadendo, d'aggrapparsi colle

dita uncinate alle abetelle e ai correnti del ponte, ma invano; la

tavola che s'era staccata lo stravoltò a capo in giù, e precipitò con

essa sino al piede del palazzotto, là sotto alla finestra di quella

stanza ove stava per compire il suo delitto. Egli visse ancora alcune

ore, visse abbastanza per essere trasportato sur un lettuccio fino

alla città; dove morì all'Ospedale, dopo aver deposta in faccia a un

attuaro del tribunale la verità di quel ch'era stato, la propria

colpa, e l'innocenza di coloro che furono da lui perseguitati. Il

sacerdote che ne ascoltò la confessione fu l'abate Teodoro; e in mezzo

a' terrori della dolorosa agonia, la parola dell'espiazione risonò,

come una voce celeste, al capezzale del traviato.

Dire a lungo come Damiano e Rocco, dopo che s'erano staccati l'ultima

volta dall'abate Teodoro, fossero riusciti a scoprir le traccie della

fuggitiva fanciulla e di colui che in appresso l'aveva rapita, non è

adesso mestieri. A Rocco era dovuta la prima e la migliore

ispirazione; poichè, mentre Damiano furibondo andava mulinando i più

strani propositi, Rocco aveva saputo trovar la via più diritta e il

mezzo più spiccio per far venire la verità a galla. Egli, con una

brusca visita fatta alla vecchia pegnataria, la quale s'era, dal canto

suo, già pentita d'aver dato mano a quella iniquità, venne in brev'ora

a capo di saperne anche più che non gli bisognasse, almeno per il

momento. Allora i due compagni, senza perdere un minuto, erano usciti

della città, e corsi al palazzotto; ove Damiano, entrato a forza, potè

salvare per la seconda volta l'innocenza di sua sorella.

Ma quand'egli conobbe il misero fine di colui che da tanto tempo era

stato per loro come l'angelo del male, sentì morirsi in cuore l'odio

che aveva contro di lui sempre nudrito, e al desiderio di vendetta

successe la compassione. Ma nè la Stella, nè sua madre vennero così

presto a sapere qual fosse stato veramente l'orrendo caso. Damiano

volle condur la sorella lontano da' luoghi che furono testimonj di

quel fatto: e tornata co' suoi, la fanciulla, come per miracolo

salvata, non ebbe altra cura, altro pensiero che quello di assistere

la madre già quasi convalescente, e di farle dimenticare i tristi

giorni passati.

Ma coloro che avevano in parte tessuto, restando nell'ombra,

quell'odioso intrigo, gli uomini del bel mondo che non s'eran

vergognati di mischiarsi in uno di que' drammi tenebrosi del trivio,

ne' quali non giunge a frugare la mano della legge, e ch'essi van

passando all'orecchio l'un dell'altro, con certo stile frizzante e

spregiudicato, quando

»Co' festivi racconti intorno gira

»L'elegante licenza......

costoro non si sognarono neppure di vedere il dito di Dio nella morte

d'un uomo, a cui essi avevano stretta tante volte la mano, a cui

avevan ripetuto di professare stima e amicizia. S'ha per altro a dire,

che non parlarono più di lui.

Anche la povera famiglia, della quale abbiamo raccontata la storia, fu

da essi in breve dimenticata. Altre e più infelici creature, nate

dalla miseria, cresciute nelle umili officine, deserte nell'ignoranza,

in mezzo al pericolo della giovinezza, e alle suggestioni

dell'indigenza, furon vedute ingannar per corta stagione le noie del

ricco scioperato, piangere e morire! Tradite, e poi derise, avranno

creduto troppo facile la vita, sperato di poter dimenticare il tugurio

in cui nacquero e il pane dell'onesta fatica.... poi, dopo un rapido

sogno, desiderarono il pane di prima.... quel pane bagnato di lagrime

innocenti! Anch'esse gustarono un'ora d'ebbrezza, e il capriccioso

orgoglio della fortuna; ma le rose di cui tessevano ghirlanda, a' loro

inanellati capegli, si sfogliarono; e allora si trovaron sole, finchè

vennero la vergogna e il rimorso; venne il lurido bisogno, e poi tornò

facile il delitto!--Intanto gli eroi de' fuggitivi amori continuarono

allegre cene, e trionfi galanti; e parecchi n'andarono invidiati, e

alcuna fra le regine della moda e della bellezza non isdegnò il

corteggio de' più giovani e più fortunati di que' conquistatori.

Ma torniamo a' nostri buoni amici. Don Teodoro, quell'uom raro che

aveva già fatto tanto per loro, persuase Damiano che, abbandonata la

città il più presto possibile, andasse a stabilirsi colla famiglia

nella pace di qualche lontano paesetto. A Rocco poi consegnò il

capitale tenuto in serbo da tanto tempo, e cresciuto a dodicimila

lire; di lì a poco altre seimila, che l'Illustrissimo avevagli fatte

contare, dopo l'ultimo colloquio, col semplice avviso che fossero da

lui adoperate secondo la sua intenzione. Rocco, al veder tant'oro, al

pensar ch'era suo, da principio restò come trasognato; poi rifiutò,

dicendo non voler toccare neppure un da venti soldi, senza saper da

che mani gli venisse quella fortuna. Nè fu cosa da nulla per don

Teodoro il capacitarlo, perchè avesse a ringraziar Dio, e a non

cercare più in là. Il giovinotto s'impadronì d'una mano del buon

prete, e baciandola disse:--Oh m'insegni lei quel che ho a fare, e mi

metta il cuore in pace, con una parola di quelle che, fin adesso, non

ho sentito dire che da lei.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 58 / 64 题