Capitolo Settimo

Cominciava a fuggire il sole dall'alte loro finestre, quando Stella e

sua madre, che Damiano aveva lasciate in casa, si posero a guardar

nella via, se mai egli tornasse: e bisogna dire che la fanciulla,

essendo la domenica, e vedendo l'aria e il cielo così belli, così

sereni, sentisse, senza dirla, un po' di voglia d'uscire a spasso,

come soleva fare qualche volta, insieme a suo fratello, in quelle

rapide ore di libertà. Ma sapendo com'egli se ne fosse ito, dopo

desinare, in compagnia del signor Lorenzo, poco speravano che avesse a

tornar a casa prima di sera.

Poco di poi la Stella che, nel vagar d'uno in altro sereno pensiero,

guardava nella via invidiando i passeggieri, s'accorse d'uno che

veniva a gambe e levava gli occhi verso le loro finestre. Le parve di

conoscerlo; e lo vide veramente svoltar nel portone della casa. Non

sapeva ricordarsi chi fosse; ma senz'altro lo conosceva. Perchè mille

negri e confusi pensieri le attraversarono la mente, nel breve tempo

ch'egli mise a far le scale, a venirne fino alla loro porta?

--Mamma!... disse la Stella, al sentir quel passo che s'avvicinava; e

impallidì.

--Cos'hai? perchè mi guardi così?

--Oh, mamma! io lo sento, qualche disgrazia è successa.

--Caro Iddio, che pensieri!

--Oh non sia al nostro Damiano!

S'udì battere un colpo violento alla porta; e Stella, prima di correre

ad aprire, si rivolse alla madre:--È il Giovanni, un de' compagni di

Damiano; certo c'è qualche cosa.

L'animoso giovinetto entrò, confuso, furibondo ancora di quel ch'era

successo; ma si fermò su' due piedi, vedendo le donne; e non seppe

trovar nulla a dire.

--Parlate, per amor del cielo! Cos'è stato?... E Damiano, dov'è?

--Oh signora Stella! cominciò a balbettare il giovine, cercando invano

quel coraggio con che poco innanzi aveva fatto fronte a' tre

galantuomini dell'osteria: signora Teresa.... Damiano.... era venuto

con noi...

--Sì, sì; ma dov'è adesso?...

--Che gli sia successo qualche cosa? aggiunse la madre: dite su, per

carità!

--Ecco cos'è stato....--E il Giovanni pareva che cercasse le parole

nell'abbottonare e sbottonare il farsetto di frustagno.--Damiano ed

io.... ma c'era anche quel brav'uomo del signor Lorenzo, vedete... A

pensare, un uomo come quello, un cavaliere.... basta, bisogna dire che

ci fosse un complotto, è roba d'inferno..... Ecco qui, per quanto si

faccia, il sangue non è acqua di fagiuoli; e un galantuomo, quand'è

tirato pei capegli....

Nè l'una ne l'altra, ansiose, incerte com'erano, riuscivano a

comprendere una parola; ma la Stella si figurò ch'egli volesse forse

parlare d'una rissa, e:--Com'è possibile, domandò, che Damiano si sia

lasciato insultare?.... Ma dite su, dite la verità, se la è stata una

lite, cosa n'è venuto?...

--Oh santo cielo! l'han ferito forse?...

--No, no, non vi spaventate, signora Teresa; non è stato niente,

nessuno gli ha fatto del male; che nè lui, nè io vedete, ci lasciamo

mettere in sacco da nessuno.... Ma, non so come la sia stata, quel

birbone d'un forestiero che l'aveva con lui.... ma giuro che c'è sotto

qualche diavoleria!

--E lui?

--Oh dite su!

--Lui vede che quel birbone gli viene addosso per accopparlo.... e fa

per difendersi; io aveva ad aggiustar i conti con un camerata del

forestiero.... Ecco, che sul più buono, capita in mezzo la

pattuglia.... Io, per miracolo, arrivo a perdermi nella gente; ma gli

altri, birboni e galantuomini, son belli e agguantati.

--E Damiano?

--Cosa volete? pur troppo, anche lui; ma per lui, non ci state a

pensar su, stasera o doman mattina, torna qui; è certo, come due e due

fan quattro; figuratevi.... un fior di giovine, come lui!

--E il signor Lorenzo?

