Capitolo Ventesimoprimo

L'uomo cammina a gran passi sulla via del delitto. Nel dì stesso che

accadevano le cose narrate nel precedente capitolo, il signor Omobono

venne a sapere come la fuga della Stella dal Ritiro fosse già nota

alle dame protettrici; le quali, scandolezzate dal mal esempio e piene

di zelo, non avrebbero mancato di fare un subbisso, colle loro

querele, in tutta la congregazione, e di portar fors'anche la cosa

alla conoscenza delle autorità ecclesiastiche e secolari. Benchè la

paura gli suggerisse in quel frangente un'estrema prudenza, nondimeno

egli non seppe resistere all'ultima tentazione della vendetta. Ma

volle compirla, mettendosi prima al sicuro d'ogni perigliosa

conseguenza.

Al mattino, la fanciulla, dopo un'intera notte di pianto e di terrore,

non aveva più sentito al di fuori della sua prigione nè voce, nè

movimento. Si trascinò alla porta, e cominciò a battere, e domandare

pietà. E la pegnataria, dalla quale il signor Omobono si partiva allor

allora, dopo concertata ogni cosa, non fece la sorda a quelle

preghiere. Ella aveva promesso di fare a modo dell'Omobono: con tutto

che durasse un pezzo fra il sì e il no; e se non fosse stata la

speranza di sbrigarsi al più presto della figliuola, e anche di

quell'uomo, tutto viluppi e imbratti, che l'aveva tirata pe' capegli

in quell'affaraccio, non avrebbe promesso.

Entrò nella cameretta, in aria premurosa e compassionevole, dicendo

che non s'era già dimenticata di lei, e che veniva a portarle la

colazione. E mise giù sulla tavola un tondo con una tazza di caffè e

latte e un po' di pane.

La fanciulla, appena la vide, le corse incontro, le s'inginocchiò

dinanzi piangendo e scongiurandola che la lasciasse partire. La

vecchia, fingendosi impietosita, rispondevale ch'era ben giusto, e che

fra poco sarebbe venuta a prenderla una brava persona sua conoscente,

per accompagnarla presso alla sua mamma.

--Intanto, soggiunse, non lasciatevi andar così, la mia figliuola;

dovete aver bisogno di pigliar qualche cosa; siete digiuna da forse

ventiquattr'ore, chè nemmeno jer sera avete voluto mangiar nulla....

Datemi ascolto, bevete almeno quel po' di caffè col latte, ben caldo.

La fanciulla, aveva tanto bisogno di sperare che cominciò a credere a

quelle bugiarde parole; e sentendosi veramente venir meno per tutto il

patir che fece, prendeva dalle mani della vecchia la tazza: ma non

potendo inghiottire un sol boccone di pane, s'accontentò di bere una

parte di quel caffè col latte. Nè molto andò che, fosse effetto del

lungo sfinimento della passata notte, fosse un'improvvisa stretta al

cuore, la fanciulla sentì annebbiarsi gli occhi, le membra

agghiadarsi; e cólta da vertigine, si lasciò cadere sulla seggiola più

vicina e giacque come svenuta.

Allora la pegnataria non s'affrettò già per darle soccorso, ma fu d'un

tratto nell'altra stanza, e fattasi alla finestra sulla via, l'aperse,

e battè due o tre volte palma a palma. Un uomo inferraiolato se ne

stava a pochi passi del portone: quantunque il segnale venisse così

dall'alto, parve fosse là ad aspettarlo; poichè subito si mosse, e con

un cenno fece avanzare una carrozza di nolo, appostata dietro l'angolo

della via; poi, guardato ch'ebbe intorno con sospetto, svoltò nel

portone.

Non passò un quarto d'ora, e l'uomo ricomparve: un altro venivagli

dietro, reggendo sulle braccia una fanciulla, con uno scialle scuro in

testa che le cadeva sul viso, e involto da una coltre il resto della

persona. Una pigionale che, al passar di costoro, aveva fatto capolino

dall'uscio, la credette una poveretta portata forse a morire

all'ospedale; e usa anche troppo a così fatte scene, non vi fece poi

sopra, colle vicine, nessuna ciancia.

I due, venuti al basso, s'accostarono al legno; l'uno n'aperse lo

sportello, l'altro vi adagiò la fanciulla che sembrava piuttosto

addormentata che svenuta; mentre il primo s'avanzò per dire una parola

al vetturino. Costui, chinato il capo, frustò i cavalli, che malgrado

il lor trotto ineguale, gareggiavano di non solita velocità.

