La prigione, ove Damiano stava intanto aspettando la fine del
processo, che l'aveva incolto così in mal punto, era un camerotto
umido, basso che rispondeva nel cortile delle carceri, di fronte a una
muraglia bruna, altissima. In quella s'aprivano alcune rade finestre
quadrate, munite di doppia inferriata, e mezzo nascoste da un assito
inclinato, ond'era tolta ogni luce, ogni vista, fuorchè d'un lembo del
cielo che da codesta specie di spiraglio potevasi contemplare. Erano
le carceri comuni; e, per mancanza di luogo, chiunque venisse condotto
in quelle triste mura vedeva passar non pochi dì fra la compagnia de'
ribaldi d'ogni stampo, che quasi senza tregua sottentravano l'uno
all'altro. Damiano, chiuso dapprima nella carcere comune, aveva di là
veduto più d'una volta sorgere e cadere il sole; e ciò che che in que'
dì sofferse, io nol dirò. Sul suo capo pesava una grave accusa; era
indiziato come principale istigatore della rissa accaduta alla festa
di san Cristoforo; non avendo solamente resistito alla forza pubblica,
ma essendosi lasciato sorprendere sul fatto, con un'arma alla mano.
Convenne che l'autorità inquirente spendesse alcun tempo, per
verificare circostanze, esaminar prevenuti e testimonii, spacciar
requisitorie, passare a confronti, prima di determinare se dovesse o
no aprirsi contro i detenuti il processo criminale. Per buona ventura,
il fermo contegno del giovine artigiano, la semplicità con cui espose
l'accaduto e la concorde testimonianza di parecchie persone che, senza
prendervi parte, furono presenti al fatto, sventaron di subito le
intricate e maligne deposizioni fatte da coloro che speravano d'uscire
al fine di perder Damiano. Il giudice, a cui toccò di sbrigare quel
processo, che sebben fosse poca cosa, aveva nondimeno stuzzicato un
gran vespaio, sospettò che il giovine accusato potesse esser vittima
di qualche complotto; e nel sospetto lo tennero poi certe parole;
dettegli a fior di labbra e con ostentata indifferenza da persona che
molto poteva per il suo avvenire. Ma egli che, per ingegno e
coscienza, aveva saputo meritarsi, quantunque in giovine età,
l'onorevole carico del magistrato, raccapricciò di quella prevenzione
che credeva si volesse istillargli: e adoperando tutta l'accortezza e
il buon volere d'uno spirito saggio e onesto, seppe in poco tempo, se
non dedur legalmente, conoscere almeno come stesse la cosa. Ma, di
tutti gli accusati, non restava in carcere che Damiano: come che gli
altri, mancando legali motivi per tenerli in cattura, fossero stati in
quel mezzo rimandati, con ammonimento di presentarsi allorchè
dovessero venir citati per la regolare inquisizione. E tal
determinazione fu presa dopo che una persona di molta autorità seppe
che in quella trista bisogna era implicato il Martigny, uomo
indispensabile nel gran mondo.
Appena il giudice ebbe a scorgere l'onestà di Damiano, ingiunse fosse
collocato a parte dagli altri prigionieri, gli si usasse tutto il
possibile riguardo: fece anzi quant'era in lui, per metter fine al
processo; ma non prevedute circostanze parevan sorgere in mezzo, ogni
volta ch'egli s'accingesse a ripigliarne il protocollo.
Eran due mesi che quel giovine oppresso aspettava che fosse conosciuta
la sua innocenza. Gli parevan due anni; e nel suo cuore, al rammarico
de' primi dì, al pensiero dell'abbandono e dello squallore in cui
s'imaginava di veder la famiglia, era succeduta un'ira soffocata, un
fremere della volontà costretta a consumarsi nell'aspettativa;
talvolta un delirar confuso, una maledizione della vita e della virtù.
Solo, sempre solo, in faccia al bujo dell'avvenire; minacciato
dall'infamia; oppresso dalle memorie di que' tre anni passati;
consapevole della propria innocenza, e costretto a sopportar la
vendetta di nemici troppo potenti, e l'indugio della giustizia;
Damiano vedeva tornare il dì, tornar la notte, ma non udiva nessuna
voce che gli dicesse di sperare. Così, dentro di sè, sentiva morire il
coraggio, ultimo compagno dell'innocente.
