Capitolo Decimosesto

Scantonava appena il malavventurato cappellano nella via delle

Tanaglie, quando all'improvviso sentì una mano posarglisi sovra una

spalla; e prima che si fosse vôlto per guardar chi fosse, quel leggier

colpo era bastato a fargli gelare il sangue nelle vene. Si fermò,

guardò, ma non riconobbe colui che gli s'era piantato al fianco. Era

un giovinotto di volgare aspetto, con un giubbetto bigio e un

berrettino di panno bianco orlato di rosso, somigliante a quello che

portano i soldati. Mille pensieri a un punto s'urtarono nel cervello

di don Aquilino: al vedere colui, s'imaginò che veramente fosse un

soldato; avrebbe giurato che gli luccicasse in mano un pajo di

manette.

--L'ho capita io, pensò in furia, che que' due birbaccioni m'han

tirato in ballo, e che stan mulinando qualcosa di maledetto.... Forse

i segugi eran già sulla loro pesta.... Sta a vedere che tocca a me, a

me, che non ne so nulla....

Poteva pensare, ma non parlare; le sue labbra aride, convulse, non

sapevano articolare un accento. Ma, fatto un eroico sforzo, riuscì

alla fine a mandar fuori un fioco:--Cosa vuole, signor soldato?

--Niente, signor canonico, o quel che è; ovvero sia, per dir la

verità, una cosa di niente.... Faccia la grazia di dirmi s'era lei che

si trovava poco fa al _Biscione_, in compagnia di que' due che

svoltano in questo momento l'angolo dell'Arcivescovado....?

--Io.... io.... non vedo nessuno; non so di chi voglia parlare, signor

soldato; rispondeva, con tuono patetico, il prete.

--Via, non serve; già l'ho veduto io; torno a dir dunque che abbia la

bontà di venire con me....

--Ma.... ma.... ma.... e dove?

--Oh! non c'è da aver paura; non sono già uno sbirro io: sono un buon

figliuolo che vuol far piacere a un amico. E questo tale amico, che ha

bisogno di dirle due parole... è, a due passi di qui in quella

botteghina di caffè, là dirimpetto.

--Non conosco nè voi, nè il vostro amico: rispose don Aquilino,

pigliando un po' di fiato; e sperava di trarsi d'impaccio col prendere

un tuono serio.

--Non è niente di male, signor canonico: venga con me, non mi dica di

no, veda; sarà contento poi.

--Se non posso... se non ho tempo! ho altro per il capo io.... E non

son di que' preti che si lascian vedere ne' pubblici caffè....

--Che? non viene forse in questo momento dall'osteria....?

--Cosa sapete voi....? E poi... così, insieme a un soldato...!

--A un galantuomo, dica meglio; mentre, poco fa, s'era messo a tavola

con due infami e dannati.

--Ohe! ohe! come parlate?

--Alle corte, vuol venire sì o no?... Se mi dà ascolto colle buone,

meglio per lei: se no, troverò facilmente chi saprà farla parlare, a

pochi passi di qui.

--Che? che? come?... È una minaccia questa?

--È un consiglio, signor canonico: venga con me, le dico, per pochi

minuti; e le do parola che non si vuol farle niente, ma darle mezzo di

riparare a un gran male.

--Non capisco, non capisco. Oh povero me, in che sorte di matassa mi

sono imbrogliato!..... E dire che non so capirne niente....

--Lei capisce tutto, e verrà con me.--Ciò detto, pigliando forte don

Aquilino per un braccio, se lo trasse dietro a forza.

Era già notte, di modo che pochi passeggieri s'avvidero del colloquio

rapido, concitato di quelle due persone; e se alcuno vi pose mente,

non trovò poi nulla a dire quando li vide allontanarsi a braccio l'uno

dell'altro, come due oneste conoscenze. Il prete, che tremava come

fosse di gennajo, mal potendosi reggere sulle gambe sottili e fiacche,

lasciavasi condurre da quel giovine ignoto; e la paura rinata più

forte snebbiavagli in un momento l'intelletto. Egli malediceva in cuor

suo l'ora che incontrò il signor Omobono col degno compagno suo, e la

gola d'un ghiotto boccone e d'una bottiglia che l'avevano tirato in

quell'antro; gli venne perfino in mente che fosse il castigo del cielo

per la tentazione ch'egli ebbe di transigere colla coscienza.

