Quando, la mattina appresso, Damiano e Rocco vennero alla porta della
crociera dell'Annunziata, aspettando l'ora che fosse riaperta, il
Ghezzo, che aveva scorti salire, fece le viste di non por mente a
loro, e tirò dritto. Gli era stata fatta, poco prima, una seria
ripassata da uno de' medici ispettori, appunto per la licenza che il
dì innanzi aveva pigliata; e come Damiano gli corse incontro, parve
non lo conoscesse più. Ma, veduta una lagrima negli occhi del giovine,
non potè proprio fare l'indiano, e prevenendo la sua domanda:--State
di buon cuore: gli disse: la vostra mamma vuol guarire; l'avervi
veduto è stata una medicina che le ha fatto un gran bene.--Con tutto
ciò, non si lasciò smuovere da scongiuri, perchè potessero entrare
innanzi l'ora.
I due giovani, trovandolo irremovibile, domandarono d'andar frattanto
a riverire quel buon sacerdote col quale s'erano già incontrati; e
l'infermiere indicò loro la via per salire alle sue stanze.
Entrarono timidamente; don Teodoro, che se ne stava leggendo, li
riconobbe subito, e volle che sedessero: poi, date loro più consolanti
nuove dell'inferma ch'era stato a rivedere la stessa mattina, li animò
a metterlo a parte di quel poco che credessero potergli raccontare
delle loro disgrazie.
--La famiglia de' poveri è la mia famiglia: diceva: apritemi il vostro
cuore, e se non mi sarà concesso di giovarvi, potrò almeno dirvi
qualche buona parola, in nome di Colui che mitiga tutti i dolori.
A Damiano quasi non pareva vero di trovare un uomo che loro parlasse
come a fratelli suoi; e fu vinto da quell'espressione di serietà mista
d'affetto, ch'era in ogni accento del prete. Si fece animo e gli
raccontò, come seppe, la breve storia della sua vita, e le disgrazie
che avevan condotto a quell'estremo la sua famiglia.
Quando don Teodoro intese che quel giovine, vestito ancora della grama
casacca del soldato, non era fratello di Damiano, ma l'unico amico
suo; quando udì il generoso sacrificio che il buon figliuolo fece
della propria libertà, per non togliere a una famiglia non sua il solo
sostegno che avesse, gli si volse maravigliato e commosso, tutto
consolato di trovare un'anima così rara e onesta sotto a quella ruvida
scorza, così piena d'amore e di virtù. Allora, volle sapere de' fatti
loro qualcosa di più; come si fossero conosciuti, e dove, e quando: e
Rocco, che in vita sua, fuor di Damiano, non aveva trovato mai nessuno
che volesse dar mente a lui e alle sue fantasie, si mise a parlare,
come il cuor gli diceva, de' suoi prim'anni, de' quali ben poco si
ricordava; comechè quel tempo fosse stato per lui quasi un sogno di
cui non aveva potuto mai trovare la spiegazione. Ma ricordavasi ancora
che, da fanciullo, sentendo gli altri fanciulli domandar la mamma,
egli si metteva a piangere, e fuggiva, fuggiva per le campagne, come
il capriuolo selvaggio, non fermandosi che per guardar nel cielo
lontano e infinito, se una voce domandasse lui pure, in quel modo che
sentiva chiamar per nome i figliuoli degli altri.
Questa strana rivelazione colpì fortemente don Teodoro; e la certezza
che il giovine doveva appartenere all'ampia famiglia di que'
poveretti, i quali portano, vagando sulla terra, la pena della
miseria, o d'una colpa da loro non commessa; la corrispondenza
dell'età, del tempo, perfino la circostanza che l'aver perdute quasi
del tutto le memorie della fanciullezza induceva il dubbio che
veramente in allora la sua ragione fosse vacillante e scema; ogni cosa
insomma veniva come a dar forma a un vago presentimento del prete, che
Rocco potesse mai essere quel fanciullo da lui per tanto tempo e
inutilmente cercato. E si rifece a interrogarlo più attento, notando
le sue risposte, il menomo cenno che valesse a dargli qualche filo di
verità: ma non mostrò al di fuori la grave preoccupazione del suo
pensiero; chè non voleva turbare così la serena e semplice anima del
povero soldato.
