In quel punto, don Teodoro intese alcuni colpi leggieri e ripetuti
all'uscio della scaletta; presumendo già chi potess'essere, si volse
appena dallo scrittojo, e domandò:--Che c'è di nuovo?
--Don Teodoro, venga presto.... al numero trent'uno, crociera
dell'Annunziata: una grama creatura, che, può darsi, ma non arriva a
vedere il domani....
Così rispondevagli, entrando nella stanzuccia, un vecchio infermiere,
colla cadente sopravvesta di tela verde e un goffo berrettino di felpa
dello stesso colore, che appena proteggeva il suo calvo cucuzzolo. Era
il capo infermiere delle crociere delle donne, un poveraccio che aveva
consunto sessant'anni di vita fra le mura dell'Ospedale e quelle del
vicino asilo de' trovatelli: dove, come tant'altri figli di nessuno,
ebbe egli pure la sua culla e una capra per balia, e dipoi un tozzo di
pane, fino a quando gli riuscì, per buona sorte, di farsi impiegare
prima come portantino, poi come infermiere dello spedale: tutto il suo
mondo era là. Vedeva entrare malati, feriti, agonizzanti; uscir pochi
vivi, a furia i morti; sentiva passeggiando, colle mani intrecciate
dietro le schiene, per le crociere affidate alla sua vigilanza, i
lamenti d'uomini, di donne, di fanciulli e di vecchi, che finivano
d'ogni guisa di morte: e per lui era lo stesso, una cosa naturale; vi
poneva mente quanto il capo dell'orchestra, prima che s'alzi il
sipario, agli stentati accordi de' suonatori. Egli soleva riconsegnare
al povero, che partiva sano e allegro, i pochi panni con cui era
venuto, con la medesima indifferenza che mostrava nel tirare il
lenzuolo sulla faccia di quello che aveva appena reso l'anima a Dio. E
con tutto questo, il _Ghezzo_, che così lo chiamavano tutti, perchè
vestito, com'era sempre, di color verde, somigliava al ramarro a cui
il lombardo dà siffatto nome, era forse il più galantuomo fra tutti
gl'inservienti dell'Ospedale. E quantunque un po' brontolone, dove
appena potesse far cosa alcuna per secondare il desiderio de' suoi
ammalati o de' parenti, allorchè capitavano a visitarli, senza però
transigere col proprio dovere, lo faceva volentieri; nè v'era pericolo
che volesse il compenso nemmen della croce d'un quattrino. Il Ghezzo
era una particolarità del suo genere: in quella casa del dolore, in
mezzo alle tribolazioni, egli era dappertutto, egli dava orecchio a
tutti i guaj; tirava innanzi con una buona scrollatina di spalle; ma
poi faceva, come si dice, l'impossibile per ajutare chi ricorresse a
lui; nè gli mancavano le occasioni.--Se i poveri diavoli non s'ajutano
un po' per uno, diceva, chi volete che faccia per loro?...
--Don Teodoro! ripetè egli, vedendo che l'abate, contro il solito, era
distratto: Faccia presto, le dico, se vuole arrivare in tempo.
--Andate innanzi: secco rispose: io vengo subito.
--Aspetto per farle lume, don Teodoro....
--Or bene, eccomi.
Il Ghezzo, pigliato il moccolo dallo scrittojo, precedeva il prete: e
discesi così dalla scaletta, attraversarono lo spazioso cortile, e
salirono al portico del piano superiore, rischiarato in quel punto
dagli obbliqui raggi della luna, la quale cominciava a spuntare tersa
e lucente, di sopra la lunga linea bruna formata dall'opposto lato
dell'edificio. In quel vasto asilo delle miserie, in mezzo all'alto
silenzio della notte, ai passi del vecchio infermiere e dell'abate
rispondeva, sotto le vôlte de' portici, un'eco tanto malinconica, che
don Teodoro, già prima addolorato nell'anima, diventava ancor più cupo
e pensoso. Spirava un vento sottile, che faceva dondolar cigolando le
lanterne appese qua e là, all'entrata d'ogni crociera; nè altro romore
interrompeva quella mesta quiete notturna, fuorchè lo strepito di
qualche catenaccio dischiuso con una strappata, o di qualche porta
sbattuta dal vento, o il monotono rintocco dell'ore da tutti i
campanili della città.
