Amore e Odio sono veramente l'Ormuzd e l'Ariman che tengono il governo
delle cose umane; e nella continua guerra che l'un l'altro si fanno,
agitan del pari il potente e l'oppresso, turbano i sonni de' grandi e
de' piccoli, stillano balsamo o veleno nella vita del più povero ed
oscuro degli uomini. Amore e Odio non dimenticano mai; e per essi
bisogna imparare quella dolorosa e fatale verità che il male non muore
sulla terra. Ma quaggiù, noi vediamo che il piacere e il dolore, il
bene e il male van dietro l'uno all'altro, e s'alternano, come le
lucide ore e le ore brune, a tondo danzanti nel cielo della greca
mitologia.--E che più? Vien tempo che anche il dolore si trasmuta per
noi in ricordanza di soavità, in malinconico piacere; comechè abbiamo
in noi stessi quasi sempre un rimedio alle sventure in quella forza di
vita che, per non so qual sublime mistero, nutre insieme al dolore gli
affetti che lo vincono e lo fanno, direi quasi, necessario.
L'educazion del dolore suscita la virtù di combattere; perchè nel
combattere è la vita.
Damiano, a quel tempo, vedevasi dinanzi la bella prospettiva
dell'avvenire, come un cielo senza nubi, e contento dell'ignota ma
onesta sua sorte d'allora, non pensava più alle angoscie passate, alla
speranza un giorno sì cara e pur cagione di disinganni e di miseria.
Ormai, l'unico suo voto era quello di rendere più sereni e più quieti
i giorni che restavano da compire alla madre sua, circondandola
d'attente e confortevoli cure, procacciando a lei e alla Stella, ove
il potesse appena, quel poco agio che basta a render paghe e felici le
anime buone vissute a lungo nell'aria della povertà. Le abitudini
dell'assiduo lavoro e dello scarso bisogno gli avevan concesso di
poter già mettere a parte alcune centinaja di lire, le quali confidava
a mano a mano al vecchio signor Lorenzo, ch'era sempre l'unico suo
consigliere e amico: onde riusciva, col picciol frutto che aveva
cominciato a cavarne, a far qualche regaluccio alla Stella e alla
mamma; ed era felice della loro gioja, della loro sorpresa.
Quando il principale gli dava libertà, soleva con uno o due degli
artigiani suoi compagni andarne a diporto fuori della città,
camminando per molte miglia, discorrendo all'avventata di tutto quanto
gli venisse nell'anima, contento anche troppo, se in que' poveri
giovani della sua età, fratelli suoi di fatica, avesse trovato alcuno
che rispondesse alle idee non del tutto chiare, ma pur sentite e
vagheggiate dal suo caldo pensiero; sia ch'egli parlasse dell'arte
sua; sia che, levandosi quasi senza saperlo a più alte cose, tentasse
d'esprimere alla meglio la semplice e generosa fede del suo cuore, e
quella naturale persuasione di bontà e di giustizia che lo portavano
ad amare così forte tutto ciò ch'era bello, tutto ciò ch'era buono.
Talvolta ancora si conduceva tutto solo fino all'umile stanza di
Lorenzo. E il vecchio soldato, che, col tornar della bella stagione,
si sentiva tornar la salute, il buon umore e la sua antica baldanza,
lo vedeva così volentieri, e pregavalo che venisse a tenergli un po'
di compagnia nella sua solita passeggiata. E pigliavano insieme verso
a que' luoghi e per quelle stesse vie, fatte e rifatte tant'anni prima
da lui e da Vittore, ricordandosi fra loro delle famose guerre
d'Italia, di Spagna e di Russia, portando ancora la mano al cappello
nel pronunziare il nome di Napoleone, e bestemmiando per aver campato
dopo di lui.
Fermavasi per via, e appoggiandosi al bastone, il veterano parlava al
figlio del suo fratello d'armi; parlava del gran cuore e della povertà
di quel brav'uomo; poi passava a dir del suo paese, di tanti
spergiuri, di tante infamie, di tanti tradimenti. Allora pareva
rifarsi, qual era stato trent'anni prima, il fiero giacobino, il
soldato patriota. E poi, al tornar del 5 maggio, ch'era pur
l'anniversario della morte di Vittore, andavano silenziosi fino al
cimitero del Gentilino. Lorenzo, all'occhiello del vecchio pastrano,
aveva messo in quel dì un nuovo nastrino rancio e verde, nè diceva
sillaba per tutta la strada; ma teneva gli occhi a terra, e il bastone
sotto il braccio. E Damiano, venendogli a lato, provava allora una
compassione, un dolore nell'anima, al veder cadere una lagrima dalle
pupille del veterano su quella croce che portava il nome oscuro d'un
eroe.