--E lui? come vi diceva, un uomo di quella sorte?... l'han condotto

via come un briccone.... Oh! ma non son io, se non la faccio pagar

salata, a un per uno, a tutti e tre quei cani.... non so cosa darei

per farla finita!

--Oh! ma intanto egli è là.... è in prigione! Povero Damiano,

poverette noi!

Così venne alla famiglia l'annunzio di quella nuova e improvvisa

sciagura.

La fanciulla, correndo coll'anima ad altri terrori, ad altre

persecuzioni, si dava a pensare che Giovanni non le avesse detta tutta

la verità, e pigliava a interrogarlo da capo, con un'angustia sempre

più viva. Ma la mamma, abbenchè mutola e stordita di quel colpo, non

pensò che al momento; e voltasi a frugar qua e là, dentro all'armadio

e al cassettone, tolse fuori un po' di biancheria e qualche

fazzoletto, mise in un cartoccino poche lire tenute in serbo da un

pezzo per comperarsi un piccolo crocifisso d'argento, e facendo di

tutto un involto, tornò a Giovanni, lo pose nelle mani di lui:--Voi

siete un buon giovine; e avete, ne son certa, un po' di compassione di

noi; fatemi dunque un piacere, a me, e al nostro povero Damiano,

cercate d'andar là, ove l'han condotto; cercate di vederlo, e fate di

dargli queste poche cose, e questi quattro soldi; ditegli che la sua

mamma prega per lui!... E il Signore vi benedirà! Andate, più presto

che potete; oh! se fosse questa sera....

--Così potessi! vorrei far ben altro io. Pazienza! a costo di restarci

anch'io in quell'uccellanda, se mai m'avessero a conoscere, farò di

tutto, signora Teresa; parola di Giovanni.

--E doman mattina....

--E doman mattina, se non viene lui, sarò qua io, a dirle quel che so.

E se n'andò, per non finire a piangere, chè già si sentiva un groppo

alla gola.

Come passasse quella notte per la Teresa e la figliuola, io nol dirò,

ma venuta la mattina, e non vedendo comparir nè Giovanni, nè Damiano,

come ancora, senza dirselo, speravano, esse cominciarono a credere che

non si trattasse di piccola cosa, secondo quel che aveva raccontato

Giovanni. E, come avviene, le incertezze crescevano i terrori. Più

tardi, non sapendo che ben fare, la povera donna era ita a raccontar

la sua disgrazia e a raccomandarsi al vecchio curato di san Calimero,

che le aveva sempre dimostrata non so quale premura, fin dal tempo che

abitavano in Quadronno. Fu verso la sera dello stesso lunedì che la

Stella credè bene di mettere a parte di quella trista vicenda il

fratello abate; e come, là nella canonica, fosse ricevuta e di quali

speranze confortata, già lo vedemmo.

Comparve alla fine, il seguente mattino, nella povera casa il signor

Lorenzo; e a stento il riconobbero. Era pallido, stralunato, e le sue

labbra tremavano ancora per la furia che dentro il rodeva. Raccontò

come uscisse allora di prigione, senza sapere perchè vi fosse stato

messo, perchè lasciato in libertà; raccontò che di Damiano non aveva

potuto conoscer altro, se non che la cosa sarebbe stata forse un po'

lunghetta. E mentr'era venuto per portare alle donne un po' di

consolazione e di speranza, finì a sfogare tutta in una volta la

rabbia che teneva in cuore da vent'anni, colle maledizioni le più

indiavolate. A poco a poco s'acquietò, e giurò alla Teresa e alla

Stella che non le avrebbe abbandonate, promettendo di far di tutto

perchè fosse conosciuta l'innocenza di Damiano: e incolpava sè di quel

tristissimo caso.

Aveva promesso di tornare; e tornò la mattina del martedì. Ma,

nell'aprir l'uscio, venendogli veduta, fra la madre e la figlia, sotto

un largo cappello da prete, una tonaca nera, si rabbujò nel pensiero;

e borbottando:--Le si son messe in man de' preti, e ci stieno!--volse

le spalle a quella porta. L'ex-frate, poich'era lui stesso, venuto in

persona la stessa mattina, a persuader la vedova che dovesse pensar

seriamente all'avvenire e salvar la figliuola da' pericoli del mondo;

l'ex-frate non s'accorse di lui, e continuò le sue patetiche

insinuazioni.

