Capitolo Decimosettimo

Era passato un altro giorno. In una piccola sala, tappezzata di un bel

damasco verde, ornata all'ingiro di ricchissima suppellettile

forestiera e di quegli ampii e diversi seggioloni inventati così a

proposito dalla moda per i lunghi ozj degli annojati del nostro tempo,

un vecchio servitore in livrea s'affaccendava a ravvivare il fuoco sul

camminetto, quantunque non fosse ancor finito l'autunno, e il bel sole

d'ottobre cercasse di penetrare da due balconi, attraverso le doppie

tende cadenti fino al suolo. Appena si destò la fiamma sul camminetto,

dalla porta opposta a quella, per la quale usciva il servitore, videsi

entrar la contessa Cunegonda.

Andò a sedere a una tavola di legno nero sottilmente intarsiata

d'avorio, ov'ella soleva occuparsi della sua epistolare

corrispondenza. E di fatto, su quella tavola vedevansi alcune cartelle

di marocchino scuro, diverse lettere messe a fascio e annodate da

fettuccie di seta, e parecchi libriccini divoti che soleva tener

sempre alla mano, come piccioli doni alle pie persone che venissero

per raccomandarsi a lei.

Pigliata allora la penna, con molta attenzione scrisse, l'una dopo

l'altra, tre lettere: e bisogna supporre che trattassero di segreti

alti e stringenti, comechè si fosse degnata di scriverle e suggellarle

di sua propria mano. Que' tre fogli le stavano là sott'occhio,

quand'ella trasse fuori dalla sopracoperta improntata d'un ampio

stemma una lettera più grande, in forma tutta diplomatica, e la

rilesse cogli occhi pieni di gioja e col superbo sorriso del generale

che ha in pugno la vittoria.

Alla vecchia orgogliosa dama quella commozione pareva cancellar le

grinze di almen dieci anni; un leggier vermiglio erale salito alle

guancie avvizzite, si teneva alta e diritta sul busto, e coll'indice

appuntato al foglio seguiva, parola per parola, tutto quel che v'era

scritto.

--Sì, non c'è più dubbio: disse poi tra sè: abbiamo vinto anche questa

volta! Le cose, si può dirlo, cominciano a camminar bene. Orsù, corran

pure le mie lettere al loro destino.--E suonò un campanello che teneva

sullo scrittojo. Poi, senza volgersi indietro:--Siete il Venanzio?...

domandò al servo ch'entrava.

--Eccellenza sì.

--Portate subito queste lettere alle persone a cui sono indirizzate.

Ma badate di non pigliar l'una per l'altra; andateci voi stesso, nè

datevi il comodo di qualch'altra volta, quando, a fuggir la fatica, vi

siete fatto servire da un altro servitore.

--Non dubiti, Eccellenza; farò il mio dovere.

--Sì, e aspetterete le risposte, se ve ne sono; andate lesto, e

sopratutto non ciarlate, come so che vi piace di fare, e non fermatevi

per via a.... capite cosa intendo dire?...

Il servo si mise una mano al petto, e con una profonda riverenza

indietreggiando fino alla porta della sala, s'affrettò di compiere il

cenno della contessa sua padrona.

La quale, rimasta sola, chinò il capo in atto di meditare; e sulla sua

fronte una patetica serietà prese il luogo di quel baleno di gioja che

avevale sgomberato poco innanzi da ogni nebbia il viso. Non potè più

star cheta a sedere; e levatasi dallo scrittojo, cominciò a

passeggiare per la sala, con principesco incesso; poi, fattasi vicino

a uno dei balconi, gittò un'occhiata distratta nella via, sulla gente

che passava; tornò indietro verso l'ampia specchiera del cammino, e

fermandosi a guardare un quadro che, nella ricca cornice indorata

tutta a fogliami e cartocci, sormontava la specchiera, incrocicchiò le

braccia, e disse:--Ho regnato, e regno ancora!

Quel quadro figurava una bella e giovine donna dall'alta fronte, dal

nero sopracciglio, dagli occhi di fuoco, vestita d'un sottil busto di

raso cilestrino, scollato in guisa che l'occhio discopriva il ben

tornito collo, e _i molli ignudi avorii_, come forse un dì aveva

cantato alla bella dama qualche cicisbeo frugoniano. Sulla bionda

parrucca, architettata a molteplici ricci, posava a sghembo un leggier

cappellino di velluto nero ornato di una ghirlanda di rose e d'un bel

mazzo di pioventi nastri d'ogni colore; le braccia, nude anch'esse

fino al gomito, spiccavano fra un'onda di trine; e l'uno s'appoggiava

vezzosamente al fianco, ripiegato l'altro sul seno reggeva colla

piccola mano un prezioso ventaglio, dietro al quale non sapevi dir se

volesse nascondere o svelare la sua bellezza.

