In un'angusta e solitaria cameretta dell'antica canonica di san ***,
passava intanto i suoi dì, nel silenzio e nel raccoglimento de' sacri
studj, Celso il minor fratello di Damiano, sotto la rigida, mortifera
disciplina del padre Apollinare, suo protettore e maestro. Già abbiam
veduto come quest'uomo, in una certa sfera dell'alta società, fosse
riverito e potente. L'ex-frate, poichè egli era tale, sebben da tutti
per segno di rispetto fosse ancora chiamato Padre, era venuto da
parecchi anni a Milano; ma nessuno sapeva lo scopo della lunga stanza
ch'egli vi aveva tenuto. Non era mai stato per certo un luminare della
sua congregazione; ma, con una cotale austerità di frasi, col gelido
costume, e con una specie di ascetica indifferenza alle cose del
mondo, egli copriva forse alti e misteriosi fini. Da gran tempo
cercava un'umile e mansueta creatura, della quale potesse foggiar
l'animo a suo talento, e sperava d'averla rinvenuta in Celso.
Il buon chierico, aveva passato non breve stagione nell'assidua
ubbidienza ad ogni benchè menomo volere del padre Apollinare, ch'egli
chiamava suo benefattore; non movendo passo fuor di casa, non
distaccandosi mai dai polverosi in-folio che il superiore gli faceva
digerire l'uno appresso l'altro; non osando neppur chiedere di
visitare la sua famiglia: e non si faceva lecito tampoco d'andarne a
leggere l'ufficio della Madonna nell'attigua chiesa, senza la
permissione del Padre.
Amava lo studio, amava la pace del meditare; e avendo di buon'ora
raccolte le forze della mente e del cuore nella contemplazione delle
sacre dottrine, seppe fare di questo studio l'unica contentezza della
sua vita, il suo fine. Alla mattina, dopo le funzioni della chiesa
vicina, alla quale soleva accompagnare il Padre, per servirgli la
messa e attenderlo poi nella sacrestia, se ne tornava a casa con lui;
e intanto che il superiore, nel damascato seggiolone a fianco del
camminetto, sorbiva lentamente il cioccolatte, egli, seduto dall'altro
canto, gli faceva ad alta voce lettura dell'ultimo quaderno della
_Voce della Verità_, ovvero delle _Memorie di religione e di morale_,
che il Padre a quando a quando interrompeva con qualche pio commento,
fra l'una e l'altra fetterella di pane abbrustolato. Poi Celso
ritiravasi nel suo camerino, dove una vecchia fantesca gli recava una
scarsa zuppetta di brodo annacquato, solita sua colezione: il povero
abate pensava alla mamma, alla povertà di casa sua; e quel magro cibo
gli tornava abbastanza saporoso. Si metteva a studiare, e studiava
colla quieta delizia dell'anime timide e buone; finchè non tornasse al
suo ritiro la vecchia arcigna, per chiamarlo nel salotto. Il Padre gli
regalava allora, per mezz'ora buona, una filatessa di consigli e
d'avvertimenti morali, sfoggiando di tanto in tanto la quintessenza
della sua dottrina teologica, che allo studioso abate, benchè non
osasse pur confidarlo all'aria e quasi ne sentisse rimorso, non era
mai sembrata gran cosa. Per tal guisa l'ex frate soggiogava a poco a
poco quell'anima sì tenera del dovere. I molteplici affari, de' quali
il Padre era centro, lo obbligavano ad una estesa e vigile
corrispondenza, alla quale ormai non poteva più bastare da solo. Far
venire un compagno sarebbe stato il meglio; ma la cosa nè era facile,
nè prudente; e poi il Padre non voleva socii, non voleva riscontri. Fu
per questo ch'egli aveva deciso di allevare sotto agli occhi proprj e
formarsi, per dir così, una creatura, che fosse come cosa sua,
attaccata al suo volere, di null'altro curante, sottomessa, muta. E
questa fortuna era toccata al buon abate Celso.
Finita la cotidiana spirituale conferenza, il Padre, a un'ora dopo
mezzodì, permetteva al suo alunno di tenergli compagnia al desinare; e
allora, se pur nol vincesse qualche grave preoccupazione, si piaceva
di spogliar la sua scorza austera; allora parlava anche, ma sempre con
cauto riserbo, di cose mondane e di cittadini pettegolezzi, a' quali
soleva pigliar parte, berteggiando a suo modo, anche la vecchia
Dorotea che li serviva. Celso di tempo in tempo metteva egli pure
qualche timida parola; ma ogni volta, appena desse ragione al Padre,
la serva padrona gli saltava quasi al viso; e dove all'incontro,
ch'era di rado, si fosse posto dalla parte di questa, l'ex-frate lo
mangiava cogli occhi, strozzandogli in gola gli scarsi bocconi.