Così il capriccio d'un potente ozioso da una parte, dall'altra uno

zelo vanitoso, indiscreto, agitavano il destino della povera famiglia.

Ma gli oscuri fatti da ultimo narrati avevano un eco anche ne' dorati

appartamenti, ove non di rado trovansi a fronte il vizio cortigiano, e

il bachettonismo intollerante.

In un'ampia sala terrena del palazzo dell'Illustrissimo s'accoglieva,

la domenica dopo quella in cui Damiano fu preso e messo prigione, un

circolo di dame e cavalieri più dell'usato numeroso e magnifico. In

quel dì aveva l'Illustrissimo convitate non poche persone della

maggior distinzione allo splendido banchetto della domenica; e dopo il

pranzo, comechè si fosse tuttavia nella mezza state, la nobile brigata

s'era intrattenuta per alcun tempo ne' giardini, ai quali rispondevano

le sale terrene del ricco appartamento. Due camerieri, nero il

vestito, bianca la cravatta e bianchi i guanti, con un satellizio di

servitori in livrea listata di stemmati galloni, giravano frammezzo

alla comitiva, offerendo sugli argentei vassoj caffè e rosolii: nè

intanto veniva meno la decente e contegnosa allegria de' convitati;

anzi era un incrocicchiarsi di discorsi, di novelle e complimenti,

massimamente nel nucleo di quella nobilissima adunanza, cioè fra

coloro che sedevano a cerchio, fra due belle magnolie e due variopinte

piramidi di vasi di fiori.

Sorgiungevano le carrozze a prendere alcuni degl'invitati; e dai

cortili s'udiva strepito di ruote, scalpito di cavalli, e fors'anche

qualche bestemmia degli automedonti in parrucchino.

Tutta quella nobiltà poi, sul primo imbrunire, era rientrata nelle

sale già illuminate da doppieri e da lampane d'alabastro pendenti

dalle storiate vôlte; e qua e là spartivasi in diversi gruppi, senza

però che alcuno perdesse d'occhio il padrone e la padrona di casa.

Quest'ultima, seduta tutta sola, su d'un canapè coperto di raso

turchino, aveva raccolte intorno a sè le dame men giovani e più

sfoggiate d'abbigliamento. La vecchia dama, in que' giorni di solenne

ricevimento, non appariva più qual'era agli occhi de' suoi più intimi

nel restante della settimana; e la preponderanza del nome e del grado

pigliavano nel cuor suo il luogo della pettegola curiosità de' fatti

altrui, della segreta compiacenza con che pescava le occasioni di far

fiorire e prosperare la società all'ombra della divozione, o piuttosto

all'ombra del suo partito. Allora sapeva trovar parole cortesi,

melliflue per gl'illustri amici; accoglieva con sorrisi d'adesione le

profferte di servitù di quanti venissero a raccomandarsi alla sua

influenza; e qualche volta mostrava perfino d'udir senza scandalo

certi annedoti, certe storielle del gran mondo che alcuno le

raccontasse, colorate o velate col vezzo degli spiriti molli ed

eleganti. E così poteva, almeno, compassionare a sua posta le miserie

umane.

In quella sera, fra il contraccambiarsi di onoranze, di proteste

d'umiltà e servitù, fra uno strisciar d'inchini e un curvar delle reni

e delle teste, suonavano ancora le inzuccherate melensaggini de'

Caloandri di vecchia data, e ne sorridevano alcune dame, non senza

aristocratica schifiltà. Ma su que' diversi parlari trionfava

l'infranciosato cicalío de' giovani cavalieri, i quali facevan diversi

crocchi, o presso gli aperti balconi della sala, o intorno a'

tavolieri di giuoco.

