Chi si mette sulla via del male, nè più si riguarda indietro, cammina
senza memoria, senza speranza, senza rimorso; come Caino errante nel
deserto, egli crede di poter fuggire la maledizione di Dio che gli sta
sul capo. Nell'animo del cattivo stanno nascosti i più cupi, i più
spaventosi misteri che l'Eterno impose all'umana natura; e la sua
miseria maggiore, e la contraddizione più dolorosa è quel crearsi una
fatale necessità del male, rinnegando del pari vizio e virtù, ridendo
della fede e del sagrifizio, non credendo nè alla ragione nè
all'amore.
Ma il vizio lasciasi dietro un solco che più non si cancella. Quante
volte, se venga a stringerti la destra alcuno che in segreto ti odii,
tu ne senti un ribrezzo involontario, un gelo nel cuore! Quante volte,
senza sapere il perchè, cerchi di fuggire chi ostinato s'attacchi a'
tuoi passi, o appena lasci cadere una volta sopra di te una gelida
parola, un sarcasmo! Quel senso così mesto, benchè il più delle volte
non paja più certo d'un'ombra che passa sulla muraglia, o più vivo del
ricordo d'un tristo sogno, benchè non sia che lo stormir d'una foglia,
il freddo che ti punga al toccar d'un verme, pure è come un sospetto
di morte, è la parola segreta che ti fa cauto di colui che t'è vicino.
Hai veduto la modesta pratolina, spuntata appena su breve zolla tra i
rovi della siepe, languire ignota e senza colore là ove nacque, e al
secondo mattino non mirar più il sole? Tal è dell'innocente, a cui
nella primavera della vita s'accosti insidioso l'uomo abituato al
male. Dov'è il balsamo che possa sanare la piaga d'un povero cuore
tradito?
Il lettore conosce già l'oscuro e uggioso quartiere, ove abitava il
signor Omobono: e sebbene quel ricovero fosse nelle parti più deserte
e malinconiche della città, a nessuno conosciuto, come la tana del
lupo, noi vi torneremo ancora una volta, per iscoprire, se ci torni
possibile, i tortuosi avvolgimenti di quell'uomo malvagio che con sì
coperti artificj continuava, per fredda crudeltà, la sua vendetta
contro la sventurata famiglia della Teresa.
Egli era salito alle sue stanze, dopo che, incontratosi un'altra volta
col Rosso, suo degno ajutante, concertò con lui il modo più sicuro per
riuscire ne' loro scelerati disegni, de' quali abbiamo potuto
intravedere una parte. Serrò, sprangò la porta; poi cavata una borsa
fe' scorrer sulla tavola parecchie monete d'oro: erano il ricavato
d'un'asta giudiziale, ch'egli aveva fatto tenere in quella stessa
mattina per ricattarsi d'un suo credito. Un onesto e vedovo padre di
famiglia, cacciato dall'ultimo ricetto della miseria, andava quel dì a
limosinare il pane per i suoi figliuoli; ma il signor Omobono era
stato, a lira e soldo, pagato di tutto il suo, capitale e interessi.
Passò dietro al paravento, e chiuso ch'ebbe il denaro in quel suo
forziere incassato nel muro, si pose a tutto suo agio sul piccolo
canapè, per riposarsi del molto correre che aveva fatto; e aggrottando
le ciglia, cominciò a pensare.
Quand'egli, in compagnia del cameriere dell'Illustrissimo, aveva
cercato di tirar dalla sua anche il malaccorto cappellano, non lo fece
per altro fine, che per ravviluppare l'infamia da lui meditata in una
tale matassa che non fosse più possibile, in qualunque caso, trovarne
il bandolo. Servire al capriccio dell'Illustrissimo, non era il suo
scopo. Superbo e vile nello stesso tempo, egli aveva sempre strisciato
nel fango; ma in cuor suo disprezzava, abborriva coloro che stanno in
alto. Entrato in grazia di non pochi signori, fra quelli che per
inerzia o spensierataggine aman di trovare aperta a ogni lor cenno la
borsa di qualche usuraio, egli aveva tesa intorno a sè una gran rete
d'intrighi e di baratti; e vedendo crescer l'oro ne' suoi scrigni,
agognava il momento di potere alla sua volta disprezzare, come s'era
veduto per tanto tempo disprezzato e calcato nel suo niente. Così,
egli s'era abituato a fare il male, colla sorda voluttà del tarlo che
rode le fibre d'un bell'albero antico.