Quando la Stella si risvegliò da quel grave sopore, il sole era alto.

Guardossi intorno, tutta incerta e smemorata ancora, nè riconobbe dove

fosse. Pensava d'aver sognato, di sognare ancora.

Era in una stanza vasta, quadrata, malinconica. Pochi mobili vecchi,

tarlati, coperti di sbiadito damasco giallo la guernivano; da un lato

una tavola, dall'altro un canapè massiccio e nano, sul quale ella

s'era risvegliata in quel punto; nude le pareti, la vôlta fonda,

sgretolata. Solo ornamento del tetro luogo, vedevasi pendere da una

delle pareti, al di sopra dell'antico canapè, un gran quadro annerito,

rappresentante un vecchio signore, in abito cavalieresco, ritto e

severo, in attitudine di comando.

La fanciulla era corsa all'unico balcone, che lasciava entrare una

pallida luce nella stanza: al basso, vide muraglie d'antico recinto,

giardini abbandonati, grandi alberi da cui si staccavano, portate dal

vento, le foglie ingiallite; vide, a qualche distanza, un gruppo di

povere case, e fuggir da que' tetti qualche striscia di fumo

biancastro; e campi all'ingiro e praterie attraversate da rigagnoli,

divise da lunghissime file di salici e di pioppi sfrondati; e di

lontano, sopra un cielo cenerognolo, uniforme, disegnarsi le bianche

guglie del Duomo.

Quella finestra, alla quale smarrita, estatica affacciavasi la

fanciulla, era altissima; e guardava il fianco d'un edificio antico,

quadrato, ch'era stato altre volte la torre d'un castello. Il castello

in gran parte più non esisteva, poichè la fronte dell'edifizio si

vedeva restaurata colla pesante architettura di due secoli fa, e

trasformata in un palazzotto; sola rimaneva tuttora in piedi la torre,

con una tettoja sovrapposta allo spalto merlato; alcune delle vecchie

finestre apparivano turate, altre erano munite di massiccie inferriate

sporgenti; ma anche quella parte, fin allora la sola intatta

dell'antico fabbricato, doveva essere in breve riattata, come lo

indicava un impalcato di travi e d'assi costrutto da un fianco del

terrazzo, poco al di sotto della finestra, donde stava a guardare la

fanciulla.

In quel solitario e abbandonato palazzo, poche miglia lontano dalla

città, e appartenente all'Illustrissimo, aveva il signor Omobono fatto

condurre, giovandosi a tempo della protezione di quel potente signore,

la povera Stella.

Quando, risensata del tutto, essa potè comprendere o piuttosto

intravvedere la verità, quando ripensò a quel ch'era avvenuto e che

parevale tuttora avvolto d'inesplicabile mistero, raccapricciò; e,

coprendosi colle mani tremanti la faccia, ruppe in alto pianto. La

solitudine, lo spavento, la certezza che, per piangere o gridar che

facesse, nessuno poteva udirla, nessuno venire a salvarla; l'aspetto

di quel luogo, il gelo che le correva per le membra, perfino il cupo

sguardo che sembrava cader sopra di lei da quel ritratto del vecchio

castellano; ogni cosa, ogni pensiero le aumentava l'angoscia

dell'animo, la faceva disperare. Ripeteva il nome di sua madre, de'

suoi fratelli; e poi piangeva, raccomandavasi alla Beata Vergine, e

sperava ancora.

Passarono alcune ore. Quella gravezza di capo, quella specie di

torpida nube che la opprimeva tuttora, in guisa che non riusciva a

spiegare a sè stessa come nè quando, dall'angusta cameretta della

pegnataria, fosse stata condotta in quel luogo deserto e sconosciuto,

l'avevan resa di nuovo quasi insensibile; e non potendo più reggersi

in piedi, gettossi di nuovo sugli scomposti cuscini del canapè.

Cresceva a grado a grado nella stanza l'oscurità; e s'udivano poco

lontano i rintocchi lenti d'una campana.

In quel punto, un romore confuso nelle stanze di sotto; un domandare e

rispondere di due voci concitate e lo strepito d'un passo sulle scale,

riscossero la Stella da quel letargo, che l'aveva tolta per poco alla

conoscenza del suo pericolo, del suo spavento. Si levò a sedere,

origliò; il cuore le batteva con rapidissimo sussulto; desiderava che

alcuno venisse, fosse anche l'ignoto suo persecutore.

