E la Stella?--La Stella intanto, a cui nulla era noto della sorda
guerra che le due misteriose avverse potenze andavan facendo tra loro,
quasi per disputarsela come una preda, aveva passato que' giorni in
una muta e penosa incertezza.
Dopo la disgrazia succeduta a Damiano, la madre e la figliuola
vedevansi innanzi un avvenire tristissimo, muto e senza speranza. Già
da varie settimane si trovavan nella solitudine e nelle lagrime:
continuavano a lavorare per vivere di giorno in giorno; ma il lavoro
era scarso, mal pagato; mancava colui che con tutto il suo coraggio le
sostenne fino allora, colui che coll'animoso sagrificio di sè medesimo
seppe far loro dimenticare che il tempo della povertà potesse venire.
Que' tali, che da prima si lasciarono vedere a ogni poco, spacciando
promesse di favori e di protezioni, non s'erano più veduti; le due
abbandonate donne, affatto sole, già non potevano pensare al domani
senza spavento.
La Teresa, e per l'età e per le molte angustie patite, si sentiva
venir meno la forza di dì in dì; il continuo lavorare le struggeva la
fiacca salute; e già più d'una volta, al venir della tarda sera,
accorgevasi di non esser riuscita a guadagnare quanto bastasse per il
pane della giornata. La povera donna non diceva nulla; ma la Stella
s'era bene accorta che la vista della mamma s'affievoliva; che ormai,
nel cucir di bianco, essa più non sapeva infilar la cruna dell'ago;
cosicchè s'era ridotta, la più gran parte del dì, a lavorar di maglie,
rattoppando le calze grossolane de' vicini poveri com'essa.
Quella buona figliuola, comechè si sentisse la morte nel cuore, e non
rare volte, quando stava al telajo, le cadessero lagrime mute sui
graziosi ricami, faceva di tutto per supplire col lavoro più lesto,
più attento e non intermesso, a ciò che la madre non poteva. Nondimeno
era ancor troppo poco, per far loro sopportare con un po' di fiducia e
di pace que' miserabili giorni. Quante volte ella, senza ristar dalla
fatica, sollevava gli occhi al cielo con un sospiro di preghiera!
Quante volte, nel mezzo d'un bel dì sereno, udendo la mamma
rammaricarsi che facesse nuvolo e ci si vedesse appena, la fanciulla
soffocava lo schianto del cuore, e mentiva, dicendo ch'essa pure
distingueva a fatica i minuti disegni del ricamo.
Sulle prime, la Teresa usciva spesso a dire che quelle brave persone a
cui s'era già tante volte raccomandata si sarebbero un dì o l'altro
ricordate di lei; ma la Stella, che mai non aveva potuto creder
sincere le belle parole di que' protettori, non sapeva persuader sè
stessa che n'avesse a venir bene. Quando poi i giorni passarono, e si
portarono via con sè quella tenue speranza; quando, dopo lunghe
settimane, non riuscirono a saper nulla del destino di Damiano, e non
videro comparir più nè Giovanni, nè il signor Lorenzo, i quali avevan
pure data parola di far tutto il possibile per quel povero innocente;
allora le due abbandonate conobbero che oramai non avevano che
mettersi nelle mani della Provvidenza.
Esse non sapevano che nè l'onesto veterano, nè Giovanni il lavorante
non eransi dimenticati del perseguitato Damiano; non sapevano che, se
loro mancò il cuore di tornar su per quelle scale, non fu per altro se
non perchè, con tutta la buona volontà, non vennero a capo, in tutto
quel tempo, di saper nulla di consolante. Nè, d'altra parte esse
avrebber sentito, ne' loro semplici cuori, nè imaginato come
quell'esser così dimenticate, nel momento più doloroso, dalle potenti
persone abbastanza informate della loro disgrazia, dipendeva forse da
un calcolato concerto, per fini non facili a scoprirsi.
Così passavano, d'una in altra angoscia, d'uno in altro spavento, i
giorni e i mesi. La Stella tremava per sua madre; ogni dì più, era
stretta a convincersi ch'essa non poteva durare sotto a quel travaglio
della povertà; e parevale, oltre la crescente debolezza degli occhi,
covasse qualche male, che l'avrebbe da un momento all'altro ridotta
nel letto. Celso venne ancora qualche rara volta, appena potè fuggire
all'inasprita vigilanza del suo superiore; ma non venne che per
crescere il loro affanno, piangendo anche lui, e non trovando nessuna
via per fare ciò che pur sentiva essergli sacro dovere.