Talora, ripensando a quelle illusioni, già da lui vagheggiate per
tanto tempo, prorompeva a maledir gli uomini, sè stesso, la
Provvidenza: e, abbrancando le grosse inferriate, domandava al cielo
perchè l'avesse condannato a vivere; e provava un'orrenda tentazione
di finirla, spezzandosi il cranio contro quelle barre. Talvolta poi si
raffigurava alla mente il padre moribondo, la madre sua, l'abbandonata
Stella, e sentivasi bagnato di lagrime il volto; pensava che forse
l'anima di suo padre in cielo, e quelle due anime innocenti sulla
terra, pregavano per lui che non poteva pregare; che forse il Signore
non l'avrebbe dimenticato. Ma, per lo più, un invincibile
abbattimento, una calma cupa gli prostravano l'anima e le forze;
passava ore e giorni, immobile sur uno sgabello, presso all'aperta
finestrella, con le gambe a cavalcioni e un gomito sul ginocchio,
appoggiando alla mano la faccia, e guardando fuori, senza pensar più
dove fosse, senza ricordarsi di nulla. E invidiava, con fanciullesca
voglia, la rondine che attraversava quel poco cielo aperto, fin dove
gli fosse dato giunger coll'occhio, il passero svolazzante sul tetto
di fronte: e diceva di sè più felici il moscerino ronzante, e il ragno
che tesseva la sua tela fra le spranghe di quel pertugio.
Un dì, vennegli all'orecchio il canto lontano e malinconico d'un altro
prigioniere; non potè distinguerne le parole; ma, ingannato, credè di
conoscere la voce di Giovanni, del suo compagno in quella trista
scampagnata del san Cristoforo. Pensando che anche quel povero
Giovanni avesse perduto, per cagion sua, e chi sa per quanto tempo,
pane e libertà, sentì crescer l'angoscia che portava nel cuore. Per la
prima volta, da che si trovava colà, cadde ginocchione, levò la mente
a Dio, e pregò.--Nel pregare, sentì una consolazione così pura, così
soave che si fe' a pensare come colui che ha fede nella verità non
deve maledir, nè disperarsi, nè lasciarsi vincere dall'oppressione;
perchè la giustizia è una sola, e la verità non può mancare.
Ma qui, domandava perchè mai in quel tempo nessuno v'era stato che,
ricordandosi di lui, gli avesse fatto almeno saper novelle della sua
famiglia: parevagli impossibile che nessuno spendesse qualche passo
per ottenergli, se non altro, una pronta decisione del processo;
ovvero sia, per cercar di vederlo, di mandargli una parola, un saluto.
Gli repugnava di farsi amico del secondino, il solo che avrebbe forse
potuto servirlo, più ch'egli non pensasse: pure, un dì, si rassegnò ad
umiliarsi a quell'uomo; e lo pregò, esitante, se mai volesse
incaricarsi di portare una parola, ch'egli avrebbe scritto, alla sua
famiglia.
Il secondino negò sulle prime, dicendo ch'era un impiegato
incorruttibile, e che mai non avrebbe tradito il proprio dovere per
tutto l'oro del mondo; poi, venendo a patti colla coscienza, tornò
verso il prigioniero; e senz'altro dire lo guardò, soffregando
lievemente il polpastrello del pollice su quel dell'indice, con
significanza. Il giovine non seppe rispondere, guardò via, però che
non aveva nulla a dargli; e colui con uno sdegnoso:--Uf! e un'alzata
di spalle, girando sulle calcagna, se n'andò, e rinchiavossi dietro
con ira i catenacci.
Damiano si rassegnò, confidando che da un dì all'altro, chiamato alla
presenza del giudice, e chiuso il processo, potesse finalmente esser
conosciuto non colpevole di nessun delitto. Ma egli non sospettava le
imputazioni che, sotto mano, per opera di testimonj venduti, erano
state soffiate; non sapeva trattarsi, nientemeno, che di farlo apparir
reo di sollevazione e di resistenza armata alla forza pubblica. Ma le
accuse di persone diffamate, e le circostanze perfidamente inventate
non valsero contro la parola precisa della legge, e contro la fermezza
d'un giudice saggio. Il quale sempre più comprese l'accusato essere
stato per forza tirato in quel garbuglio, per qualche intrigo di cui
non riusciva a sviluppar le fila; contento però, nello svolgere il
processo, di veder dissiparsi un pericolo da principio temuto, che
l'inquisito dovesse consegnarsi al criminale. Il buon magistrato se ne
consolava sinceramente; poichè egli non era un di coloro, i quali,
dov'è appena un rimendo, fan di tutto per trovare uno schianto.
