Capitolo Decimoquarto

In quel punto, don Teodoro intese alcuni colpi leggieri e ripetuti

all'uscio della scaletta; presumendo già chi potess'essere, si volse

appena dallo scrittojo, e domandò:--Che c'è di nuovo?

--Don Teodoro, venga presto.... al numero trent'uno, crociera

dell'Annunziata: una grama creatura, che, può darsi, ma non arriva a

vedere il domani....

Così rispondevagli, entrando nella stanzuccia, un vecchio infermiere,

colla cadente sopravvesta di tela verde e un goffo berrettino di felpa

dello stesso colore, che appena proteggeva il suo calvo cucuzzolo. Era

il capo infermiere delle crociere delle donne, un poveraccio che aveva

consunto sessant'anni di vita fra le mura dell'Ospedale e quelle del

vicino asilo de' trovatelli: dove, come tant'altri figli di nessuno,

ebbe egli pure la sua culla e una capra per balia, e dipoi un tozzo di

pane, fino a quando gli riuscì, per buona sorte, di farsi impiegare

prima come portantino, poi come infermiere dello spedale: tutto il suo

mondo era là. Vedeva entrare malati, feriti, agonizzanti; uscir pochi

vivi, a furia i morti; sentiva passeggiando, colle mani intrecciate

dietro le schiene, per le crociere affidate alla sua vigilanza, i

lamenti d'uomini, di donne, di fanciulli e di vecchi, che finivano

d'ogni guisa di morte: e per lui era lo stesso, una cosa naturale; vi

poneva mente quanto il capo dell'orchestra, prima che s'alzi il

sipario, agli stentati accordi de' suonatori. Egli soleva riconsegnare

al povero, che partiva sano e allegro, i pochi panni con cui era

venuto, con la medesima indifferenza che mostrava nel tirare il

lenzuolo sulla faccia di quello che aveva appena reso l'anima a Dio. E

con tutto questo, il _Ghezzo_, che così lo chiamavano tutti, perchè

vestito, com'era sempre, di color verde, somigliava al ramarro a cui

il lombardo dà siffatto nome, era forse il più galantuomo fra tutti

gl'inservienti dell'Ospedale. E quantunque un po' brontolone, dove

appena potesse far cosa alcuna per secondare il desiderio de' suoi

ammalati o de' parenti, allorchè capitavano a visitarli, senza però

transigere col proprio dovere, lo faceva volentieri; nè v'era pericolo

che volesse il compenso nemmen della croce d'un quattrino. Il Ghezzo

era una particolarità del suo genere: in quella casa del dolore, in

mezzo alle tribolazioni, egli era dappertutto, egli dava orecchio a

tutti i guaj; tirava innanzi con una buona scrollatina di spalle; ma

poi faceva, come si dice, l'impossibile per ajutare chi ricorresse a

lui; nè gli mancavano le occasioni.--Se i poveri diavoli non s'ajutano

un po' per uno, diceva, chi volete che faccia per loro?...

--Don Teodoro! ripetè egli, vedendo che l'abate, contro il solito, era

distratto: Faccia presto, le dico, se vuole arrivare in tempo.

--Andate innanzi: secco rispose: io vengo subito.

--Aspetto per farle lume, don Teodoro....

--Or bene, eccomi.

Il Ghezzo, pigliato il moccolo dallo scrittojo, precedeva il prete: e

discesi così dalla scaletta, attraversarono lo spazioso cortile, e

salirono al portico del piano superiore, rischiarato in quel punto

dagli obbliqui raggi della luna, la quale cominciava a spuntare tersa

e lucente, di sopra la lunga linea bruna formata dall'opposto lato

dell'edificio. In quel vasto asilo delle miserie, in mezzo all'alto

silenzio della notte, ai passi del vecchio infermiere e dell'abate

rispondeva, sotto le vôlte de' portici, un'eco tanto malinconica, che

don Teodoro, già prima addolorato nell'anima, diventava ancor più cupo

e pensoso. Spirava un vento sottile, che faceva dondolar cigolando le

lanterne appese qua e là, all'entrata d'ogni crociera; nè altro romore

interrompeva quella mesta quiete notturna, fuorchè lo strepito di

qualche catenaccio dischiuso con una strappata, o di qualche porta

sbattuta dal vento, o il monotono rintocco dell'ore da tutti i

campanili della città.

