Ma in mezzo a giorni così utili, così buoni, così lieti, la nostra
famigliuola era stata un poco conturbata da due avvenimenti, i quali
parevan di poco conto, nulla avendo di straordinario, e che invece
furono gli anelli a cui doveva riannodarsi la catena delle disgrazie
che l'aspettavano ancora.
Un giorno, Damiano passava dalla fabbrica allo studio terreno del
signor Natale, situato all'opposta parte del cortile, recando seco il
libro giornale delle fatture, com'era la pratica, affinchè il
principale lo rivedesse, innanzi di pagar le mercedi agli artigiani.
Appena messa la mano sulla maniglia della porta, gli vennero
all'orecchio due voci alterate e violente: una era quella del signor
Natale; l'altra voce, aspra, imperiosa non parvegli nuova; ma non
sapeva ricordarsi dove l'avesse udita la prima volta. Egli stava per
ritrarsi, allorchè il principale, accortosi d'alcuno che
veniva:--Signor Damiano, gli disse, siete voi? fatevi pure innanzi, ho
a parlarvi.
Il giovine entrò; e alzando gli occhi sulla persona che stava rimpetto
al suo principale con albagìa e disprezzo, si sentì rimescolar tutto
il sangue, e un rossore improvviso corrergli al volto, e una nebbia
coprirgli la vista. Si fermò, fece forza a sè medesimo per contenersi
e tacere: aveva già compreso che quel signore stava dibattendo col
padrone, per ritardargli forse d'un altr'anno il pagamento di costose
commissioni d'arredi e forniture, per le quali da gran tempo era suo
debitore. Ma quando lo sguardo di questo signore s'incontrò nello
sguardo di Damiano, la parola gli fu tronca sul labbro; la lunga
polizza che teneva in mano spiegata gli sfuggì dalle dita, e
involontariamente abbassando gli occhi dinanzi al lampo d'ira che
fiammeggiò in quelli di Damiano, divenne bianco come un panno lavato.
Le parole altere che stava per dire al negoziante finirono smozzicate
in un garbuglio di frasi che non volevano significar nulla.
--Che c'è di nuovo, signor mio? disse il negoziante, strabiliando, nè
sapendo come spiegare quell'improvviso mutamento di tuono, quella
sprezzante signoril pretensione caduta di botto al sorgiungere di un
testimonio.
--Nulla, nulla, nulla: balbettò quel signore: non fo per dire....
stava pensando.... credeva.... anzi non dubitate.... pagherò
subito.... venite voi stesso, ma voi, sapete, entro domani.... anche
quest'oggi, se volete, a casa mia.... e vi saranno puntualmente
sborsate le milleduecento lire....
--Quando parla così, ha ragione, signore! riprese il negoziante: mi
scusi, veda, mi scusi un po', se ho dimenticati i riguardi; vede bene,
noi contiamo sui crediti grossi; sono i nostri capitali. Ma le ripeto,
mi perdoni; e se mai non le tornasse comodo così subito, aspetterò
qualche giorno ancora.
--No, no, venite pure domani.... vi aspetto e vi saluto.--E come si
trovasse in aria non respirabile, ansante, trasudato, si tirò indietro
fino alla porta, che pareva quasi gli mancasser sotto le gambe.
Damiano crollò il capo in atto di compassione; tutto lo sdegno, che
alla prima gli avea gonfiato il cuore, svanì; e pensando all'anima
vilissima di colui che fuggiva spaurato da una sola sua occhiata,
volle risparmiargli maggior vergogna, e non rispose al suo principale
che, non sapendo capir nulla, gli domandò se conoscesse quel signore.
Era colui il cavalier Lodovico, quel giovinastro che un anno prima
aveva creduto di poter facilmente tirare a male la sorella di Damiano.
Egli era divenuto marito scioperato ed elegante; nella sua casa,
addobbata come impone la barocca arte rediviva del seicento, passava
per un de' tipi dell'uomo di moda. Dopo il suo matrimonio e i viaggi e
la cresciuta boria e l'eredità del titolo e del censo paterno, il
cavalier Lodovico non aveva più riveduto il giovine che un giorno, in
casa sua, non temè di gittargli una sfida e di chiamarlo assassino.
Forse più non pensava a quella insipida avventura. Ma il trovarsi,
allorchè meno s'attendeva, al cospetto d'un uomo ch'egli doveva odiare
più di qualunque altro, comechè il suo cuor di coniglio gli togliesse
di guardarlo in faccia due volte; il pensar che colui poteva, quando
che fosse, rovesciarlo dal piedestallo su cui con tanta pena erasi
arrampicato, bastò a fargli quella mattina lo strano effetto che
vedemmo.
