Capitolo Secondo

Ma in mezzo a giorni così utili, così buoni, così lieti, la nostra

famigliuola era stata un poco conturbata da due avvenimenti, i quali

parevan di poco conto, nulla avendo di straordinario, e che invece

furono gli anelli a cui doveva riannodarsi la catena delle disgrazie

che l'aspettavano ancora.

Un giorno, Damiano passava dalla fabbrica allo studio terreno del

signor Natale, situato all'opposta parte del cortile, recando seco il

libro giornale delle fatture, com'era la pratica, affinchè il

principale lo rivedesse, innanzi di pagar le mercedi agli artigiani.

Appena messa la mano sulla maniglia della porta, gli vennero

all'orecchio due voci alterate e violente: una era quella del signor

Natale; l'altra voce, aspra, imperiosa non parvegli nuova; ma non

sapeva ricordarsi dove l'avesse udita la prima volta. Egli stava per

ritrarsi, allorchè il principale, accortosi d'alcuno che

veniva:--Signor Damiano, gli disse, siete voi? fatevi pure innanzi, ho

a parlarvi.

Il giovine entrò; e alzando gli occhi sulla persona che stava rimpetto

al suo principale con albagìa e disprezzo, si sentì rimescolar tutto

il sangue, e un rossore improvviso corrergli al volto, e una nebbia

coprirgli la vista. Si fermò, fece forza a sè medesimo per contenersi

e tacere: aveva già compreso che quel signore stava dibattendo col

padrone, per ritardargli forse d'un altr'anno il pagamento di costose

commissioni d'arredi e forniture, per le quali da gran tempo era suo

debitore. Ma quando lo sguardo di questo signore s'incontrò nello

sguardo di Damiano, la parola gli fu tronca sul labbro; la lunga

polizza che teneva in mano spiegata gli sfuggì dalle dita, e

involontariamente abbassando gli occhi dinanzi al lampo d'ira che

fiammeggiò in quelli di Damiano, divenne bianco come un panno lavato.

Le parole altere che stava per dire al negoziante finirono smozzicate

in un garbuglio di frasi che non volevano significar nulla.

--Che c'è di nuovo, signor mio? disse il negoziante, strabiliando, nè

sapendo come spiegare quell'improvviso mutamento di tuono, quella

sprezzante signoril pretensione caduta di botto al sorgiungere di un

testimonio.

--Nulla, nulla, nulla: balbettò quel signore: non fo per dire....

stava pensando.... credeva.... anzi non dubitate.... pagherò

subito.... venite voi stesso, ma voi, sapete, entro domani.... anche

quest'oggi, se volete, a casa mia.... e vi saranno puntualmente

sborsate le milleduecento lire....

--Quando parla così, ha ragione, signore! riprese il negoziante: mi

scusi, veda, mi scusi un po', se ho dimenticati i riguardi; vede bene,

noi contiamo sui crediti grossi; sono i nostri capitali. Ma le ripeto,

mi perdoni; e se mai non le tornasse comodo così subito, aspetterò

qualche giorno ancora.

--No, no, venite pure domani.... vi aspetto e vi saluto.--E come si

trovasse in aria non respirabile, ansante, trasudato, si tirò indietro

fino alla porta, che pareva quasi gli mancasser sotto le gambe.

Damiano crollò il capo in atto di compassione; tutto lo sdegno, che

alla prima gli avea gonfiato il cuore, svanì; e pensando all'anima

vilissima di colui che fuggiva spaurato da una sola sua occhiata,

volle risparmiargli maggior vergogna, e non rispose al suo principale

che, non sapendo capir nulla, gli domandò se conoscesse quel signore.

Era colui il cavalier Lodovico, quel giovinastro che un anno prima

aveva creduto di poter facilmente tirare a male la sorella di Damiano.

Egli era divenuto marito scioperato ed elegante; nella sua casa,

addobbata come impone la barocca arte rediviva del seicento, passava

per un de' tipi dell'uomo di moda. Dopo il suo matrimonio e i viaggi e

la cresciuta boria e l'eredità del titolo e del censo paterno, il

cavalier Lodovico non aveva più riveduto il giovine che un giorno, in

casa sua, non temè di gittargli una sfida e di chiamarlo assassino.

Forse più non pensava a quella insipida avventura. Ma il trovarsi,

allorchè meno s'attendeva, al cospetto d'un uomo ch'egli doveva odiare

più di qualunque altro, comechè il suo cuor di coniglio gli togliesse

di guardarlo in faccia due volte; il pensar che colui poteva, quando

che fosse, rovesciarlo dal piedestallo su cui con tanta pena erasi

arrampicato, bastò a fargli quella mattina lo strano effetto che

vedemmo.