Bevuto il caffè, fatto un po' di chilo e un sonnellino, il Padre
usciva. E di solito non tornava più a casa fino ad una cert'ora, senza
che si riuscisse a sapere nè dove, nè che mai avesse a fare. L'abate
intanto saliva al suo stanzino, a' fedeli volumi latini, alle
solitarie meditazioni. Verso il tramonto, lo si vedeva attraversare,
colle braccia raccolte al petto e gli occhi a terra, l'erboso cortile
della canonica; entrar nella chiesa per la porta della sagrestia; e
colà, nell'ombra del coro presso l'altare deserto, leggere e pregare
fino a quando, data la benedizione della sera, la chiesa rimanesse
deserta dagli ultimi fedeli. L'anima di Celso in quelle ore poteva
sollevarsi al cielo; pregava per i suoi; domandava al Signore la
grazia di camminare per la diritta via, e gli offeriva l'olocausto
della sua giovinezza e l'incenso della sua fede.
Anche in questa rigida e monotona vita, Celso sperava e amava; ma nel
tempo stesso provava una stanchezza, una malinconia che non di rado
mutavansi in dubitanza e terrore. Era l'alito di quell'uomo che aveva
cominciato a penetrare il suo spirito; era quell'alito che lo
anneghittiva, senza quasi ch'egli lo sapesse. La vera e santa parola
della religione non inaridisce i cuori; ma li tempra soavemente al
bene; non è parola d'ira e di vendetta, ma di perdono e d'amore.
Celso aveva sortita un'anima sensitiva in un corpo gracile e delicato;
e però quella cieca e paurosa dottrina, che insensibilmente gli veniva
stillata in cuore dall'ex-frate, gli avvelenava quasi ogni fidanza del
bene, e lo prostrava in lunghe e dolorose incertezze. Pensando al
passato, la sua mente tornava limpida e sicura; egli sentiva più forte
il bisogno d'amare coloro che vivevano e pativano con lui; venerava la
memoria di sua madre, non aveva altro desiderio che di vedere i suoi
cari, di vivere con loro.
Ma poi, appena udisse la voce del superiore, chinava il capo, adempiva
il più piccolo suo cenno; e quasi sempre si pentiva de' pensieri che
aveva avuto. Se usciva di casa, camminava timido, rasente la muraglia,
raccolto nella breve sua cappa, il viso affilato, pallido sì ma dolce,
le labbra smorte e sottili, la testa inchina: avresti detto che
volesse fuggir frammezzo alla gente; e sovente faceva sorridere il
passeggiero. Ma più d'uno guardandolo, con un segreto senso di
compassione, usciva a dire:--Quel povero abatino non vuole arrivar a
tempo a dir messa!
Così, per mancanza d'alimento, la sua oscura vita pareva consumarsi
nel silenzio, come la lampana dimenticata nell'angolo d'una chiesa
deserta.
Il vecchio orologio a pendolo, che spiccava sulla tavola del
camminetto, nel salottino dell'ex frate, aveva già battute le sei del
dopo pranzo; e contro l'usato il Padre tardava a rientrare in casa. La
Dorotea, nella cucina a terreno, seduta presso la finestra, e
inforcati gli occhiali sul naso, stava sgusciando semi di popone in un
piattello; pareva che intanto biascicasse giaculatorie, ma in vero
brontolava per la tardanza del padrone. E l'abate Celso s'era fermato
nel salottino, aspettandolo, come credeva dover suo.
Seduto in un angolo, egli teneva fra mano un libretto, col quale aveva
fatto da poco tempo conoscenza, e per caso, avendolo ritrovato mentre
frugava nella libreria del Padre. Quella lettura, da principio,
l'aveva turbato e commosso non poco nelle sue umili convinzioni,
mettendo dentro di lui per la prima volta alle prese la ragione e il
sentimento: e gli s'era accesa in cuore una fiamma, che facilmente
poteva in breve distruggere la semenza sparsa per quasi due anni dalla
rigida e gretta parola del Padre. Leggeva, e cadevagli intanto qualche
lagrima; una vasta e sconosciuta regione parevagli che s'aprisse
dinanzi al suo intelletto. Quel libro era un'antica edizione de'
_Pensieri del Pascal_.
La vecchia Dorotea, la quale, fin dal principio, quando s'accorse che
l'abatino non volle prendere da lei l'imbeccata, come le sarebbe
tornato acconcio, non parlavagli mai, se non per mortificarlo o dirgli
villania, quel dì, punta dalla voglia di saper come e perchè mai il
padrone non fosse tornato ancora, entrò nella saletta, col pretesto di
metter ordine a qualche cosa; e cominciò a stuzzicar con mezze parole
il giovine Celso, il quale, sprofondato nella sua lettura, non le
badava punto nè poco.