E nondimeno, in quella titolata conversazione, si sarebbe potuto

indovinare che una misteriosa preoccupazione signoreggiava gli animi

di tutti; come le nuvole estive che in un cielo azzurro passano tratto

tratto dinanzi al sole. Era facile presumere che una grave e diversa

cura tenesse desti e sospettosi l'un dell'altro il padrone e la

padrona; poichè marito e moglie, da un capo all'altro della sala, si

sogguardavano alla sfuggita, quasi in atto d'ira a lungo simulata e di

tacita disfida. Pareva che non pochi de' nobili invitati fossero nel

segreto di quell'intestina discordia e pigliassero parte fra i due

potenti rivali: e veramente, a ogni poco, la conversazione animata,

romorosa, di subito languiva, moriva; e cominciavano qua e là per le

sale le confidenze bisbigliate all'orecchio da vicino a vicino, mezzi

sogghigni, parole tronche di maraviglia o di riserbo: tutti segni che

bastavano a dinotare qualche cosa di grande e d'arcano che

s'aspettasse o si temesse. Alla destra del canapè, ritta e altera,

sedeva discorrendo colla padrona di casa un'altra dama ossequiata e

potente, la contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo. Alla

dignità della persona, all'abito di seta nera rabescata, al maestoso

girar del capo, adorno d'una cresta di merletti, vedevasi in lei

l'abitudine del comando, mista a quella specie d'umiltà superba, per

la quale aveva saputo farsi quasi centro d'una nuova e segreta

inquisizione. E l'Illustrissimo la temeva. Vicino a lei stavano in

ampii seggioloni due altre contesse sue amiche, di nobiltà pura come

l'oro, e di pietà famosa. Sul capo dell'una torreggiava un turbante di

velo cilestrino che proteggeva due vistose ciocche bionde, fatte

lavorare espressamente a Parigi; l'abito di mussola di seta che

vestiva, non abbastanza accollato, pareva voler permettere di gettar

lo sguardo sugli avanzi di tesori che un dì furono il tema di qualche

arcadico sonetto, se la dama non si fosse tenuta con molta cura

ravviluppata in una gran ciarpa turca che le scendeva fino a' piedi.

L'altra contessa portava in vece una cuffia pomposa, somigliante al

paniere di Flora; non aveva nè ricci, nè giojelli, non vestiva così

sfoggiata come la sua vicina; ma le si vedeva nel languor degli occhi,

nel torcere del collo e nella contegnosa postura una certa

pretensione, comechè innocente, d'esser creduta giovine ancora: chi

solo avesse guardato alle sopracciglia nere e al roseo delle guancie,

non alle rughe sottili, nè agli occhi appannati, nè alle labbra a

studio ristrette, poteva anche dire che al più toccasse la trentina.

Dietro a queste tre inseparabili potenze tenevano il campo cinque o

sei signori, alcuni in piedi, altri seduti, facendo le spese della

conversazione: due preti: un consigliere; e un zio materno della

padrona di casa, uomo ricchissimo, che sputava tondo e non poteva

soffrir contraddizioni: e presso al muro, nella penombra, quali astri

minori, due persone di mezza età, che non fiatavan quasi mai se non

interrogate, ma, guardando sempre all'ultimo che parlava, sorridevano,

chinavano il capo in atto di consentimento.

--Cara signora marchesa: diceva con voce nasale l'incipriato

consigliere Zebedia, ripigliando il filo del discorso, che una

sdegnosa occhiata, volta a quella parte dal padrone di casa, aveva

interrotto: io lo ripeto; se vogliamo riuscire a metter argine al

torrente delle novità sovversive, bisogna che uniamo tutte le nostre

forze, la volontà, la prudenza, la carità, e anche un po'

d'accortezza; poi, con quel potere che naturalmente ci fu dato....

essendo noi in alto, e governando il presente, per meritarci il bene

futuro.... dobbiamo adoperare a fondar le basi di quella terrena

gerarchia, senza cui il mondo, in men di quarant'anni, andrebbe di

nuovo nel caos.

--Eh! queste sono teorie e null'altro, signor mio: gli diè sulla voce

con una cotale asprezza il conte Alberigo, zio della padrona. Vi so

dir io che il mondo non andrà in polvere così presto; son migliaja

d'anni che coloro, i quali la pensano al par di voi, cantano su questa

solfa, e il mondo è sempre stato di chi l'ha saputo pigliare. La gente

grida a quando a quando, strepita, tambussa, fa come l'asino a cui si

tolga il basto, raglia, calcitra, fa il tombolo sull'erba;

rimettetegli la cavezza, e torna contento a obbedire. Ma.... tocca a

noi, a noi, vi dico, di saper comandare.

--Sì, sì: ripigliò il consigliere col suo tuono flemmatico: ma quando

l'ordine sociale va sottosopra, quando si grida così forte per la vil

moltitudine... un formicajo che finora tenne sempre il suo nome di

plebe, e adesso crede nobilitarsi col nome di popolo.... eh! eh! eh!