Ma, nel momento che don Teodoro, svoltata l'ala del portico, stava per

entrare nella crociera dell'Annunziata in compagnia del Ghezzo,

occupato, giusta il suo costume, a brontolar fra sè, vide all'altro

capo del portico, in mezzo al bujo, comparir due lumi e alcune

persone; e ben comprese che da quel lato un'altra infelice creatura

moriva, e che un altro ministro del Signore le recava nel punto stesso

il pane dell'ultimo viaggio. Quella vista lo richiamò al santo dovere

del suo ministero; e facendo forza per cacciar dalla mente l'estranea

sollecitudine che l'avea dominata, alzò l'anima a Dio; e, raccolti i

pensieri, s'accinse più commosso che mai all'opera di consolazione e

di perdono per la quale era chiamato.

Entrarono nella lunga, silenziosa crociera. Settanta povere donne,

madri, fanciulle, vedove, spose, languivano colà l'una a fianco

dell'altra, vittime dell'infinito numero delle febbri tifiche e acute,

che sotto forme così mutabili e diverse mietono ogni anno tanta parte

del popolo. Que' letti, distanti fra loro non più d'un braccio,

coperti di una coltre a liste azzurre e bianche, con un piccolo

crocifisso a capo di ciascuno; quella negra tabella, portante

l'iscrizione della malattia e il numero del letto dell'inferma; quel

numero dato a ciascuna, fin dal primo entrare, invece del suo nome,

che nessuno forse pronunzierà più sulla terra; tutta questa trista

scena, sebben fosse quella che di continuo aveva sotto gli occhi, non

eragli sembrata mai così trista, mai non avevagli stretto il cuore

come in quell'ora.

Attraversando per lo lungo la crociera, guardava di tanto in tanto,

con pietosa apprensione, le povere ammalate, le quali, non potendo

trovar requie, arse o abbrividite dalla febbre, sembravano come

implorare da lui, con una lunga occhiata, una parola di conforto, una

benedizione: avanzavasi, e ne scorgeva più d'una stendere fuor delle

coltri lo scarno braccio, e bere a stento un po' d'acqua per mitigare

il fuoco che le consumava; udiva qualche bisbigliata prece, qualche

gemito sommesso e trattenuto di chi soffriva di più, e il respirar

tardo, affannoso d'alcune da cui forse sarebbe stato chiamato fra

poco. E tutte quelle creature del Signore, aspettando ciascuna l'ora

sua, pativano e tacevano.

Abbenchè non passasse ora, senza che questa vista compassionevole gli

rinnovasse i pensieri misteriosi e tremendi; nondimeno don Teodoro,

che continuava volonteroso quel sagrifizio della sua vita, appunto

perchè era per lui il sagrifizio di tutti i giorni, nè mai aveva

perduto lo spirito del pietoso amore che, purificandosi in mezzo a

miserie e a patimenti, diventa la virtù d'un santo, sollevava a quella

vista, dal profondo dell'anima, una preghiera all'Eterno. In

quell'istante, pensando a tante disavventure, a tanti dolori che sono

sulla terra, egli domandava, per tutti i suoi fratelli, la

rassegnazione e la fede.