Era una notte d'agosto. Muta l'aria, e il cielo ingombro di nuvole
nere, che passavano lentamente sulla luna; un'afa, una quiete
nell'atmosfera, come quando s'avvicina un temporale; le muraglie della
carcere, che, percosse tutto il dì dall'infocato sole, parevano mandar
fuori tuttora una vampa; e d'ogni intorno, nel cortile delle prigioni,
silenzio e oscurità. Damiano s'era gittato in un angolo, sul duro
stramazzo; ma non trovava requie, nè sonno; i suoi pensieri non erano
mai stati così mesti e dolorosi come in quella notte: e vedeva fargli
cerchio strani fantasmi, e mano mano che lo stringevano più da vicino
parevagli che diventassero giganti: sentiva come voci misteriose
lontane, e risa di scherno; e un'ansia non mai provata gli toglieva
quasi il respiro.
Indi a poco, romoreggiò il tuono in lontananza; e spessi e rapidi
baleni, a schiarar sinistramente il bujo spazio del cortile; e
agitarsi l'aria, e goccioloni di pioggia a flagellar la muraglia, a
penetrar per la spalancata finestra nella stanza del prigioniero. Egli
balzò dal giaciglio, corse all'inferrato pertugio, per respirar l'aria
commossa; e fu come se la guerra degli elementi scatenati nell'alta
notte lo rallegrasse, gli rendesse la vita. Seguiva coll'occhio
ardente il crescere e l'infuriar del temporale; gioiva che la natura
rispondesse colla sua voce alla tempesta ch'egli pure aveva in cuore;
imaginando che ogni fulmine fosse quasi una maledizione del cielo alla
terra, pensava allo sgomento che forse in quell'ora provavan ne' loro
letti, sotto padiglioni di seta, coloro che lo avevano perseguitato;
mentr'esso, tranquillo e sorridente, affacciavasi a quella scena, e ne
ringraziava il cielo.
A poco a poco, il vento si racchetò, la luna, che s'era nascosta, si
svolse dalle nubi diradate; il cielo tornò spazzato, e l'aria
racconsolata e fresca. Le imagini dell'amore, le meste e sempre care
rimembranze vennero nell'anima di Damiano al luogo de' pensieri d'ira
e di vendetta. Egli s'era tolto dalla finestrella; e postosi a sedere
sulla sponda del saccone che gli serviva di giaciglio, s'abbandonò a
malinconiche fantasie.
--Oh! cos'è mai la vita?..... diceva fra sè: È come il dì ch'è
passato.... come questa notte, prima di tempesta, e poi di pace. Tocca
a noi a scegliere una delle due strade: può esser quella del bene, o
quella del male.... Oh! perchè io, che ho domandato così poco al
mondo, io, che non voglio altro che fede e amore, non ho saputo trovar
fuori una sorte onesta, quieta sulla terra?.... Eppure, capisco che ho
torto, quando maledico quelli che m'han fatto del male. E anche
adesso.... anche qui, non vorrei mutare, per la lor vita, la mia.
Com'è dunque che, mentr'essi mi tolgono la libertà, e mi costringono a
starmi nella miseria, nel fango, a meno ch'io non voglia essere un
birbante o un vile.... com'è, ch'io mi senta più sicuro, più forte di
loro?.... com'è ch'io mi pento d'aver loro augurata la disgrazia, e
vorrei compiangerli.... e quasi anche perdonare?
E dopo qualche silenzio del cuore, i suoi pensieri facevansi più
distinti: non avrebbe saputo spiegarli così quali erano, ma li sentiva
fortemente.
--Ah! è vero!--pensava--Bisogna bene che quelli che non vendon la
vita, che passano per il mondo onesti e sinceri, e portano con sè
all'ultimo giorno lo stesso cuore che loro ha dato il Signore; bisogna
bene che questi, se non trovan altro compenso, abbian quello almeno di
poter dire, e sentire in sè stessi: Siam contenti d'aver fatto il
nostro dovere... E io, potrei dire così?... Ora, conosco che in questi
anni che mi son passati così presto, forse ho tradito la mia sorte,
forse ho confidato troppo in me e negli altri! Ma almeno, se fui
temerario e imprudente, se mi mancò l'esperienza delle cose, nulla ho
fatto mai per cattiva intenzione, nè per avvilire gli altri uomini.