Anzi, appena s'avvide che le sue interrogazioni lo ponevano in non so
quale impaccio, destando anche qualche ombra di sospetto in Damiano,
tagliò a mezzo ogni discorso, e li congedò; ma non senza farsi
promettere che sarebbero tornati al domani. Damiano passò tutto quel
giorno a canto del letto di sua madre; la quale, riavutasi un poco
dall'abbattimento del dì passato, cominciava a racquistar la buona
speranza e non rifiniva di ringraziare il cielo che le avesse
restituito il figliuolo.
Damiano non volle però, in quel giorno, metterla a parte de' pensieri
che intanto avevano ricominciato a travagliarlo.
Egli si sentiva, come per lo addietro, animoso e onesto; il suo cuore,
l'onor suo eran quelli di prima; e due mesi di carcere ingiustamente
patito non dovevano averlo mutato in faccia a coloro che in passato
gli avevan voluto bene. Così, poneva allora tutta la sua speranza nel
signor Natale, quel negoziante di mobili, presso il quale s'era
allogato prima del suo processo; lo stimava il re degli uomini,
tenevasi persuaso che non gli avrebbe fatto il torto di licenziarlo.
Voleva, senz'altro, presentarsegli franco e sincero al domani; e una
volta che si fosse con lui racconciato, sperava di riuscire a trovarsi
ancora un tetto, di farvi trasportar la mamma, appena si potesse;
certo che allora anche la Stella sarebbe ritornata a star con loro; al
modo, ci avrebbe pensato poi. A un giovine, come lui, non poteva
mancar la forza di combattere contro la povertà, contro la oppressione
della vita; capiva d'aver bisogno di tutta la serietà della sua mente,
di tutta l'energia del suo cuore; e sperava ancora. Qualche cosa
d'ignoto e di grande gli suscitava ancora la vita nell'anima; non
avrebbe saputo spiegarlo, ma lo sentiva, che l'uomo è grande, solo
perchè quello che ha dentro di sè non lo appaga, e perchè aspira
sempre a qualche cosa, che non sa dire, ma che dev'essere il bene.
Intanto che Damiano usciva dal portone dell'Ospedale, seguendo queste
confortatrici ispirazioni; intanto che apriva i suoi pensieri
all'amico, il quale dal canto suo non davasi pace di non saper far
altro che venirgli dietro come il cane del santo di cui portava il
nome; poco lontano di là, tre persone, che da un pezzo non s'erano
trovate e stupivan forse di trovarsi insieme, entravano in compagnia
nell'antica osteria del _Biscione_. Due di loro, a prima vista
l'avresti detto, s'eran messi d'accordo, e se la intendevano, anche
senza spiegarsi; il terzo veniva innanzi a rilento, con non so qual
titubanza e paura, quasi capisse e volesse anche significare colla sua
ritrosia quello non essere luogo per lui. Ma i due l'avevan, per così
dire, serrato in mezzo; e a furia di gentilezze e complimenti, se lo
cacciavano innanzi. Si fecero aprire un'appartata stanzuccia a
terreno, s'allogarono a una tavola, costringendo a sedere fra loro due
il renitente convitato; e l'uno poi, che pareva il più autorevole,
alla prima, comandò che fosse servito un buon cappone co' tartufi, e
una bottiglia di Barbéra. L'altro allora cominciò a rassegnarsi, a
farsi un po' sereno in ciera; pure sbirciava di qua e di là i
compagni, poi la porta, come se ancora non si tenesse del tutto in
sicuro.