La Stella, in que' due mesi, facendo quasi miracoli, poteva giungere
in tempo a pensare a tutto; e a furia di crucci, di stenti e di
pietosi inganni, era riuscita fino allora a tener nascosta alla madre
la mancanza delle cose più necessarie. Ma la povertà era in casa.
Già da parecchi dì non si vedeva più fuoco sul loro camminetto; spento
il fornello, per mancanza di carbone, e perchè la scarsa provvigione
di legne, fatta da Damiano alcuni mesi innanzi, era finita. La Stella,
che faticava dì e notte, quando non le mancasse il lavoro, tornava
quasi ogni mattina da due o tre onesti mercanti, sole pratiche a loro
rimaste, cercando colle lagrime agli occhi qualche anticipazione sul
prezzo de' ricami che aveva ancora in mano; ma non sempre poteva
raccorre più di quanto bastasse per non morire quel giorno. A tarda
mattina, un po' di pane raffermo e mezza chicchera di latte bastavano
per la sua colezione; ma voleva che la mamma mangiasse qualcosa di
caldo; e lesta scendeva ella stessa alla più vicina osteria, per farle
bagnare col brodo appena fatto una piccola zuppa. Al cader del sole,
le poche monete avanzate, eranle appena bastanti per comperarsi in
quella osteria una scodella di minestra allungata, che spartivano fra
tutte e due.
Il piangere poi che faceva la povera fanciulla, quando, di notte, si
trovava sola, e non sapeva più pregare, e faticava a prender sonno nel
suo umile lettuccio, il piangere e il pensare a quel ch'era, a quel
che poteva essere, ella sola lo seppe.
Ma pur qualche volta consolavasi un poco, allorchè la mamma, che non
s'era avvista ancora di tutta la verità, dicevale d'alcuna cosa che
desiderasse avere, ed ella riusciva a contentarla. Spesso bisognava
però che nascondesse con piccole menzogne quello che in casa non
poteva farsi come di consueto: così, quando non ci furon più legne, le
aveva detto come stimasse più comodo farsi dar la minestra dall'oste,
fintanto che non tornasse Damiano, per aver libero tutto il giorno al
lavoro. E la mamma non vedeva la Stella arrossire; non vedeva come in
que' momenti, col darsi attorno a qualche cura, ella studiasse di
nascondere che la sua voce tremava.
Intanto avvicinavasi il giorno d'un santo, che fa terrore a tanta
povera gente, il giorno del san Michele. Sapeva bene la Stella come
Damiano, di poco passata la Pasqua, avesse pensato a pagare al signor
Pietro la metà della pigione di quell'anno: ma tenevasi pur certa che
se prima del dì fatale, non fosse contato il restante, quest'uomo dal
cuor di sasso, dopo essersi ricattato su quella po' di robicciuola che
loro restava, le avrebbe mandate con Dio. Ma dove trovarle
settantacinque lire? chè manco non ci voleva. E chi si sarebbe fidato
d'imprestargliele? e come restituirle, se la disgrazia non si fosse
stancata di star con loro? Lasciando poi, che alla modesta fanciulla
ripugnava l'andarne qua e là a piangere, a raccontare la sua miseria;
e che non voleva dir nulla alla mamma, per non vederla patire di più.
Pensò che poteva ricorrere al signor Lorenzo: quel brav'uomo,
l'avrebbe, se non altro, ajutata con un buon parere; si sarebbe dato
attorno anche lui. Ma egli da un pezzo più non era tornato; onde la
poveretta si mise in capo che di loro non volesse proprio saperne più.
Una mattina però si fe' cuore, e senza dir nulla alla mamma, andò ella
stessa fino a casa sua, in via di san Simone. Ma non lo trovò: la
porta era chiusa; e un vecchio calzolajo che abitava una stanza
vicina, sullo stesso pianerottolo, le raccontò che da un bel pezzo il
signor cavaliere sbucava col sole, e non si lasciava più trovar da
nessuno.