Era questo il ritratto della contessa Cunegonda, quando non contava

che ventidue primavere. Fissandovi gli occhi in quella mattina, essa

dimenticò per un momento quasi cinquant'anni. E tornò a pensare alla

sua gloria d'una volta, alle fiamme accese un dì per lei, agli omaggi

del fior della nobiltà di quel tempo; pensò a qualche famoso duello di

cui fu bella cagione, a que' buoni cavalieri serventi che le facevan

codazzo, che aspettavano, spasimando per lunghi mesi, il permesso di

baciar la sua mano, il saluto del ventaglio, un'occhiata, un sorriso.

Ma quella memoria, que' pensieri fuggivano; e chinati gli occhi,

gettava quasi involontariamente un rapido sguardo nello specchio:--Non

è più quel tempo!... diceva tra sè: Eppure, io sono ancor quella:

amore è il sogno d'una primavera; ma l'opinione governa il

mondo.--Così diceva, senza spiegar bene a sè stessa ciò che dentro

sentiva in quel punto: intendeva forse che, se un giorno tenne la

chiave de' cuori, or teneva quella de' cervelli degli uomini. E in

vero, nella sua umiltà, essa non aveva creduto mai d'esser tanto

necessaria nel mondo, come in quel giorno.

S'udì il romore d'una carrozza nel cortile; indi a poco si

spalancarono le porte dell'appartamento; un cameriere annunziò ad alta

voce:--La signora contessa Cleofe. La vecchia dama fece tre passi

incontro all'amica; la quale, da questa inusata dimostrazione di

premura, comprese che ci dovevano esser in aria delle importanti

novità. Si baciarono sulle due gote, con quella problematica tenerezza

che usan sovente fra loro le dame; e poi che furono sedute, la

contessa Cleofe cominciò:--Mia buona amica, sa ella qualche cosa del

grande affare che ci tiene sospese nell'aspettativa da tanto tempo...?

--L'ha proprio indovinata, contessa mia; la cosa è finalmente decisa:

e nel dir questo divenne radiante e solenne.

--Dice da vero? dunque....

--La vittoria è nostra. Ho ricevuto stamane il decreto formale, che ne

annunzia il pieno riconoscimento tanto desiderato da noi. Le dirò di

più, che anche le lettere di Lione, di Modena e di Roma recano le

nuove più certe, le più consolanti; di qui innanzi vedremo i nostri

poveri sforzi coronati di migliore riuscita. Io ho già scritto questa

mane al consigliere Alberico, al reverendo Padre, e a qualcun altro

de' zelanti nostri promotori. Quanto al Padre, non so capir veramente

come in questi ultimi mesi siasi mostrato, se m'è permessa

l'espressione, un tantino accidioso; partire per le provincie, senza

lasciar ricapito alcuno, e frattanto metter sulle nostre braccia tutta

la matassa, che non è facile a strigarsi!

--In tutto ciò che posso, le offro, buona amica, la debole opera mia.

Solo voglio dirle che bisogna adesso più che mai usare con somma

prudenza, e non cantare tant'alto i recenti trionfi; perchè non poco

giova alla nostra causa che la si creda perseguitata e oppressa. I

nemici son molti, e l'erbe maligne pur troppo soffocano ancora i

germogli del buon grano.

--Sì, contessa, ha ragione da un lato: disse, con tuono magnifico, la

contessa Cunegonda: ma dall'altro, bisogna pure combattere all'aperto,

a visiera alzata, come dicevasi al tempo de' Paladini; noi possiamo

operare, possiam farci temere; e quando si tratta de' nostri principii

assoluti, inconcussi, inespugnabili.... noi, noi dobbiamo, mi lasci

continuar nella comparazione, gettare il guanto al secolo.

--E crede ella?...

--Così nelle grandi, come nelle piccole cose, io credo, non si deve

mai transigere.

--Ma.... se.... poi.... calcando le parole ripigliò l'altra contessa:

se poi ne dovesse venire, per un'ipotesi, qualche danno al credito,

all'opinione, alle persone; se c'entrassero mai certe pubblicità

scandalose....

--Che mi viene a far di tali meschini dubbj adesso? ho altri pensieri

per il capo io....--Poi stette a guardar un poco la sua potente

alleata, e soggiunse:--Ma ella, non m'inganno, parla con seconda

intenzione; sì, ella deve saper qualche cosa che stima di dovermi

tacere.--E a tal sospetto, si fece torbida nello sguardo e corrugò la

fronte.

