Capitolo Undecimo

La prigione, ove Damiano stava intanto aspettando la fine del

processo, che l'aveva incolto così in mal punto, era un camerotto

umido, basso che rispondeva nel cortile delle carceri, di fronte a una

muraglia bruna, altissima. In quella s'aprivano alcune rade finestre

quadrate, munite di doppia inferriata, e mezzo nascoste da un assito

inclinato, ond'era tolta ogni luce, ogni vista, fuorchè d'un lembo del

cielo che da codesta specie di spiraglio potevasi contemplare. Erano

le carceri comuni; e, per mancanza di luogo, chiunque venisse condotto

in quelle triste mura vedeva passar non pochi dì fra la compagnia de'

ribaldi d'ogni stampo, che quasi senza tregua sottentravano l'uno

all'altro. Damiano, chiuso dapprima nella carcere comune, aveva di là

veduto più d'una volta sorgere e cadere il sole; e ciò che che in que'

dì sofferse, io nol dirò. Sul suo capo pesava una grave accusa; era

indiziato come principale istigatore della rissa accaduta alla festa

di san Cristoforo; non avendo solamente resistito alla forza pubblica,

ma essendosi lasciato sorprendere sul fatto, con un'arma alla mano.

Convenne che l'autorità inquirente spendesse alcun tempo, per

verificare circostanze, esaminar prevenuti e testimonii, spacciar

requisitorie, passare a confronti, prima di determinare se dovesse o

no aprirsi contro i detenuti il processo criminale. Per buona ventura,

il fermo contegno del giovine artigiano, la semplicità con cui espose

l'accaduto e la concorde testimonianza di parecchie persone che, senza

prendervi parte, furono presenti al fatto, sventaron di subito le

intricate e maligne deposizioni fatte da coloro che speravano d'uscire

al fine di perder Damiano. Il giudice, a cui toccò di sbrigare quel

processo, che sebben fosse poca cosa, aveva nondimeno stuzzicato un

gran vespaio, sospettò che il giovine accusato potesse esser vittima

di qualche complotto; e nel sospetto lo tennero poi certe parole;

dettegli a fior di labbra e con ostentata indifferenza da persona che

molto poteva per il suo avvenire. Ma egli che, per ingegno e

coscienza, aveva saputo meritarsi, quantunque in giovine età,

l'onorevole carico del magistrato, raccapricciò di quella prevenzione

che credeva si volesse istillargli: e adoperando tutta l'accortezza e

il buon volere d'uno spirito saggio e onesto, seppe in poco tempo, se

non dedur legalmente, conoscere almeno come stesse la cosa. Ma, di

tutti gli accusati, non restava in carcere che Damiano: come che gli

altri, mancando legali motivi per tenerli in cattura, fossero stati in

quel mezzo rimandati, con ammonimento di presentarsi allorchè

dovessero venir citati per la regolare inquisizione. E tal

determinazione fu presa dopo che una persona di molta autorità seppe

che in quella trista bisogna era implicato il Martigny, uomo

indispensabile nel gran mondo.

Appena il giudice ebbe a scorgere l'onestà di Damiano, ingiunse fosse

collocato a parte dagli altri prigionieri, gli si usasse tutto il

possibile riguardo: fece anzi quant'era in lui, per metter fine al

processo; ma non prevedute circostanze parevan sorgere in mezzo, ogni

volta ch'egli s'accingesse a ripigliarne il protocollo.

Eran due mesi che quel giovine oppresso aspettava che fosse conosciuta

la sua innocenza. Gli parevan due anni; e nel suo cuore, al rammarico

de' primi dì, al pensiero dell'abbandono e dello squallore in cui

s'imaginava di veder la famiglia, era succeduta un'ira soffocata, un

fremere della volontà costretta a consumarsi nell'aspettativa;

talvolta un delirar confuso, una maledizione della vita e della virtù.

Solo, sempre solo, in faccia al bujo dell'avvenire; minacciato

dall'infamia; oppresso dalle memorie di que' tre anni passati;

consapevole della propria innocenza, e costretto a sopportar la

vendetta di nemici troppo potenti, e l'indugio della giustizia;

Damiano vedeva tornare il dì, tornar la notte, ma non udiva nessuna

voce che gli dicesse di sperare. Così, dentro di sè, sentiva morire il

coraggio, ultimo compagno dell'innocente.