Al punto d'uscire, il cavaliere per mala sorte inciampò, e barcollando
volse indietro uno sguardo, quasi per cercar chi l'ajutasse a tenersi
in piè: il signor Natale, buon uomo, s'alzò e a lui corse, temendo non
cadesse per male improvviso; se non che Damiano, il qual sapeva il
vero male di lui, stese il braccio e trattenne il negoziante,
lanciando in quella al signor cavaliere una fredda occhiata. E con un
sogghigno di più fredda ironia: --Lasci pure, disse, signor Natale,
non s'incomodi; il signor cavaliere ha messo un piede in fallo!
Egli se n'andò; ma nel suo petto bolliva l'odio, e come tutti i vili,
da quel dì cominciò a pensare di tirar sicura e nascosta vendetta di
quella umiliazione.
Damiano ebbe il cuore di non ispiegare qual fosse il segreto di
siffatto incontro al principale, che, sospettando qualche cosa,
ripeteva le inchieste; nè la sera, quando tornò a casa, ne fiatò co'
suoi, quantunque la sola vista di quell'uomo avesse rinfrescata nel
fondo del suo animo la vecchia ruggine e il primo dolore di un insulto
non rincacciato in gola a chi lo fece. Egli, in faccia a quell'uomo
sentì per un minuto la gioja d'averlo quasi fatto sprofondar nella
vergogna con un'occhiata, con un sogghigno; ma, passata codesta fiera
voluttà d'un istante, la memoria del passato prese a tormentarlo, e ne
fu per più giorni travagliato.
Non era corsa più d'una settimana da quell'incontro di mal augurio,
quando un dì, poco prima dell'imbrunire, partendosi dal negozio
innanzi la solita ora, e sboccando nella piazza Fontana all'angolo
della casa, ove continuava a dimorar la famiglia, gli parve vedere
svoltar nel portone un'altra persona, colla quale da lungo tempo non
s'era incontrato. Era colui ch'egli riguardava a ragione come l'autore
di tutto il male ch'era toccato a' suoi, l'unica persona forse, per la
quale egli si fosse sentito capace d'odio; in una parola, il signor
Omobono.
Al solo vederlo, una folla di pensieri gli occupò la mente; il cuore
gli battè più rapido: e raddoppiò il passo dietro a lui. Aveva subito
indovinato che quell'uom tristo, cogliendo la congiuntura della sua
assenza, non aveva temuto di ritornare in casa sua; pieno di sospetto
che non fosse la prima volta, e che sua madre, debole troppo, potesse
dar fede ancora alle di lui infamie, cieco dalla rabbia che lo faceva
gelare e sudare a un tempo, gli corse incontro difilato, e lo
raggiunse ch'era già a capo della seconda scala.
Allora gli si piantò dinanzi; e levando il capo arditamente, gli
attraversò il cammino, e:--Cosa viene a far qui, lei? gli disse.
--Vengo pe' fatti miei: rispose colui duramente: vada per i suoi.
--Non mi conosce più, signore?
--Non so chi sia. Mi lasci andare, dico.
--Non sa chi sono?
--So che lei è un temerario.
--Io son quello che v'ha detto, a voi, di non metter piede mai più in
questa casa, se vi premeva il vostro fiato. Vi ricordate?
--Voi siete un matto. Lasciatemi andare o chiamo gente.
--Non chiamerete nessuno; ma darete ascolto a quel che ho a dirvi.
E fattosegli più accosto, gli serrò il braccio con forza convulsiva;
sicchè l'altro, temendo un eccesso, si rivolse pieno di spavento per
veder se alcuno venisse.
Ma Damiano il tenne forte, e squadrandolo da capo a piè, e crollando
il capo, con voce sorda ma pur minacciosa, seguitò:--Noi siamo poveri,
ma non abbiam bisogno di voi, nè di chi vi manda. Noi abbiamo la
nostra onestà, voi mangiate il pane dell'infamia, e siete peggior del
ladro, peggiore fors'anche della spia....
--Guarda che cosa dici! gurgugliò l'altro.
--Il tuo mestiere, io so qual è, o demonio! Ma bada, e tien bene a
mente: io ti tengo d'occhio; e lo giuro, per Dio che ci vede, non
verrai a capo del tuo mal disegno! Se poi ritorni sulle mie scale, le
potresti misurar tutte d'un salto, te lo prometto io....
--Lasciatemi stare!
--Va pure.... ma no, aspetta.--E qui gli diè un altro squasso; onde
colui di pallido si fe' livido, e sentì cadersi il cuore nelle
calcagna.-- Dirai a chi li manda o ti paga, che saprò, se capita,
farlo stare a segno anche lui, come adesso te: che se lui annega
nell'oro e può comperar la giustizia, io mi farò giustizia da me....