--Ella ha qualche riservata notizia, ripeto; e senza timor di fallare,

dico che si tratta di cosa la quale può in qualche modo ferirmi: se

non fosse, non mi guarderebbe come fa adesso. Ci conosciamo da un

pezzo; e se per me ha dell'amicizia, deve parlare, dire quel ch'è

vero, senza reticenze, senza riguardi.

--Ella mi scongiura in un modo, contessa.... Basta.... non vorrei dar

corpo alle ombre. Si tratta d'una cosa che mi fu partecipata con gran

riserbo; che non voglio credere, che non credo anzi.

--Or via, dica, contessa; ella mi fa morire d'impazienza.

--Pensandoci su, per altro, capisco anch'io che è affar da nulla; in

un giorno di trionfo, com'è questo per noi, non val la pena di

sturbarci per tali inezie. Ci sono interessi molto più gravi che ne

tengono occupate.

--Se posso comandare, in nome dell'amicizia lo comando; parli, se non

vuole che tutto sia finito tra noi, parli una volta.--E la vecchia

impallidiva, commossa in ogni fibra da un tremito visibile,

convulsivo.

--No, no; mi preme troppo la sua amicizia, perch'io vi rinunci per

così piccola ragione. Via, si ricomponga, mi fa paura. Ecco la cosa

qual'è. Si ricorda, contessa, di quella giovine, per nome Stella, la

quale, saranno forse due mesi, abbiam fatto ricoverare, affinchè

racquistasse colla pratica della pietà e della mortificazione una

virtù, ch'è veramente, come esprimevasi quel nostro reverendo nel suo

famoso panegirico di santa Filomena, _la perla dell'innocenza nella

conchiglia dell'onestà_?

--Sì, sì, dice benissimo; ma non parliam del panegirico adesso....

--E bene, contessa, dico ch'ella non può essersi dimenticata di quella

giovine; ne abbiam tenuto discorso più d'una volta; e deve pure aver

presente che la superiora della casa ne aveva riferito come la

figliuola, da principio rassegnata e ben disposta in ogni cosa, si

fosse poi messe in testa certe idee ricalcitranti al bene, non facesse

che piangere, e trascurata al lavoro, alle pratiche divote,

cominciasse a mostrarsi restia, caparbia, non senza danno della

disciplina e scandalo della comunità.

--Questo lo so; e fu per questo appunto che, non ha molto, facendo

l'ordinaria visita al Ritiro, dissi alla madre Eleuteria che, in caso

di recidiva, poteva aggravar la mano sulla sediziosa insolente,

all'effetto di presto ravviarla al bene.

--Bisogna dire che ciò abbia fatto peggio; lo creda pure, mia buona

amica; spesso il rigore non giova. O mal sofferente de' castighi, poca

cosa del resto, un giorno a pane e acqua, qualche ora di silenzio; o

fors'anche, come par più vero, soggiogata da maligne suggestioni,

delle quali non si è potuto ancora trovare il filo, la giovine, jeri

prima di sera, è sparita.

--Cosa sento?.... ma è proprio certo?

--Pensi! vengo io stessa dal Ritiro, ove la cosa produsse, pur troppo,

un pessimo senso. E poi, è uno scandalo che, divulgato, potrebbe non

poco pregiudicare la nostra appena fiorente istituzione.... E non è

qui tutto....

--La cosa è grave e seria, contessa; e non voleva parlare?...

--Non voleva? mi fa torto. Ho le più sode ragioni, per non

precipitare. In sè stessa, la sparizione di quella ricoverata non

sarebbe tal cosa da temerne dispiacevoli conseguenze: ma ci sono de'

sospetti.... delle circostanze... de' fatti che l'accompagnano, da'

quali si deve argomentare....

--Ma ella parla in modo così incerto, così enigmatico, ch'io non so

proprio entrare nelle circostanze che mi tace.

--Le assicuro che m'è difficile e doloroso al sommo il parlare.... Ma

lo devo, e lo farò. Ecco dunque ciò che dalle prime indagini si può

indovinare.... sospettare, dico. C'è nel Ritiro chi notò, da parecchi

dì, una figura equivoca la quale pareva spiare intorno alla casa,

dalla parte del giardino. Jeri mattina poi, una donna d'età,

sconosciuta anche quella, si presentò per parlar colla figliuola, e si

trattenne con essa lungamente; a tale che quando questa ritornò fra le

compagne, fu veduta asciugarsi le lagrime, quantunque non dicesse

parola. Di lì a tre ore, la fanciulla non c'era più.

--Ma che s'ha da inferirne?...

--Perdoni, buona amica. I primi sospetti mi posero facilmente in

cammino. Ho interrogato, confrontato, pesato.... e alla fine, devo

proprio dirlo?... Temo troppo che in questa trista avventura non entri

una persona....