Giunse allora al letto che portava il numero 31; e maravigliò vedendo

che, a un'ora così tarda, contro il costume e le rigorose discipline

del luogo, si trovassero ancora vicine a quel letto due persone

sconosciute, silenziose, raccolte in sè stesse, nell'atteggiamento del

più profondo cordoglio. Sostenuta da alcuni cuscini, se ne stava mezzo

sollevata sul letto una donna già grave d'anni, dimagrita così che non

si sarebbe detto giacersi un corpo umano tra quelle coltri, se i

ginocchi rattratti, e le braccia stecchite e stese fuor delle lenzuola

lungo l'accosciata persona non avessero indicato che su quel giaciglio

una poveretta poteva ancora patire e lottar colla morte. Nel momento

stesso l'ammalata stava come sotto l'oppressura di una sincope

improvvisa; la sua testa era inclinata sul petto, le pupille chiuse,

contornate da un lividore di morte, la bocca mezzo aperta, e senza

respiro: il solo indizio che durasse la vita in lei era un convulsivo

tremito delle mani, con le quali pareva far di continuo uno sforzo

come se volesse premere qualche cosa che non trovava.

Era la vecchia e povera Teresa: vicina al gran passo, andava cercando

con la sua mano quella del figliuolo che aveva almeno potuto rivedere

prima di morire, del suo Damiano.

Il giovine, vestito di poveri panni, che stavasi vicino a quel letto,

pallido, ritto, cogli occhi fissi, colle braccia in croce sul petto,

era lui.

Il giorno innanzi, all'uscir della prigione, Damiano s'era

incamminato, debole ancora e con non so qual turbamento nell'animo,

verso casa sua. Credendo impossibile che tutti l'avessero così

dimenticato, non sapeva che pensare di Rocco e del signor Lorenzo.

Camminava incerto e vergognoso per le vie, quasi che tutti lo

guardassero in faccia, e al pallor della sua fronte, agli abiti

sdrusciti, al tremito di tutta la persona, avessero a indovinare

ch'egli usciva del carcere. Ma il pensare che fra pochi momenti

sarebbe stato nelle braccia della madre, ch'essa e la buona Stella lo

sapevano innocente, lo confortò, gli diè lena, fecegli scordar tutto

quello che aveva passato.

Per giungere alla piazza Fontana, egli aveva prese le vie poco

frequentate; allorchè, tutto a un tratto, sentì chiamarsi per nome: a

quella voce si guardò indietro.... e Damiamo vide Rocco che correva a

lui.

I due amici si fermarono. Dopo quel lungo colloquio, dopo quello

scambio di ricordanze e di forti affetti a cui s'erano invano

frapposte le porte del carcere, rivedevansi finalmente. Nè l'uno, nè

l'altro in sulle prime seppe trovar parola; si riguardarono muti,

tenendosi strette le destre; ciò che sentivano in quel momento non

avrebbero saputo dirselo.

--Ascolta, mio Rocco!... Tu lo vedi il mio cuore, non è vero?

--Oh! Damiano..... lasciam tutto il resto adesso; e parliamo di te....

di loro.

--Da tre settimane io ti stava aspettando. Dopo quel dì....

--Cosa avrai pensato di me?... Oh se tu sapessi!... Io era là tutti i

giorni.... due o tre ore di fazione, là nel cortile... sotto a quella

tua finestrina; e guardava in su, per niente. Non ho trovato più

nessuno, dopo il Maldura, che mi desse mente a me.... Anche

stamattina, vedi, ci son tornato. Oh! l'avessi pensata che l'era

venuta l'ora della giustizia, tu m'avresti trovato, all'uscire, là

sotto a quella porta.

--Buon Rocco! e io ti feci torto!...

--L'han capita dunque la birbonata che t'avevan fatta?...

--Non parliamo adesso: vieni, Rocco, dammi il tuo braccio.... Son

fiacco, mezzo disfatto ancora; ma io voglio veder la mamma.

--Aspetta un poco.... dammi ascolto....

--Come? mi tiri indietro?... Non si va per di là...

--Capisco; ma sai bene che t'ho detto....

--Cosa?... Io non so nulla.

--Ma non t'ho contato, quando son venuto a trovarti, là in quel

maladetto sito, non t'ho contato che la mamma Teresa.... aveva dovuto

cambiar casa?

--Sì; ma non t'ho creduto io. E perchè avrebbe dovuto andar via così

presto?...