Dal primo dì che, in casa della pegnataria s'imbattè con Damiano, il
signor Omobono, da lui ributtato, soffocò nel cuore la rabbia e la
vergogna che n'aveva sentito. Non vide come quel giovine avesse già
indovinato ciò ch'egli voleva, nel profferirgli amicizia; non pensò al
male che egli ruminava nel suo segreto, ma al dispetto di trovarsi così
disprezzato, o forse così ben conosciuto. Poi, quando venne in
confidenza della vedova, quando conobbe la bella innocente figliuola, vi
fu un momento in cui avrebbe voluto disfare ciò che fece prima, non per
altro che per secondar la volontà di un ricco svogliato e potente. Ma in
quel mezzo, le replicate minaccie di Damiano, e il livore che lo rodeva
dal dì che gli convenne tranghiottire il più vituperoso degli insulti,
lo acciccarono del tutto, e non pensò più che a vendicarsi. E la sua
vendetta doveva essere la più certa, la più atroce; voleva veder
rovinata per sempre la famiglia della povera Teresa. Se in allora, la
paura più forte della rabbia non l'avesse trattenuto, un delitto sarebbe
stato un'inezia per lui, purchè avesse potuto vedere infami fratello e
sorella. Fu per non porre a rischio se medesimo, che persuase al
Martigny quella trista impresa, della quale già sappiamo la mala
riuscita. Però, sebbene il colpo uscisse a vuoto, egli non lasciava
intanto di mungere molt'oro a' suoi illustri mandatarj; tanto più che
seppe in faccia a loro esagerare il corso pericolo. Nè aveva dimenticato
quanto gli costò il salvarsi dalle pericolose ricerche dell'autorità,
quel giorno che, insieme al signor Lorenzo e a Damiano, era stato
condotto dinanzi a un processante. Il nome dell'Illustrissimo e un
volpino intreccio di bugie, spiattellate là in quel primo costituto,
l'avevano fatto uscir netto per allora: ma non si tenne sicuro fino al
momento che al Martigny, imbarcatosi in acque perigliose, udì imposto lo
sfratto dal paese, comechè costui non potesse nemanco provare ove fosse
nato, malgrado i certificati messi fuori, equivoci come i fatti suoi. Ma
l'Omobono non sentì nè rimorsi, nè compassione; solo paura. Sapeva bene
che, dopo tante cose, l'Illustrissimo poteva fors'anche essersi
dimenticato di quel passatempo, ch'egli un dì volle offerirgli, per
divagarlo dal tedio signorile dell'etichetta. Ma come, per il fine più
occulto a cui lavorava sempre e agognava, l'Omobono, con diabolica
insinuazione, aveva saputo a quando a quando ricordargli la giovine,
ritoccandogli dello smacco che si volle fare a lui, col portargliela via
proprio sotto il naso; l'Illustrissimo, un bel dì, in un accesso di
stizza, uscì a dire che volentieri avrebbe dato una delle sue più belle
cascine nuove per mandare a monte il piano della confraternita, la quale
aveva stimato agevole dar la legge a lui.
Fu dopo aver veduta nell'Illustrissimo codesta disposizione d'animo
che il signor Omobono, ormai sicuro di condurre a fine nello stesso
tempo due negozj, accaparrarsi cioè di nuovo la benevolenza del nobile
padrone, e venire a capo di quella vendetta alla quale parevagli
d'aver lavorato fino allora inutilmente, credè giunto il momento di
raccor le fila già disposte. Vide alla prima che il far rapire la
giovine dal Ritiro sarebbe stata follia pericolosa; lo spediente
poteva esser buono a' tempi antichi; ora il codice criminale parla
troppo chiaro. Per mettersi al coperto d'ogni conseguenza, studiò il
modo più acconcio d'indur la fanciulla a fuggire dal ricovero; e credè
d'averlo trovato.
In quell'ora ch'egli passò, solo, seduto là nella sua muta e fredda
stanza, ricorse col pensiero la tortuosa via tenuta fino a quel
giorno; non tremò, non ebbe raccapriccio di sè stesso; solo una volta
mormorò sordamente:--Se non fosse stato quel ch'è stato fra Damiano e
me, non saremmo venuti a tal punto!...
Ma se in cuor suo egli non sentiva il delitto, la sinistra espressione
del viso, l'inquietudine di certi moti involontarii che gli sfuggivano
a quando a quando eran segno dell'impazienza e dell'odio che dentro lo
rodevano, della maledizione che lo accompagnava.
Senza dubbio, egli stava colà in aspettazione; ma poi, non vedendo
comparir nessuno, più non potè tenersi cheto; e levatosi in furia, si
passò la mano sulla fronte, come per cacciar le idee che gli
formicolavan nella mente: e di nuovo uscì.