Entrarono in quella botteguccia, che il soldato aveva poco prima

additata. Era deserta; ma da un attiguo stanzino uscì con furia un

giovine, il quale, veduti appena i due che venivano, si fece loro

incontro e fulminò con un'occhiata lo sbaldanzito cappellano.

Costui era ancora troppo confuso, aveva il sangue troppo rimescolato,

per riuscire a capir qualcosa di netto in tutta questa diavoleria,

della quale si credeva la vittima. Quel giovine, con un gesto

minaccioso, volle spiegarsi; ma il compagno, per distornar la

gragnuola dal capo del tapino prete, gli tagliò le parole in bocca.

--Ecco il nostro signor canonico: disse Rocco (poich'era lui): con

tutta la buona voglia è venuto qui, pronto a metterci a parte di tutto

quel che a noi preme di sapere. S'accomodi, signor canonico....

Comanda qualcosa? rosolio, caffè, che so io?... Siamo anche noi di

buon cuore, veda: s'accomodi, prenda fiato un momento; e c'intenderemo

in due parole.

Damiano, che li aveva colà aspettati, pareva oppresso da interno

prepotente affanno. Lo sguardo incerto e cupo; pallide, infossate le

guancie per il patimento durato lungo tempo, e per il nuovo dolore;

chi lo avesse veduto in quel giorno, più non avrebbe riconosciuto in

lui l'ardito e sincero giovine di tre mesi addietro, che s'era fatto

il maestro e l'amico d'una schiera di bravi artigiani, che cominciava

a confidare in sè stesso e nella vita, e in qualche cosa di vero e di

grande a cui sentiva di poter con loro aspirare.

Egli era là, commosso più dal cordoglio che dall'ira: quantunque nel

volto gli si leggessero i cupi pensieri d'ira rinascenti al vedersi

dinanzi quella sparuta figura, più dolorosa era la punta che gli aveva

passato il cuore. Per sapere come così di subito fosse avvelenata

quella prima contentezza da lui sentita al riveder la madre, ci

bisogna tornare un poco addietro, al momento che Damiano e Rocco, la

medesima mattina, si partivano dall'Ospedale.

Staccatosi appena, coll'animo un po' consolato, dal letto di sua

madre, la quale dopo la crisi del dì innanzi s'era riavuta in modo

quasi miracoloso, Damiano pensò, prima d'ogni altra cosa, d'andarne a

cercar novella dal signor Lorenzo, ch'egli teneva pur sempre come suo

amico e compare: gli stavano sul cuore tante cose da dirgli, e sperava

da lui, se non ajuto, almeno qualche consiglio sincero e forte. Giunto

nella lontana parte della città ove dimorava l'antico cisalpino, entrò

in una vecchia casa, da cima a fondo tutta abitata da poveri; salì

quelle scale a lui note, tirò il cordone che pendeva fuor della porta:

aspettò, nessuno venne ad aprirgli. Sonò la seconda volta, pensando

che poteva esser l'ora della consueta camminata del buon veterano; ma

vide schiuder la porta d'un pigionale vicino: un vecchio calzolajo, a

cui s'aggrappavano sulle gambe tre marmocchi, mise fuori il capo;

e:--Quel giovinotto! disse: cercate del signor cavaliere?.... Potreste

sonare fino al dì del giudizio; otto dì fa, l'han portato a star di

casa al Gentilino.

Damiano guardò in faccia quell'uomo, e restò come dissennato; non

domandò più nulla; ma, chinato il capo, stette un poco sopra pensiero:

--Egli è là con mio padre!... mormorò poi: Come farò io, senza di

lui?.... Oh! almeno egli ha finito di portar la sua catena!