Tornò a casa, non parlò; e venuto poi il mezzodì, disse alla mamma che
doveva uscir di nuovo per certo lavoro a lei promesso; e pigliato di
nascosto un picciol rinvolto, che già aveva preparato fin dalla
mattina, se ne andò tutta tremante. Ella camminava rapida e confusa di
via in via, quasi che temesse di esser veduta; le sembrava come se gli
occhi di tutti la spiassero, e come se andasse a far del male.
Schivando i luoghi più frequentati, sboccò nella via de' Tre
Monasteri, ed entrò frettolosa nella porta del Monte di pietà.
È in quella casa, che va a finir tutto ciò che nel tugurio e nella
soffitta è insegna di ricchezza, è reliquia d'agio o di comodità; è là
che il povero si distacca da qualche preziosa memoria de' suoi vecchi,
il miserabile impiegato dall'ultima sua posata d'argento, la vedova
dell'operaio dal suo anello di sposa, dal crocifisso che pendeva al
suo letto. Quanti misteri e quanti dolori potrebbero esser narrati da
chi sapesse che cosa voglion dire tutti que' depositi della sciagura,
così molteplici, così diversi, che di continuo vanno e vengono, e
formano come gli anelli d'una catena che lega il povero alla sua
povertà!... Ma quella casa è un luogo benedetto; e uomini santi furono
i primi che già da secoli cominciarono a spartire, nelle mani di chi
non ha pane, un tesoro a tempo raccolto dalla misericordia.
La Stella non era mai entrata colà, e non sapeva trovar parola per
dire a che fosse venuta; ma una vecchia servente del luogo, nella
quale, benchè la fosse incallita, non era del tutto morta la
compassione, vide l'imbarazzo della poveretta; e facendosela venir
dietro nelle stanze d'ufficio destinate a' depositi, pigliò dalle sue
mani quel rinvolto, lo sciolse, e vi trovò una piletta d'argento, una
grossa fibbia, d'argento anche questa, che pareva aver servito a una
cintura militare, e una collanetta di belle granate col fermaglio
d'oro: era tutto quanto della passata modesta fortuna restava alla
famiglia. Quella collana poi l'aveva, per sua memoria, lasciata alla
Stella una buona signora, morta da parecchi anni; la quale, allorchè
abitavano in Quadronno, essendo priora della dottrina in san Celso,
volle accompagnar la fanciulletta alla prima comunione. In pochi
minuti fu stimato quel piccol deposito; e fatte alcune annotazioni sui
registri dell'ufficio, quel signor impiegato mise in mano della Stella
un biglietto di pegno, le contò ottanta lire di Milano; poi si voltò
stizzito a un gruppo di donne, che s'affollavano colle loro miserie
intorno al suo banco, e:--Una alla volta! disse: non è il pozzo di san
Patrizio, questo!
Il pensiero dell'onor di suo padre e di Damiano, e l'affetto che dona
coraggio e fede, sostennero la fanciulla in quel doloroso passo.
Ritornò verso casa sua, più quieta, più franca, coll'interna
persuasione d'aver compito un dovere: entrata in una chiesa, ripensò
alla buona signora che in un dì più bello le aveva donata quella
collanetta, e pregò per lei come per isdebitarsi d'essersi così divisa
da quella memoria cara. Poi, ebbe coraggio, prima di svoltare nella
piazza Fontana, di salire ella stessa al bugigattolo, ove si
rimpiattava fra un monte di stracci e ferrerie, il signor Pietro,
sottaffittatore del vasto casamento. Quell'avaro rantolone la ricevè
con aria nè corrente nè brusca, non sapendo se venisse per pagare, o
per cantar la solita canzone della disgrazia; ma si fe' netto in
ciera, al toccar delle monete, che la fanciulla, con qualche parola di
scusa, aveva posto sulla tavola. Alzò gli occhi, guardolla fisso, con
una certa smorfia maligna, quasi che volesse domandare donde le fosse
fioccato quel ben di Dio. Per buona ventura, ella non comprese.
Rientrata in casa, sentivasi come le fosse stato levato un peso dal
cuore, e correva lieta alla mamma, per chiederle perdono di quel suo
tardare, quando il suon d'una voce lenta e grave le venne
all'orecchio. Si fece innanzi, e nella persona che, senza accorgersi
della sua venuta, continuava a parlare autorevolmente alla mamma, essa
riconobbe il Padre Apollinare.