Ma, nel momento che don Teodoro, svoltata l'ala del portico, stava per
entrare nella crociera dell'Annunziata in compagnia del Ghezzo,
occupato, giusta il suo costume, a brontolar fra sè, vide all'altro
capo del portico, in mezzo al bujo, comparir due lumi e alcune
persone; e ben comprese che da quel lato un'altra infelice creatura
moriva, e che un altro ministro del Signore le recava nel punto stesso
il pane dell'ultimo viaggio. Quella vista lo richiamò al santo dovere
del suo ministero; e facendo forza per cacciar dalla mente l'estranea
sollecitudine che l'avea dominata, alzò l'anima a Dio; e, raccolti i
pensieri, s'accinse più commosso che mai all'opera di consolazione e
di perdono per la quale era chiamato.
Entrarono nella lunga, silenziosa crociera. Settanta povere donne,
madri, fanciulle, vedove, spose, languivano colà l'una a fianco
dell'altra, vittime dell'infinito numero delle febbri tifiche e acute,
che sotto forme così mutabili e diverse mietono ogni anno tanta parte
del popolo. Que' letti, distanti fra loro non più d'un braccio,
coperti di una coltre a liste azzurre e bianche, con un piccolo
crocifisso a capo di ciascuno; quella negra tabella, portante
l'iscrizione della malattia e il numero del letto dell'inferma; quel
numero dato a ciascuna, fin dal primo entrare, invece del suo nome,
che nessuno forse pronunzierà più sulla terra; tutta questa trista
scena, sebben fosse quella che di continuo aveva sotto gli occhi, non
eragli sembrata mai così trista, mai non avevagli stretto il cuore
come in quell'ora.
Attraversando per lo lungo la crociera, guardava di tanto in tanto,
con pietosa apprensione, le povere ammalate, le quali, non potendo
trovar requie, arse o abbrividite dalla febbre, sembravano come
implorare da lui, con una lunga occhiata, una parola di conforto, una
benedizione: avanzavasi, e ne scorgeva più d'una stendere fuor delle
coltri lo scarno braccio, e bere a stento un po' d'acqua per mitigare
il fuoco che le consumava; udiva qualche bisbigliata prece, qualche
gemito sommesso e trattenuto di chi soffriva di più, e il respirar
tardo, affannoso d'alcune da cui forse sarebbe stato chiamato fra
poco. E tutte quelle creature del Signore, aspettando ciascuna l'ora
sua, pativano e tacevano.
Abbenchè non passasse ora, senza che questa vista compassionevole gli
rinnovasse i pensieri misteriosi e tremendi; nondimeno don Teodoro,
che continuava volonteroso quel sagrifizio della sua vita, appunto
perchè era per lui il sagrifizio di tutti i giorni, nè mai aveva
perduto lo spirito del pietoso amore che, purificandosi in mezzo a
miserie e a patimenti, diventa la virtù d'un santo, sollevava a quella
vista, dal profondo dell'anima, una preghiera all'Eterno. In
quell'istante, pensando a tante disavventure, a tanti dolori che sono
sulla terra, egli domandava, per tutti i suoi fratelli, la
rassegnazione e la fede.