Il calzolajo nulla comprese; o, più che a lui, badava a far tacere i

figliuoletti, che strillavano a coro. E Damiano, coll'anima piena di

dolore, ma senza poter dire una parola, scendeva lentamente da quelle

scale; allorchè una donnicciuola che saliva incontro a lui,

passandogli accosto, lo guardò bene, quasi le fosse paruto di

conoscerlo: poi, da mezza scala, si volse come persuasa che veramente

quel giovine era colui ch'ella si pensava: tornò indietro con furia,

lo raggiunse al momento che usciva sulla via, e senza complimenti,

trattenendolo per un braccio, cominciò a dirgli ch'ella era la

Caterina lavandaja; che stava da sette anni porta a porta con quello

ch'egli veniva a cercare; che sapeva chi era lui, e che l'aveva veduto

le tante volte venire a quella casa, in compagnia del povero signor

cavaliere; e:--Già lei è giovine: seguitava con la pettegola sua

ansia: e non doveva guardarmi a me che son vecchia; ma pazienza!....

Cosa ha detto di questa brutta storia?... In manco d'otto dì, buona

notte, è andato via... Ma io l'ho indovinato, alla bella prima, subito

che l'ho visto mettersi giù... Non c'è stato nessuno fuor di me, vede,

che abbia fatto quel poco che si poteva per lui; ho a dire, che la

settimana passata non ho dormito due notti.... era là a ogni momento,

per veder se gli bisognasse qualcosa. Ma già quel benedett'uomo non

parlava mai... Figurarsi! non m'ha nemmeno ringraziato una poca

volta... E poi duro, ostinato, non ha voluto proprio mai sentir

nominare ne' medici, nè preti; capitò lì, una mattina, uno de'

coadjutori di san Lorenzo... un bravo prete, ch'è come un santo, e a

sentirlo in pulpito, non c'è che dire, bisogna piangere... e nemanco

di lui, non ha voluto saperne.... Ma il prete, duro anche lui; e

scommetto che, all'ultimo, avrà avuto di grazia a recitarlo un atto di

pentimento... Oh! le vicine han bel dire ch'è morto come un cane,

proprio da dannato giacobino com'era stato sempre. Io, vede, la sera

appresso, colle figliuole del Giovann'Antonio sellajo, gli ho detta su

la sua brava terza parte del rosario.... che, se non sarà buona per

lui, sarà buona per me.... Ma tutto questo non è quello ch'io voleva

contarle.... Ecco qui: negli ultimi tre giorni, egli ripeteva a ogni

poco il nome di Damiano... che è il suo, non è vero? io lo so bene...

e si vedeva che quel povero cristiano pensava a qualche cosa che non

voleva o non poteva dire... E poi: l'ultima sera, poco prima che

andasse in agonia, m'ha fatta venire vicina... E perchè mo?... per

farmi vedere un certo sacchettino di pelle che teneva al collo,

raccomandandomi d'usargli la carità di stare attenta che i becchini,

quando fossero venuti a portarlo via, non mettessero le unghie su

quella reliquia. E io, a dirla proprio tal quale, quando che per lui

la fu bella e finita, non poteva quietare, se non avessi saputo cosa

mo ci fosse dentro in quel sacchetto.... Pensi, in cambio di qualche

manata di zecchini, com'io pensava, ci trovai un po' di cenere.... Chi

sa che diavoleria era quella!... Per far bene, l'ho portato al prete.

Damiano, a quelle parole, si ricordò dell'ultima notte del suo povero

padre.

Tornato, sul far della sera, al luogo ove Rocco l'aspettava, gli narrò

questa nuova sciagura; gli confidò com'egli non sapesse più che far di

sè stesso, come si sentisse sconfortato, avvilito, perduto. Ma Rocco,

con la virtuosa franchezza d'un cuore che le disgrazie fanno più

saldo, gli rammentò la madre, la sorella, ciò ch'egli dovesse fare,

ciò che aveva promesso. Gli ripetè di volere spartir con lui l'ultimo

pane, che, quanto a lui, anche storpio d'un braccio, avrebbe saputo

guadagnarsi. Gli disse ch'era necessario e giusto parlare a ogni modo

con quel prete che aveva veduto negli ultimi momenti il povero signor

Lorenzo; e Damiano promise di farlo.

Di là eransi incamminati alla piazza Fontana; e Rocco, scorgendo

l'amico così spossato, così malinconico, l'aveva condotto a fatica

nell'osteria del Biscione, per offerirgli un boccone, un po' di brodo

o, meglio, un buon bicchier di vino. Colà volle il caso che, dalla

stanza in cui s'eran messi, i due giovani udissero in confuso qualcosa

del dialogo di sopra narrato. Ecco perchè Rocco, che aveva la sua

parte di malizia, ricorse allo spediente di sottoporre quel tristo di

don Aquilino a un interrogatorio nelle forme.

