Intanto il calesse della dama protettrice avanzavasi, al pesante
trotto di due cavalli svizzeri, verso il Ritiro. Stella, seduta
rimpetto alla contessa, teneva chino il pallido viso e taceva; e
questa, ritta sulla dignitosa persona, le volgeva a quando a quando
una compassata parola che credeva di conforto. Ma il prete,
rincantucciato a fianco della dama, nulla trovando a dire, girava gli
occhi ora torbidi ora pietosi dall'una all'altra, e osava appena
pensare nel fondo del cuore come il voler per forza che gli altri a
questo mondo facciano il bene a nostro modo, non è quel fior di carità
ch'essi pretendono. Attraversata gran parte della città, il calesse
svoltò in una via lunga, deserta, fiancheggiata d'un'alta e tetra
muraglia: indi fermossi all'ingresso del Ritiro. Don Aquilino smontò
il primo, ma col piede quasi non sapeva trovare il predellino; si
volse per dar mano alla giovine, che sebbene nel tragitto non avesse
mai aperto bocca, pure, all'aspetto, pareva divenuta più sicura e
tranquilla. La dama, nello scendere, si chinò all'orecchio del prete
per susurrargli qualche cosa ch'egli appena comprese, e a cui rispose
con un umile chinar del capo. Entrati nel vestibolo, don Aquilino tirò
il cordone; e al primo toccar del campanello, la porta tarlata e
massiccia del Ritiro s'aperse, senza che si fosse veduto alcuno.
S'avanzarono per l'andito bujo, intanto che la porta, come s'era
aperta, si richiuse dietro di loro. La dama si volse con piglio più
dolce alla Stella, e prendendola per mano la guidò sotto un porticato
basso, chiuso all'ingiro da vetriere cadenti, dalle quali penetrava
una luce verdognola, opaca: di là passavano in un camerone terreno,
deserto e fatto più tetro da vecchi quadri, bucherati e grommosi che
pendevano dalle umide pareti. Il silenzio, l'aria morta e il freddo
sepolcrale di quel luogo, destarono un vago terrore nella giovinetta,
che, riguardando timidamente la dama:--Oh Signore! le disse: dove mi
conduce? questa casa pare una prigione!...
Sorrise quella, e stringendosi al cuore la mano di Stella:--Abbiate
pazienza, la mia figliuola; adesso troverete la vostra nuova
famiglia.--E don Aquilino, a capo dimesso, strisciava dietro alla
protettrice; e per consolarsi di quella trista spedizione, pensava che
la signora contessa, nel ritorno, non avrebbe potuto a meno di
pregarlo che volesse favorire quel giorno la sua tavola.
Attraversarono un altro andito, un'altra stanzaccia, e si trovarono
alla fine in una specie di salotto di ricevimento, più decente, più
arioso, che rispondeva sur un orticello: due donne d'età provetta,
vestite di saia oscura, che sedevano presso un finestrone, al loro
apparire si levarono in piedi, e rispettose mossero verso la dama. Ma
questa permise con un cenno che tornassero a sedere; e sedendosi ella
pure in un seggiolone addossato alla nuda parete, si volse alla più
attempata delle due donne:--Madre Eleuteria: lentamente disse: ecco la
giovine della quale le è stato parlato. Ella si raccomanda alla sua
bontà, al suo compatimento; vogliamo sperare che un po' di vita
edificante e ritirata varrà a far fruttare quelle disposizioni che la
grazia spirituale, più che il merito e l'opera nostra, ha fatte
nascere nell'animo suo. Avvicinatevi, Stella: baciate la mano della
vostra superiora, della vostra nuova madre; noi vi poniamo sotto la
sua tutela; e qui, se vi mostrerete docile, obbediente, se darete
segni di compunzione, d'emenda, vi sarà restituita ben presto quella
quiete di coscienza che il mondo vi voleva rapire. È bella la virtù
che illibata passa attraverso il mar tempestoso della vita; ma la
virtù che caduta si rialza è più bella e più gloriosa. Il cuor
penitente è come il corallo che, uscendo dall'acqua all'aria, si
assoda.