--Senti, Damiano.... la tua povera mamma ha patito tanto

dell'ingiustizia che t'han fatto. Pensa tu dunque....

--Che pensare? io voglio vederla, Rocco! Tu sai dov'è.... andiamo

insieme da lei.

E così dicendo, gli tremava la voce, e con gli occhi smarriti fissava

Rocco, che del pari mal sapeva mentire a quel che aveva in cuore.

--Tu non stai bene adesso, Damiano. Vieni con me.... andiamo prima....

--No! no! no!.... Tu non dici la verità, tu vuoi darmi a intendere

quello che non è.... Rocco, di' su, di' su! la mia mamma.... la mia

mamma... Dio benedetto!

L'amico, vedendo sulla faccia di Damiano il terribile pensiero che gli

era balenato alla mente, e che non aveva avuto cuor di significare,

comprese come non tornasse bene fargli mistero della verità. Ma gli

mancava l'animo, gli mancava la parola.

--Io lo so.... ripigliò, senza tremare, Damiano: la mamma è....

malata?

--Sì, un poco, ma....

--Malata, dunque? malata, non è vero?.... Torna a dirlo.

--Sì, malata.

--Quand'è così, andiamo!

--Ma, lei forse non è nemmanco avvisata che sei in libertà.... e

vederti, così all'improvviso....

--Non importa! andiamo, ti dico.

--Ma io, vedi, in coscienza, non posso....

--Come? non puoi?... In nome di Dio, ov'è la mamma?

--Povero Damiano!... Intanto che tu eri là, tra quattro muri, ci sono

riusciti a condur via la Stella... Dicono che l'è andata a star bene,

che non ha bisogno di nulla; ho cercato io del luogo, ma fin adesso

son capitato male, non n'ho cavato nessun costrutto. La mamma Teresa,

quando che fu sola, senza te, senza lei, ha cominciato a dar giù, a

sentirsi male.... e un dì, non potendo più stare in piedi, non avendo

anima che facesse per lei, si è rassegnata.... e si è fatta portare

all'ospedale.

--All'Ospedale!...

A questo grido, pieno di dolore, Rocco ebbe tempo appena di sostener

Damiano tra le braccia; giacchè al povero giovine non bastò la forza

di sostenere il colpo; e venne manco nel mezzo della via.

Rocco lo trascinò nella vicina botteguccia d'un falegname: ajutato dal

buon operaio, lo mise a sedere sur uno sgabellaccio; e fra loro due,

bagnandogli la fronte con un po' d'acqua, vennero a capo di farlo

rinvenire. Rimessosi in piedi, Damiano raccolse tutto il suo coraggio;

usando una gran forza a sè medesimo, rese grazie a quel falegname

della sua carità, e volle uscir con Rocco, pregandolo che

l'accompagnasse fino all'Ospedale. Andarono insieme; ma, essendo

vicina la sera, trovaron chiuse le porte, nè, per quanto pregassero,

fu loro concesso di entrare. Rocco non sapeva ove condurre il suo

disgraziato amico a passar la notte: dal dì ch'egli era tornato, aveva

dormito sulla paglia, in una rimessa abbandonata, dove per compassione

gli davan ricovero; ond'è che vergognavasi di dire all'amico che

avrebbero spartito quel letto. Teneva però ancora in serbo un dieci

lire, l'ultima sua ricchezza; e pensò che l'ora di farle esser buone a

qualche cosa era quella. Entrò coll'amico in un'umile osteria; volle

che mangiasse un boccone; poi, scorgendolo così oppresso, così

rifinito, lo persuase di porsi a letto. Damiano l'obbedì; e quasi

tutta la notte, mentre Rocco s'era seduto accanto a lui, continuarono

a contraccambiarsi confidenze di dolore e parole di conforto.