--Scusi, cominciò serio Damiano, del modo forse sconveniente, con che

noi....

Manco male, pensò don Aquilino, costui pare un po' più umano

dall'altro compare; e rispose, pigliando fiato:--Veramente il modo è

per lo meno... strano; e, davvero, non so come...

--Via, non si tratta di questo: gli tagliò l'altro le parole a mezzo:

lei, signor canonico, desinò poco fa allegramente all'osteria, insieme

a due birboni impostori, che, in poche parole, avevano la mente di

tirarla dalla loro, d'impegnarla bel bello a dar mano a un'azione da

galera.

--Oh! oh! miei signori, mi meraviglio di loro; vedo che m'han preso in

iscambio, non c'è che dire. Mi lascino un pò andare, chè sarà ben per

loro e per me.--E si volse a cercar la porta.

--Si fermi: gli disse Damiano.

--Si fermi! aggiunse Rocco con voce sorda e minaccevole; si fermi,

signor canonico, e sieda lì.

Il prete ricominciò a smarrirsi, ma obbedì; e docile si pose a sedere

sull'angolo dello scanno; un garzoncello portò il rosolio che avevano

comandato; e Rocco, con aria di complimento, ne presentò un

bicchierino al prete, il quale non seppe dir di no, e bevve,

quantunque gli somigliasse veleno.

--Animo, signor canonico, gliel'ho pur detto; noi le vogliamo bene, e

ci lasceremo amiconi.

--Non perdiamoci in discorsi inutili: ripigliò Damiano, corrugando le

ciglia. Mi guardi bene in faccia; lei non mi riconosce più, lo so

bene; ma io mi ricordo di lei, io che ho fatto la mia parte

d'esperienza a questo mondo, io ho imparato a legger sul volto degli

uomini il loro cuore. Oh se fosse vero quello ch'io temo pur troppo

che sia!... Ma, a ogni modo... e per ciò appunto, ho voluto

indirizzarmi a lei, sentire la verità. Que' due ch'erano con lei,

l'uno lo conosco pur troppo, parlavano come ribaldi che sono....

parlavano d'una giovine cacciata per forza in un ritiro... d'un

testimonio falso del quale si ha bisogno.... E perchè?

Don Aquilino era come seduto su' carboni ardenti; tentennava sullo

scannetto, voleva e non voleva confessare; e poi, a dir vero, non

aveva forse saputo capir giusto ciò che mulinassero que' due

scellerati, come lo seppe Damiano. Cominciò a batter le palpebre, a

torcer la bocca, con un sibilìo confuso; cosicchè Damiano perdè la

poca pazienza a stento serbata fino allora.

--Parli, le ripeto, o ch'io.... Dica, chi è la giovine di cui

parlavano?

--Ma se non so niente.... ma se, all'incontro, son coloro che voglion

rovinarmi!--rispose, strascinando le parole, il prete.

--Oh sì, lo vedo: con amaro sorriso di sdegno seguiva Damiano: io la

credeva un dappoco, uno scempio ingannato da uomini peggiori di lei;

ho pensato che una parola di dolore, un sentimento di verità le

avrebbero toccato il cuore, e che alla fine non si sarebbe sentito

capace di dar mano a un delitto. Ma no! lei sa l'infamia che sta per

esser tentata; potrebbe forse con una sua parola impedirla, e questa

parola non ha cuore di pronunziarla.... Non capisce cosa sia lei?...

Non capisce chi son io che le parlo?....

Damiano tremava parlando così: il prete lo riguardava senza fiatare;

ma, per quanto si studiasse, non sapeva dire a sè medesimo chi mai

potesse essere quel giovine.