--Oggi tratto io!--esclamò quel primo; e all'aria e al contegno
l'avresti detto un signore, anche senza il bel diamante che gli
spiccava sullo sparato della camicia. Egli faceva ogni studio per
tener desto il buon umore colle cortesie e facezie, che non morivangli
in bocca, ma più col non lasciar mai che vuoti riposasero sulla tavola
i bicchieri de' due commensali. L'un d'essi, uom dozzinale, benchè
insaccato in abiti nuovi con certa signoril pretensione, teneva sodo
senza esser pregato: l'altro all'incontro stringevasi nelle spalle,
cercando farsi piccino nel vecchio soprabito nero dentro il quale
pareva ballare; e mentre con una mano pigliava il bicchiere,
nascondeva coll'altra sotto la seggiola il suo cappello a tre venti.
--Le son proprio obbligato, cominciò colui che aveva comandata la
cena, della sua condiscendenza, don Aquilino.
--Eh! eh! non dica tanto, mio caro signore.
Il prete che, sospinto un po' dalla paura, un po' dalla gola, non
aveva saputo resistere all'invito del signor Omobono e del Rosso,
cameriere dell'Illustrissimo, era veramente quel disgraziato di don
Aquilino.
--Mi dica dunque lei, ripigliò colui, nel quale non è difficile
conoscere lo stesso signor Omobono: mi dica lei, che gode il favore di
tali che lo posson sapere.... Si racconta che, sotto apparenza di
bene, alcun tempo fa, certa persona, che non voglio nominare.... siasi
intrusa in certa famiglia.... per dar mano a certo intrigo.... non so
se mi spieghi; pare che si trattasse nientemeno che di tirar per forza
una giovine in convento.
--Oh, oh, oh! scrollando il capo, l'interruppe il prete; e fra sè
pensava: Ohimè! dove sono incappato!
--Lei si maraviglia; ma, se io le dicessi che c'è chi fruga dentro in
quella storia.... e ci si potrebbe trovare, gliene do parola io,
abbastanza da metter lì un buon processo in regola.
--Ohibò! ohibò! tornò a dire il cappellano: e poi... scommetterei ch'è
male informato, anzi.... son certo che falla.
--E se facessi il nome alla persona?...
--Il nome?... Io non ne so niente.
--Oh bella! chi dice che debba saperne qualcosa lei?
--Io non c'entro, dico.
Il povero cappellano era caduto nel tranello, per la paura; l'altro
con un risolino muto, maligno, a fior di labbra, guardava di sottecchi
il compare; il quale pareva dar mente più alla bottiglia che a tutto
il resto, ma intanto non perdeva nè una parola nè un gesto de' due
vicini.
--Davvero, che se io non avessi la fortuna di conoscerla da un bel
pezzo, don Aquilino, crederei giusto di sospettar male....
--Come? come?
--Lei si scusa, con tale anticipata premura che si direbbe....
--Che?... Che?...
--Che le preme troppo di nasconder la parte da lei forse presa in
quell'opera.... non del tutto caritatevole....
--Io non c'entro, le ripeto; e se qualcuno le avesse mai detto....
--Non le dò colpa di niente, io. Anzi, son di là da persuaso che, se
appena ella avesse potuto metter bene, la cosa non sarebbe
successa.... nè si vedrebbero per aria certi nugoli....
--Canzona, o dice davvero, signor mio?--E il povero don Aquilino,
tremandogli la mano, non poteva infilzar colla forchetta il ghiotto
boccone fumante sul suo piattello.
--Mi pare, seguitò l'altro, che non le sieno cose da ridere. Io ho
della premura per lei; e però le parlo col cuore in mano, come a un
amico. C'è una persona, m'ascolti bene, c'è una persona.... e anche
questa non la voglio nominare... che si pigliò a male quella
combriccola da sagrestia, tenendola come un'offesa fatta espressamente
a lui. Non basta; le dirò che a quella persona, lei mi può capire
benissimo, han messo in capo che la cosa fosse preparata da un pezzo,
che si sien messe fuori certe imposture, certe invenzioni maligne, e
che, in una parola, lei pure, lei don Aquilino, avesse tenuto mano a
que' tali che s'eran messi in puntiglio di farlo star lui.
--Ma lei, signor mio, mi confonde la testa; io non so cosa voglia dire
con tutti questi supposti. Io non ho mai fatto male a nessuno; quel
poco che ho fatto a questo mondo, l'ho fatto per bene.... e se ho
fallato, non è proprio stato per colpa mia.