Il Padre, dicendo aver saputo da poco tempo le strettezze della
famiglia, veniva a proporre alla Teresa lo spediente di collocar la
figliuola in un ritiro, dove non le sarebbe mancato nulla di quello
ch'è necessario, diceva, per questa vita e per l'altra. Fu un colpo
per la povera vedova quest'annunzio; ma non sapeva trovar ragioni per
combattere que' solenni argomenti.
Appena s'accorse della fanciulla, il Padre la fece sedere, parlò a
lungo anche a lei, senza voler che gli rispondesse; le fece comparir
come una grazia quella ventura che le si offeriva così a proposito, le
disse che a sua madre non sarebbe mancato più nulla, poichè s'ella
acconsentisse ad entrare nel Ritiro, non doveva venir meno anche alla
madre sua, la protezione d'alti personaggi, che le provvederebbero di
quanto fosse di mestieri; le diede a capire, in aria di mistero, che
dalla sua sommissione sarebbe venuto così il maggior bene per la
famiglia tutta. E conchiudendo riflettesse seriamente a quel tanto
che, in tutta coscienza, le aveva significato, si levò, lasciando le
due donne confuse e senza fiato. Ma prima d'uscire, si volse indietro
a promettere che sarebbe tornato la mattina appresso per sentire una
decisione.
Quella sera, nell'intima consueta società della contessa Cunegonda, si
menò non poco trionfo di così bella vittoria, e ci fu chi storpiò in
proposito il patetico paragone della pecorella smarrita.
Stella, alla domane, levatasi coll'alba, aperse la sua finestra.
L'aria freschissima, il sereno e la prima luce che irradiava la statua
della Madonna del Duomo, la consolarono un poco dagli ardenti e nuovi
pensieri che non le avevano lasciato gustare sola un'ora di sonno in
tutta notte. Guardava malinconica la luce maestosamente riposarsi su
quelle cento candide guglie erette al cielo, che da tant'anni vedeva
ogni mattina indorate dal nascente sole, così leggiere, così
trasparenti, che le imaginava scolpite dalla mano degli angioli;
guardava le case, le finestre più alte che l'una dopo l'altra
s'aprivano; e la sottoposta via, e la vicina piazza Fontana, ove
compariva qualche lesto artigiano, o qualche femminetta del popolo, o
la carriuola del lattivendolo. E pensava che il dì appresso non
avrebbe respirato così sola e in libertà quell'aria che veniva dalla
Brianza; pensava che non avrebbe veduto forse mai più que' tetti,
quelle case, quella parte del cielo.
Tornò nell'angolo della stanza ov'era il suo letto; e pian piano,
senza farsi sentire, distaccò dalla parete, ov'era appesa, la gabbia
del suo canarino, e la posò sul davanzale. L'uccellino pigolava
lietamente, e saltellando sugli staggi della gabbia, batteva le alette
e pareva chiamasse col primo gorgheggio la sua buona amica. Stella gli
sorrise, lo chiamò essa pure coll'usato vezzo, e dopo aver guardato
svolazzar su e giù quel solo compagno d'ogni sua gioja e dolore, che
le tornava sovente alla memoria il povero Rocco, stese la mano a un
tratto, e come sorpresa da un pensiero, aperse lo sportellino della
gabbia. Il canarino balzò fuori della piccola prigione, andò a posarsi
sulla mano, e poi sur una spalla della giovinetta; di là spiccò un
leggier volo, gorgheggiando più arguto, ma ritornò subito sul
parapetto a cui Stella s'era appoggiata; fece per due o tre volte lo
stesso, rivenne un momento sulla spalla di lei, quasi volesse renderle
grazie della libertà, e salutarla ancora; alla fine prese il volo e
fuggì via per l'aperto cielo. Quando Stella nol vide più, nè più
intese il sottile suo canto, si rasciugò una lagrima; e partita dalla
finestra, la socchiuse, perchè il sole, che alzandosi a grado a grado
cominciava a penetrar nella stanza, non avesse a turbar troppo presto
il sonno della madre entro l'alcova.