Al punto d'uscire, il cavaliere per mala sorte inciampò, e barcollando

volse indietro uno sguardo, quasi per cercar chi l'ajutasse a tenersi

in piè: il signor Natale, buon uomo, s'alzò e a lui corse, temendo non

cadesse per male improvviso; se non che Damiano, il qual sapeva il

vero male di lui, stese il braccio e trattenne il negoziante,

lanciando in quella al signor cavaliere una fredda occhiata. E con un

sogghigno di più fredda ironia: --Lasci pure, disse, signor Natale,

non s'incomodi; il signor cavaliere ha messo un piede in fallo!

Egli se n'andò; ma nel suo petto bolliva l'odio, e come tutti i vili,

da quel dì cominciò a pensare di tirar sicura e nascosta vendetta di

quella umiliazione.

Damiano ebbe il cuore di non ispiegare qual fosse il segreto di

siffatto incontro al principale, che, sospettando qualche cosa,

ripeteva le inchieste; nè la sera, quando tornò a casa, ne fiatò co'

suoi, quantunque la sola vista di quell'uomo avesse rinfrescata nel

fondo del suo animo la vecchia ruggine e il primo dolore di un insulto

non rincacciato in gola a chi lo fece. Egli, in faccia a quell'uomo

sentì per un minuto la gioja d'averlo quasi fatto sprofondar nella

vergogna con un'occhiata, con un sogghigno; ma, passata codesta fiera

voluttà d'un istante, la memoria del passato prese a tormentarlo, e ne

fu per più giorni travagliato.

Non era corsa più d'una settimana da quell'incontro di mal augurio,

quando un dì, poco prima dell'imbrunire, partendosi dal negozio

innanzi la solita ora, e sboccando nella piazza Fontana all'angolo

della casa, ove continuava a dimorar la famiglia, gli parve vedere

svoltar nel portone un'altra persona, colla quale da lungo tempo non

s'era incontrato. Era colui ch'egli riguardava a ragione come l'autore

di tutto il male ch'era toccato a' suoi, l'unica persona forse, per la

quale egli si fosse sentito capace d'odio; in una parola, il signor

Omobono.

Al solo vederlo, una folla di pensieri gli occupò la mente; il cuore

gli battè più rapido: e raddoppiò il passo dietro a lui. Aveva subito

indovinato che quell'uom tristo, cogliendo la congiuntura della sua

assenza, non aveva temuto di ritornare in casa sua; pieno di sospetto

che non fosse la prima volta, e che sua madre, debole troppo, potesse

dar fede ancora alle di lui infamie, cieco dalla rabbia che lo faceva

gelare e sudare a un tempo, gli corse incontro difilato, e lo

raggiunse ch'era già a capo della seconda scala.

Allora gli si piantò dinanzi; e levando il capo arditamente, gli

attraversò il cammino, e:--Cosa viene a far qui, lei? gli disse.

--Vengo pe' fatti miei: rispose colui duramente: vada per i suoi.

--Non mi conosce più, signore?

--Non so chi sia. Mi lasci andare, dico.

--Non sa chi sono?

--So che lei è un temerario.

--Io son quello che v'ha detto, a voi, di non metter piede mai più in

questa casa, se vi premeva il vostro fiato. Vi ricordate?

--Voi siete un matto. Lasciatemi andare o chiamo gente.

--Non chiamerete nessuno; ma darete ascolto a quel che ho a dirvi.

E fattosegli più accosto, gli serrò il braccio con forza convulsiva;

sicchè l'altro, temendo un eccesso, si rivolse pieno di spavento per

veder se alcuno venisse.

Ma Damiano il tenne forte, e squadrandolo da capo a piè, e crollando

il capo, con voce sorda ma pur minacciosa, seguitò:--Noi siamo poveri,

ma non abbiam bisogno di voi, nè di chi vi manda. Noi abbiamo la

nostra onestà, voi mangiate il pane dell'infamia, e siete peggior del

ladro, peggiore fors'anche della spia....

--Guarda che cosa dici! gurgugliò l'altro.

--Il tuo mestiere, io so qual è, o demonio! Ma bada, e tien bene a

mente: io ti tengo d'occhio; e lo giuro, per Dio che ci vede, non

verrai a capo del tuo mal disegno! Se poi ritorni sulle mie scale, le

potresti misurar tutte d'un salto, te lo prometto io....

--Lasciatemi stare!

--Va pure.... ma no, aspetta.--E qui gli diè un altro squasso; onde

colui di pallido si fe' livido, e sentì cadersi il cuore nelle

calcagna.-- Dirai a chi li manda o ti paga, che saprò, se capita,

farlo stare a segno anche lui, come adesso te: che se lui annega

nell'oro e può comperar la giustizia, io mi farò giustizia da me....

