Don Teodoro conosceva quella superba dimora, e quel vecchio erede d'un
gran nome. S'era trovato alla presenza di lui, in una circostanza che
il lettore non avrà forse dimenticata: quando, appena morta l'infelice
Marianna, madre di quel perduto fanciullo di cui non aveva saputo in
tanti anni raccogliere alcun preciso indizio, egli s'era presentato al
fastoso signore, per adempiere l'ultima volontà della moribonda donna.
Ma era passato tanto tempo, e temeva non poco che mal sortisse la
prova, per la quale s'era fatto animo a tentar di nuovo il cuore di
quell'uomo. Il saggio prete usava più spesso nelle case de' poveri che
in quelle de' ricchi; egli pensava d'esser chiamato a spender la vita
per sollevare gli oppressi, per umiliare i superbi: ond'è che la sua
parola riusciva, di solito, poco accetta all'orecchio de' grandi; ma,
sebbene avesse per ciò appunto di molti nemici, non osavan
dichiararsegli tali apertamente, colla tema fors'anche d'ajutar per
questa via il maggiore suo trionfo.
Al suo entrare nell'anticamera del palazzo, i servitori si guardarono
tra loro in faccia, con non so qual maraviglia: pensando forse che il
modesto prete fosse qualche nuova premura della padrona, e che avesse
preso in fallo lo scalone degli appartamenti dell'Illustrissimo, un
d'essi, alzando il gomito con atto villano:--Ha fallato, signor abate;
dall'altro scalone.
--Non ho fallato; ho bisogno di parlare al vostro signore.
--Non si hanno ancora gli ordini dell'Illustrissimo, questa mattina.
--Andate a domandarglieli.
--Non si usa, signor curato, o quel ch'ell'è: ripigliò quel zotico,
senza pur muoversi dallo scanno su cui stava a cavalcione.
--Se non volete annunziarmi, bisognerà che mi faccia innanzi io
stesso.--E ciò disse, con tale dignità seria e sdegnosa, che
l'insolente servo, credendolo qualcosa di più che non pareva, e
dubitando delle conseguenze d'un granchio che avesse pigliato, stimò
bene di domandare a un de' compagni, che cercasse del Rosso, per
sapere se il padrone desse udienza.
--Dite ch'è l'abate Teodoro, e che viene per cosa di certa importanza:
soggiunse il prete.
Intanto che l'altro servitore lo precedette, don Teodoro, camminando
innanzi e indietro per la vasta anticamera e per l'attigua galleria,
pensava a tutto il male che aveva fatto un capriccio di quel grande a
cui stava per parlare; e qualche sguardo inquieto, che a ogni poco
gittava sulla porta dell'interno appartamento, palesava la sua
incertezza e il tedio dell'aspettare.
Passata mezz'ora buona, ricomparve il servo a dire che, quantunque
l'Illustrissimo fosse occupato e poco ben disposto, valeva però fare
un'eccezione per lui. E, con un certo rispetto, lo invitò a venirgli
appresso.
Il vecchio patrizio, ravvolto in una morbida zimarra di broccato, se
ne stava a grand'agio nel suo seggiolone, appoggiando un braccio sopra
lo scrittojo; prezioso arredo d'antica data, tutto intarsii e
dorature, a cui sormontava una foggia di scansìa con agate e
lapislazzuli incrostati: di questo capolavoro del tempo di Francesco
di Francia, l'Illustrissimo soleva dire, in confidenza, ch'era dono
d'un gran contestabile a una sua arcavola di bellezza famosa. La
guantiera d'argento che gli era vicina, con una tazza di cristallo e
due nane boccie contenenti una pozione torbida, biancastra, a dir
vero, mal non s'accordava colla livida e annebbiata sua fisonomia.
Quella mattina egli s'era levato più tardi del consueto, dopo una
notte insonne; e per cacciar l'uggia che si sentiva ne' pensieri aveva
legicchiato alcune pagine d'uno scandaloso romanzo francese del secolo
passato, e un insipido articolo di politica d'una gazzetta ufficiale
ch'eragli fuggita di mano: poi non trovò di meglio che sfogar la bile
con alcuno de' servi o dipendenti che gli capitasse innanzi. Quando
gli annunziarono l'abate Teodoro, stava l'Illustrissimo combattendo
contro la noja e il dispetto che da qualche tempo l'assediavano più
importuni, e pensava al viaggio degli anni che andavano innanzi anche
per lui, a quegli acciacchi che lasciavansi dietro.