Non s'era ingannata; era il passo d'un uomo che saliva a quella

stanza. La porta fu schiusa, e subitamente essa riconobbe, sebbene da

lungo tempo non l'avesse più veduto, il signor Omobono. Costui

s'avanzò col viso composto, colle mani serrate al petto, in atto di

premurosa compassione. Ma la fanciulla non ardì levar la seconda volta

gli occhi sopra di lui; essa tremava in ogni fibra; poco prima le

aveva stretto il cuore il dubbio di trovarsi, senza difesa, in potere

di quel vecchio signore che venne una volta nella sua povera casa per

ingannarla coll'apparenza della protezione. Ora la vista del signor

Omobono le mutava quel dubbio in certezza; essa trovavasi in faccia di

colui ch'era stato l'artefice di tutte le sue disavventure.

L'Omobono fermossi con atto contegnoso, poco discosto dal canapè, dal

quale la fanciulla non aveva avuto forza d'alzarsi.

--Mi conoscete, diss'egli? Oh dove mai vi trovo! Ma, io vi sono amico,

non temete di nulla, povera giovine!

--No, no! è un inganno.... Non è vero! Io sono stata tradita! Oh

Signore, Signore, ajutatemi voi!

--Quietatevi, datemi ascolto; io son venuto per assistervi....

--No, non è vero.... È lei che ha fatto tutto questo male! Perchè son

qui?.... Perchè viene lei?....

--Vi compatisco.... dopo uno spavento come quello che dovete aver

provato.... Ma fatevi cuore.... sentite....

--No! no! Cosa ho fatto io di male per essere così trattata? Io non ho

nessuno.... e m'han condotta qui per forza, m'han dato a bere qualche

cosa.... ho perduta la mente.... Cos'è stato di me, lo sa il Signore.

--Ma chi vuol farvi del male? Siete qui in una casa sicura; nessuno vi

toccherà un capello...

--Io voglio andar da mia madre, io!....

--È giusto.

--Lasciatemi andare, lasciatemi andare!... Oh! tutto questo mi toglie

la mente.

--Datemi ascolto; e non vi spaventate così. Io ho sempre avuta della

premura per vostra madre e per voi.... e posso far molto io....

--Impostore! impostore! Voi tutto il male che v'è stato possibile

l'avete fatto... E non vi basta. Io so bene cosa pensate voi... lo so,

lo so! E vi guardo in faccia, e ve lo dico!

--Passerà questa furia, e io potrò ancora farvi del bene....

--Dio santo, tu mi darai la forza di resistere!

Ma qui, invece, cominciò a piangere, e gettandosi in ginocchio a piè

di quell'uomo, lo tentò affannosa colla preghiera.

--Oh! perchè mai le preme che una povera creatura, come me, sia

perduta, sagrificata per sempre?.... Cosa le abbiam fatto noi?... Sono

stata divisa dalla mia mamma.... quando mi cercava, quando non aveva

più nessuno.... Ho voluto tornare a casa mia.... Oh! se lei non è

cattivo, se è vero che, non per farmi del male, sia venuto qui....

m'usi adesso un po' di compassione, mi conduca dalla mia povera

mamma.... Vede, che io piango.... Bacierò le sue mani, pregherò il

Signore per lei!

--Sì, sì! ma state quieta, non piangete così forte.... Vostra madre la

tornerete a vedere....

--Oh! torni a dirlo.... mi consoli, non mi lasci pensare che voglia

prendersi spasso di me!--E sollevandosi dal terreno, la fanciulla fece

per uscire.

--Aspettate un momento: dove pensate d'andare? Da vostra madre, adesso

no! prima di domani mattina non sarà possibile.... Ora siete qui,

siete in sicuro, nessuno vuol farvi del male, Vostra madre poi non sa

ancora quel ch'è stato.

--Oh mio Dio!

--Fidatevi; ci penso io....

--No! no! voglio uscir di qui.

--Siate ragionevole.... Non m'obbligate....

Oh! lasciatemi andar via!...--E come disperata, di nuovo si precipitò

verso la porta.

Ma il signor Omobono, che vegliava ogni movimento della fanciulla, fu

pronto a impedirle il passo, e mutando tuono e volto:--Aspettate,

disse con ira soffocata: non potete uscir di qui senza di me! se vi

movete, siete morta!

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 57 / 64 题