--E notate! entrò a dire uno dei due tonsurati; e dalle opinioni sue,

che in parte già conosce, non tarderà il lettore a ravvisare il padre

Apollinare. Notate bene che, pur troppo, siam noi che li abbiam guasti

e sbrigliati costoro. Quel gridar tutto di lumi, lumi, istruzione,

incivilimento, umanità, e tant'altri paroloni, ha messo loro il

capostorno, per tenermi al paragone, qui, del nostro conte

Alberigo....

--Catechismo e abbecedario! aggiunse l'altro reverendo, un pingue e

rubicondo canonico, l'erudito dell'illustre comitiva. Catechismo e

abbecedario! la dev'esser questa la scienza del popolo, se si vuole

che stia cheto al suo luogo. E tocca a noi, che abbiamo studiato, a

sminuzzar loro tale dottrina. Il popolo, come lo vogliono questi

filosofastri, questi profeti della moderna Babilonia, è un sogno,

un'astrazione; bisogna studiarlo nel fatto questo popolo, che un

classico, un sapientone del paganesimo chiamò giustamente _bestia di

molti capi_.... Chi ha letto, ne sa.

--Don Fulgenzio mio, rispose il conte Alberigo, è ben vero che una

parte della colpa è nostra; noi, in cambio di tenerci nel grado

competente, abbiam cominciato a transigere: fatto il primo scalino....

--Certamente, siam andati giù giù, ci siam mischiati con la folla, e

ne proviamo gli urtoni: aggiunse il consigliere Zebedia.

--Ma lo scandalo peggiore, si mise dentro allora nel discorso la

contessa Cunegonda, la decadenza dell'ordine e delle podestà, e quindi

la rovina della morale e il trionfo della miscredenza, furono la

vergognosa mescolanza delle classi, la profusione delle ricchezze nel

piacer mondano, la corruttela dell'oro sostituita allo spirito vero

della carità, alla savia e oculata beneficenza.

Arrischiando cotali querele nel cerchio de' suoi fidi alleati, la

vecchia dama guardava all'altro lato della sala, ove, in mezzo a più

romorosa conversazione, primeggiava riverito, contornato, adulato, suo

fratello l'Illustrissimo. E per comprendere tutta la portata di

siffatte allusioni, conveniva essere nella confidenza di certe cose

importanti e segrete, venute a galla nell'intimo crocchio della

contessa Cunegonda, in quella stessa mattina. S'era parlato, ma sempre

in nube e con tutta convenienza, di certi bassi e volgari intrighi,

che potevan mettere in compromesso la dignità di qualche famiglia;

s'era buccinato di certe indegne persone che, approfittando della

debolezza dell'Illustrissimo, adoperavano il suo nome e il suo oro,

per occasione di vizii e di vendette.

Anche la consorte dell'Illustrissimo, la quale fino allora, in sì

dilicata materia, aveva saputo serbare il più scrupoloso riserbo,

apparve in quella mattina, ad ora insolita, nel consiglio della dama

cognata. Le due vecchie eccellenze confabularono in un appartato

gabinetto, per mezz'ora buona.

E fu, dopo tal colloquio, che la contessa Cunegonda e i suoi

inquisitori decisero, senza dimora nè riguardo, di soffocare, finchè

c'era possibilità, quegli scandali. Venne in mezzo il padre

Apollinare, il braccio destro della contessa, a parlare, in proposito,

della famiglia di Damiano, e delle cose ch'eran succedute, aprendo

anche un usciolino a' suoi sospetti: ma egli ne sapeva più che non

dicesse. E la conchiusione fu che si togliesse da ogni pericolo quella

povera giovine, collocandola al più presto in un ritiro: al che però

si doveva riuscire con grand'arte e mistero; non volendo la contessa

Cunegonda, a rischio d'uno scandalo peggiore, rompere guerra aperta

all'Illustrissimo fratello.

Il quale, dal canto suo, bisogna dire che avesse subodorato qualche

cosa di questa pia trama; poichè, qualche ora prima, al punto di

sedere a tavola, al fido suo Rosso, venuto a fargli non so che

misteriosa imbasciata, aveva risposto:--Fa domandare l'Omobono domani

mattina; e la vedremo!

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 39 / 64 题