Ora va, cane senza denti, birbone dannato!
Queste ultime parole, dette dal giovine con fiera e chiara voce, come
gliele dettò la stizza bestiale che sentiva in quel punto, furono
udite da due pacifici vicini che salivano le scale dietro a loro; e
punsero sì forte quello sciagurato di Omobono, che non volendo far
mostra d'ingollare que' complimenti per verità un po' troppo netti e
ricisi, fece un ultimo sforzo; e divincolandosi dalla stretta di
Damiano, s'arrischiò d'assestargli in risposta, più saldo che potè, un
pugno nelle costole. Ma il giovine gli afferrò colla manca il braccio
in aria, e d'un manrovescio gli stampò sulla faccia le cinque dita
della destra, e aggiunse:--Questo ti suggelli in capo le cose che t'ho
detto, e stieno fra me e te!--L'altro n'ebbe di soverchio, e urlando
per doglia e per rabbia, fece gli scalini a tre, a quattro; sceso più
presto che non fosse poco innanzi salito, nascose la faccia nello
scontrar que' due ch'erano stati a caso testimonii della fine del
dialogo.
Costoro, argomentando forse di che si trattasse, ruppero in una
risata, al vedere colui che se n'andava così sbaldanzito, come il cane
del pagliajo colla coda fra le gambe.
L'incontro del cavaliere Ludovico, e quello del signor Omobono,
bastarono ad avvelenare per alcun tempo la pace in che viveva allora
Damiano. Egli non lasciò, con quel serio ragionare che usava quando un
doloroso pensiero lo rodeva, di ricordare a sua madre le antiche
imprudenze e il nuovo pericolo che correva la Stella; le rammentò il
nome dì suo padre, e finì dicendo:--Dio non abbandona il povero,
quando esso non si vergogna della sua povertà!
Verso quel tempo, eran giunte novelle dall'ultimo confine
dell'Ungheria alla nostra famiglia: una lettera sgorbiata di grossi
uncini e arpioni, in un linguaggio somigliante più al turchesco e al
valacco, che all'italiano, ch'era stata scritta da un dabben sergente
transilvano a nome di Rocco; il quale per la prima volta, dopo lungo
tempo, faceva saper ch'era vivo a' buoni amici suoi.
Diceva loro, in quella lettera, ch'egli era contento, che la memoria
di Damiano e di Stella l'accompagnava sempre in que' paesi luterani,
quando, dì e notte, sotto un cielo color di fango, faceva sentinella
lungo una riva gelata, alla vista delle nevose lande della Russia.
Que' rozzi caratteri commossero Damiano, e fecero piangere un poco
anche Stella e sua madre: egli rispose subito al suo lontano amico;
disse, come potè meglio, il suo affetto a quel cuore ch'era per lui
più che d'amico, più che di fratello; e si arrischiò di mandargli
insieme alla lettera una bella doppia di Genova bene incartocciata,
ch'era il frutto de' suoi risparmi di quell'anno, dicendogli che
l'accettasse per amor suo, poichè tra fratelli tutto ha da esser
comune. Il pensare a quell'anima incomparabile mitigò in que' dì il
mal talento di Damiano, e riconciliandolo con le oneste gioje della
virtù, il ricondusse più alacre e più sereno al quotidiano lavoro
della fabbrica.
Una domenica, poco innanzi sera, il signor Omobono, passata appena una
settimana dal dì che s'era buscata quella brutta lezione che tuttora
gli bruciava la faccia e il cuore, sedeva in compagnia d'un altro, che
il lettore già un poco conosce e non ha forse dimenticato del tutto,
in una di quelle tenebrose botteguccie di tabaccajo, situate vicino
alle porte della città, ne' luoghi poco frequentati, dove gli amici
della pipa e del tresette si danno ritrovo per dimenticare i dì, l'un
dopo l'altro, in fondo ai bicchieri dell'acquavite.
Il signor Omobono parlava sommesso e gesticolava con certa furia; e il
suo ascoltatore, faccia torva, bronzina, con due folte sopracciglia
nere e due grigi mustacchi, seguiva col suo sguardo sinistro e con una
specie di grugnir sordo le parole di lui, accompagnandole col mover
del capo, mentre colle gomita appuntate sul deschetto, batteva a
quando a quando l'un contro l'altro i pugni.
--Dunque m'avete ben capito, signor Martini.... diceva l'Omobono.
--Eh! che mi rompete il timpano con questo vostro signor Martini a
ogni minuto?
--Via! non andate in bestia.
--C'è bisogno di fare il nome alla gente?