Damiano aveva speso gran parte di quel dì per iscoprir le traccie di
coloro, che insidiavano sua sorella: poichè, sebbene non gli fosse
noto ancora il tristo viluppo della macchinazione, pur sospettava
fortemente che le persone da lui spiate la sera innanzi fosser capaci
d'un delitto. Gli premeva dunque più di tutto di ritrovar quel prete
da cui aveva potuto già cavar non poco di quanto gli era mestieri di
sapere. E comunque Rocco (chè ormai l'uno non poteva più far senza
dell'altro) lo pressasse d'andarne difilato al Ritiro e di parlar fuor
de' denti, tanto che gli lasciassero condur via la sorella, Damiano
non ascoltò ragione, e volle prima stanar la persona che doveva, al
caso, confermare colla propria testimonianza le sue parole.
Ma don Aquilino, con la troppa sua paura in corpo, era sparito: e a'
due giovani, per quanti passi spendessero, nessuno seppe dar novella
del dove fosse ito a finire. E anche di poi, per quante ricerche
facesse tentare il suo illustrissimo padrone, non fu più udito parlare
di quel pretoccolo, l'ultimo forse di coloro che saranno immortali ne'
versi del buon Carlo Porta.
Al venir della sera, Damiano e Rocco, che speravano tuttavia poter
giungere a tempo per mandare a vuoto l'infame tentativo, camminavano
silenziosi sulle mura della città, poco discosto dalla porta Romana;
poi svoltavano in una remota via che tra siepi e muricciuoli
d'ortaglie e di verzieri, conduceva verso il Ritiro.
Sonava l'avemmaria da tutti i campanili della città; e i due n'andavan
cauti e sospettosi, attenti a ogni pedata, a ogni romore vicino.
Damiano aveva fisso di vegliar colà tutta notte, e al far giorno,
presentarsi al Ritiro per domandare sua sorella, e ricondurla a
qualunque costo presso la madre.
Rocco, che non aveva voluto abbandonare l'amico in quel frangente, gli
veniva a lato più sereno di lui, per una speranza segreta di rivedere
fra poco la buona Stella. Ma il cuore di Damiano batteva forte; e
l'amico, strettagli una mano, la sentì fredda.
--Cos'hai, Damiano?
--Non lo so, Rocco. Un cattivo presentimento... Oh! cosa possiam far
noi due contro la maledetta prepotenza di tutti costoro?
--Come! sei tu che parli, Damiano? tu, franco nelle disgrazie, come
dev'essere un uomo?
--Sì, ho creduto di poter farlo il mio dovere. Ma quel ch'è successo,
lo vedi!....
--Taci, siamo al punto di fare una giustizia anche noi!... Tu non puoi
dire che, venuta l'ora, manchi Quello che ha detto: Ajutati, e ti
ajuterò! Non è forse Lui che n'ha messo sulla via di questi
traditori?.... E non è Lui, che anche stamattina, t'ha fatto trovare
in mano dell'arciprete le trecento lire lasciate per te dal tuo
vecchio compare?.... In questi momenti, sono....
--Una fortuna.... basteranno per vivere tre mesi; e poi....
--E poi, Dio vede....
--Hai ragione, Rocco; tu sei buono, e confidi nel cielo. Io, in
cambio, sono avvilito, perduto.... e quasi, non credo più al bene.
Tacquero; indi, tutto sgomentito nella mente:--O mia sorella! disse
Damiano: ti vedrò ancora?....
--Cosa pensi adesso? riprese Rocco: è ben vero che sarebbe stato far
meglio correr subito a tirarla fuori da questa mal'aria... Ma non hai
dato ascolto a me; hai voluto ostinarti per trovar que' birbaccioni
sul fatto.... e c'entrava forse il gusto della vendetta, lasciami
dire! Basta solo che non arriviam tardi.
--E sei tu che mi vieni a parlar così? e in un momento come questo?
--Sì, hai ragione.... Non darmi ascolto, sai. L'è un resto di quella
mia paturna d'una volta.... Tutto andrà bene; è giusto che voi siate
contenti alla fine.... La mamma guarirà presto, tornerà a stare con
voi due.... Voi sarete felici; e Rocco?.... Rocco sarà come prima,
solo al mondo.
--Taci adesso! lo interruppe Damiano: non ti pare che qualcuno venga
di là?
--No; è l'angolo del murello che getta l'ombra lunga.
--E se il cappellano ci avesse traditi?
--È impossibile, moriva di spavento; e poi ha giurato....