Fu allora che Rocco narrò in che modo avesse saputo il caso della

buona mamma Teresa, e quanto gli era noto e non ebbe cuore di

palesargli la prima volta che si parlarono, là nella prigione;

com'egli, appena venuto a Milano, dichiarato invalido, e messo in

libertà dal militare, fosse corso alla piazza Fontana, a quella casa,

a quel quarto piano a cui aveva sempre pensato, in tutto il tempo

ch'era stato di là dalle care montagne del nostro paese; come,

arrivato col batticuore a quella porta, si fosse trovato al tu per tu

con la vecchia pegnataria, della quale non ricordava più il nome; e

come costei, appena udì menzionar la mamma Teresa gli serrasse la

porta in faccia, dicendogli nient'altro che:--Questa è casa mia; qui

non c'è nè mamma, nè Teresa; andate all'ospedale, che se la c'è

ancora, la troverete!...

Damiano sostenne, impassibile e muto, quella prova, la più difficile

che il cielo gli avesse mandata. Egli non maledisse, non pianse; e

concentrò tutto il suo dolore in un solo pensiero, nel pensiero di

riveder sua madre, d'inginocchiarsi appiedi di quel letto abbandonato.

Un solo lamento, in tutta quella notte, gli fuggì dal cuore: fu quando

disse all'amico:--O Rocco! avresti fatto ben meglio a lasciarmi

partire allora!..... Forse io non avrei condotto così, come ho fatto,

la mia povera madre a morire all'ospedale.

Quando venne la mattina, stretti al braccio l'un dell'altro,

s'incamminarono, senza far parole verso l'Ospedale maggiore.

Colà non trovarono chi sapesse loro indicare dove fosse stata portata

la povera signora Teresa: ma, incontrato per caso il Ghezzo

infermiere, a lui si raccomandarono: egli poi, sentendosi un poco

frugar nel cuore, al veder quel giovine così sparuto e quel soldato, i

quali con le lagrime agli occhi eran venuti a parlargli, li condusse

al letto, dove languiva da due mesi colei ch'essi cercavano. Il Ghezzo

aveva pigliato sopra di sè la responsabilità dell'infrazione alla

regola; e consentì che rimanessero colà, per lungo tempo dopo l'ore

consuete in cui sono permesse le visite agli ammalati: quella povera

inferma, era la sola forse di tutta la crociera che da tante settimane

stava in quel letto, senza aver mai veduto nessuno de' suoi; e

scorgendola vicina al passo che dobbiamo far tutti, pensava che

l'avrebbe forse benedetto anche lui.

L'inferma s'era sollevata un poco sulla persona; e, tenendo chiusi gli

occhi, pregava, rassegnavasi a tutto quello che avrebbe di lei fatto

il Signore, anche a non veder più i suoi figliuoli: pensava che Stella

e Celso eran ricoverati in luogo sicuro, e offeriva al cielo anche

l'angoscia provata per Damiano, la cui prigionia era forse stata per

lei un colpo mortale.

Quando, aperti gli occhi, vide appiè del letto quel giovine, che la

guardava pietosamente, senza osar di profferire il suo nome, sorrise

un poco, scosse il capo, pensando che fosse un sogno, e ricominciò una

preghiera. Ma la voce del Ghezzo, che si fe' sentire in quel

punto:--Ehi! non conoscete più il vostro figliuolo?.... la richiamò

alla verità.

--O santi del paradiso!... Sei proprio tu, Damiano?

--Sì, mamma.

--Dunque il Signore non me l'ha voluta negare questa consolazione?

--Non io, vedi, ma quelli che volevano farci del bene a modo loro,

furono la causa di tutto: adesso m'hanno conosciuto innocente, e sono

quì, sono quì con te, mamma.... Oh perdona al tuo figliuolo!

E chinandosi su quel letto, strinse amorosamente colle sue la scarna

mano materna.

--E anch'io, mamma Teresa: si fe' animo a dire il buon Rocco, che,

venuto innanzi in punta de' piedi, s'era posto dietro l'amico, anch'io

ringrazio il cielo che ho potuto tornare a vedervi! Questo mio braccio

non è più che un mozzicone; ma darei l'altro, per vedervi fuor del

letto.