Così passando la sua onesta e operosa vita, nè più temendo per sua
sorella, dopo quell'ultima spiegazione, esplicita abbastanza, che
aveva avuto coll'Omobono, il nostro giovine, come tutti fanno quando
ben cammina il presente, creava i più bei disegni per il futuro; nè
scorgeva la tempesta che già s'adunava sopra di lui.
Era una domenica di luglio, non più di una settimana dopo l'incontro
fatto di quel suo nemico; e in compagnia appunto del vecchio Lorenzo e
di un altro giovinetto artigiano, col quale cominciava ad usare
amicamente, aveva pensato fare un po' di festa, andando a merendar con
loro fuor della porta Ticinese, in quella vecchia osteria che la
tradizione del popolo ha destinata a luogo prediletto di gran ritrovo,
in certe epoche dell'anno, e singolarmente nella festa di san
Cristoforo.
Fuor dell'Arco ticinese, che il nostro Lorenzo s'ostinava, come
sappiamo, a chiamar porta Marengo, seguendo la ripa del _Naviglio
grande_ e quella lunga costiera fiancheggiata di case e di tettoje,
vedi in mezzo a un pittoresco gruppo di casali, detti la Cascina
Campagnuola, l'antica chiesa di san Cristoforo. Fu dedicata, fin dal
trecento, per voto de' buoni Milanesi dopo una fiera peste; e d'allora
in poi, ogni anno, nell'ultima domenica di luglio, è costume
dell'allegro popolo, divoto delle sue feste e buontempone, d'accorrere
a venerare il santo gigante, e a finir la bella giornata nella vicina
osteria della _Samaritana_, vecchia quasi al par della chiesa, e sulle
aje e ne' prati che la circondano. È una delle poche feste popolari
che ancora durano ab antico. E in quel dì puoi colà studiare e
conoscere, qual è veramente, il popolo della vecchia Milano, colla sua
romorosa ilarità, colla sua balda e franca bonomia, che di solito non
invidia a nessuno dove faccia il buon pro, e canti, e non pensi al
domani, sempre contento, sempre lo stesso. Dico, di solito, perchè ci
sono de' giorni in cui è tutt'altro da quel che pare... e sente ancora
il suo sangue antico.
La chiesa sorge in mezzo a un verde pratello, ombreggiata d'alberi
secolari, fra i quali spunta l'acuto e gotico campanile; sulla doppia
facciata, tra gli acuti archi e i pilastri, s'indovinano ancora le
reliquie di vecchie dipinture, e la croce rossa in campo bianco della
nostra antica repubblica, il biscione de' Visconti, e un altro stemma,
che si vuole esser quello dell'abate di san Vincenzo in Prato; a
fianco della porta maggiore appar tuttavia, quantunque sbiadita e
mezzo coperta dall'intonaco più recente, la gran figura di san
Cristoforo, col Bambino sur una spalla e nella destra il bordone del
viandante, come sempre il dipinse la volgar tradizione.
In quel giorno, le due strade correnti lungo il canale, dalla porta
Ticinese fino alla cascina Campagnuola, formicolavano d'una confusa
moltitudine che andava e veniva, a schiere, a brigate, a famiglie
intere: anche per il canale andavano e venivano continuamente
parecchie barche, tirate da magri ronzoni, stracariche di tanta gente,
che ogni poco minacciavano d'affondare. Que' che tornavan per acqua
cantavano allegri a piena gola, e mettendo certi strilli sonori,
significavano anche troppo la gioja della passata festa: i passeggieri
delle due rive rispondevano a quelle canzoni, a que' gridori, e
sventolavan frondi e banderuole, in segno di riconoscimento e di
saluto; uomini, donne e fanciulli chiamavansi a nome di qua, di là,
per ogni parte; salutavansi con tali sode dimostrazioni di fratellanza
che facevano strillar le zitelle, bestemmiar gl'innamorati: e ad ogni
biroccio, ad ogni carretta incontrata, era un far cerchio alla gente
che su vi stava accalcata, un ripetere i canti, un ricominciar le
grida trionfali e matte.