--Per uno come lui, cos'importa?... E se, in cambio, con que' tali che
volevano fargli fare una così ladra figura, egli avesse vuotato il
sacco?... Se la paura fosse stata più forte del rimorso?....
--No, no; dopo quel ch'è stato jeri, scommetto che ha creduto più sano
di cambiar aria.
--Così, per causa sua, abbiam perduto un giorno! E chi sa....
--L'aveva detto io che bisognava lasciarlo a cuocer nel brodo colui; e
alla bella prima venir qui a cercar di quella poveretta.
Damiano stava pensoso; e di lì a un momento, afferrando l'amico per
mano:
--E se tentassimo adesso d'entrar là dentro?.... di vedere, di sapere
almanco....
--A quest'ora? sei matto?.... se non pensiamo noi a gettar giù
l'uscio, quelle streghe di là dentro non ci aprono sicuro. Bisogna
aver pazienza, aspettar domani.
--Ma noi, cosa facciamo adesso? Allontanarci di qui?.... No, per
qualunque cosa al mondo. E se questa notte appunto que' dannati?...
No, Rocco; io non mi muovo.
--Ci stai tu, eh! ci sto anch'io. Delle notti, alla serena, n'ho
passate parecchie.... e qui, con te, a far la guardia per quella
povera e buona Stella, mi parrà una notte del paradiso.
Sedettero a' piedi del murello, e continuarono a parlare, a voce
sommessa, di ciò che più stava loro nell'animo, porgendo l'orecchio e
interrompendosi a ogni più lieve romore; ma in tutta la notte non
passò per quel solitario cammino anima viva. E Damiano che, per essere
pronto a qualunque evento, aveva saputo vincere anche quel sopore
della stanchezza che l'opprimeva, si diede a pensare che forse i suoi
sospetti erano stati soverchi, e che a' persecutori della sua famiglia
forse non bastava l'animo di consumar quell'ultimo delitto.
Venuta la mattina, appena s'accorsero che s'era fatto qualche
movimento nella casa, vennero difilati alla porta del Ritiro.
Sonarono. Una vecchia fantesca, la quale stava spazzando il
portichetto e l'andito, aperse la porta e domandò chi fosse. Quando
Damiano, detto il proprio nome, domandò di parlare a sua sorella, la
donna, facendo due spiritati occhiacci, si trasse indietro almen tre
passi, e scrollando i lembi di una vecchia cuffia nera e due piccoli
ricci bigi, appuntò per terra la scopa, come per ischermirsi da que'
due, e:--So ben che mi canzona: disse con flemma: dopo quel ch'è stato
ieri.... venir qui, con quell'aria innocente... è una vergognaccia!
Ma, insistendo Damiano con far più severo, anzi angoscioso, e
cominciando Rocco a levar la voce, per darle a capir la ragione, la
vecchia tentennò il capo:--Sarà vero, replicò, tutto quel che dicono;
ma io non so altro, se non che la figliuola che loro signori vengon
qui a cercare ha fatto uno scandalo, un precipizio.... Non tocca a me
a parlare, a giudicare.... Ma, tant'e tanto, mi pare che l'avesse il
suo merito anche lei.... con quel suo far di santerella!--E parendole
che i due giovani non volessero capacitarsi:--Ma, sissignori: finì:
non è forse lei che jeri, dopo il desinare della comunità, da vedere e
non vedere, è sparita di qui, dalla parte dell'orto?.... Chi sa poi
cosa ci sia sotto!.... Se un di lor due è suo fratello, potrà saperne
più di me.... Io non posso che pregare per i poveri peccatori.
E ciò detto, ricondusse i due, che stupidi e fuor di senso quasi,
guardavansi senza parlare, fino all'entrata; e messili fuori, chiuse
la porta, poi corse a riferire alla superiora il tentativo fatto da
quegli sconosciuti per intrudersi nel Ritiro.
Damiano si fermò un momento dinanzi a quella casa, come trasognato;
poi levando la destra, in atto di muta disperazione, trasse un
profondo sospiro e guardò il cielo. I due amici nulla si dissero; ma
togliendosi di là, confusi, annientati da quel colpo inaspettato, eran
fissi nello stesso pensiero; nel pensiero di ciò che poteva succedere,
in quell'ora, della povera Stella. Ricorrere all'autorità, in un
simile frangente, pensavano tutti e due essere tardi, forse inutile,
forse impossibile; Damiano non agognava che di trovar l'uno o l'altro
de' due scellerati, non potendo dubitare che la cosa fosse accaduta
senza di loro; voleva trovarli, strappar loro per forza la verità,
sapere in quel dì stesso, a qualunque costo, a costo d'un delitto,
dove fosse sua sorella.