Giunse allora al letto che portava il numero 31; e maravigliò vedendo
che, a un'ora così tarda, contro il costume e le rigorose discipline
del luogo, si trovassero ancora vicine a quel letto due persone
sconosciute, silenziose, raccolte in sè stesse, nell'atteggiamento del
più profondo cordoglio. Sostenuta da alcuni cuscini, se ne stava mezzo
sollevata sul letto una donna già grave d'anni, dimagrita così che non
si sarebbe detto giacersi un corpo umano tra quelle coltri, se i
ginocchi rattratti, e le braccia stecchite e stese fuor delle lenzuola
lungo l'accosciata persona non avessero indicato che su quel giaciglio
una poveretta poteva ancora patire e lottar colla morte. Nel momento
stesso l'ammalata stava come sotto l'oppressura di una sincope
improvvisa; la sua testa era inclinata sul petto, le pupille chiuse,
contornate da un lividore di morte, la bocca mezzo aperta, e senza
respiro: il solo indizio che durasse la vita in lei era un convulsivo
tremito delle mani, con le quali pareva far di continuo uno sforzo
come se volesse premere qualche cosa che non trovava.
Era la vecchia e povera Teresa: vicina al gran passo, andava cercando
con la sua mano quella del figliuolo che aveva almeno potuto rivedere
prima di morire, del suo Damiano.
Il giovine, vestito di poveri panni, che stavasi vicino a quel letto,
pallido, ritto, cogli occhi fissi, colle braccia in croce sul petto,
era lui.
Il giorno innanzi, all'uscir della prigione, Damiano s'era
incamminato, debole ancora e con non so qual turbamento nell'animo,
verso casa sua. Credendo impossibile che tutti l'avessero così
dimenticato, non sapeva che pensare di Rocco e del signor Lorenzo.
Camminava incerto e vergognoso per le vie, quasi che tutti lo
guardassero in faccia, e al pallor della sua fronte, agli abiti
sdrusciti, al tremito di tutta la persona, avessero a indovinare
ch'egli usciva del carcere. Ma il pensare che fra pochi momenti
sarebbe stato nelle braccia della madre, ch'essa e la buona Stella lo
sapevano innocente, lo confortò, gli diè lena, fecegli scordar tutto
quello che aveva passato.
Per giungere alla piazza Fontana, egli aveva prese le vie poco
frequentate; allorchè, tutto a un tratto, sentì chiamarsi per nome: a
quella voce si guardò indietro.... e Damiamo vide Rocco che correva a
lui.
I due amici si fermarono. Dopo quel lungo colloquio, dopo quello
scambio di ricordanze e di forti affetti a cui s'erano invano
frapposte le porte del carcere, rivedevansi finalmente. Nè l'uno, nè
l'altro in sulle prime seppe trovar parola; si riguardarono muti,
tenendosi strette le destre; ciò che sentivano in quel momento non
avrebbero saputo dirselo.
--Ascolta, mio Rocco!... Tu lo vedi il mio cuore, non è vero?
--Oh! Damiano..... lasciam tutto il resto adesso; e parliamo di te....
di loro.
--Da tre settimane io ti stava aspettando. Dopo quel dì....
--Cosa avrai pensato di me?... Oh se tu sapessi!... Io era là tutti i
giorni.... due o tre ore di fazione, là nel cortile... sotto a quella
tua finestrina; e guardava in su, per niente. Non ho trovato più
nessuno, dopo il Maldura, che mi desse mente a me.... Anche
stamattina, vedi, ci son tornato. Oh! l'avessi pensata che l'era
venuta l'ora della giustizia, tu m'avresti trovato, all'uscire, là
sotto a quella porta.
--Buon Rocco! e io ti feci torto!...
--L'han capita dunque la birbonata che t'avevan fatta?...
--Non parliamo adesso: vieni, Rocco, dammi il tuo braccio.... Son
fiacco, mezzo disfatto ancora; ma io voglio veder la mamma.
--Aspetta un poco.... dammi ascolto....
--Come? mi tiri indietro?... Non si va per di là...
--Capisco; ma sai bene che t'ho detto....
--Cosa?... Io non so nulla.
--Ma non t'ho contato, quando son venuto a trovarti, là in quel
maladetto sito, non t'ho contato che la mamma Teresa.... aveva dovuto
cambiar casa?
--Sì; ma non t'ho creduto io. E perchè avrebbe dovuto andar via così
presto?...