--Ma lei non vuol capire: insisteva l'altro: non si tratta di lei
adesso; solo si vorrebbe sapere, se veramente la giovine facesse quel
passo di buona voglia, o se gliel'abbiano fatto fare....
--Cioè... cioè!... disse il cappellano, guardando in viso con sospetto
colui, e come sfinito da quel penoso interrogatorio.
--Non si vuol già trappolarlo, caro don Aquilino; l'ha pur detto anche
lei che aveva fallato. Si tratta dunque di rimediare.... e lei
potrebbe....
--Cosa posso far io? per carità non mi tirino per i piedi.... e se c'è
qualcuno che abbia i suoi fini....
--Già, si sa, sono i soliti garbugli di confraternita.... Ma, la
vedremo!
Così si mise dentro anche il Rosso, col sordo sghignare di chi volge
tutto in baja: nè altro disse; ma, abbrancando la terza bottiglia, ne
spiccò di botto il collo colla lama del coltello, e mescendo nel
bicchier del prete e nel proprio:--Viva il sciroppo di cantina, disse,
che bacia e che morde! allegri! mandi a spasso gli scrupoli, don
Aquilino.
--Zitto per carità! gli diè sulla voce, con basso, corruciato tuono il
cappellano, a cui il poco che aveva bevuto non bastava a cacciar di
corpo la paura: mi vogliono far giuocare una brutta carta...
--Eh! stia pure di buona coscienza: ripigliò il signor Omobono: chè i
monsignori della Curia, benchè a due passi di qui, non la sentono. E
poi, cosa fa di male? Sta piluccando un po' di grazia di Dio, in
compagnia di due buoni cristiani, e vuota un bicchiero alla salute del
prossimo.... Cosa ci avrebbero a ridire?...
--È vero che io.... ma....
--Ma, ma.... lo sa pure cosa dicevano i frati, se ben mi ricordo:
_Manducate quae apponuntur vobis_; e l'avevano scritto a lettere di
scatola sull'entrata del refettorio.... Eh! vada là, mi sarei fatto
anch'io alla regola. Ma non perdiamo il tempo. Lei dunque potrebbe, al
caso, attestare che la giovine, di cui si parlava, non entrò nel
ritiro per assoluta e dichiarata vocazione?....
--Se debbo dire quel che a me pare.... veramente...
--Ma sì che l'ha detto. Non ci scambi le carte in mano....
--Lo confesso, n'ho avuto un po' di compassione.
--Ehi! ehi! signor cappellano, intendiamoci: uscì fuori brusco il
Rosso, senza finir di vuotare il bicchiere.
--Ah! vi faceva compassione?... domandò ironicamente il signor
Omobono.
--Oh finiamola! venne allora in mezzo il Rosso, per tagliar netto a
quelle pappolate: Badi un po' anche a me, don Aquilino.
--Dica, dica pure, signor Rosso.--E pensava: A quest'altro adesso.
--Ecco qui; in due parole mi spiccio.... Qualunque cosa ella sentisse
dire, in quanto alla giovine del ritiro, si guardi bene
dall'immischiarsene, come ha fatto.... Non apra bocca con nessuno, per
qualunque cosa che avesse a succedere.... E se mai, se lo metta in
mente, se mai, fosse chiamato dall'autorità.... dico per un
supposto.... lei farà bene a dichiarare che la giovine era stata
condotta per forza in quella casa.
--Ma questo....
--Questo è quello che le consiglio di dire; per suo bene, per sua
quiete.
--Che? c'è qualcosa per aria?....
--Sì, per dinci! Tutti i giorni ne succede una!....
S'intese un romore nella stanza attigua, come d'una seggiola
rovesciata sul pavimento, e d'alcuni passi che s'avvicinavano.
