L'uomo cammina a gran passi sulla via del delitto. Nel dì stesso che
accadevano le cose narrate nel precedente capitolo, il signor Omobono
venne a sapere come la fuga della Stella dal Ritiro fosse già nota
alle dame protettrici; le quali, scandolezzate dal mal esempio e piene
di zelo, non avrebbero mancato di fare un subbisso, colle loro
querele, in tutta la congregazione, e di portar fors'anche la cosa
alla conoscenza delle autorità ecclesiastiche e secolari. Benchè la
paura gli suggerisse in quel frangente un'estrema prudenza, nondimeno
egli non seppe resistere all'ultima tentazione della vendetta. Ma
volle compirla, mettendosi prima al sicuro d'ogni perigliosa
conseguenza.
Al mattino, la fanciulla, dopo un'intera notte di pianto e di terrore,
non aveva più sentito al di fuori della sua prigione nè voce, nè
movimento. Si trascinò alla porta, e cominciò a battere, e domandare
pietà. E la pegnataria, dalla quale il signor Omobono si partiva allor
allora, dopo concertata ogni cosa, non fece la sorda a quelle
preghiere. Ella aveva promesso di fare a modo dell'Omobono: con tutto
che durasse un pezzo fra il sì e il no; e se non fosse stata la
speranza di sbrigarsi al più presto della figliuola, e anche di
quell'uomo, tutto viluppi e imbratti, che l'aveva tirata pe' capegli
in quell'affaraccio, non avrebbe promesso.
Entrò nella cameretta, in aria premurosa e compassionevole, dicendo
che non s'era già dimenticata di lei, e che veniva a portarle la
colazione. E mise giù sulla tavola un tondo con una tazza di caffè e
latte e un po' di pane.
La fanciulla, appena la vide, le corse incontro, le s'inginocchiò
dinanzi piangendo e scongiurandola che la lasciasse partire. La
vecchia, fingendosi impietosita, rispondevale ch'era ben giusto, e che
fra poco sarebbe venuta a prenderla una brava persona sua conoscente,
per accompagnarla presso alla sua mamma.
--Intanto, soggiunse, non lasciatevi andar così, la mia figliuola;
dovete aver bisogno di pigliar qualche cosa; siete digiuna da forse
ventiquattr'ore, chè nemmeno jer sera avete voluto mangiar nulla....
Datemi ascolto, bevete almeno quel po' di caffè col latte, ben caldo.
La fanciulla, aveva tanto bisogno di sperare che cominciò a credere a
quelle bugiarde parole; e sentendosi veramente venir meno per tutto il
patir che fece, prendeva dalle mani della vecchia la tazza: ma non
potendo inghiottire un sol boccone di pane, s'accontentò di bere una
parte di quel caffè col latte. Nè molto andò che, fosse effetto del
lungo sfinimento della passata notte, fosse un'improvvisa stretta al
cuore, la fanciulla sentì annebbiarsi gli occhi, le membra
agghiadarsi; e cólta da vertigine, si lasciò cadere sulla seggiola più
vicina e giacque come svenuta.
Allora la pegnataria non s'affrettò già per darle soccorso, ma fu d'un
tratto nell'altra stanza, e fattasi alla finestra sulla via, l'aperse,
e battè due o tre volte palma a palma. Un uomo inferraiolato se ne
stava a pochi passi del portone: quantunque il segnale venisse così
dall'alto, parve fosse là ad aspettarlo; poichè subito si mosse, e con
un cenno fece avanzare una carrozza di nolo, appostata dietro l'angolo
della via; poi, guardato ch'ebbe intorno con sospetto, svoltò nel
portone.
Non passò un quarto d'ora, e l'uomo ricomparve: un altro venivagli
dietro, reggendo sulle braccia una fanciulla, con uno scialle scuro in
testa che le cadeva sul viso, e involto da una coltre il resto della
persona. Una pigionale che, al passar di costoro, aveva fatto capolino
dall'uscio, la credette una poveretta portata forse a morire
all'ospedale; e usa anche troppo a così fatte scene, non vi fece poi
sopra, colle vicine, nessuna ciancia.
I due, venuti al basso, s'accostarono al legno; l'uno n'aperse lo
sportello, l'altro vi adagiò la fanciulla che sembrava piuttosto
addormentata che svenuta; mentre il primo s'avanzò per dire una parola
al vetturino. Costui, chinato il capo, frustò i cavalli, che malgrado
il lor trotto ineguale, gareggiavano di non solita velocità.