La fanciulla non sapeva spiegare a sè medesima quest'artificioso
parlare. Ella si sentiva tranquilla, innocente; pensava e amava, come
ne' primi dì della sua vita; e non per altra cosa che per il bene di
sua madre e di suo fratello, accettando la prova che le era domandato,
colà ne veniva con quello stesso religioso sentimento di purità con
cui, pochi anni innanzi, s'accostò alla sua prima comunione; nè
avrebbe potuto comprendere il perchè l'austera dama le imponesse come
penitenza ciò ch'essa faceva per virtù d'amore. Ma un'idea incerta del
male, uno sgomento confuso de' pensieri ch'essa non aveva provato mai,
la contristavano; e mentre voleva dir qualche parola, si sentì come
stringere il cuore da una fredda mano. Forse comprese che là non era
il luogo della sua pace, che là altre angustie, altri terrori
l'aspettavano; che forse era perduta per lei ogni contentezza, ogni
serenità della vita. Incontrò lo sguardo severo di quelle donne, e
ammutolì. Non la pietà incauta, faccendiera, nè l'insofferente zelo
che fa servire le verità sante e consolatrici alla propria ambizione,
sollevano le anime sconfortate alla speranza, alla rassegnazione. La
parola compassionevole e amorosa, quella parola che trovò una
consolazione per tutti i dolori, che col soffio della carità rinnovò
la terra, non insegnava ad anneghittire gli affetti, a stringar la
volontà nello scrupolo, a far pauroso il dovere: ma fu parola di
libertà e d'amore.
--Essa è figlia d'un soldato: ripigliò indi a poco la dama
protettrice: sua madre, troppo debole, trasandò quelle pratiche che
potevano esser medicina alle cattive influenze mondane. Oggidì più che
mai, in ogni stato si diffonde la zizzania del mal costume: v'ha di
quelli che si fanno del vizio un mestiere; e questa poverina camminava
sull'orlo dell'abisso: se non che, il cielo ha permesso non fossero
vani gli sforzi di quelle persone le quali si consacrano a opere che
il mondo chiama filantropiche, e che io dico cristianissime. In una
parola, noi l'abbiamo salvata; e in questa casa, dove tante anime
furono strappate al male, essa viene di buon grado, madre Eleuteria,
sotto l'egida della sua virtù, a racquistare il candido vestimento
dell'innocenza.
La dama, superba di codesta edificante parlata, guardava attenta or la
madre Eleuteria, or la fanciulla, e pensava di leggere ne' loro
composti visi il trionfo della sua clemenza. Allora, indirizzandosi a
don Aquilino:--A lei, signor abate!... noi abbiam fatto la parte
nostra; a lei, la sua.
Allora la madre Eleuteria, che non aveva pur detto una sillaba alla
nuova figliuola, ma s'era fatta a guardarla alla sfuggita, s'alzò; e
avvicinatasi a un vecchio armadio, l'aperse con una delle grosse
chiavi che teneva appese alla cintura, ne trasse due registri e una
cartella, e li depose sullo scrittojo ch'era nel mezzo della stanza, e
dinanzi al quale s'era affrettato a sedersi don Aquilino, come
obbedendo a una forza invisibile.
La madre Eleuteria (chè così era chiamata fin da quando, uscì ancor
giovine dal suo monastero, soppresso fra gli ultimi, al cadere del
passato secolo) teneva come superiora le redini di quella pia casa da
poco tempo fondata per le povere zitelle. Avvezza alla muta disciplina
del chiostro, essa vedeva a malincuore l'autorità, la tutela e gli
scandagli che si usavano dalle persone da cui era stata chiamata a
regolare il Ritiro; e avrebbe voluto a suo beneplacito fare e disfare,
col sistema adoperato in altro tempo dalla madre priora nel convento
ov'essa pronunciò i voti. Vecchia e irosa, voleva essere adulata,
temuta; nè pativa che persone secolari e influenti nel mondo volessero
dar legge a lei. Ne' trent'anni e più da che, logora dalle piccole
passioni della vita monastica, s'era per così dire consumata nello
squallore d'una soppressa casa di religione, essa non avea vagheggiato
che una speranza, una gloria; quella di vedere riaprirsi, per opera sua,
lo stesso convento dond'era stata cacciata, e di condurvi uno stuolo di
povere creature, o, per usare un suo bel paragone, una famiglia di
candide colombe. E su queste, sperava alla sua volta esercitar
l'assoluto impero del quale non era riuscita a gustar la voluttà fino
allora, causa la grave responsabilità e l'obbligo di piegarsi alla
formalità, alle regole minute, a una a una prescritte dalla curiosità
delle dame protettrici, e più di tutto dall'onnipotenza di chi poteva
farle molto bene, o molto male, ajutando o tergiversando l'effetto
dell'unica sua cura. La contessa Cunegonda, la quale aveva una autorità
più grande, e però a lei tornava più incresciosa, era quella di cui la
superiora del Ritiro sopportasse il giogo con maggiore dispetto. E la
contessa ben sel sapeva; comechè si fosse accorta dal silenzio ostinato
della vecchia, che per certo avrebbe fatto anche allora (come quasi
sempre faceva) ogni prova per rifiutarsi all'accettazione della giovine,
e perciò appunto volesse a ogni costo trionfare, e contasse più che
altro sull'appoggio del pauroso prete. Il quale dal canto suo, in mezzo
a quella lotta di poteri, pensava che non s'era mai trovato al mondo in
un ginepraio così spinoso.