Rimase un poco in forse; poi, fosse gusto di trovare una vittima nuova
o diversa, fosse un'improvvisa mutazion di pensieri, disse al servo
che facesse entrare il prete.
Don Teodoro, fattosi innanzi contegnoso e tranquillo, chinò il capo
senza parlare, mentre l'Illustrissimo accennavagli di sedere. Eran
corsi vent'anni dal giorno che questi due uomini s'eran trovati a
fronte un dell'altro, in quella camera stessa; don Teodoro veniva per
tentare un'altra volta nel cuore del patrizio la stessa corda che
allora aveva inutilmente tentata: ma l'Illustrissimo, nel turbine
d'una vita logorata da' piaceri, inebbriata dal fumo delle ricchezze,
aveva perduta la memoria di quel colloquio, e di quel nome di cui il
prete sperava destare un'eco in fondo dell'anima sua. Forse egli lo
credeva qualche nuovo accolito della corte di sua sorella, qualche
occulto esploratore dell'accampamento nemico: e gli sarebbe piaciuto
di pigliar l'inviato della dama in quella medesima rete ch'esso voleva
tendere a lui.--E saprò capir ben io (pensava) se costoro mettano già
in conto l'usufrutto del fatto mio.
L'Illustrissimo continuava a tacere; il prete credè allora di poter
rompere il silenzio pel primo.
--Non so veramente, s'io abbia l'onore d'essere riconosciuto da lei,
signore.
--La conosco, signor abate... di nome almeno: freddo freddo rispose il
patrizio, pigliando da una scatolina d'avorio e ponendosi in bocca non
so che pastiglie gommose.
--È gran tempo ch'ebbi occasione di parlarle; ma suppongo... confido
che non m'avrà dimenticato...
--In coscienza, non mi ricordo affatto.
--Son vent'anni... Io era venuto qui, in nome... in nome d'una
infelice, morta a quel tempo...
Tacque un istante, ma come vide offuscarsi la fronte del vecchio, che
facendosi ritto sulla persona cominciava a guardarlo fiso, ripetè:--A
nome d'una infelice, e per domandarle una riparazione... che...
--Che? che?... favorisca di spiegarsi più chiaro, se le piace. Non so
davvero cosa ella venga quì a raccontarmi: già loro preti, n'han
sempre pronte di simiglianti storie...--E ciò gli disse con voce un
poco risentita, mentre lo squadrava da capo a piedi, come per
mostrargli maraviglia di quel suo audace esordio.
--Non si sdegni, o signore, di qualche espressione che può parerle
troppo viva forse. Io so bene che, dove appena le dicessi un nome,
ella non sarebbe certo così poco giusto da fare strapazzo d'un uomo
che le parla con verità e franchezza. È ben vero che gli anni ci han
mutati entrambi; ma ciò di che io voleva intrattenerla, non è cosa che
s'abbia facilmente a dimenticare... Perdoni, dunque, signore!...
Questa lettera mi farà conoscere.
E traendo un foglio, glielo pose sott'occhio. Era la lettera, scritta
per ordine dell'Illustrissimo dal suo procuratore; quella stessa, con
cui era stato fatto all'abate Teodoro assegnamento di sei mila lire, a
beneficio d'una persona a lui nota. L'Illustrissimo vi gettò gli occhi
sopra; e mal suo grado un visibile ribrezzo lo colse; si ricordava
benissimo del prete; e tutti quegli anni passati dalla prima volta che
lo vide gli parvero un breve sogno. Il nome della Marianna,
dimenticata, morta da tanto tempo, gli venne quasi involontariamente
sulle labbra; e don Teodoro se n'accorse. Fece silenzio, e fissò il
mesto e penetrante suo sguardo nel viso accigliato dell'Illustrissimo;
il quale, contro il solito, e a causa fors'anche della indisposizione
che lo faceva a sè stesso più increscioso, non seppe sostener
quell'occhiata severa, benchè in cuore s'infastidisse di non trovar
parole per frenare, come avrebbe saputo in altro momento, la
tracotanza dell'importuno visitatore.
--Signore! il prete ripigliò pacatamente, in atto di chi parla
persuaso d'aver ragione: Ella ha un gran nome, e a questo mondo
cammina tra i primi; onori, fortuna, illustri attenenze, quanto fa per
solito il sogno o l'invidia degli altri, a lei tutto ciò è come un
diritto: ma, per un uomo che trionfa quaggiù, quanti non piangono e
soffrono! La via larga le è aperta dinanzi; ogni sua parola è, per il
piccolo mondo che la circonda, una legge; ogni desiderio cosa fatta.