Talora, ripensando a quelle illusioni, già da lui vagheggiate per

tanto tempo, prorompeva a maledir gli uomini, sè stesso, la

Provvidenza: e, abbrancando le grosse inferriate, domandava al cielo

perchè l'avesse condannato a vivere; e provava un'orrenda tentazione

di finirla, spezzandosi il cranio contro quelle barre. Talvolta poi si

raffigurava alla mente il padre moribondo, la madre sua, l'abbandonata

Stella, e sentivasi bagnato di lagrime il volto; pensava che forse

l'anima di suo padre in cielo, e quelle due anime innocenti sulla

terra, pregavano per lui che non poteva pregare; che forse il Signore

non l'avrebbe dimenticato. Ma, per lo più, un invincibile

abbattimento, una calma cupa gli prostravano l'anima e le forze;

passava ore e giorni, immobile sur uno sgabello, presso all'aperta

finestrella, con le gambe a cavalcioni e un gomito sul ginocchio,

appoggiando alla mano la faccia, e guardando fuori, senza pensar più

dove fosse, senza ricordarsi di nulla. E invidiava, con fanciullesca

voglia, la rondine che attraversava quel poco cielo aperto, fin dove

gli fosse dato giunger coll'occhio, il passero svolazzante sul tetto

di fronte: e diceva di sè più felici il moscerino ronzante, e il ragno

che tesseva la sua tela fra le spranghe di quel pertugio.

Un dì, vennegli all'orecchio il canto lontano e malinconico d'un altro

prigioniere; non potè distinguerne le parole; ma, ingannato, credè di

conoscere la voce di Giovanni, del suo compagno in quella trista

scampagnata del san Cristoforo. Pensando che anche quel povero

Giovanni avesse perduto, per cagion sua, e chi sa per quanto tempo,

pane e libertà, sentì crescer l'angoscia che portava nel cuore. Per la

prima volta, da che si trovava colà, cadde ginocchione, levò la mente

a Dio, e pregò.--Nel pregare, sentì una consolazione così pura, così

soave che si fe' a pensare come colui che ha fede nella verità non

deve maledir, nè disperarsi, nè lasciarsi vincere dall'oppressione;

perchè la giustizia è una sola, e la verità non può mancare.

Ma qui, domandava perchè mai in quel tempo nessuno v'era stato che,

ricordandosi di lui, gli avesse fatto almeno saper novelle della sua

famiglia: parevagli impossibile che nessuno spendesse qualche passo

per ottenergli, se non altro, una pronta decisione del processo;

ovvero sia, per cercar di vederlo, di mandargli una parola, un saluto.

Gli repugnava di farsi amico del secondino, il solo che avrebbe forse

potuto servirlo, più ch'egli non pensasse: pure, un dì, si rassegnò ad

umiliarsi a quell'uomo; e lo pregò, esitante, se mai volesse

incaricarsi di portare una parola, ch'egli avrebbe scritto, alla sua

famiglia.

Il secondino negò sulle prime, dicendo ch'era un impiegato

incorruttibile, e che mai non avrebbe tradito il proprio dovere per

tutto l'oro del mondo; poi, venendo a patti colla coscienza, tornò

verso il prigioniero; e senz'altro dire lo guardò, soffregando

lievemente il polpastrello del pollice su quel dell'indice, con

significanza. Il giovine non seppe rispondere, guardò via, però che

non aveva nulla a dargli; e colui con uno sdegnoso:--Uf! e un'alzata

di spalle, girando sulle calcagna, se n'andò, e rinchiavossi dietro

con ira i catenacci.

Damiano si rassegnò, confidando che da un dì all'altro, chiamato alla

presenza del giudice, e chiuso il processo, potesse finalmente esser

conosciuto non colpevole di nessun delitto. Ma egli non sospettava le

imputazioni che, sotto mano, per opera di testimonj venduti, erano

state soffiate; non sapeva trattarsi, nientemeno, che di farlo apparir

reo di sollevazione e di resistenza armata alla forza pubblica. Ma le

accuse di persone diffamate, e le circostanze perfidamente inventate

non valsero contro la parola precisa della legge, e contro la fermezza

d'un giudice saggio. Il quale sempre più comprese l'accusato essere

stato per forza tirato in quel garbuglio, per qualche intrigo di cui

non riusciva a sviluppar le fila; contento però, nello svolgere il

processo, di veder dissiparsi un pericolo da principio temuto, che

l'inquisito dovesse consegnarsi al criminale. Il buon magistrato se ne

consolava sinceramente; poichè egli non era un di coloro, i quali,

dov'è appena un rimendo, fan di tutto per trovare uno schianto.