--Senti, Damiano.... la tua povera mamma ha patito tanto
dell'ingiustizia che t'han fatto. Pensa tu dunque....
--Che pensare? io voglio vederla, Rocco! Tu sai dov'è.... andiamo
insieme da lei.
E così dicendo, gli tremava la voce, e con gli occhi smarriti fissava
Rocco, che del pari mal sapeva mentire a quel che aveva in cuore.
--Tu non stai bene adesso, Damiano. Vieni con me.... andiamo prima....
--No! no! no!.... Tu non dici la verità, tu vuoi darmi a intendere
quello che non è.... Rocco, di' su, di' su! la mia mamma.... la mia
mamma... Dio benedetto!
L'amico, vedendo sulla faccia di Damiano il terribile pensiero che gli
era balenato alla mente, e che non aveva avuto cuor di significare,
comprese come non tornasse bene fargli mistero della verità. Ma gli
mancava l'animo, gli mancava la parola.
--Io lo so.... ripigliò, senza tremare, Damiano: la mamma è....
malata?
--Sì, un poco, ma....
--Malata, dunque? malata, non è vero?.... Torna a dirlo.
--Sì, malata.
--Quand'è così, andiamo!
--Ma, lei forse non è nemmanco avvisata che sei in libertà.... e
vederti, così all'improvviso....
--Non importa! andiamo, ti dico.
--Ma io, vedi, in coscienza, non posso....
--Come? non puoi?... In nome di Dio, ov'è la mamma?
--Povero Damiano!... Intanto che tu eri là, tra quattro muri, ci sono
riusciti a condur via la Stella... Dicono che l'è andata a star bene,
che non ha bisogno di nulla; ho cercato io del luogo, ma fin adesso
son capitato male, non n'ho cavato nessun costrutto. La mamma Teresa,
quando che fu sola, senza te, senza lei, ha cominciato a dar giù, a
sentirsi male.... e un dì, non potendo più stare in piedi, non avendo
anima che facesse per lei, si è rassegnata.... e si è fatta portare
all'ospedale.
--All'Ospedale!...
A questo grido, pieno di dolore, Rocco ebbe tempo appena di sostener
Damiano tra le braccia; giacchè al povero giovine non bastò la forza
di sostenere il colpo; e venne manco nel mezzo della via.
Rocco lo trascinò nella vicina botteguccia d'un falegname: ajutato dal
buon operaio, lo mise a sedere sur uno sgabellaccio; e fra loro due,
bagnandogli la fronte con un po' d'acqua, vennero a capo di farlo
rinvenire. Rimessosi in piedi, Damiano raccolse tutto il suo coraggio;
usando una gran forza a sè medesimo, rese grazie a quel falegname
della sua carità, e volle uscir con Rocco, pregandolo che
l'accompagnasse fino all'Ospedale. Andarono insieme; ma, essendo
vicina la sera, trovaron chiuse le porte, nè, per quanto pregassero,
fu loro concesso di entrare. Rocco non sapeva ove condurre il suo
disgraziato amico a passar la notte: dal dì ch'egli era tornato, aveva
dormito sulla paglia, in una rimessa abbandonata, dove per compassione
gli davan ricovero; ond'è che vergognavasi di dire all'amico che
avrebbero spartito quel letto. Teneva però ancora in serbo un dieci
lire, l'ultima sua ricchezza; e pensò che l'ora di farle esser buone a
qualche cosa era quella. Entrò coll'amico in un'umile osteria; volle
che mangiasse un boccone; poi, scorgendolo così oppresso, così
rifinito, lo persuase di porsi a letto. Damiano l'obbedì; e quasi
tutta la notte, mentre Rocco s'era seduto accanto a lui, continuarono
a contraccambiarsi confidenze di dolore e parole di conforto.
