Cominciava a fuggire il sole dall'alte loro finestre, quando Stella e
sua madre, che Damiano aveva lasciate in casa, si posero a guardar
nella via, se mai egli tornasse: e bisogna dire che la fanciulla,
essendo la domenica, e vedendo l'aria e il cielo così belli, così
sereni, sentisse, senza dirla, un po' di voglia d'uscire a spasso,
come soleva fare qualche volta, insieme a suo fratello, in quelle
rapide ore di libertà. Ma sapendo com'egli se ne fosse ito, dopo
desinare, in compagnia del signor Lorenzo, poco speravano che avesse a
tornar a casa prima di sera.
Poco di poi la Stella che, nel vagar d'uno in altro sereno pensiero,
guardava nella via invidiando i passeggieri, s'accorse d'uno che
veniva a gambe e levava gli occhi verso le loro finestre. Le parve di
conoscerlo; e lo vide veramente svoltar nel portone della casa. Non
sapeva ricordarsi chi fosse; ma senz'altro lo conosceva. Perchè mille
negri e confusi pensieri le attraversarono la mente, nel breve tempo
ch'egli mise a far le scale, a venirne fino alla loro porta?
--Mamma!... disse la Stella, al sentir quel passo che s'avvicinava; e
impallidì.
--Cos'hai? perchè mi guardi così?
--Oh, mamma! io lo sento, qualche disgrazia è successa.
--Caro Iddio, che pensieri!
--Oh non sia al nostro Damiano!
S'udì battere un colpo violento alla porta; e Stella, prima di correre
ad aprire, si rivolse alla madre:--È il Giovanni, un de' compagni di
Damiano; certo c'è qualche cosa.
L'animoso giovinetto entrò, confuso, furibondo ancora di quel ch'era
successo; ma si fermò su' due piedi, vedendo le donne; e non seppe
trovar nulla a dire.
--Parlate, per amor del cielo! Cos'è stato?... E Damiano, dov'è?
--Oh signora Stella! cominciò a balbettare il giovine, cercando invano
quel coraggio con che poco innanzi aveva fatto fronte a' tre
galantuomini dell'osteria: signora Teresa.... Damiano.... era venuto
con noi...
--Sì, sì; ma dov'è adesso?...
--Che gli sia successo qualche cosa? aggiunse la madre: dite su, per
carità!
--Ecco cos'è stato....--E il Giovanni pareva che cercasse le parole
nell'abbottonare e sbottonare il farsetto di frustagno.--Damiano ed
io.... ma c'era anche quel brav'uomo del signor Lorenzo, vedete... A
pensare, un uomo come quello, un cavaliere.... basta, bisogna dire che
ci fosse un complotto, è roba d'inferno..... Ecco qui, per quanto si
faccia, il sangue non è acqua di fagiuoli; e un galantuomo, quand'è
tirato pei capegli....
Nè l'una ne l'altra, ansiose, incerte com'erano, riuscivano a
comprendere una parola; ma la Stella si figurò ch'egli volesse forse
parlare d'una rissa, e:--Com'è possibile, domandò, che Damiano si sia
lasciato insultare?.... Ma dite su, dite la verità, se la è stata una
lite, cosa n'è venuto?...
--Oh santo cielo! l'han ferito forse?...
--No, no, non vi spaventate, signora Teresa; non è stato niente,
nessuno gli ha fatto del male; che nè lui, nè io vedete, ci lasciamo
mettere in sacco da nessuno.... Ma, non so come la sia stata, quel
birbone d'un forestiero che l'aveva con lui.... ma giuro che c'è sotto
qualche diavoleria!
--E lui?
--Oh dite su!
--Lui vede che quel birbone gli viene addosso per accopparlo.... e fa
per difendersi; io aveva ad aggiustar i conti con un camerata del
forestiero.... Ecco, che sul più buono, capita in mezzo la
pattuglia.... Io, per miracolo, arrivo a perdermi nella gente; ma gli
altri, birboni e galantuomini, son belli e agguantati.
--E Damiano?
--Cosa volete? pur troppo, anche lui; ma per lui, non ci state a
pensar su, stasera o doman mattina, torna qui; è certo, come due e due
fan quattro; figuratevi.... un fior di giovine, come lui!
--E il signor Lorenzo?