Era una notte d'agosto. Muta l'aria, e il cielo ingombro di nuvole

nere, che passavano lentamente sulla luna; un'afa, una quiete

nell'atmosfera, come quando s'avvicina un temporale; le muraglie della

carcere, che, percosse tutto il dì dall'infocato sole, parevano mandar

fuori tuttora una vampa; e d'ogni intorno, nel cortile delle prigioni,

silenzio e oscurità. Damiano s'era gittato in un angolo, sul duro

stramazzo; ma non trovava requie, nè sonno; i suoi pensieri non erano

mai stati così mesti e dolorosi come in quella notte: e vedeva fargli

cerchio strani fantasmi, e mano mano che lo stringevano più da vicino

parevagli che diventassero giganti: sentiva come voci misteriose

lontane, e risa di scherno; e un'ansia non mai provata gli toglieva

quasi il respiro.

Indi a poco, romoreggiò il tuono in lontananza; e spessi e rapidi

baleni, a schiarar sinistramente il bujo spazio del cortile; e

agitarsi l'aria, e goccioloni di pioggia a flagellar la muraglia, a

penetrar per la spalancata finestra nella stanza del prigioniero. Egli

balzò dal giaciglio, corse all'inferrato pertugio, per respirar l'aria

commossa; e fu come se la guerra degli elementi scatenati nell'alta

notte lo rallegrasse, gli rendesse la vita. Seguiva coll'occhio

ardente il crescere e l'infuriar del temporale; gioiva che la natura

rispondesse colla sua voce alla tempesta ch'egli pure aveva in cuore;

imaginando che ogni fulmine fosse quasi una maledizione del cielo alla

terra, pensava allo sgomento che forse in quell'ora provavan ne' loro

letti, sotto padiglioni di seta, coloro che lo avevano perseguitato;

mentr'esso, tranquillo e sorridente, affacciavasi a quella scena, e ne

ringraziava il cielo.

A poco a poco, il vento si racchetò, la luna, che s'era nascosta, si

svolse dalle nubi diradate; il cielo tornò spazzato, e l'aria

racconsolata e fresca. Le imagini dell'amore, le meste e sempre care

rimembranze vennero nell'anima di Damiano al luogo de' pensieri d'ira

e di vendetta. Egli s'era tolto dalla finestrella; e postosi a sedere

sulla sponda del saccone che gli serviva di giaciglio, s'abbandonò a

malinconiche fantasie.

--Oh! cos'è mai la vita?..... diceva fra sè: È come il dì ch'è

passato.... come questa notte, prima di tempesta, e poi di pace. Tocca

a noi a scegliere una delle due strade: può esser quella del bene, o

quella del male.... Oh! perchè io, che ho domandato così poco al

mondo, io, che non voglio altro che fede e amore, non ho saputo trovar

fuori una sorte onesta, quieta sulla terra?.... Eppure, capisco che ho

torto, quando maledico quelli che m'han fatto del male. E anche

adesso.... anche qui, non vorrei mutare, per la lor vita, la mia.

Com'è dunque che, mentr'essi mi tolgono la libertà, e mi costringono a

starmi nella miseria, nel fango, a meno ch'io non voglia essere un

birbante o un vile.... com'è, ch'io mi senta più sicuro, più forte di

loro?.... com'è ch'io mi pento d'aver loro augurata la disgrazia, e

vorrei compiangerli.... e quasi anche perdonare?

E dopo qualche silenzio del cuore, i suoi pensieri facevansi più

distinti: non avrebbe saputo spiegarli così quali erano, ma li sentiva

fortemente.

--Ah! è vero!--pensava--Bisogna bene che quelli che non vendon la

vita, che passano per il mondo onesti e sinceri, e portano con sè

all'ultimo giorno lo stesso cuore che loro ha dato il Signore; bisogna

bene che questi, se non trovan altro compenso, abbian quello almeno di

poter dire, e sentire in sè stessi: Siam contenti d'aver fatto il

nostro dovere... E io, potrei dire così?... Ora, conosco che in questi

anni che mi son passati così presto, forse ho tradito la mia sorte,

forse ho confidato troppo in me e negli altri! Ma almeno, se fui

temerario e imprudente, se mi mancò l'esperienza delle cose, nulla ho

fatto mai per cattiva intenzione, nè per avvilire gli altri uomini.