La saletta era quadrata e bassa, ma dipinta a scompartimenti con
ghirlandette intrecciate di grappoli, sparse d'uccelletti e di
conchiglie; alcuni quadroni vecchi e foschi, in nere tarlate cornici,
la ornavano, dopo aver marcito per due secoli nel refettorio di
qualche convento. Alle due finestre pendevano tende di percallo, di
bianche fatte giallognole, che già ragnavano; sul pavimento un tappeto
altra volta verde; in faccia al cammino un elegante canapè di mogano,
coperto d'un bel trapunto a vivi colori, mobile degno del gabinetto
d'una damina. Sulla sponda del camminetto, a lato della specchiera,
pendevano quadretti di santini e madonne, ricamate sulla seta da
nobili e divote mani; poi un mucchietto di libercoli ascetici, di
manuali, il rituale e il breviario. V'eran pure qua e là su' tavolini,
e per le scansie cento cosette d'arte, che mostravano la pretensione
dell'ex-frate ad esser tenuto un buongustajo, statuìne di cera e di
porcellana, vasi o canestri d'alabastro con frutti e fiori, galanterie
d'oro falso; ricordi e doni votivi d'illustri coscienze.
Sorgeva sullo scrittojo una formidabile falange di latini in-folio,
legati in pergamena, che quantunque non tocchi da anni, dovevan dare
a' visitatori sommo concetto della sapienza teologica del Padre. Sotto
un gran Crocifisso sculto in legno di bosso, che pendeva dalla parete
tra la finestra e il camminetto, vedevasi l'inginocchiatojo; e presso
a quello un comodo seggiolone coperto di rascia rossa: era là che
alcuni peccatori titolati, ammessi all'intimità del Padre, venivano a
prostrarsi in certi giorni a' piedi suoi.
Dall'altra lato sorgeva la libreria riservata, chiusa da ondate
vetriere allo sguardo de' profani; e là dentro, in un cantuccio
particolare e segreto a tutti, andava a seppellirsi il carteggio
epistolare del Padre, e tutto ciò che potesse in qualche modo metterlo
sott'occhio a persone delle quali a lui non tornava acconcio destar la
vigilanza. Un altro scaffale rozzo e aperto, ingombro da cima a fondo
di vecchi volumi teologici, ascetici, stava nella piccola anticamera:
ed era quella la biblioteca a cui il Padre consentiva che ricorresse
il giovine abate, nel primo entusiasmo dello studiare che in que'
giorni lo rapiva da ogni altro pensiero della vita.
Intanto, la Dorotea masticava il suo mal umore, veggendo che don Celso
non s'era pure accorto della venuta di lei: quando, a un tratto,
nell'altra stanza s'udì un suono di campanello, prima leggiero, poi
ripetuto, alla porticina dell'appartamento. S'accorse di subito la
vecchia che non era il solito tocco del suo padrone; pur non riusciva
a indovinare chi potesse mai venire a quell'ora. E si volse, per
correre a vedere. Ma il passo della Dorotea non era così pronto come
l'impazienza di quella persona: onde, innanzi ch'ella avesse
attraversata l'anticamera e schiusa la gratellina della porta a spiar
chi fosse, s'udì scampanellare un'altra volta.
--Che tu sia mal.... Misericordia! mi fa dire una bestemmia.--E
intanto, tirando la stanghetta del chiavistello, schiuse a spiraglio
la porta, e intravvide una giovinetta, che in modesto atto, anzi
timoroso, chinata la faccia, stava esitante, senza farsi innanzi e
senza parlare.
--Chi siete? cosa volete, a quest'ora?...
--Ah se sapesse!... scusi, sappia....
--Che scuse? chi siete?... ripete più risentita la vecchia, mettendo
un pugno sull'anca.
--Forse non mi conosce più; sono la sorella dell'abate Celso.... ho
bisogno, sul momento, di dirgli una parola.
--Sorella?... sul momento?... Che sorella?
--Si tratta d'una gran cosa.... Per amor del cielo! mi lasci venire
innanzi.
--Mo, siete bella! sono obbligata a conoscervi io? a quest'ora non si
va per le case....
--Oh! non mi faccia piangere.... è per la povera mamma, è per il
nostro Damiano!...
--Andate via, vi dico; il Padre non c'è; e queste son ore illecite....
e non si parla con nessuno.
Se non che il giovine abate, per codesto diverbio distolto un istante
dal meditare sul severo volume, alzando il capo, riconobbe la voce di
sua sorella: e correva verso di lei nell'altra stanza:--Mia buona
Stella, sei tu? perchè vieni qui, tu, così sola?...
Ma non ebbe finito di dire, che mentre la fanciulla affannosa
s'avanzava verso di lui, nel vano della porta rimasta aperta, videsi
comparire, all'incerto lume del crepuscolo che rifletteva sul
pianerottolo, la negra e inquisitoria figura del padre Apollinare.