La ricchezza dà il potere, e gli uomini si prostrano volentieri a
quell'idolo che non fu rovesciato ancora dal suo piedestallo, e forse
nol sarà mai, al vitello d'oro... I pochi che stanno in alto, di rado
abbassan gli sguardi per interrogare i patimenti della moltitudine,
costretta a strisciare a' loro piedi; non sanno per che fine la
ricchezza a loro fu data; non veggono, all'incontro, che frutto della
loro ricchezza è bene spesso la miseria altrui. Scusi, o signore, se
io parlo senza molti rigiri; ella sa quel che m'intendo dire.
--Nè vedo, nè so, il perchè mi voglia regalar questo squarcio di
predica sulla vanità delle ricchezze.--E frenandosi a stento,
sorrideva ironicamente; poi:--So bene che molti di lor signori usano
disprezzare ciò che non ponno avere per sè.
--Io non disprezzo i ricchi, e non li invidio. La ricchezza può esser
dono del cielo; può essere anticipata maledizione. Nessuna cosa al
mondo bisogna stimarla oltre l'uso che l'uomo può farne; e ben di
rado, o mai, l'oro potrà dargli l'amore, l'amicizia, il santo affetto
della patria, la virtù modesta e tranquilla nell'esercizio del dovere.
La ricchezza è un bene, ma è quel bene che più d'ogni altro corrompe
sè stesso; e corrompe altrui. Lasciam queste cose, abbastanza viete,
se vuole, ma non per questo men vere; poco importano a ciò che venni
per dirle.
--Sì, mi risparmi i quaresimali, signor abate; ringrazii poi la
fortuna che oggi io non ho voglia d'inquietarmi, poichè mi sento non
troppo bene: se no, l'avrei già pregato a cangiar di stile.
--Io le debbo essere importuno, lo comprendo; ma il motivo che io le
accennava, e che appunto mi chiama, sarà la mia scusa. Quando, molti
anni fa, venni a raccontarle gli ultimi momenti d'una infortunata che,
giovine ancora, moriva quasi nella disperazione, lasciando in terra
una creatura più misera di lei, un bambino senza nome, senza asilo,
condannato a portare il peso d'una vergogna e d'una colpa non sue....
ella, o signore, non volle ascoltarmi; mi fece poco meno che cacciar
fuori delle sue anticamere; in quel momento le tornava nojoso parlar
di miserie. Ma ella sapeva d'aver grave ragione per compiangere quella
sciagurata; e si pentì poi di non avermi dato ascolto: fu allora ch'io
ricevetti, per ordine suo, una piccola somma colla quale provvedere a
quell'innocente, già adottato dalla carità pubblica. Nè a lei era
ignoto, perch'io stesso adempiva al dovere di dargliene conoscenza,
come quel bambino affidato a una famiglia di contadini, fosse di poi
sparito; ella sa ancora che la povera sua madre era già morta, senza
nemmeno la consolazione di conoscere se il poverino vivesse tuttavia.
Intanto il piccolo capitale, da me tenuto in deposito, s'accrebbe, e a
quest'ora si è raddoppiato...
--Potrà esser vero ciò ch'ella dice, ma è cosa che non mi tocca così
da vicino, perchè ci sia necessità ch'io mi tenga in mente tutti
questi particolari....
--Come?
--Se ho creduto mandarle qualche denaro per fare un po' di bene, non
voglio averne merito, nè immischiarmi di più in questa faccenda: della
somma, ella può farne ciò che vuole; non potrebb'essere in mani più
sante.
Il prete scosse il capo, e seguitò:
--Quel fanciullo, o signore, vive. Dopo lunghe ricerche, dopo anni e
anni d'incertezza, il caso mi poneva sulle sue traccie; io credo
d'averlo ritrovato. Ora il fanciullo è un uomo; esso ignora del tutto
la storia della sua prima età; perduto in mezzo alla campagna, non
conobbe nè padre nè madre; nessuno gl'insegnò una parola d'amore, egli
crebbe insensato, nudo, selvaggio; per mesi e per anni, non fece che
piangere solitario e deriso da tutti, perchè la sua piccola mente a
grado a grado svaniva; lo chiamavano per soprannome il povero pazzo.
Ma c'è sopra di noi Chi si ricorda di tutti! Quel Dio che benedice il
dolore degli oppressi fu la guida invisibile dell'errante fanciullo; e
d'uno in altro villaggio, di casa in casa, il tapino si ridusse a
vivere in questa città. Io non voglio stancare, o signore, la sua
indulgenza, raccontando tutto ciò ch'esso fece e sofferse....