--E lui? come vi diceva, un uomo di quella sorte?... l'han condotto
via come un briccone.... Oh! ma non son io, se non la faccio pagar
salata, a un per uno, a tutti e tre quei cani.... non so cosa darei
per farla finita!
--Oh! ma intanto egli è là.... è in prigione! Povero Damiano,
poverette noi!
Così venne alla famiglia l'annunzio di quella nuova e improvvisa
sciagura.
La fanciulla, correndo coll'anima ad altri terrori, ad altre
persecuzioni, si dava a pensare che Giovanni non le avesse detta tutta
la verità, e pigliava a interrogarlo da capo, con un'angustia sempre
più viva. Ma la mamma, abbenchè mutola e stordita di quel colpo, non
pensò che al momento; e voltasi a frugar qua e là, dentro all'armadio
e al cassettone, tolse fuori un po' di biancheria e qualche
fazzoletto, mise in un cartoccino poche lire tenute in serbo da un
pezzo per comperarsi un piccolo crocifisso d'argento, e facendo di
tutto un involto, tornò a Giovanni, lo pose nelle mani di lui:--Voi
siete un buon giovine; e avete, ne son certa, un po' di compassione di
noi; fatemi dunque un piacere, a me, e al nostro povero Damiano,
cercate d'andar là, ove l'han condotto; cercate di vederlo, e fate di
dargli queste poche cose, e questi quattro soldi; ditegli che la sua
mamma prega per lui!... E il Signore vi benedirà! Andate, più presto
che potete; oh! se fosse questa sera....
--Così potessi! vorrei far ben altro io. Pazienza! a costo di restarci
anch'io in quell'uccellanda, se mai m'avessero a conoscere, farò di
tutto, signora Teresa; parola di Giovanni.
--E doman mattina....
--E doman mattina, se non viene lui, sarò qua io, a dirle quel che so.
E se n'andò, per non finire a piangere, chè già si sentiva un groppo
alla gola.
Come passasse quella notte per la Teresa e la figliuola, io nol dirò,
ma venuta la mattina, e non vedendo comparir nè Giovanni, nè Damiano,
come ancora, senza dirselo, speravano, esse cominciarono a credere che
non si trattasse di piccola cosa, secondo quel che aveva raccontato
Giovanni. E, come avviene, le incertezze crescevano i terrori. Più
tardi, non sapendo che ben fare, la povera donna era ita a raccontar
la sua disgrazia e a raccomandarsi al vecchio curato di san Calimero,
che le aveva sempre dimostrata non so quale premura, fin dal tempo che
abitavano in Quadronno. Fu verso la sera dello stesso lunedì che la
Stella credè bene di mettere a parte di quella trista vicenda il
fratello abate; e come, là nella canonica, fosse ricevuta e di quali
speranze confortata, già lo vedemmo.
Comparve alla fine, il seguente mattino, nella povera casa il signor
Lorenzo; e a stento il riconobbero. Era pallido, stralunato, e le sue
labbra tremavano ancora per la furia che dentro il rodeva. Raccontò
come uscisse allora di prigione, senza sapere perchè vi fosse stato
messo, perchè lasciato in libertà; raccontò che di Damiano non aveva
potuto conoscer altro, se non che la cosa sarebbe stata forse un po'
lunghetta. E mentr'era venuto per portare alle donne un po' di
consolazione e di speranza, finì a sfogare tutta in una volta la
rabbia che teneva in cuore da vent'anni, colle maledizioni le più
indiavolate. A poco a poco s'acquietò, e giurò alla Teresa e alla
Stella che non le avrebbe abbandonate, promettendo di far di tutto
perchè fosse conosciuta l'innocenza di Damiano: e incolpava sè di quel
tristissimo caso.
Aveva promesso di tornare; e tornò la mattina del martedì. Ma,
nell'aprir l'uscio, venendogli veduta, fra la madre e la figlia, sotto
un largo cappello da prete, una tonaca nera, si rabbujò nel pensiero;
e borbottando:--Le si son messe in man de' preti, e ci stieno!--volse
le spalle a quella porta. L'ex-frate, poich'era lui stesso, venuto in
persona la stessa mattina, a persuader la vedova che dovesse pensar
seriamente all'avvenire e salvar la figliuola da' pericoli del mondo;
l'ex-frate non s'accorse di lui, e continuò le sue patetiche
insinuazioni.