Il signor Omobono balzò di subito in piedi; al Rosso morì in gola il
discorso, e tutti e due volsero il capo a quella parte, onde lo
strepito s'era udito. Don Aquilino, che nulla intese, ma vide
l'improvviso sgomento de' due compagni, non sapendo più che pensare,
tanto aveva la mente intronata e confusa, crede quasi d'esser caduto
in un agguato, imaginò che la minaccia di cui parlavan coloro fosse
già per compirsi. Non osava neppure girar gli occhi verso la porta, e
si teneva aggrappato al desco, come il naufrago all'ultima tavola
della nave.
--Eh via! che c'è? disse il signor Omobono, con un'alzata di spalle;
ma egli pure, mutato in ciera, non avrebbe potuto rimettersi cheto a
sedere, e teneva gli occhi inchiodati all'uscio.--Quel ladro
dell'oste, continuò a voce più sommessa, m'aveva dato parola di
lasciarci in santa libertà.... Andate a vedere, Rosso, ma pian
pianino, per il buco della chiave, se mai ci fosse qualcuno di là.
--Cosa serve? disse colui.
--Andate là, fatemi questo piacere: so cosa dico.
--Sì, sì! per amor del cielo, che nessuno mi trovi qui.... barbugliò
don Aquilino, perdendo quasi il fiato.
Il Rosso andò alla porta, sbirciò nell'altra stanza; tornando subito
indietro, si rimise al suo posto, e cominciò a ridere sgangheratamente;
poi, annaffiato il gorgozzule con un'altra sorsata, si volse al signor
Omobono:
--Non c'è nessuno, ve lo dico io.... Vorrei vedere che a qualche
bell'umore venisse in capo di fiutare i fatti nostri.
--Ma ho sentito io una pedata poco fa; e giurerei che han toccato la
porta....
--È un sogno che fate: tornò a dir bruscamente il Rosso: e poi, chi
volete...?
--Ma se mai.... soggiunse il cappellano, che aveva un cuor di grillo.
--Sarà stato qualche gatto che saltò giù da una tavola, o anche uno
de' garzoni che passando avrà urtato in una seggiola: il signor
Omobono disse alla sua volta, per rassicurare sè stesso e il compagno:
E poi, fosse chiunque, non facciam combriccole noi, non diciam niente
di male.
--Sì, ma un uomo come me, che non si vede mai all'osteria....
balbettava il pretoccolo.
--Eh! corpo del diavolo, lei è impastato di paura, caro signor
cappellano. Cosa siamo noi? galantuomini meglio di lei, e manco
impostori... gridò stizzito il Rosso.
--Siete un gran matto! disse il prete, che non vedeva l'ora d'uscire.
Si levarono dalla tavola; don Aquilino fece un sospirone, pensando fra
sè che quella cena non gli avrebbe certamente fatto il buon pro; gli
altri due scambiarono un'altra occhiata significativa, e
s'incamminarono. Il prete veniva loro alle spalle.
Passando per la stanza, nella quale pochi istanti prima sembrò loro
d'aver udito romore, s'accorsero d'una seggiola rovesciata dietro la
tavola; e su questa eran due tondi, il resto d'un pane e una mezzina
di terra. Il che li fece tornar sul pensiero che alcuno si fosse
trattenuto in quella stanza e che potessero anche i loro discorsi
essere stati uditi. Ma, supponendo amendue che colui al quale fosse
nato il ghiribizzo di far loro la spia, non ne saprebbe cavar nessun
costrutto, si tennero sicuri; e dopo che il signor Omobono ebbe pagato
l'oste, uscirono all'aperto.
Don Aquilino, poco desideroso ch'altri il vedesse in compagnia di
coloro, cavossi il cappello, balbettò uno scucito complimento; e
cominciò a trottar lungo il muro della piazza Fontana, ringraziando il
cielo di poter finalmente respirare un'aria più libera; abbenchè, nel
camminare, ogni passeggiero, ogni lampada gli facesse come un
barbaglio e a ogni poco gli sembrasse quasi sentirsi mancar la terra
sotto i piedi.
Il signor Omobono e il Rosso, attraversata la piazza, si discostarono
dall'opposto lato, ricominciando fra loro a parlar più chiaro, e con
maggior gelosia.