Nella piccola osteria poi, era un andirivieni, un tramestìo, una
gazzarra di casa del diavolo; piene la cucina, le stanze terrene e il
pian di sopra; intorno a lunghi deschi, alle rozze tavolaccie, su'
panconi malfermi stavano a giuocare, a trincare, a urlar di gioja
bande d'amici, di conoscenti, di compagnoni, tutti artigiani, garzoni,
bottegai, braccianti, la più numerosa, la più disgraziata parte del
popolo; i quali, per lo più, altro sollievo non trovano alla dura vita
di sei giorni fuorchè di dimenticare il settimo fra mezzine e fiaschi,
lontan dalle donne, da' figli e da' vecchi loro. Sedute sulle ripe e
sparse per la campagna, nel dintorno della chiesa, avresti veduto le
famiglie de' buoni borghigiani, le men povere e le più contente
ch'eran venute alla festa del santo, cavar fuori de' canestri le loro
provviste, e far qua e là, con una allegriona da non credere, il loro
desinarino sull'erba. Era una scena tutta italiana, vivace,
tumultuosa, degna che qualche pennello de' nostri giovani artisti la
sapesse ritrarre; e parevan come la voce di questa scena il suonare a
vespro delle campane, e il canto de' salmi ripercosso dalle vôlte
della chiesuola affollata, e diffuso in lontananza per l'aria
tranquilla; mentre vedevasi scendere il dorato riflesso del sole
cadente sull'accolta moltitudine, sulle antiche mura del tempio, e sul
vicino prospetto della città, come un lungo e malinconico saluto.
Nel giardinetto dell'osteria, sedevano a un deschetto, un po' lontani
dal maggior chiasso e dalla folla de' bevitori, il nostro Lorenzo,
Damiano e Giovanni, l'allegro compagno della fabbrica ch'era venuto
con loro. Tra tutti e tre avevano rosicchiato una magra pollastrina
arrosto, inaffiandola d'un buon boccale di bianco; e già pagato lo
scotto, stavano chetamente cianciando fra loro, senza dar mente agli
strilli, agli scambietti, alla filosofia tirata in iscena dagli altri,
non pochi de' quali erano già in cimberli e, camminando a sbilenco,
non sapevano più trovar l'uscita dal giardino dell'osteria.
Il signor Lorenzo, ch'era in vena quel dì, si piaceva in mezzo a
quello strepito popolare, e cominciava a parlar con foga più pronta,
più franca delle sue idee favorite. Ma Damiano, che fino allora era
stato anch'esso più gajo del consueto, non rideva più, e stava fiso e
pensieroso guardando l'antico soldato; mentre Giovanni, a ogni poco,
usciva fuori a mezza voce con una canzone di fresco insegnatagli dalla
sua bella amorosa.
Damiano non rideva più, dacchè s'accorse d'uno sciancato, ladra figura
d'accattone, il quale s'era appostato all'angolo della tavola stessa,
ov'egli sedeva cogli amici. Costui, lestamente zoppicando sulla sua
stampella, aveva camminato fin là, sempre dietro a' passi loro, e
facendo vista di non trovare altro luogo s'era colà messo; poi, fatto
recare del miglior vino, vuotava bicchier sopra bicchiere, e di tanto
in tanto lanciava uno sguardo di traverso a Damiano, con aria
provocatrice.
Di lì a poco, furon vedute accostarsi a quella tavola due altre
persone, le quali scambiarono prima fra loro qualche sommessa parola,
poi un'occhiata col pitocco; e costui si tirò più vicino a Damiano,
per lasciar luogo a' nuovi venuti.
Intanto, fra la gente stipata nell'osteria, e precisamente dietro un
finestrone della cucina, un tale s'appostava, a cui sopratutto premeva
di non esser notato, ma che seguiva, coll'impazienza negli atti e
negli sguardi, la scena che stava per succedere in quel canto del
giardino. E di là in effetto poteva vederne abbastanza, perchè la
siepe di pruni, che separava l'orto dal cortiletto, era sfrondata e
rotta in più d'un luogo.
--Ascoltate i miei giovani: diceva a voce alta il buon veterano, che
in quella lieta giornata sentivasi, dopo il tedio di tanti mesi,
ringalluzzare: Vedete! se tutti quelli che sono qui avessero capo e
cuore, come voi due che, per dirla com'è, tenete un po' a quel
ch'eravamo noi, vostro padre, o Damiano, ed io a' nostri bei tempi...
oh! allora si potrebbe far qualcosa di meglio che non vuotar fiaschi,
o cantar vespero, in onore e gloria del santo dal buon viaggio!
--Non parlate così forte, signor Lorenzo! l'interruppe Damiano,
perchè, in pubblico, non si sa mai che razza di bracchi ci fiutino
attorno.
--Eh! che m'importa a me? Tanto meglio! io per me, quel ch'ho nel
cuore l'ho sulla lingua; la mia franca ragione l'ho detta sempre, in
viso a tutti. E non son io, se...