Fu allora che Rocco narrò in che modo avesse saputo il caso della
buona mamma Teresa, e quanto gli era noto e non ebbe cuore di
palesargli la prima volta che si parlarono, là nella prigione;
com'egli, appena venuto a Milano, dichiarato invalido, e messo in
libertà dal militare, fosse corso alla piazza Fontana, a quella casa,
a quel quarto piano a cui aveva sempre pensato, in tutto il tempo
ch'era stato di là dalle care montagne del nostro paese; come,
arrivato col batticuore a quella porta, si fosse trovato al tu per tu
con la vecchia pegnataria, della quale non ricordava più il nome; e
come costei, appena udì menzionar la mamma Teresa gli serrasse la
porta in faccia, dicendogli nient'altro che:--Questa è casa mia; qui
non c'è nè mamma, nè Teresa; andate all'ospedale, che se la c'è
ancora, la troverete!...
Damiano sostenne, impassibile e muto, quella prova, la più difficile
che il cielo gli avesse mandata. Egli non maledisse, non pianse; e
concentrò tutto il suo dolore in un solo pensiero, nel pensiero di
riveder sua madre, d'inginocchiarsi appiedi di quel letto abbandonato.
Un solo lamento, in tutta quella notte, gli fuggì dal cuore: fu quando
disse all'amico:--O Rocco! avresti fatto ben meglio a lasciarmi
partire allora!..... Forse io non avrei condotto così, come ho fatto,
la mia povera madre a morire all'ospedale.
Quando venne la mattina, stretti al braccio l'un dell'altro,
s'incamminarono, senza far parole verso l'Ospedale maggiore.
Colà non trovarono chi sapesse loro indicare dove fosse stata portata
la povera signora Teresa: ma, incontrato per caso il Ghezzo
infermiere, a lui si raccomandarono: egli poi, sentendosi un poco
frugar nel cuore, al veder quel giovine così sparuto e quel soldato, i
quali con le lagrime agli occhi eran venuti a parlargli, li condusse
al letto, dove languiva da due mesi colei ch'essi cercavano. Il Ghezzo
aveva pigliato sopra di sè la responsabilità dell'infrazione alla
regola; e consentì che rimanessero colà, per lungo tempo dopo l'ore
consuete in cui sono permesse le visite agli ammalati: quella povera
inferma, era la sola forse di tutta la crociera che da tante settimane
stava in quel letto, senza aver mai veduto nessuno de' suoi; e
scorgendola vicina al passo che dobbiamo far tutti, pensava che
l'avrebbe forse benedetto anche lui.
L'inferma s'era sollevata un poco sulla persona; e, tenendo chiusi gli
occhi, pregava, rassegnavasi a tutto quello che avrebbe di lei fatto
il Signore, anche a non veder più i suoi figliuoli: pensava che Stella
e Celso eran ricoverati in luogo sicuro, e offeriva al cielo anche
l'angoscia provata per Damiano, la cui prigionia era forse stata per
lei un colpo mortale.
Quando, aperti gli occhi, vide appiè del letto quel giovine, che la
guardava pietosamente, senza osar di profferire il suo nome, sorrise
un poco, scosse il capo, pensando che fosse un sogno, e ricominciò una
preghiera. Ma la voce del Ghezzo, che si fe' sentire in quel
punto:--Ehi! non conoscete più il vostro figliuolo?.... la richiamò
alla verità.
--O santi del paradiso!... Sei proprio tu, Damiano?
--Sì, mamma.
--Dunque il Signore non me l'ha voluta negare questa consolazione?
--Non io, vedi, ma quelli che volevano farci del bene a modo loro,
furono la causa di tutto: adesso m'hanno conosciuto innocente, e sono
quì, sono quì con te, mamma.... Oh perdona al tuo figliuolo!
E chinandosi su quel letto, strinse amorosamente colle sue la scarna
mano materna.
--E anch'io, mamma Teresa: si fe' animo a dire il buon Rocco, che,
venuto innanzi in punta de' piedi, s'era posto dietro l'amico, anch'io
ringrazio il cielo che ho potuto tornare a vedervi! Questo mio braccio
non è più che un mozzicone; ma darei l'altro, per vedervi fuor del
letto.