Solo ho creduto aver diritto a farli stare, i prepotenti che incontrai
sul mio sentiero.... e dissi la verità, perchè sentiva che la verità
vien fuori da' cuori onesti. E allora, cos'ho trovato? Gente che m'è
venuta addosso come a un furioso!... Dio del cielo! se sapessero quel
ch'io sento, se potessi dirlo a loro quel che spero e che patisco!...
Quando io aveva perduta la mia prima speranza.... forse è stata
fatalità, fors'anche giustizia.... io non ho accusato nessuno;
contento del primo pane onesto che m'aveva dato la fatica, ho contato
anch'io qualche dì felice!... Ma ora, cosa sarà della povera mamma e
della povera Stella? Chi penserà a loro, chi le difenderà, se que'
tali che credono di poter comperare coll'oro l'onestà della povera
gente, tornassero a farsi vicini a loro, nella solitudine? Penso che
il signor Lorenzo, quell'uomo che non ha paura di nessuno, non le avrà
abbandonate... E il Signore, poi che mi dà questa forza di aspettare
il giorno fissato da Lui, non c'è forse per tutti?
E qui, si raccoglieva alcun poco nella persuasione che, malgrado la
sua prigionia, i suoi cari vivessero come prima in pace modesta e
oscura, senz'altra angoscia che quella d'attendere il momento che egli
tornasse fra le loro braccia.
--O sogni, o mie speranze d'una volta!--tornava a dir nel suo
cuore--dove siete adesso? Quand'io non contava più di dieci anni,
aveva trovato un compagno, e lo amava tanto, e credeva di poter
passare con lui tutta la vita. Il mio cuore, fin d'allora, cominciò a
battere per le cose che mi somigliavan grandi e belle!.... Mi ricordo
ancora di quelle sere che, raggruppato fra le ginocchia di mio padre,
io pendeva dalla sua bocca; nè osava respirare, al sentirlo raccontare
i tempi della repubblica, le prime battaglie dei Cisalpini, e ripetere
il nome di Bonaparte! La Stella, ch'era ancora ben piccola, mi
guardava e nascondeva il viso nel vestito della mamma; ma io sguizzava
di consolazione, superbo che mio padre si fosse trovato in quelle
guerre di giganti. Povero padre! è morto ignoto, dimenticato, nè altro
a noi lasciava che il suo antico onore!... Poi quando, ancora in
quegli anni, io fuggiva di casa, e là nel silenzio del Duomo deserto,
che mi pareva così vasto, così misterioso, io andava girando, come
perduto, fra quelle colonne, fra quegli altari, o sedeva al piede d'un
monumento, e qualche volta mi sentiva inquieto, nè sapeva perchè!....
Fu là che un giorno, sul tramonto, io m'era fermato poco lontano
dall'altare di santa Tecla, a contemplar quel quadro antico
dell'Annunciazione, quel quadro che allora, nella sua religiosa
semplicità d'espressione, ho trovato così bello, così vero! In quel
momento, un lungo raggio di mille colori, penetrando dalle storiate
vetriere d'uno de' finestroni, cadeva sul quadro e lo rischiarava
d'una tal magía di luce che mi figurai di vedere un'apparizione. Fu in
quel punto che mi venne in mente, per la prima volta, che se una
felicità doveva esserci anche per me su questa terra, sarebbe stata di
potere un dì o l'altro far un quadro come quello.--Non fu che un
sogno, lo vedo bene; ma, al ricordarmene, mi vien da piangere....
Pazienza! Non sarà tutto perduto!...
In siffatti pensieri, Damiano passò gran parte di quella estiva notte.
Dall'ira allo sconforto, dall'amore e dalle incancellabili memorie del
passato alla persuasione che bisogna accettare la vita qual ce la
diede il Signore, per aver pace e speranza di bene, egli riprovò, in
quelle poche ore, tutti gli affetti che avevano fino allora agitato
l'oscura sua vita.
Ma una coscienza libera e forte, che sa patire e tacere, è la medicina
più vera, più santa nelle sciagure. Dopo tutta quella interna
battaglia, l'anima di Damiano s'era fatta serena. Si pose a giacere
sul saccone di paglia, dormì tranquillo il restante della notte; e al
suo ridestarsi, il sole era già alto.