--E la Stella, dite, mamma, dov'è?.... Perchè, lei almeno, non la

trovo vicina a questo letto?....

--Oh! lei è in miglior luogo: rispose con rassegnazione l'ammalata: è

in una casa del Signore.

--Come? e vi ha abbandonata così, in questo momento?... non potè

starsi dal dire il giovine.

--L'ho voluto io, Damiano; se non potrò più vederla, sarà un

sagrifizio di più al Signore!

--No, mamma, non dite, non dite così; Stella non ve la strapperanno

dal fianco que' tali, che han fatto già anche troppo per noi.... Ma

verrà il momento... perchè un po' di giustizia la faremo anche noi!

Sì, coloro che v'han ridotta su questo letto, ne hanno da scontare....

E una le paga tutte.

Ma s'avvide il giovine che l'infelice donna, atterrita per le violenti

parole che gli prorompevano dell'animo esacerbato, volgendo il capo

dall'altra parte, sentivasi oppressa da troppo forte passione, e

sfuggiva il suo sguardo. Allora, supplicando chinò il capo dinanzi a

lei; e colle più tenere e soavi espressioni che seppe trovare raddolcì

l'amarezza che involontariamente le aveva versata in cuore; e così

egli vide dissiparsi ogni nube da quella fronte venerata e cara. Le

sedettero vicino i due giovani; e quando venne l'ora di staccarsi da

lei, bisognò che l'onesto infermiere promettesse loro che li avrebbe

lasciati tornare prima di sera. E tornarono, nè il Ghezzo seppe tener

duro; cosicchè i due rimasero colà fino a notte fatta, discorrendo

colla malata di tante cose che avevano nel cuore. Allora venne a

sapere Damiano come e quando la Stella fosse stata collocata nel

Ritiro; e sentendo come anche Celso da parecchie settimane avesse

dovuto partire col suo superiore, senza che gli fosse nota la malattia

della madre, comprese quel viluppo di sgraziate circostanze che in un

punto avevan dispersa tutta la sua famiglia. Poi Rocco, per tenere un

po' allegra la mamma Teresa, si fece a raccontarle la sua storia di

que' due anni: e Damiano era caduto in profondi pensieri.

Ma la contentezza d'aver riveduto il figliuolo, e l'impeto di tanti e

così diversi affetti risvegliati da quel lungo colloquio avevano

prostrata del tutto la povera sofferente. A un'ora di notte, quando il

Ghezzo venne per mandar in pace i due intrusi, trovò l'inferma

svenuta, bagnata di freddo sudore, e i due giovani affaccendati

inutilmente per richiamarla alla vita. Lo svenimento durava da quasi

mezz'ora; e l'infermiere, il quale ben sapeva che la disgraziata era a

mal punto, credè opportuno di correre a far avvisati, nello stesso

momento, medico e confessore.

Don Teodoro giunse per il primo al letto della Teresa; e veduti appena

i due giovani, imaginò di subito che non potevano essere se non i

figliuoli di quella donna. Si avvicinò a lei, e toccandole il polso,

s'accorse che la vita tornava a poco a poco, e che la sincope non

poteva essere che conseguenza d'una forte e subitanea commozione.

Racconsolati i figliuoli, i quali tremavano che quel deliquio fosse un

presagio terribile, raccomandò ben bene all'infermiere ciò che avesse

a fare per riaver l'ammalata; e quand'essa cominciò a risensare, volle

che la lasciassero sola e quieta, dichiarando assolutamente

impossibile che s'intrattenessero più a lungo. Ma li rassicurò,

vedendoli levarsi di là come insensati per dolore, ch'essa non correva

pericolo alcuno, e che il dì seguente, tornando a vederla all'ora

permessa, avrebbero avuto ragione di ringraziare il Signore.

A Damiano toccarono il cuore le gravi e pietose parole del prete.

Pigliò la mano della madre, la baciò, senza ch'ella se ne fosse

accorta; e i due amici, tacitamente attraversando la crociera,

uscirono dell'Ospedale.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 50 / 64 题