Preparò, come l'altre mattine, la colezione per la mamma e per sè; e
andava pensando che forse da un dì all'altro, lasciato in libertà e
conosciuto innocente, sarebbe tornato a casa il fratel suo; ma ella
non le avrebbe posto più quella tazza e quel pane sul suo tavolo,
presso il balcone. Mezz'ora di poi, Stella avea disfatto il
letticciuolo in cui non doveva più dormire; e raccolte poche robe da
portar con sè, e le piccole memorie della sua fanciullezza, cose che
solo avevan pregio per lei, andò incontro alla mamma, colla faccia
bella e serena come all'usato.
Indi a poco, s'aperse la porta, e il signor Lorenzo più rannuvolato,
più sbattuto del solito, dopo tanto tempo, si lasciò vedere.
--Sei stata tu, la mia figliuola, cominciò a dire, che jer mattina sei
venuta a trovare il vecchio lupo, a san Simone?... Non diventar rossa,
che non è il caso. Vedi, se io t'ho indovinata! Quel mio vicino di
casa, Gaspare il calzolajo, al quale tu hai parlato, diceva che l'era
una bella tosa, così e così, con un far buono e la faccia un po'
malinconica... È lei, senz'altro: ho detto io: ma cosa vorrà mai?...
Vecchio maledetto ch'io sono! nè ho più tempo a mutar nè il pelo nè il
vizio... e se mi va a traverso una parola, se un cristiano non fa a
mio modo.... non son più io.... gli volto l'occhio; e lì, duro,
incocciato, come un marmocchione.... Ma con te no, la mia Stella! con
te, che sei la figliuola del mio Vittore, no!... Dì su, dunque; ti
bisogna qualche cosa dal tuo compare? Dì su...
La Stella tremava; ella non s'era spiegata con sua madre; e, ben che
molto avesse nel cuore, non sapeva che rispondere a quella
interrogazione brusca insieme e affettuosa. Se non che il signor
Lorenzo s'accorse che una lagrima cadeva dagli occhi della fanciulla:
fece due passi innanzi, guardò lei, guardò la signora Teresa; e
pensato un poco:--Che c'è di nuovo? ripigliò: nè tu parli, nè parlate
voi.... Oh! la vedo, c'è magagna sotto. E cosa v'ho fatto io, perchè
non vogliate più nulla da me?.... Quanto a voi, signora Teresa, lo so
bene, sono i vostri preti che v'han messo su contro di me; ma io,
tanto e tanto, voglio esser buono a qualcosa ancora.... Io penso a
Vittore.... e non sono un voltafaccia io....
--Scusate, signor Lorenzo: disse finalmente la vedova: mi dispiace
proprio che vi siate incomodato.... ma avete torto di pensar male di
noi. Certo che ci sono.... delle brave persone che s'interessano a
favore di me.... e della mia povera figliuola.... Anzi, vi dirò....
--Cosa serve, mamma?... timida la interruppe la Stella.
--Parlate chiaro una volta! disse il vecchio soldato, inquietandosi.
Già n'avrete fatta un'altra delle vostre....
--Come sarebbe a dire, signor Lorenzo? quasi che il trovar chi pensa
alla mia creatura, e il poterla allogare in una casa benedetta non sia
una grazia singolare, una fortuna del cielo!...
--Se l'ho detto io! scappò fuori l'antico cisalpino, perdendo la
flemma. Ecco, cos'hai fatto, o Vittore, a pigliarti una beata!...
Vedi, dove vanno a finire i tuoi figliuoli. E io, vecchio mulo, che
m'ostinava a volerne cavar qualcosa.... Già, l'ho capita da un pezzo!
la casa del mio compagno d'armi non è più la mia casa. Bisogna che me
ne vada via, com'era venuto, senza la medicina d'un po' d'amore....
Pazienza! morirò solo, e non importerà a nessuno che io non ci sia
più.... Ma tu Stella, ricordati! se i tuoi protettori, un dì o
l'altro, non facessero più nulla per te, il fratello di tuo padre
venderà la sua croce d'onore, per darti un pezzo di pane.
E senz'aspettare quel che fossero per dirgli le donne, se n'andò in
furia fino alla sua dimora, e stette chiuso per tutto quel giorno.
Nessuno de' molti casi della sua vita aveva lasciata, come quello,
un'amarezza così fiera nel suo cuore.