Egli dunque, messosi allo scrittojo, alzava e abbassava macchinalmente
il capo sui libracci che aveva dinanzi, continuando a tenere la penna
nel calamajo di peltro, senza saper come incominciare l'interrogatorio.
Pur conveniva adempirla questa formalità, ch'era voluta dal regolamento
della casa prima dell'ammissione di ciascuna zitella.
Bisogna che la superiora godesse di quel suo impaccio, poichè
sguardando la dama con due occhi fulvi e maligni, e facendo scorrere
colle dita convulse le avemmarie del rosario che le pendeva dalla
cintura, sogghignava tra sè, pensando che, se il volesse, poteva col
più lieve pretesto rimandar quella giovine; tanto più facilmente, che
la vedeva colà condotta con certo mistero, del quale le sarebbe
piaciuto aver la chiave. Ma la contessa, prevedendolo, andò incontro
all'ostacolo; e come don Aquilino non voleva, o non sapeva fare il
dover suo, levossi con mal celato dispetto, e venuta alla
scrittojo:--Poichè vedo, disse, che qui si medita di stornare un'opera
di carità, non so nè cerco per qual fine, bisognerà, ch'io medesima
n'assuma tutta la responsabilità. In quel punto, la Stella si fece
animo, e senza levare il capo cominciò a dire:--Mi perdonino, se mai
son io causa di dispiaceri; ma, quand'abbiano sentito a dir qualcosa
di me, oh! non lo credano, no, per carità!... Io sono povera, sono
abbandonata; ma non ho fatto del male. La mia povera mamma ha avuto
molte disgrazie; mio padre l'ho perduto da più di tre anni; un mio
fratello non istava più in casa con noi; l'altro.... l'hanno condotto
in prigione. E noi... siam restate senza nessuno. Oh! se qui posso
lavorare e guadagnar qualche cosa per la mia mamma.... io sarò
contenta. Ma non credano, per amor del cielo, che io abbia fatto del
male; è una cosa che io non posso sentirla dire, perchè non è vera.
Don Aquilino scosse il capo, un po' stupito che la fanciulla si
sentisse il cuor di parlare come aveva fatto, un po' malcontento di
vedere come la povera ingannata lasciavasi bellamente incogliere da
quella sorte. Ma le parole di lei forse toccarono la ruvida scorza
della superiora; la quale, smesso per allora il proposito di tener
forte contro ciò ch'essa chiamava un'intrusione, si fece alquanto più
serena in viso, e rispose:--Poichè siete voi che mi pregate,
figliuola, io non metterò innanzi certe difficoltà, che pure avrei
diritto d'opporre... Prego solamente la signora contessa che si degni,
per lo innanzi, di sentire in anticipazione anche il mio voto
speciale; il regolamento me ne dà facoltà, e responsabile del buon
andamento della casa, son io. Intanto, attesa l'ottima volontà di
questa giovine, e per nessun altro rispetto, noti bene! per nessun
altro rispetto... passo per questa volta la mancanza dei requisiti e
carte.... come sarebbe dell'assenso scritto della madre e del
contutore; e inoltre....
--Si calmi, madre Eleuteria: rispose, punta sul vivo, la contessa:
tutto sarà fatto, come vuole; non mancherà nulla, lo dico io, perchè
la giovine che le si presenta sia accolta senza nessun aggravio della
sua coscienza. Perdoni.... per altro; ma ragioni gravi, e che mi è
impossibile comunicarle, richiedono che questa fanciulla sia, senza
perdere un'ora, ricoverata qui....
--Or bene, riprese la superiora, mi rimetto: solo, dove io non abbia a
saper come stieno le cose, dichiaro di lavarmene le mani, e non
rispondo di nessuna conseguenza.
--Sì, sì, lasci pensare a chi tocca. E lei, signor abate, non perda
tempo, metta sul registro nome, condizione della giovine, giorno,
eccetera: tutto poi sarà ratificato e posto in piena regola quanto
prima, con quegli attestati, documenti e ricapiti che la madre
superiora, o anche lei, don Aquilino, potessero desiderare.
--Obbedisco a chi può comandarmi: balbettò tutto umile il prete. E con
mano tremante, quasi che scrivesse la propria condanna, si pose a
sgorbiar d'uncini e graffi quel grosso libro su cui figuravano i nomi
di tutte le ricoverate. E tirava in lungo, sperando che qualche
incidente sorvenisse: ma fu inutile. Le donne lo lasciarono finire; e
prima che avesse finito, la Stella, con licenza della dama
protettrice, era stata condotta nell'interno della casa dall'altra
vecchia, ch'era la maestra anziana.