Ora va, cane senza denti, birbone dannato!

Queste ultime parole, dette dal giovine con fiera e chiara voce, come

gliele dettò la stizza bestiale che sentiva in quel punto, furono

udite da due pacifici vicini che salivano le scale dietro a loro; e

punsero sì forte quello sciagurato di Omobono, che non volendo far

mostra d'ingollare que' complimenti per verità un po' troppo netti e

ricisi, fece un ultimo sforzo; e divincolandosi dalla stretta di

Damiano, s'arrischiò d'assestargli in risposta, più saldo che potè, un

pugno nelle costole. Ma il giovine gli afferrò colla manca il braccio

in aria, e d'un manrovescio gli stampò sulla faccia le cinque dita

della destra, e aggiunse:--Questo ti suggelli in capo le cose che t'ho

detto, e stieno fra me e te!--L'altro n'ebbe di soverchio, e urlando

per doglia e per rabbia, fece gli scalini a tre, a quattro; sceso più

presto che non fosse poco innanzi salito, nascose la faccia nello

scontrar que' due ch'erano stati a caso testimonii della fine del

dialogo.

Costoro, argomentando forse di che si trattasse, ruppero in una

risata, al vedere colui che se n'andava così sbaldanzito, come il cane

del pagliajo colla coda fra le gambe.

L'incontro del cavaliere Ludovico, e quello del signor Omobono,

bastarono ad avvelenare per alcun tempo la pace in che viveva allora

Damiano. Egli non lasciò, con quel serio ragionare che usava quando un

doloroso pensiero lo rodeva, di ricordare a sua madre le antiche

imprudenze e il nuovo pericolo che correva la Stella; le rammentò il

nome dì suo padre, e finì dicendo:--Dio non abbandona il povero,

quando esso non si vergogna della sua povertà!

Verso quel tempo, eran giunte novelle dall'ultimo confine

dell'Ungheria alla nostra famiglia: una lettera sgorbiata di grossi

uncini e arpioni, in un linguaggio somigliante più al turchesco e al

valacco, che all'italiano, ch'era stata scritta da un dabben sergente

transilvano a nome di Rocco; il quale per la prima volta, dopo lungo

tempo, faceva saper ch'era vivo a' buoni amici suoi.

Diceva loro, in quella lettera, ch'egli era contento, che la memoria

di Damiano e di Stella l'accompagnava sempre in que' paesi luterani,

quando, dì e notte, sotto un cielo color di fango, faceva sentinella

lungo una riva gelata, alla vista delle nevose lande della Russia.

Que' rozzi caratteri commossero Damiano, e fecero piangere un poco

anche Stella e sua madre: egli rispose subito al suo lontano amico;

disse, come potè meglio, il suo affetto a quel cuore ch'era per lui

più che d'amico, più che di fratello; e si arrischiò di mandargli

insieme alla lettera una bella doppia di Genova bene incartocciata,

ch'era il frutto de' suoi risparmi di quell'anno, dicendogli che

l'accettasse per amor suo, poichè tra fratelli tutto ha da esser

comune. Il pensare a quell'anima incomparabile mitigò in que' dì il

mal talento di Damiano, e riconciliandolo con le oneste gioje della

virtù, il ricondusse più alacre e più sereno al quotidiano lavoro

della fabbrica.

Una domenica, poco innanzi sera, il signor Omobono, passata appena una

settimana dal dì che s'era buscata quella brutta lezione che tuttora

gli bruciava la faccia e il cuore, sedeva in compagnia d'un altro, che

il lettore già un poco conosce e non ha forse dimenticato del tutto,

in una di quelle tenebrose botteguccie di tabaccajo, situate vicino

alle porte della città, ne' luoghi poco frequentati, dove gli amici

della pipa e del tresette si danno ritrovo per dimenticare i dì, l'un

dopo l'altro, in fondo ai bicchieri dell'acquavite.

Il signor Omobono parlava sommesso e gesticolava con certa furia; e il

suo ascoltatore, faccia torva, bronzina, con due folte sopracciglia

nere e due grigi mustacchi, seguiva col suo sguardo sinistro e con una

specie di grugnir sordo le parole di lui, accompagnandole col mover

del capo, mentre colle gomita appuntate sul deschetto, batteva a

quando a quando l'un contro l'altro i pugni.

--Dunque m'avete ben capito, signor Martini.... diceva l'Omobono.

--Eh! che mi rompete il timpano con questo vostro signor Martini a

ogni minuto?

--Via! non andate in bestia.

--C'è bisogno di fare il nome alla gente?