Partito lui, la Stella, senza parlare, gettava le braccia al collo di
sua madre, prorompendo in un largo pianto.
Sul mezzodì, un modesto calesse coperto si fermò alla porta della
casa. Poco stante, la Teresa, non ancora rinvenuta dallo sgomento in
che l'aveva messa la brusca visita del veterano, vide entrare una
dama, sul tramonto dell'età, dal viso secco e composto, colla cuffia
bianca a bendoni, nera la veste, nero lo scialle. Le veniva alle
spalle un prete dal collo torto e dalla logora zimarra; il quale, a
ogni parola di lei, abbassava il capo; col forzato sorriso di chi
assente per riverenza o paura. Quella dama era, nientemeno, la
Contessa Cunegonda: nella sua qualità di dama protettrice del Ritiro,
compariva, spalleggiata da don Aquilino, a lei mandato dalla cognata
espressamente per compire quell'opera tra loro così caritatevolmente
deliberata.
Don Aquilino volle dir qualche parola alla giovine, che umile s'era
fatta innanzi, per baciar la mano della dama; ma la pia massima che
stava per metter fuori finì in una muta contorsione di labbra. La
contessa, salutando con degnevol cenno di mano la vecchia Teresa, la
quale confondevasi a cercar ringraziamenti e scuse, trasse dolcemente
a sè la fanciulla, e accarezzandole i neri e lisci capelli, le disse,
con affettata unzione:--Venite, brava giovine! facciam di buon cuore
il sacrificio della volontà ribelle... prepariamoci all'umiltà, alla
cieca ubbidienza.... rispondiamo alla chiamata... e allora vinceremo i
tre nemici dell'anima nostra, il mondo, il demonio, la carne.
La Stella commossa, non da queste parole, ma dalla forza degli affetti
che l'avevano combattuta tutti que' giorni, volse indietro il capo,
per non lasciar vedere le lagrime; mentre la Teresa, edificata dalle
esortazioni della dama protettrice, giungeva le mani in atto di
ammirazione compunta; e il restío cappellano, che non capiva del tutto
quel metter quasi il coltello alla gola per far il bene, comechè non
avesse l'animo di fiatar contro la potente volontà di chi lo mandava,
a ogni poco traeva la tabacchiera dal taschino del giustacuore, e
colle grosse prese del rapè cercava dissipare non so qual nebbietta
dalla coscienza.
Dopo altre poche e serie parole, la Stella che avrebbe voluto ancora
baciare e ribaciar la mamma, fece forza a sè stessa, e s'accontentò di
stenderle la mano; poi subito, pigliando ella stessa il suo
fardelletto, disse alla dama ch'era pronta. Un servo, che di fuori
aspettava, accorse a levarle di mano l'involto; e don Aquilino, fino
allora mutolo testimonio, fattosi gran coraggio, credè bene di cucir
insieme questo magro conforto:--State di buon animo, figliuola!
portate volentieri anche voi la vostra croce.... e poi, non andate già
sotto clausura.... e se proprio non aveste vocazione....
Ma la dama, vibrandogli un'occhiata di fuoco, gli tagliò la
parola:--Come parla, signor abate? le pare? mettere in dubbio il buon
proposito di questa brava giovine?.... Il cielo glielo perdoni!
Il prete non ardì aggiunger sillaba; e facendo spalla alla porta
strisciò una riverenza, e lasciò che la contessa e la giovine gli
passassero innanzi. Alla Teresa mancò la forza di accompagnarle. Quel
momento le riusciva troppo doloroso; e per la prima volta, l'idea di
rimaner sola, di non poter forse veder più la figliuola le parve
insopportabile.
Sentì lo strepito del calesse che s'allontanava; e giunte le mani in
atto di preghiera, sollevò gli occhi al cielo. Poi li girò intorno, ma
le pareva di nulla vedere; quasi tentone, si trasse fino all'angolo
ov'era il letticciuolo: lo trovò disfatto; cercò coll'annebbiato
sguardo la porta, per la quale era uscita la Stella; ma una tetra
oscurità le copriva ogni cosa, come fosse già venuta la notte. Per la
prima volta, un orribile dubbio le sorse in mente, il dubbio d'esser
cieca per sempre. Si mise a sedere, e non potè piangere.
Le due povere stanze eran mute, ed essa era sola.