Le fanciulle del Ritiro uscivano del piccolo refettorio, al momento
che la lor nuova sorella venne a rincontrarle. Ella si trovò in mezzo
a forse venti giovinette, poveramente vestite, delle quali la maggior
parte, senza por mente a lei, si sbandarono di subito per la
cameraccia terrena, ove solevano spassarsi per un'ora, dopo il
desinare, prima di tornarne alla scuola o a' lavori. Due o tre di
quelle cominciarono a fissarla curiose, a bisbigliar tra loro; ella
restava in un angolo tutta sola e vergognosa. Credeva di trovarsi fra
tante buone sorelle, che le facessero animo, che le domandassero della
sua mamma, delle sue disgrazie; e nessuna la salutò, nessuna le disse
una parola. Avrebbe pianto così volentieri; ma la soggezione e il
batticuore le soffogavano anche le lagrime.
La stessa sera, nel gabinetto della contessa Cunegonda, si scambiarono
le più calde congratulazioni per quella vittoria riportata sul secolo.
Il Padre Apollinare, l'incipriato consigliere, e il conte Alberigo
moralizzarono sulla necessità di raddoppiar di zelo per il
miglioramento de' costumi del basso popolo; e la dama e due nobili
amiche, fautrici anch'esse del Ritiro, si facevan tra loro le apologie
per aver saputo, con tal rispetto delle apparenze, condurre a buon
fine quella pratica. Tutti convennero che importava di tener segreta
la cosa; poichè poteva da taluno credersi diretta ad attraversar certe
mire perverse e a combattere lo scandalo col buon esempio.
E quella medesima sera, forse all'ora medesima, l'Illustrissimo,
tornato a casa dal teatro prima del consueto, scese di carrozza e,
senza nulla chiedere nè della padrona, nè d'altri, si ritirò subito
nel proprio appartamento. Mentre il Rosso lo precedeva con gran
premura, per tenersi pronto a' suoi cenni, se mai avesse voluto
mettersi a letto; egli, contro il costume, si lasciò andare, come in
distrazione, a far certe domande al suo fedel cameriere; le quali, a
chiunque altro, fuor che a colui, potevano far nascere strane
induzioni. Ma il Rosso, per sistema, non badava che a' fatti:
cosicchè, quella sera, d'altro non s'accorse fuor che della cattiva
luna del padrone.
--Ditemi un po'.... gli è un pezzo che non vedete l'Omobono?
--Non saprei.... quindici giorni.
--Pare impossibile! Non son io, se non vengo a capir bene che storia è
questa.... Maledetti tutti!
--Si quieti, Illustrissimo, si quieti; badi che non sentendosi troppo
bene....
--Taci tu.
Intanto egli s'era messo a sedere; e il Rosso, stirate le cortine,
apparecchiavagli il letto. Dopo qualche silenzio, il signore
ridomandò, ma sbadatamente:--Non avete sentito a raccontar nulla di
nuovo?....
--No, Illustrissimo.
--Dite, conoscete voi la famiglia di una certa vedova.... della vedova
d'un soldato di Napoleone?
--Aspetti! fosse quella che stava di casa là verso la piazza Fontana?
--Credo bene.... Non sai nulla dunque?
--No, perchè?
--M'era impegnato d'ajutarla quella famiglia; e mi si dice che altre
persone.... di conto precisamente per farla a me, si sieno
adoperate.... Ne hai notizia?
--Che io possa morire, Illustrissimo, se ne so qualche cosa.
--Eh! vedo che anche voi perdete il buon senso, non vi conosco più.
--Perdoni....
--Non importa. Posso farla vedere alle canonichesse e a tutto il
partito.... Io, me la rido, ah! ah!...
--Mi sento consolare, vedendola a ridere.
--Basta così. Andate pure. Domani, di buon'ora, passerete dal signor
Omobono; venga qui nella mattina, e non manchi, e non parli con
nessuno. Al signor Consigliere, farete l'imbasciata che già v'ho
dato.... avete capito bene?
--Non dubiti.
Intanto l'Illustrissimo s'era coricato. Ma, levandosi sul
gomito:--Versatemi nella tazza la solita pozione.... È un altro
impostore anche lui il dottore!
--Vorrei vederlo un po' quieto: disse il Rosso, con una smorfia che
voleva parere un sorriso.
--Sì, sì... andate via, che sarà meglio.... Tirate le cortine,
chiudete bene le porte.... tenete a mente quel che v'ho detto....
Così.
--Felice notte, Illustrissimo.
E il cameriere andandosene, almanaccava qual cosa mai al padrone
avesse fatto montar la muffa, che lo sentiva dir parole così piene di
bile.
--Comunque sia, egli ha bisogno di me: borbottò: e se stasera mi fa
torto, domani avrà di grazia a sgaglioffare qualche bel sovrano, per
tirarmi dalla sua.
E serrata a chiave la porta dell'appartamento, andò a dormir sopra al
malumore dell'Illustrissimo.