--E se mai non lo sapesse ciò che pensan di fare coloro, io glielo

dirò! Un di que' signori, che si crede buono a qualcosa, perchè si

tira dietro una frotta di mangiapani e di leccazampe, un di que' tali

che paga il male che fa fare, e colle cartapecore de' suoi vecchi si

copre dalle mani della giustizia di questo mondo, s'è messo in capo di

riuscire a qualunque costo a perdere una povera giovine.... Ce n'è

tante che, senza cercar altro, si vendono per un po' d'oro, tante che

invidiano forse questa fortuna!... Or bene, quel tale, io lo so! non

s'è dimenticato di questa che, tra di loro, usan chiamare... una

fantasia! Intanto che il fratello di quella poveretta è là, che

marcisce in una prigione, innocente anche lui!.... e intanto ch'essi

han la madre che muore all'ospedale.... egli avrà detto: Il momento

buono è questo!.... Così si costuma di fare; quel che vogliono,

vogliono; e poi tutto s'accomoda con mille, duemila lire.... è una

bella dote, e bastante perchè si trovi chi le dia un nome, nome di

galantuomo, e non cerchi conto del passato!.... Non è così?... E lei,

senza scrupoli, vestito come è di que' panni, sarebbe capace di tener

mano a un negozio di questa sorte?....

--Oh Signore! cosa mi tocca mai di sentire? mormorò don Aquilino,

giungendo le mani, e turbato in cuore, un po' per la compassione

sincera che cominciava a provare, un po' per non so qual razzolìo

nella coscienza.

--Mi conosce adesso?.... Sa chi son io?..... Io sono il fratello di

quella giovine, e so quel che si vuol fare della mia povera sorella.

In questo momento, essa è là in un ritiro, e ve l'han trascinata per

forza, nell'ora ch'essa doveva stare al letto di sua madre.... Anche

questo lo so! dica dunque, forse non è vero?

Don Aquilino non tremava più: nel suo gramo cuore, egli era già vinto.

--Ma i muri di quella casa, ripigliò Damiano, non sono quelli che la

salvano, lo vede anche lei! Or bene, io son quì... e ci penso io.

--E lei, signor canonico, si mise dentro Rocco, che fino allora aveva

creduto bene di lasciar parlare l'amico, lei, deve fare tutto

all'opposto di quanto le è stato detto; e ajutarci a dare il

contrappelo a que' due galeotti, che son carne e ugna tra loro.

--Bontà del cielo! ora ho capito!... disse finalmente don Aquilino,

che al suo solito finiva a darsi sempre, mani e piedi legato,

all'ultimo che gli parlasse. Pensino un po', se io avrei voluto nemmen

saperla cento miglia lontano una iniquità di questa fatta!.. L'ho ben

sempre detto io: _Anima ejus in bonis demorabitur_, come c'è sul

breviario... Loro, forse, non sanno il latino; e vuol dire che io ho

bisogno di star sempre colle brave persone... come son loro due, per

esempio.

Fatti dunque dentro di sè, in fretta, i suoi conti, il cappellano si

decise, prima di tutto, di salvar sè medesimo, e poi di far servigio

anche a due giovani, raccontando, non tutto quel che volevan sapere,

ma quel poco ch'egli sapeva o aveva potuto argomentare. Damiano e

Rocco, come volle, gli promisero di tener segreto il tutto, per non

esporre a nessun risico, qualunque cosa avesse a succedere, il suo

carattere e la sua convenienza. Così, poichè ebbe scarico il cuore di

quel gran peso, a don Aquilino parve di tornare in vita; e nel suo

segreto fece voto di non lasciarsi tirar mai più in nessuna briga,

nemmeno colla più santa delle intenzioni; perchè--pensava--io non

posso far mai niente di bene; e non ho mai da trovarlo il santo che mi

aiuti.

Damiano, innanzi lasciarlo partire, gli prescrisse appuntino ciò che

dovesse fare il giorno appresso: e Rocco, al momento di separarsi da

don Aquilino, facendo crocchiar le dita, si volse a lui e:--Non le ho

detto io, signor canonico, che saremmo andati via di qui buoni

amici?...

Il cappellano sorrise, come meglio seppe. Ma, uscito appena della

botteguccia, vedendo che i due giovani volgevano a dritta, egli prese

subito la via a manca; e, camminando senza pur lasciar fuggire

indietro un'occhiata, andò a rintanarsi prestamente in casa, intanto

che Damiano e Rocco tornavano al misero bugigattolo, ove s'eran

ricoverati la notte innanzi.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 52 / 64 题