Quando la Stella si risvegliò da quel grave sopore, il sole era alto.
Guardossi intorno, tutta incerta e smemorata ancora, nè riconobbe dove
fosse. Pensava d'aver sognato, di sognare ancora.
Era in una stanza vasta, quadrata, malinconica. Pochi mobili vecchi,
tarlati, coperti di sbiadito damasco giallo la guernivano; da un lato
una tavola, dall'altro un canapè massiccio e nano, sul quale ella
s'era risvegliata in quel punto; nude le pareti, la vôlta fonda,
sgretolata. Solo ornamento del tetro luogo, vedevasi pendere da una
delle pareti, al di sopra dell'antico canapè, un gran quadro annerito,
rappresentante un vecchio signore, in abito cavalieresco, ritto e
severo, in attitudine di comando.
La fanciulla era corsa all'unico balcone, che lasciava entrare una
pallida luce nella stanza: al basso, vide muraglie d'antico recinto,
giardini abbandonati, grandi alberi da cui si staccavano, portate dal
vento, le foglie ingiallite; vide, a qualche distanza, un gruppo di
povere case, e fuggir da que' tetti qualche striscia di fumo
biancastro; e campi all'ingiro e praterie attraversate da rigagnoli,
divise da lunghissime file di salici e di pioppi sfrondati; e di
lontano, sopra un cielo cenerognolo, uniforme, disegnarsi le bianche
guglie del Duomo.
Quella finestra, alla quale smarrita, estatica affacciavasi la
fanciulla, era altissima; e guardava il fianco d'un edificio antico,
quadrato, ch'era stato altre volte la torre d'un castello. Il castello
in gran parte più non esisteva, poichè la fronte dell'edifizio si
vedeva restaurata colla pesante architettura di due secoli fa, e
trasformata in un palazzotto; sola rimaneva tuttora in piedi la torre,
con una tettoja sovrapposta allo spalto merlato; alcune delle vecchie
finestre apparivano turate, altre erano munite di massiccie inferriate
sporgenti; ma anche quella parte, fin allora la sola intatta
dell'antico fabbricato, doveva essere in breve riattata, come lo
indicava un impalcato di travi e d'assi costrutto da un fianco del
terrazzo, poco al di sotto della finestra, donde stava a guardare la
fanciulla.
In quel solitario e abbandonato palazzo, poche miglia lontano dalla
città, e appartenente all'Illustrissimo, aveva il signor Omobono fatto
condurre, giovandosi a tempo della protezione di quel potente signore,
la povera Stella.
Quando, risensata del tutto, essa potè comprendere o piuttosto
intravvedere la verità, quando ripensò a quel ch'era avvenuto e che
parevale tuttora avvolto d'inesplicabile mistero, raccapricciò; e,
coprendosi colle mani tremanti la faccia, ruppe in alto pianto. La
solitudine, lo spavento, la certezza che, per piangere o gridar che
facesse, nessuno poteva udirla, nessuno venire a salvarla; l'aspetto
di quel luogo, il gelo che le correva per le membra, perfino il cupo
sguardo che sembrava cader sopra di lei da quel ritratto del vecchio
castellano; ogni cosa, ogni pensiero le aumentava l'angoscia
dell'animo, la faceva disperare. Ripeteva il nome di sua madre, de'
suoi fratelli; e poi piangeva, raccomandavasi alla Beata Vergine, e
sperava ancora.
Passarono alcune ore. Quella gravezza di capo, quella specie di
torpida nube che la opprimeva tuttora, in guisa che non riusciva a
spiegare a sè stessa come nè quando, dall'angusta cameretta della
pegnataria, fosse stata condotta in quel luogo deserto e sconosciuto,
l'avevan resa di nuovo quasi insensibile; e non potendo più reggersi
in piedi, gettossi di nuovo sugli scomposti cuscini del canapè.
Cresceva a grado a grado nella stanza l'oscurità; e s'udivano poco
lontano i rintocchi lenti d'una campana.
In quel punto, un romore confuso nelle stanze di sotto; un domandare e
rispondere di due voci concitate e lo strepito d'un passo sulle scale,
riscossero la Stella da quel letargo, che l'aveva tolta per poco alla
conoscenza del suo pericolo, del suo spavento. Si levò a sedere,
origliò; il cuore le batteva con rapidissimo sussulto; desiderava che
alcuno venisse, fosse anche l'ignoto suo persecutore.