--Una persona?... Contessa!

--Desidero essermi ingannata. Ma, in confidenza, ella sa tutto quel

ch'è successo, alcuni mesi sono, allorchè si è voluto salvar dal

pericolo quella povera insidiata. Ella sa.... che una persona.... in

una parola, il suo signor fratello....

A tal punto, la contessa Cleofe s'accorse che la nobile amica,

sbalordita sulle prime da codesta rivelazione inaspettata, ripigliato,

per così dire, l'equilibrio della sua difficile posizione, levando il

capo in atto d'offesa dignità, s'accingeva a ribattere i suoi arditi

supposti. E in effetto, prima di lasciarsi dir dall'amica ciò ch'ella

sapeva, la contessa Cunegonda, l'interruppe:

--Io so, io vedo ciò che l'invidia e la calunnia osano farneticare,

lavorando addosso ai grandi e ai potenti.... Conosco per prova che

basta operar la beneficenza per vedersi sorgere in faccia, come un

fantasma, l'ingratitudine. Cosa voglio dir con questo?... Nient'altro,

contessa, se non che le cose da lei presunte, o rapportate.... sono

perfidie.... invenzioni.... assurdi.....

--Cose rapportate?... perfidie?... È troppo, contessa, è troppo!

Le due vecchie dame si raddrizzarono accigliate, ombrose; dalle rughe

de' loro volti appassiti pareva quasi trasparir l'odio, che covavano

nel segreto; e per la prima volta dopo molt'anni, un'ira astiosa,

sottile faceva traboccar da' loro cuori, muti ad ogni altro affetto,

il veleno della gelosia e dell'orgoglio.

--Tant'è: riprese la contessa Cunegonda, non isgomentita dal torbido e

sprezzante sguardo della rivale: da un pezzo io mi sono avvista come

si tenti, per via di sotterfugi, d'intrighi, di calunnie, di

provocazioni, suscitarmi intorno tanti raggruppi, tante difficoltà che

mi sforzino ad abdicare quella primazia, la quale, indegnamente sì, ma

pur tengo, nell'opinione e nel fatto. E ora, il dì che ho, posso

dirlo, la vittoria in pugno, ora appunto mi si vorrebbe rapire il

frutto delle infinite mie cure.... Ma sì, è ben chiaro; altri adesso

agogna a far la parte mia.... e per questo, si creano mali esempi e

scandali.... e si tira partito per sino dai vincoli del sangue....

--Basta così! io voleva lasciarla dire a suo talento; ma il decoro non

regge a così incredibili assalti.... Io sospettata di menzogna,

d'intrigo? io vogliosa d'autorità, di potenza?.... Io tacciata con

ingiustizia così nera, e da chi?.... da quella che mi chiamava col

nome d'amica, da quella a cui ho ceduto sempre e in tutto, colla

massima condiscendenza, anzi con vero rispetto!...

--Peccato, se non altro, ch'io non me ne sia avvista mai!

--Ma già è finita... un'ombra, una parola, un niente può guastar

l'amicizia la più salda, la più antica....

--Colpa del suo subdolo contegno....

--Dica del suo dispotismo!

--Oh! ripeta, se lo può!

--Sì... dispotismo, e il più assoluto. Non mi faccia parlare, non mi

faccia recriminare; credo proprio che non sempre la divozione e la

mansuetudine vanno di conserva....

--Anche questo!

--E forse possono aver ragione coloro i quali van dicendo che noi

vogliam dominare, invadere, inquisire.... Ma di chi è la colpa?... chi

è che adopera la religione per i fini mondani?

La più vecchia delle due contesse tremava per l'ira in ogni fibra

visibilmente; ma i suoi occhi piccoli, acuti, parevano fulminar

l'incauta rivale. Nondimeno fu abbastanza padrona di sè, per non

trascorrere di più colle parole; e sorgendo dal seggiolone, con tutta

la dignità del grado offeso:--Non rispondo a chi viene a insultarmi in

casa mia... Sopporto l'ingiuria come una prova che mi viene di lassù;

ma, offesa, compiango e perdono a chi m'offende.... a chi, offendendo,

pensa d'aver ragione, crede di vincere!...

Ciò detto, a lei volse le spalle, e rientrò lentamente nelle più

interne stanze.

--Ipocrita! ambiziosa!... le susurrò dietro l'altra contessa: Fa

l'atto d'amor del prossimo, e vorrebbe vedermi sprofondare dinanzi a

lei... ma io sì, l'ho fatta sprofondare!... Sono anni e anni che non

gustai un quarto d'ora come questo!

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 53 / 64 题