Ma il freddo durato in una lunga notte d'ottobre, i concitati pensieri
e l'ira stessa che gli stava nel cuore avavano oppresso Damiano sì
fattamente che non potè più reggersi in piedi. Rocco lo sosteneva
pietosamente, ma non sapeva dirgli nulla. Vide aperte le porte d'una
chiesa, e vi condusse l'amico. Damiano lasciossi cadere su d'una
panca; in quell'istante gli tornò al pensiero l'ultima volta che
Stella, colla sua dolce persuasione, l'aveva con lei condotto nella
casa del Signore; e parevagli che la passione dell'odio cominciasse a
quietarsi un poco; raccolse l'interno vigore che ancor gli restava,
diede un'affettuosa occhiata al fedele compagno, e sentendo come un
bisogno di pregare, inginocchiavasi.
--O Dio! diceva intanto nel cuore, scaccia da me la tentazione del
male, dammi coraggio in quest'altra prova; Tu che lo puoi, conduci i
miei passi, salva mia madre e mia sorella!--
All'uscir di chiesa, aveva deliberato ciò che gli restasse a fare.
Vedeva troppo pericoloso raccontare a sua madre, in quell'estremo, la
nuova sciagura, la più terribile di quante eran cadute sopra di loro:
e poi, innanzi di mettersi sulle traccie de' rapitori di sua sorella,
credè necessario di aprirsi coll'abate Teodoro, nel quale aveva
trovato veramente l'uom giusto e forte... Non essendo molto discosto
dall'Ospedale, vi corse, data al Rocco la posta sul vicino ponte; e
salito in fretta al piccolo quartiere, bussò leggermente.
Non udendo rispondersi, e trovata aperta la porta, s'inoltrò adagio;
vide seduto nell'altra stanza, al tavolo di studio, una persona, che
credè essere lo stesso don Teodoro. S'arrischiò di pronunziarne il
nome, e non avendo ottenuta risposta, pensò che non fosse lui; fattosi
animo allora, domandò più forte:--Dica in grazia, starà molto a
tornare don Teodoro?
La persona che sedeva con le spalle rivolte alla porta, appoggiate le
gomita sulla tavola e la testa fra la mani, si riscosse a quella
interrogazione; e voltandosi rapidamente, riconobbe Damiano, e gli
corse incontro. Era Celso, che gettavasi nelle braccia del fratello.
--Oh Damiano! sia ringraziato il Signore: disse l'abate.
--Tu qui? ma come?
--Ah se tu sapessi! è don Teodoro che mi ha chiamato presso nostra
madre; essa gli ha raccontate le nostre disgrazie. Io era lontano di
qui... non son arrivato che jersera da un lungo viaggio. Una lettera
di don Teodoro al mio superiore, m'ha fatto sapere la verità; e son
venuto qui, a cercare della povera mamma. Qui era il mio posto!....
Damiano, a dir vero, nutriva un resto di rancore verso il fratello,
dubitando che le insinuazioni del Padre Apollinare gli avessero spento
per sempre l'affetto de' suoi; pensava, che di cuor debole e timoroso
com'era sempre stato, non avrebbe saputo strigarsi dalle reti sottili
a lui tese da' suoi gelosi protettori. Ma don Teodoro, appena seppe in
parte, e in parte indovinò come stessero le cose, era riuscito a
metter soggezione al Padre Apollinare, che non trovò prudente
d'opporsi, per il momento. Il prete aveva parlato in nome d'una madre
che vuol rivedere un figliuolo prima di morire: la sua lettera seria e
sincera bastò, se non altro, a guastare un disegno che da lungo aveva
concepito quel rappresentante d'un occulto potere.
--Oh quante cose ho a dirti, Celso! E la mamma, l'hai tu veduta?....
--Aspettava qui don Teodoro che mi conducesse a lei. Dopo quel ch'è
stato.... mi sentiva mancar il cuore; ma andiamo, andiamo insieme,
Damiano. Io vorrei, vedi, poter mostrarti quel che sento
nell'anima.... E adesso, dimmi: Stella...
--Taci, per carità!--Questo nome, richiamandolo all'angoscia, che per
poco taceva nel suo cuore, fu per lui un'altra ferita.
Pochi momenti di poi, la signora Teresa rivedeva i suoi due figliuoli:
essa non potè dir loro molte parole, ma pianse di consolazione. E i
suoi occhi pieni di lagrime andavan cercando la Stella, che le
mancava. Povera madre! Ella non sapeva che destino sovrastasse in
quell'ora alla sua fanciulla.