Non s'era ingannata; era il passo d'un uomo che saliva a quella
stanza. La porta fu schiusa, e subitamente essa riconobbe, sebbene da
lungo tempo non l'avesse più veduto, il signor Omobono. Costui
s'avanzò col viso composto, colle mani serrate al petto, in atto di
premurosa compassione. Ma la fanciulla non ardì levar la seconda volta
gli occhi sopra di lui; essa tremava in ogni fibra; poco prima le
aveva stretto il cuore il dubbio di trovarsi, senza difesa, in potere
di quel vecchio signore che venne una volta nella sua povera casa per
ingannarla coll'apparenza della protezione. Ora la vista del signor
Omobono le mutava quel dubbio in certezza; essa trovavasi in faccia di
colui ch'era stato l'artefice di tutte le sue disavventure.
L'Omobono fermossi con atto contegnoso, poco discosto dal canapè, dal
quale la fanciulla non aveva avuto forza d'alzarsi.
--Mi conoscete, diss'egli? Oh dove mai vi trovo! Ma, io vi sono amico,
non temete di nulla, povera giovine!
--No, no! è un inganno.... Non è vero! Io sono stata tradita! Oh
Signore, Signore, ajutatemi voi!
--Quietatevi, datemi ascolto; io son venuto per assistervi....
--No, non è vero.... È lei che ha fatto tutto questo male! Perchè son
qui?.... Perchè viene lei?....
--Vi compatisco.... dopo uno spavento come quello che dovete aver
provato.... Ma fatevi cuore.... sentite....
--No! no! Cosa ho fatto io di male per essere così trattata? Io non ho
nessuno.... e m'han condotta qui per forza, m'han dato a bere qualche
cosa.... ho perduta la mente.... Cos'è stato di me, lo sa il Signore.
--Ma chi vuol farvi del male? Siete qui in una casa sicura; nessuno vi
toccherà un capello...
--Io voglio andar da mia madre, io!....
--È giusto.
--Lasciatemi andare, lasciatemi andare!... Oh! tutto questo mi toglie
la mente.
--Datemi ascolto; e non vi spaventate così. Io ho sempre avuta della
premura per vostra madre e per voi.... e posso far molto io....
--Impostore! impostore! Voi tutto il male che v'è stato possibile
l'avete fatto... E non vi basta. Io so bene cosa pensate voi... lo so,
lo so! E vi guardo in faccia, e ve lo dico!
--Passerà questa furia, e io potrò ancora farvi del bene....
--Dio santo, tu mi darai la forza di resistere!
Ma qui, invece, cominciò a piangere, e gettandosi in ginocchio a piè
di quell'uomo, lo tentò affannosa colla preghiera.
--Oh! perchè mai le preme che una povera creatura, come me, sia
perduta, sagrificata per sempre?.... Cosa le abbiam fatto noi?... Sono
stata divisa dalla mia mamma.... quando mi cercava, quando non aveva
più nessuno.... Ho voluto tornare a casa mia.... Oh! se lei non è
cattivo, se è vero che, non per farmi del male, sia venuto qui....
m'usi adesso un po' di compassione, mi conduca dalla mia povera
mamma.... Vede, che io piango.... Bacierò le sue mani, pregherò il
Signore per lei!
--Sì, sì! ma state quieta, non piangete così forte.... Vostra madre la
tornerete a vedere....
--Oh! torni a dirlo.... mi consoli, non mi lasci pensare che voglia
prendersi spasso di me!--E sollevandosi dal terreno, la fanciulla fece
per uscire.
--Aspettate un momento: dove pensate d'andare? Da vostra madre, adesso
no! prima di domani mattina non sarà possibile.... Ora siete qui,
siete in sicuro, nessuno vuol farvi del male, Vostra madre poi non sa
ancora quel ch'è stato.
--Oh mio Dio!
--Fidatevi; ci penso io....
--No! no! voglio uscir di qui.
--Siate ragionevole.... Non m'obbligate....
Oh! lasciatemi andar via!...--E come disperata, di nuovo si precipitò
verso la porta.
Ma il signor Omobono, che vegliava ogni movimento della fanciulla, fu
pronto a impedirle il passo, e mutando tuono e volto:--Aspettate,
disse con ira soffocata: non potete uscir di qui senza di me! se vi
movete, siete morta!