Solo ho creduto aver diritto a farli stare, i prepotenti che incontrai

sul mio sentiero.... e dissi la verità, perchè sentiva che la verità

vien fuori da' cuori onesti. E allora, cos'ho trovato? Gente che m'è

venuta addosso come a un furioso!... Dio del cielo! se sapessero quel

ch'io sento, se potessi dirlo a loro quel che spero e che patisco!...

Quando io aveva perduta la mia prima speranza.... forse è stata

fatalità, fors'anche giustizia.... io non ho accusato nessuno;

contento del primo pane onesto che m'aveva dato la fatica, ho contato

anch'io qualche dì felice!... Ma ora, cosa sarà della povera mamma e

della povera Stella? Chi penserà a loro, chi le difenderà, se que'

tali che credono di poter comperare coll'oro l'onestà della povera

gente, tornassero a farsi vicini a loro, nella solitudine? Penso che

il signor Lorenzo, quell'uomo che non ha paura di nessuno, non le avrà

abbandonate... E il Signore, poi che mi dà questa forza di aspettare

il giorno fissato da Lui, non c'è forse per tutti?

E qui, si raccoglieva alcun poco nella persuasione che, malgrado la

sua prigionia, i suoi cari vivessero come prima in pace modesta e

oscura, senz'altra angoscia che quella d'attendere il momento che egli

tornasse fra le loro braccia.

--O sogni, o mie speranze d'una volta!--tornava a dir nel suo

cuore--dove siete adesso? Quand'io non contava più di dieci anni,

aveva trovato un compagno, e lo amava tanto, e credeva di poter

passare con lui tutta la vita. Il mio cuore, fin d'allora, cominciò a

battere per le cose che mi somigliavan grandi e belle!.... Mi ricordo

ancora di quelle sere che, raggruppato fra le ginocchia di mio padre,

io pendeva dalla sua bocca; nè osava respirare, al sentirlo raccontare

i tempi della repubblica, le prime battaglie dei Cisalpini, e ripetere

il nome di Bonaparte! La Stella, ch'era ancora ben piccola, mi

guardava e nascondeva il viso nel vestito della mamma; ma io sguizzava

di consolazione, superbo che mio padre si fosse trovato in quelle

guerre di giganti. Povero padre! è morto ignoto, dimenticato, nè altro

a noi lasciava che il suo antico onore!... Poi quando, ancora in

quegli anni, io fuggiva di casa, e là nel silenzio del Duomo deserto,

che mi pareva così vasto, così misterioso, io andava girando, come

perduto, fra quelle colonne, fra quegli altari, o sedeva al piede d'un

monumento, e qualche volta mi sentiva inquieto, nè sapeva perchè!....

Fu là che un giorno, sul tramonto, io m'era fermato poco lontano

dall'altare di santa Tecla, a contemplar quel quadro antico

dell'Annunciazione, quel quadro che allora, nella sua religiosa

semplicità d'espressione, ho trovato così bello, così vero! In quel

momento, un lungo raggio di mille colori, penetrando dalle storiate

vetriere d'uno de' finestroni, cadeva sul quadro e lo rischiarava

d'una tal magía di luce che mi figurai di vedere un'apparizione. Fu in

quel punto che mi venne in mente, per la prima volta, che se una

felicità doveva esserci anche per me su questa terra, sarebbe stata di

potere un dì o l'altro far un quadro come quello.--Non fu che un

sogno, lo vedo bene; ma, al ricordarmene, mi vien da piangere....

Pazienza! Non sarà tutto perduto!...

In siffatti pensieri, Damiano passò gran parte di quella estiva notte.

Dall'ira allo sconforto, dall'amore e dalle incancellabili memorie del

passato alla persuasione che bisogna accettare la vita qual ce la

diede il Signore, per aver pace e speranza di bene, egli riprovò, in

quelle poche ore, tutti gli affetti che avevano fino allora agitato

l'oscura sua vita.

Ma una coscienza libera e forte, che sa patire e tacere, è la medicina

più vera, più santa nelle sciagure. Dopo tutta quella interna

battaglia, l'anima di Damiano s'era fatta serena. Si pose a giacere

sul saccone di paglia, dormì tranquillo il restante della notte; e al

suo ridestarsi, il sole era già alto.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 43 / 64 题