Così il capriccio d'un potente ozioso da una parte, dall'altra uno
zelo vanitoso, indiscreto, agitavano il destino della povera famiglia.
Ma gli oscuri fatti da ultimo narrati avevano un eco anche ne' dorati
appartamenti, ove non di rado trovansi a fronte il vizio cortigiano, e
il bachettonismo intollerante.
In un'ampia sala terrena del palazzo dell'Illustrissimo s'accoglieva,
la domenica dopo quella in cui Damiano fu preso e messo prigione, un
circolo di dame e cavalieri più dell'usato numeroso e magnifico. In
quel dì aveva l'Illustrissimo convitate non poche persone della
maggior distinzione allo splendido banchetto della domenica; e dopo il
pranzo, comechè si fosse tuttavia nella mezza state, la nobile brigata
s'era intrattenuta per alcun tempo ne' giardini, ai quali rispondevano
le sale terrene del ricco appartamento. Due camerieri, nero il
vestito, bianca la cravatta e bianchi i guanti, con un satellizio di
servitori in livrea listata di stemmati galloni, giravano frammezzo
alla comitiva, offerendo sugli argentei vassoj caffè e rosolii: nè
intanto veniva meno la decente e contegnosa allegria de' convitati;
anzi era un incrocicchiarsi di discorsi, di novelle e complimenti,
massimamente nel nucleo di quella nobilissima adunanza, cioè fra
coloro che sedevano a cerchio, fra due belle magnolie e due variopinte
piramidi di vasi di fiori.
Sorgiungevano le carrozze a prendere alcuni degl'invitati; e dai
cortili s'udiva strepito di ruote, scalpito di cavalli, e fors'anche
qualche bestemmia degli automedonti in parrucchino.
Tutta quella nobiltà poi, sul primo imbrunire, era rientrata nelle
sale già illuminate da doppieri e da lampane d'alabastro pendenti
dalle storiate vôlte; e qua e là spartivasi in diversi gruppi, senza
però che alcuno perdesse d'occhio il padrone e la padrona di casa.
Quest'ultima, seduta tutta sola, su d'un canapè coperto di raso
turchino, aveva raccolte intorno a sè le dame men giovani e più
sfoggiate d'abbigliamento. La vecchia dama, in que' giorni di solenne
ricevimento, non appariva più qual'era agli occhi de' suoi più intimi
nel restante della settimana; e la preponderanza del nome e del grado
pigliavano nel cuor suo il luogo della pettegola curiosità de' fatti
altrui, della segreta compiacenza con che pescava le occasioni di far
fiorire e prosperare la società all'ombra della divozione, o piuttosto
all'ombra del suo partito. Allora sapeva trovar parole cortesi,
melliflue per gl'illustri amici; accoglieva con sorrisi d'adesione le
profferte di servitù di quanti venissero a raccomandarsi alla sua
influenza; e qualche volta mostrava perfino d'udir senza scandalo
certi annedoti, certe storielle del gran mondo che alcuno le
raccontasse, colorate o velate col vezzo degli spiriti molli ed
eleganti. E così poteva, almeno, compassionare a sua posta le miserie
umane.
In quella sera, fra il contraccambiarsi di onoranze, di proteste
d'umiltà e servitù, fra uno strisciar d'inchini e un curvar delle reni
e delle teste, suonavano ancora le inzuccherate melensaggini de'
Caloandri di vecchia data, e ne sorridevano alcune dame, non senza
aristocratica schifiltà. Ma su que' diversi parlari trionfava
l'infranciosato cicalío de' giovani cavalieri, i quali facevan diversi
crocchi, o presso gli aperti balconi della sala, o intorno a'
tavolieri di giuoco.