--Pare un romanzetto, caro signor abate, questa sua cantafera: lo
interruppe con alterigia l'Illustrissimo. Sta poi che tutto sia vero,
e più di tutto.... (questo il disse a voce più sommessa, e dopo una
pausa) c'è qualche prova dell'identità del fanciullo?....
--Non mancan prove, illustre signore! rispose il prete. Ma io, quanto
a me, non intendo farle valere; non intendo far parlare la legge,
prima che parli la coscienza....
--Questa è una minaccia, cred'io. Se la piglia su questo tuono, non ne
faremo nulla.--E sorrise, in modo da toglier quasi al prete quella
pazienza, onde aveva sostenuto senza sdegno la noncuranza e il
sarcasmo dell'Illustrissimo.
--Io son venuto, riprese don Teodoro con mite e tranquillo accento, a
supplicarla nel nome di Chi tutto sa, e per la memoria di quello ch'è
stato! Assecondi, ella n'ha tempo ancora, l'ultima preghiera d'una
infelice ch'è morta: io per me non ho nè il dovere, nè l'intenzione,
di propalare una trista avventura della quale conosco ogni
particolare; anzi, da me, quel povero giovine non saprà altro se non
che la Provvidenza l'ha destinato a espiare quaggiù il fallo di sua
madre. Ma se, per altra via, egli venisse a conoscere il vero; se
potesse mettere innanzi qualche ragione, qualche pretensione; se il
mondo un dì o l'altro echeggiasse d'un processo lungo e scandaloso,
d'un processo che non dovrebbe riuscire indifferente all'erede d'una
gran casa....
--È cosa inaudita! nessuno ha osato mai parlarmi in cosiffatta
maniera.... Buono, che per me ci vogliono altri spauracchi.... E io le
giuro, per dio!
--Non giuri per nessuno, signore! si degni darmi orecchio, mi lasci
finire. Il giovine di cui io parlo, nella sua semplicità e ignoranza,
ha potuto conservare un'anima generosa e grande; poche di simili n'ha
il mondo. Egli aveva trovata un'umile, onesta famiglia, che non gli
rifiutò ciò che di più gli bisognava, affetto e compassione; aveva
trovato un amico, e per quest'amico seppe fare il sagrificio della
propria libertà, offrir la vita. Grandi e polenti persone condussero
alla rovina quella buona gente; una vecchia madre all'ospedale, un
figliuolo uscito a malapena innocente da un processo criminale,
conseguenza d'un'insidia peggio che d'assassini; una fanciulla
perseguitata, e a quest'ora forse.... perduta!
Così dicendo, il prete fissava gli occhi ardenti nel volto
dell'Illustrissimo; il quale, compreso da un tremito che non poteva
nascondere, impallidendo balbettò con infinta sbadataggine:
--Che storia è questa?
--È presso a poco la storia di tutti i giorni: seguì il prete, con
voce mutata a un tratto in umile e dolorosa. Coloro che, al par di
noi, di noi dico che portiam quest'abito, penetrano ne' nascondigli
de' poveri, sanno quanto sia facile toglier loro l'unico, ultimo bene,
la pace dell'onestà; sanno che lacrime costi a tante avvilite creature
l'illusione d'un po' di fortuna; vedono nelle squallide case del
popolo le traccie dell'oro de' ricchi, seminato dalla seduzione e dal
capriccio. Così passa l'infamia d'una in altra generazione. Ben so che
i buoni non mancano; che molti de' ricchi fanno il bene; e molti che
il fanno, voglion che si sappia; le caritatevoli istituzioni, il
danaro largito a sollievo dell'umanità sono un vanto giusto dell'età
nostra, un pregio singolare di questa città; ma le beneficenze
orgogliose non son quelle che migliorano il mondo; e la carità vera è
nella giustizia, e nell'amore!...
L'Illustrissimo, piegata la testa sul petto, cupo nel pensiero, nulla
rispose a queste gravi parole, che certamente non era uso a sentire. E
gli pensava allo strano sviluppo di quest'avventura, dimenticata,
soffocata da tanti anni, che gli faceva ritrovare un figlio in quella
casa stessa ove, poco tempo prima, egli andò a cercare un'altra
vittima. Il turbamento che stavagli in cuore era forse compassione,
fors'anche rimorso; a questa voce interiore s'aggiunse un senso di
mala disposizione in tutta la persona. Egli parve veramente sentirsi
cader le forze, fluttuar più rapido il sangue, un freddo nelle membra,
una nebbia ne' pensieri; insieme a tutto questo, l'incertezza del
domani, e una paura; la paura della morte.