--E la Stella, dite, mamma, dov'è?.... Perchè, lei almeno, non la
trovo vicina a questo letto?....
--Oh! lei è in miglior luogo: rispose con rassegnazione l'ammalata: è
in una casa del Signore.
--Come? e vi ha abbandonata così, in questo momento?... non potè
starsi dal dire il giovine.
--L'ho voluto io, Damiano; se non potrò più vederla, sarà un
sagrifizio di più al Signore!
--No, mamma, non dite, non dite così; Stella non ve la strapperanno
dal fianco que' tali, che han fatto già anche troppo per noi.... Ma
verrà il momento... perchè un po' di giustizia la faremo anche noi!
Sì, coloro che v'han ridotta su questo letto, ne hanno da scontare....
E una le paga tutte.
Ma s'avvide il giovine che l'infelice donna, atterrita per le violenti
parole che gli prorompevano dell'animo esacerbato, volgendo il capo
dall'altra parte, sentivasi oppressa da troppo forte passione, e
sfuggiva il suo sguardo. Allora, supplicando chinò il capo dinanzi a
lei; e colle più tenere e soavi espressioni che seppe trovare raddolcì
l'amarezza che involontariamente le aveva versata in cuore; e così
egli vide dissiparsi ogni nube da quella fronte venerata e cara. Le
sedettero vicino i due giovani; e quando venne l'ora di staccarsi da
lei, bisognò che l'onesto infermiere promettesse loro che li avrebbe
lasciati tornare prima di sera. E tornarono, nè il Ghezzo seppe tener
duro; cosicchè i due rimasero colà fino a notte fatta, discorrendo
colla malata di tante cose che avevano nel cuore. Allora venne a
sapere Damiano come e quando la Stella fosse stata collocata nel
Ritiro; e sentendo come anche Celso da parecchie settimane avesse
dovuto partire col suo superiore, senza che gli fosse nota la malattia
della madre, comprese quel viluppo di sgraziate circostanze che in un
punto avevan dispersa tutta la sua famiglia. Poi Rocco, per tenere un
po' allegra la mamma Teresa, si fece a raccontarle la sua storia di
que' due anni: e Damiano era caduto in profondi pensieri.
Ma la contentezza d'aver riveduto il figliuolo, e l'impeto di tanti e
così diversi affetti risvegliati da quel lungo colloquio avevano
prostrata del tutto la povera sofferente. A un'ora di notte, quando il
Ghezzo venne per mandar in pace i due intrusi, trovò l'inferma
svenuta, bagnata di freddo sudore, e i due giovani affaccendati
inutilmente per richiamarla alla vita. Lo svenimento durava da quasi
mezz'ora; e l'infermiere, il quale ben sapeva che la disgraziata era a
mal punto, credè opportuno di correre a far avvisati, nello stesso
momento, medico e confessore.
Don Teodoro giunse per il primo al letto della Teresa; e veduti appena
i due giovani, imaginò di subito che non potevano essere se non i
figliuoli di quella donna. Si avvicinò a lei, e toccandole il polso,
s'accorse che la vita tornava a poco a poco, e che la sincope non
poteva essere che conseguenza d'una forte e subitanea commozione.
Racconsolati i figliuoli, i quali tremavano che quel deliquio fosse un
presagio terribile, raccomandò ben bene all'infermiere ciò che avesse
a fare per riaver l'ammalata; e quand'essa cominciò a risensare, volle
che la lasciassero sola e quieta, dichiarando assolutamente
impossibile che s'intrattenessero più a lungo. Ma li rassicurò,
vedendoli levarsi di là come insensati per dolore, ch'essa non correva
pericolo alcuno, e che il dì seguente, tornando a vederla all'ora
permessa, avrebbero avuto ragione di ringraziare il Signore.
A Damiano toccarono il cuore le gravi e pietose parole del prete.
Pigliò la mano della madre, la baciò, senza ch'ella se ne fosse
accorta; e i due amici, tacitamente attraversando la crociera,
uscirono dell'Ospedale.