E nondimeno, in quella titolata conversazione, si sarebbe potuto
indovinare che una misteriosa preoccupazione signoreggiava gli animi
di tutti; come le nuvole estive che in un cielo azzurro passano tratto
tratto dinanzi al sole. Era facile presumere che una grave e diversa
cura tenesse desti e sospettosi l'un dell'altro il padrone e la
padrona; poichè marito e moglie, da un capo all'altro della sala, si
sogguardavano alla sfuggita, quasi in atto d'ira a lungo simulata e di
tacita disfida. Pareva che non pochi de' nobili invitati fossero nel
segreto di quell'intestina discordia e pigliassero parte fra i due
potenti rivali: e veramente, a ogni poco, la conversazione animata,
romorosa, di subito languiva, moriva; e cominciavano qua e là per le
sale le confidenze bisbigliate all'orecchio da vicino a vicino, mezzi
sogghigni, parole tronche di maraviglia o di riserbo: tutti segni che
bastavano a dinotare qualche cosa di grande e d'arcano che
s'aspettasse o si temesse. Alla destra del canapè, ritta e altera,
sedeva discorrendo colla padrona di casa un'altra dama ossequiata e
potente, la contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo. Alla
dignità della persona, all'abito di seta nera rabescata, al maestoso
girar del capo, adorno d'una cresta di merletti, vedevasi in lei
l'abitudine del comando, mista a quella specie d'umiltà superba, per
la quale aveva saputo farsi quasi centro d'una nuova e segreta
inquisizione. E l'Illustrissimo la temeva. Vicino a lei stavano in
ampii seggioloni due altre contesse sue amiche, di nobiltà pura come
l'oro, e di pietà famosa. Sul capo dell'una torreggiava un turbante di
velo cilestrino che proteggeva due vistose ciocche bionde, fatte
lavorare espressamente a Parigi; l'abito di mussola di seta che
vestiva, non abbastanza accollato, pareva voler permettere di gettar
lo sguardo sugli avanzi di tesori che un dì furono il tema di qualche
arcadico sonetto, se la dama non si fosse tenuta con molta cura
ravviluppata in una gran ciarpa turca che le scendeva fino a' piedi.
L'altra contessa portava in vece una cuffia pomposa, somigliante al
paniere di Flora; non aveva nè ricci, nè giojelli, non vestiva così
sfoggiata come la sua vicina; ma le si vedeva nel languor degli occhi,
nel torcere del collo e nella contegnosa postura una certa
pretensione, comechè innocente, d'esser creduta giovine ancora: chi
solo avesse guardato alle sopracciglia nere e al roseo delle guancie,
non alle rughe sottili, nè agli occhi appannati, nè alle labbra a
studio ristrette, poteva anche dire che al più toccasse la trentina.
Dietro a queste tre inseparabili potenze tenevano il campo cinque o
sei signori, alcuni in piedi, altri seduti, facendo le spese della
conversazione: due preti: un consigliere; e un zio materno della
padrona di casa, uomo ricchissimo, che sputava tondo e non poteva
soffrir contraddizioni: e presso al muro, nella penombra, quali astri
minori, due persone di mezza età, che non fiatavan quasi mai se non
interrogate, ma, guardando sempre all'ultimo che parlava, sorridevano,
chinavano il capo in atto di consentimento.
--Cara signora marchesa: diceva con voce nasale l'incipriato
consigliere Zebedia, ripigliando il filo del discorso, che una
sdegnosa occhiata, volta a quella parte dal padrone di casa, aveva
interrotto: io lo ripeto; se vogliamo riuscire a metter argine al
torrente delle novità sovversive, bisogna che uniamo tutte le nostre
forze, la volontà, la prudenza, la carità, e anche un po'
d'accortezza; poi, con quel potere che naturalmente ci fu dato....
essendo noi in alto, e governando il presente, per meritarci il bene
futuro.... dobbiamo adoperare a fondar le basi di quella terrena
gerarchia, senza cui il mondo, in men di quarant'anni, andrebbe di
nuovo nel caos.
--Eh! queste sono teorie e null'altro, signor mio: gli diè sulla voce
con una cotale asprezza il conte Alberigo, zio della padrona. Vi so
dir io che il mondo non andrà in polvere così presto; son migliaja
d'anni che coloro, i quali la pensano al par di voi, cantano su questa
solfa, e il mondo è sempre stato di chi l'ha saputo pigliare. La gente
grida a quando a quando, strepita, tambussa, fa come l'asino a cui si
tolga il basto, raglia, calcitra, fa il tombolo sull'erba;
rimettetegli la cavezza, e torna contento a obbedire. Ma.... tocca a
noi, a noi, vi dico, di saper comandare.
--Sì, sì: ripigliò il consigliere col suo tuono flemmatico: ma quando
l'ordine sociale va sottosopra, quando si grida così forte per la vil
moltitudine... un formicajo che finora tenne sempre il suo nome di
plebe, e adesso crede nobilitarsi col nome di popolo.... eh! eh! eh!