--Lo so che non c'è bisogno, e vi domando scusa; ma già, tant'e tanto,
non c'è chi vi possa conoscere; foste una volta il Martini, poi fra
Martino, ora siete il signor Martigny: chi vi può stanar di sotto a
quel vostro bigio pelo, fuor che il diavolo, vostro compare?
Colui fece un ghigno strano di compiacenza, da disgradarne quel suo
compare; e brandendo a mezzo con rapido gesto la grossa canna d'India
armata d'un pome di piombo, se la rigirava di sopra il capo, facendo
mulinello con certa sua braveria, che scompigliò un poco e fe'
bestemmiar fra i denti gli astanti e la bottegaia dal suo banco.
--Badate dunque, ripigliò l'Omobono, di far sì che nessuno sia posto
in compromesso. L'amico, lo conoscete, è un magricciuolo, uno scempio,
che con un buffetto gli fate baciar la terra.
--Tutto va bene; ma, il sapete, che io non m'immischio in nulla, disse
il compagno facendo tonda e grossa la voce, se non ci va
dell'onore....
--È un affar d'onore, ve lo dico io.... un grosso affare....
--So press'a poco--e tornava a parlar sommesso--di che si tratta; e
non la guardo per il sottile. Quanto all'amico, lo conosco un po'
anche lui.... è uno sbarbatello, ma sa il fatto suo; e l'ho veduto io
in certa occasione mostrar, come si dice, il viso a chi si sia....
--Sarà! ma tanto più merita una lezione; è un della canaglia....
--Canaglia? piano; un par mio non l'appicca colla canaglia.... E poi,
vi dico io che colui non ha cuor di piccione, e morde chi l'addenta.
--Il mio committente, quel signore che sapete.... perchè, torno a
dirvelo, io non c'entro per niente in questa storia.... se lo conosco
appena colui! e se anche m'avesse fatto del male non tengo l'osso in
gola io.... Ma, con uno, come quel tale di cui vi parlava, la faccenda
cammina diversamente.... Egli non se la potrebbe pigliare al tu per tu
con simil razza.... e non di manco tiene una vecchia partita da
saldare.... a qualunque costo. Ma lui.... capite? quando paga, paga
bene.
--Questo è il manco! disse il collega scrollando il capo, ma non senza
darsi involontariamente una fregatina di mani. Del rimanente, a voi
tocca a far nascere l'occasione; perchè io, in questa sorte di cose,
non son uso a metter fuoco ai buschi; e per non espormi a' garbugli
del poi, non fo mai il provocatore. Voglio che la faccenda cammini
chiara, come l'acqua fresca.
--Ci penso io, vi ripeto, e non abbiate paura di nulla: figuratevi, se
una persona come voi, un amico, vorrei tirarlo in ballo, senza esser
ben certo che ne venga fuori con onore!... Anche a me, mi preme più
che non crediate. Così noi siamo, come suol dirsi, sicuri come due
principi; e in certi casi, lo sapete, non si ha mai torto; c'è chi
serra un occhio.
--Sta bene. Dunque....
--Dunque, mi rivedrete al più tardi domenica ventura: il luogo vel
farò sapere. Ma, silenzio, per carità, signor Mar....
--E siam tornati al sicutera, corpo del diavolo!--E qui battè sul
deschetto tale un pugno, che turò la bocca al compagno.
--Sia per non detto; un'altra caraffa.... e amici come prima.
--Eh! che del vostro birrone me ne infischio.... è un acquerello che
nemanco vale a rasciacquar le gengìe. Fate portar del buon cognac;
quello sì m'acconcia lo stomaco.
--Bottega! cognac, del buono.
--Subito! belò la padrona dal banco; e uno sciancato mariuolo, uscendo
da un camerotto interno, mise innanzi ai due galantuomini una boccia
impagliata e due nani bicchieri arrovesciati sur un vassojo di peltro;
stappò la boccia, volse i bicchieri, e li colmò del liquore.
--Alla salute di quell'amico!
--Come volete; e alla nostra!
Il signor Omobono, che aveva fatto l'invito, cominciò a bere a
centellini; l'antico maestro di scherma tracannò il bicchiere d'un
fiato, e cogliendo il punto che l'altro mise giù il suo, votò
pacatamente anche quello, come fosse un cordiale. Poi tolse fuori
dalla tasca del lungo pastrano turchino una pipa corta e la borsa del
tabacco, empì il camminello, e accostato il brano di una bisunta dama
di cuori al lumicino ch'era in un canto della buja bottega, accese la
pipa. Assaporando le prime boccate di fumo, si calcò il cappello sugli
occhi, e se n'andò in compagnia del suo degno amico.