--Lo so che non c'è bisogno, e vi domando scusa; ma già, tant'e tanto,

non c'è chi vi possa conoscere; foste una volta il Martini, poi fra

Martino, ora siete il signor Martigny: chi vi può stanar di sotto a

quel vostro bigio pelo, fuor che il diavolo, vostro compare?

Colui fece un ghigno strano di compiacenza, da disgradarne quel suo

compare; e brandendo a mezzo con rapido gesto la grossa canna d'India

armata d'un pome di piombo, se la rigirava di sopra il capo, facendo

mulinello con certa sua braveria, che scompigliò un poco e fe'

bestemmiar fra i denti gli astanti e la bottegaia dal suo banco.

--Badate dunque, ripigliò l'Omobono, di far sì che nessuno sia posto

in compromesso. L'amico, lo conoscete, è un magricciuolo, uno scempio,

che con un buffetto gli fate baciar la terra.

--Tutto va bene; ma, il sapete, che io non m'immischio in nulla, disse

il compagno facendo tonda e grossa la voce, se non ci va

dell'onore....

--È un affar d'onore, ve lo dico io.... un grosso affare....

--So press'a poco--e tornava a parlar sommesso--di che si tratta; e

non la guardo per il sottile. Quanto all'amico, lo conosco un po'

anche lui.... è uno sbarbatello, ma sa il fatto suo; e l'ho veduto io

in certa occasione mostrar, come si dice, il viso a chi si sia....

--Sarà! ma tanto più merita una lezione; è un della canaglia....

--Canaglia? piano; un par mio non l'appicca colla canaglia.... E poi,

vi dico io che colui non ha cuor di piccione, e morde chi l'addenta.

--Il mio committente, quel signore che sapete.... perchè, torno a

dirvelo, io non c'entro per niente in questa storia.... se lo conosco

appena colui! e se anche m'avesse fatto del male non tengo l'osso in

gola io.... Ma, con uno, come quel tale di cui vi parlava, la faccenda

cammina diversamente.... Egli non se la potrebbe pigliare al tu per tu

con simil razza.... e non di manco tiene una vecchia partita da

saldare.... a qualunque costo. Ma lui.... capite? quando paga, paga

bene.

--Questo è il manco! disse il collega scrollando il capo, ma non senza

darsi involontariamente una fregatina di mani. Del rimanente, a voi

tocca a far nascere l'occasione; perchè io, in questa sorte di cose,

non son uso a metter fuoco ai buschi; e per non espormi a' garbugli

del poi, non fo mai il provocatore. Voglio che la faccenda cammini

chiara, come l'acqua fresca.

--Ci penso io, vi ripeto, e non abbiate paura di nulla: figuratevi, se

una persona come voi, un amico, vorrei tirarlo in ballo, senza esser

ben certo che ne venga fuori con onore!... Anche a me, mi preme più

che non crediate. Così noi siamo, come suol dirsi, sicuri come due

principi; e in certi casi, lo sapete, non si ha mai torto; c'è chi

serra un occhio.

--Sta bene. Dunque....

--Dunque, mi rivedrete al più tardi domenica ventura: il luogo vel

farò sapere. Ma, silenzio, per carità, signor Mar....

--E siam tornati al sicutera, corpo del diavolo!--E qui battè sul

deschetto tale un pugno, che turò la bocca al compagno.

--Sia per non detto; un'altra caraffa.... e amici come prima.

--Eh! che del vostro birrone me ne infischio.... è un acquerello che

nemanco vale a rasciacquar le gengìe. Fate portar del buon cognac;

quello sì m'acconcia lo stomaco.

--Bottega! cognac, del buono.

--Subito! belò la padrona dal banco; e uno sciancato mariuolo, uscendo

da un camerotto interno, mise innanzi ai due galantuomini una boccia

impagliata e due nani bicchieri arrovesciati sur un vassojo di peltro;

stappò la boccia, volse i bicchieri, e li colmò del liquore.

--Alla salute di quell'amico!

--Come volete; e alla nostra!

Il signor Omobono, che aveva fatto l'invito, cominciò a bere a

centellini; l'antico maestro di scherma tracannò il bicchiere d'un

fiato, e cogliendo il punto che l'altro mise giù il suo, votò

pacatamente anche quello, come fosse un cordiale. Poi tolse fuori

dalla tasca del lungo pastrano turchino una pipa corta e la borsa del

tabacco, empì il camminello, e accostato il brano di una bisunta dama

di cuori al lumicino ch'era in un canto della buja bottega, accese la

pipa. Assaporando le prime boccate di fumo, si calcò il cappello sugli

occhi, e se n'andò in compagnia del suo degno amico.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 34 / 64 题