--E notate! entrò a dire uno dei due tonsurati; e dalle opinioni sue,
che in parte già conosce, non tarderà il lettore a ravvisare il padre
Apollinare. Notate bene che, pur troppo, siam noi che li abbiam guasti
e sbrigliati costoro. Quel gridar tutto di lumi, lumi, istruzione,
incivilimento, umanità, e tant'altri paroloni, ha messo loro il
capostorno, per tenermi al paragone, qui, del nostro conte
Alberigo....
--Catechismo e abbecedario! aggiunse l'altro reverendo, un pingue e
rubicondo canonico, l'erudito dell'illustre comitiva. Catechismo e
abbecedario! la dev'esser questa la scienza del popolo, se si vuole
che stia cheto al suo luogo. E tocca a noi, che abbiamo studiato, a
sminuzzar loro tale dottrina. Il popolo, come lo vogliono questi
filosofastri, questi profeti della moderna Babilonia, è un sogno,
un'astrazione; bisogna studiarlo nel fatto questo popolo, che un
classico, un sapientone del paganesimo chiamò giustamente _bestia di
molti capi_.... Chi ha letto, ne sa.
--Don Fulgenzio mio, rispose il conte Alberigo, è ben vero che una
parte della colpa è nostra; noi, in cambio di tenerci nel grado
competente, abbiam cominciato a transigere: fatto il primo scalino....
--Certamente, siam andati giù giù, ci siam mischiati con la folla, e
ne proviamo gli urtoni: aggiunse il consigliere Zebedia.
--Ma lo scandalo peggiore, si mise dentro allora nel discorso la
contessa Cunegonda, la decadenza dell'ordine e delle podestà, e quindi
la rovina della morale e il trionfo della miscredenza, furono la
vergognosa mescolanza delle classi, la profusione delle ricchezze nel
piacer mondano, la corruttela dell'oro sostituita allo spirito vero
della carità, alla savia e oculata beneficenza.
Arrischiando cotali querele nel cerchio de' suoi fidi alleati, la
vecchia dama guardava all'altro lato della sala, ove, in mezzo a più
romorosa conversazione, primeggiava riverito, contornato, adulato, suo
fratello l'Illustrissimo. E per comprendere tutta la portata di
siffatte allusioni, conveniva essere nella confidenza di certe cose
importanti e segrete, venute a galla nell'intimo crocchio della
contessa Cunegonda, in quella stessa mattina. S'era parlato, ma sempre
in nube e con tutta convenienza, di certi bassi e volgari intrighi,
che potevan mettere in compromesso la dignità di qualche famiglia;
s'era buccinato di certe indegne persone che, approfittando della
debolezza dell'Illustrissimo, adoperavano il suo nome e il suo oro,
per occasione di vizii e di vendette.
Anche la consorte dell'Illustrissimo, la quale fino allora, in sì
dilicata materia, aveva saputo serbare il più scrupoloso riserbo,
apparve in quella mattina, ad ora insolita, nel consiglio della dama
cognata. Le due vecchie eccellenze confabularono in un appartato
gabinetto, per mezz'ora buona.
E fu, dopo tal colloquio, che la contessa Cunegonda e i suoi
inquisitori decisero, senza dimora nè riguardo, di soffocare, finchè
c'era possibilità, quegli scandali. Venne in mezzo il padre
Apollinare, il braccio destro della contessa, a parlare, in proposito,
della famiglia di Damiano, e delle cose ch'eran succedute, aprendo
anche un usciolino a' suoi sospetti: ma egli ne sapeva più che non
dicesse. E la conchiusione fu che si togliesse da ogni pericolo quella
povera giovine, collocandola al più presto in un ritiro: al che però
si doveva riuscire con grand'arte e mistero; non volendo la contessa
Cunegonda, a rischio d'uno scandalo peggiore, rompere guerra aperta
all'Illustrissimo fratello.
Il quale, dal canto suo, bisogna dire che avesse subodorato qualche
cosa di questa pia trama; poichè, qualche ora prima, al punto di
sedere a tavola, al fido suo Rosso, venuto a fargli non so che
misteriosa imbasciata, aveva risposto:--Fa domandare l'Omobono domani
mattina; e la vedremo!