Ma il prete non aveva perduto nessun moto dell'uomo che gli stava
dinanzi; e leggendogli in viso il terrore dell'anima, pensò che, forse
per la prima volta, ciò che v'ha di più arcano nella natura percoteva
l'opulento e corrotto patrizio. E satisfatto abbastanza ch'egli
provasse quel terrore, anche senza confessarlo, ripigliò con voce più
riverente:
--M'accorgo, signore, ch'io forse tratto con soverchio calore una
giusta causa; ma ella mi perdonerà, se è vero ch'io leggo nel suo
cuore una buona ispirazione. Ella può far del bene, e molto, alla
famiglia per la quale io venni a parlarle; è pietà; è giustizia!...
--Oh! ascolti adesso anche me: disse l'Illustrissimo, rinfrancato
dall'orgoglio. Io non so con che diritto ella sia qui venuto a farmi
segno delle sue censure, a serrarmi i panni addosso con tante vane
supposizioni. Rispetto lor signori; ma son avvezzo a pigliare il mondo
com'è; ho fatto anch'io la mia parte di bene e di male, come tutti i
figli d'Adamo; però non ne do conto a nessuno; e in quanto a lei, non
la scelsi ancora per mio direttore di spirito..... Mi risparmi dunque
altri consigli; e, in cambio de' suoi, io ne darò uno a lei; pensi
bene un'altra volta a quello che fa, e a chi parla; l'abito che veste
non le faccia creder lecito di trattare un par mio, come il primo
mascalzone che si getti al piede del suo confessionale.
--Signore! ripigliò don Teodoro addolorato: non rinneghi la voce del
cuore, non mi rimandi così. Ella deve sapere dove si trovi quella
povera figliuola; deve sapere che un uomo perduto, malvagio, la
sottrasse con un'insidia alla casa ov'era stata ricoverata; deve
sapere che si mette innanzi il suo nome....
--Il mio nome? Per il cielo! io non ci entro per nulla in questi
fatti. Ora capisco che l'hanno ingannata--E si sforzò di pigliare un
tuono burlevole, e indifferente;--Se, per ajutare una giovine a fare
un po' di fortuna.... per via lecita, mi spiego, per esempio,
avviandola sul teatro, dove, se prometta bene, se sia bella, può far
tesori al tempo che corre; se per far questo, dico, ho a tirarmi
adosso le rappresaglie di tutta l'inquisizione, io posso anche
riderne, mi pare.... Non s'adonti dunque, e mi compatisca! Ella mi
vede inchiodato su questa seggiola; son castigato abbastanza, dacchè
vennero a trovarmi, in una mattina, i due uccelli del malaugurio, il
medico e il prete.
--Ella fa uno sforzo, o signore, per mentire a sè stesso, e scherzare.
Ma non è questo il momento. A me bisogna ritrovar la giovine....
ritrovarla, prima di sera.
--Io non so nulla, le ripeto. Se c'è persona che abusi del mio nome,
per qualche fine, per qualche vendetta....
--Come? ella dunque assente?...
--Che assentire? suppongo: e forse indovino.
--Cosa sento?... dunque è vero... E lei poteva?... Ma saremo a tempo?
--Le ripeto che non so nulla. Capisco che tutto questo è opera d'un
cattivo soggetto, il quale, lo conosco abbastanza, si prese giuoco
anche di me. In quanto all'essere a tempo, non so che dirle.
--Oh! sarebbe mai....--E levossi con impeto.
--Io me ne lavo le mani, io.... di tutto quel ch'è successo e che può
succedere.
--Signore! proruppe don Teodoro; ella dovrà render conto di tutto a
Colui che si ride delle violenze degli uomini! Le lagrime fatte
spargere dall'umana prepotenza sono adesso quel che fu un tempo il
sangue versato dai martiri.... Batterà l'ora della morte anche per
lei; e in quel punto....
Ma l'Illustrissimo adirato levossi, e disse:
--Finite, tacete, e lasciatemi in pace una volta!
--Or bene, che vi giudichi il Signore!... Il mio dovere mi chiama
altrove, e non ho un minuto da perdere. Ricordatevi che un'ora sola,
in cui pensiamo seriamente a noi stessi può mutar tutta la vita!
Così detto, se n'andò, lasciando l'Illustrissimo in un mar
d'incertezze e di terrori, sdegnato in una e confuso. E partito lui,
il patrizio, sentendo crescersi il male, non ebbe coraggio di maledire
il prete che osò parlargli come nessuno aveva osato mai, che non temè
di minacciargli la giustizia del cielo.