--Bravo, signor Lorenzo! gridò l'ardito Giovanni: E così facessero
tutti!...
--So quel che dico, io: ripeteva Damiano.
--Tu sei un buon giovine; anzi, sei un uomo! tornò da capo il
veterano. Ma non hai veduto quello ch'ho veduto io!... E perchè gli
uomini, in certi tempi, son come le pecore, tu vai dietro al vezzo
degli altri, e non ti senti il coraggio di dir forte quel che
pensi.... Lo so bene anch'io, che c'è de' traditori, de' rinnegati, e
peggio. E non ho forse visto io andar tutto alla _cà de' cani_, per
causa di que' maladetti che han saputo dar a bere alla povera
gente?....
--Pure, non potè tenersi d'osservare Damiano, è meglio far che
parlare!
--Oh sì! benedetto te: ripigliò il vecchio: questa è la prima legge!
Ma, chi svigna, o sta a covar l'uova, come si dice da noi, appena
venga un buffo di traverso, cosa volete che faccia?... Lui,
quell'ometto che faceva ballar il mondo sulle dita, non ha voluto
saper che una cosa: _Avanti!_ l'ho sentito io, le cento volte,
gridare: _Avanti, miei Italiani!_ E noi, avanti! sarà quel ch'ha da
essere... e l'Europa era nostra. Ma, vedete, finchè egli camminò con
noi, che sapevamo la sua strada, ha fatto quel ch'aveva a fare; poi,
quando ha voluto impancarsi anche lui sopra un trono, e venire a patto
coi tuppè, addio bel tempo!... Eh! fu pur troppo così!
--Caro signor Lorenzo, avrete ragione, ma, per carità, non dite di
più: insistè Damiano.
--Oh, sta a vedere!...
--C'è della gente che cerca rogna....
--Sta bene! chi cerca trova. Credete ch'io abbia paura di qualcuno,
io?
--E noi pure, disse Giovanni, siam qui pronti a dar di buona moneta a
chi vuole; a ognuno il suo!
--Sì! gridò ancora Lorenzo: A ognuno il suo! Voi, buona gente, vi
contentate di pane e di preti!... e venite qui a far baldoria, senza
pensare all'jeri nè al domani; e non sentite, non pensate nemmanco a
quel che potrebber fare i poveri diavoli; e se c'è un rinnegato che vi
bestemmii le sue imposture, voi tremate! voi non sapete, no, piantar
questo nel cuore d'una spia!...
E così dicendo, l'audace vecchio, afferrando un coltello che gli venne
tra mano, ne ficcò d'un colpo la lama nelle tarlate assi del desco.
In quel momento, lo sciancato, ch'era lì coll'orecchio teso, senza
perdere sillaba di quel dialogo, alzatosi di botto, cacciossi in mezzo
tra Damiano e il vecchio soldato, e martellando sulla tavola colla sua
stampella, gridò:--Chi è l'infame che insulta i galantuomini col nome
di spia?
Con lui saltarono su gli altri due, che fino allora non s'erano
occupati che di tracannar bicchieri, squadrando in cagnesco i vicini,
senza però far nessuna parola. Appena Damiano li vide alzarsi e venir
verso di lui con un'aria d'insulto e braveria, comprese ch'era cosa
concertata, e che quelle faccie proibite volevano a ogni costo
attaccar briga: pur non sapeva che pensarne, non ricordandosi d'aver
mai veduto nessun di coloro.
Il primo che si fece innanzi, dal volto ulivastro, dai grigi
mustacchi, schizzando furore dal solo occhio che gli restava, era
armato d'un grosso bastone; e calcatosi in testa il cappello, stese la
manca fin quasi a toccare il viso di Damiano. Intanto il compagno, che
pareva un facchino vestito dal dì delle feste, abbrancò di lancio il
braccio di Giovanni, che s'era vôlto per veder che fosse. L'uno, come
forse l'indovina il lettore, era quel tristo del Martigny, il maestro
di scherma, che, uso a garbugli e a risse, aveva preso sopra di sè
d'aggiustar con Damiano le partite dell'Illustrissimo e quelle ancora
del cavalier Lodovico. Il compagno era un furfante, postogli a'
fianchi per conto suo, dallo stesso signor Omobono.
E costui appunto, tanto gli stava sul cuore la vendetta, era venuto in
compagnia a quella festa, senza che nessuno il sapesse. L'uomo che da
una finestra della cucina aguzzava gli occhi per vedere come andasse a
finire la cosa, era lui.