Il signor Omobono, che da parecchi mesi non s'era più lasciato vedere,
un bel dì ricomparve in casa della vedova; e fu appunto in quel tempo
che Damiano, dopo la mala riuscita del concorso, aveva perduto il
coraggio e la buona speranza. Chi lavora per il male sa troppo spesso
scegliere il buon momento per mettere la sua trista parola. Il signor
Omobono, un di coloro che non accattan brighe colla coscienza,
speditamente infilzò alle due donne una corona di bugie. Cominciò a
dir loro che affari di gran peso l'avevano tenuto per tutto quel tempo
fuor di Milano, ma che non per questo egli soleva dimenticare gli
amici; s'informò minutamente delle cose della famiglia, mostrando di
pigliarvi grandissima sollecitudine, e maravigliandosi all'udire ciò
che sapeva di già meglio di loro. In pochi dì, potè così riconquistare
la sua posizione. La Teresa s'era messa nelle mani di lui: anche la
Stella, quantunque in fondo del cuore sentisse non so quale rimasuglio
d'antipatia, pensava d'essere con lui ingiusta, se non gli credesse
del tutto.
Come prima, faceva l'Omobono di non capitare in casa della Teresa che
all'ore consuete in cui presumesse di non essere frastornato dalla
presenza di Damiano, o da quella del signor tenente Lorenzo. Damiano,
in que' dì, non sapendo che farsi della sua vita, andava dal mattino
alla sera vagando alla ventura fuor di città lontano da tutti, e pieno
di mesti pensieri; intanto che il signor Lorenzo, preoccupato
anch'esso della malinconia del giovine, altro non faceva dal mattino
alla sera che girar sulle sue traccie, per dargli una buona gridata e
metterlo, come diceva, alla ragione.
La Teresa adunque si andava sfogando col signor Omobono di que'
novelli suoi dispiaceri. Ma intanto ella non sapeva che una disgrazia
assai più grande era vicina, non sapeva che il suo Damiano, compreso
nella coscrizione di quell'anno, poteva essergli tolto da un giorno
all'altro. Non ci pensava, o credeva forse che Damiano, unico sostegno
di una vedova madre, dovesse essere, per diritto, franco dalla
coscrizione: nè certo avrebbe potuto capire come bisognasse ch'ella
non avesse modo di campar la vita e che gli altri figliuoli non
toccassero ancora i quindici anni, per far godere a Damiano
l'esenzione dalla legge militare.
Nè Damiano aveva mai parlato con essa di ciò che poteva succedere.
Pareva ch'egli neppur ci pensasse; non cercava più del signor
Costanzo, o del signor Lorenzo e neppur del buon Rocco; il quale forse
era il solo che avesse indovinata l'angustia da lui compressa nel
cuore; il solo che, al suo passare per la via, lo seguitasse a dilungo
con uno sguardo, in cui erano pietà e amore.
Ma sorvenne il tempo che a Damiano bisognò per forza preparar sua
madre al tristo avvenire che aspettava. E si provò, con certi discorsi
in aria, a metter innanzi l'incertezza delle cose del mondo, la
necessità di rassegnarsi, di sostenere con forza quel peso che non si
può gittar di dosso: ma sua madre non voleva capire. Ben lo comprese
la Stella; ben vide essa dove andassero a finire quelle rotte ed amare
parole di Damiano. Pure ebbe cuor di non piangere; e, senza dir nulla
al fratello, fu lei che a poco a poco, si studiò d'avvezzar la mamma a
quel pensiero che Damiano le potesse un dì o l'altro abbandonare.
In mezzo a cosiffatto contrasto di domestiche affezioni e dolori, il
signor Omobono continuava con assiduità le sue visite; e si sarebbe
detto che i pensieri d'inferno che lo avevano istigato fino allora
contro a Damiano e a' suoi, si fossero quasi per miracolo dissipati;
tal'era la mitezza, tanta la bontà che alle due donne pareva di
scorgere in esso, tanta la magia che l'innocente bellezza della Stella
adoperava sopra di lui.
Il bel quadro di Damiano, testimonio muto della sua anima dolorosa e
infelice, giaceva polveroso e dimenticato in un angolo della sua
stanza, dietro il tavolino coperto pure di libri polverosi e
dimenticati; poichè il giovine, dal giorno in cui si mise in mente che
la sua vocazione d'artista era stata una matta superbia e null'altro,
aveva detto addio a' pennelli, alle tele, ai libri; era divenuto
indifferente a tutto. Una mattina, il signor Omobono, passando per
quella stanza, volle vedere il quadro; lo portò egli stesso alla luce
della finestra; e sfoggiando sentenze pittoriche e paroloni, i quali
eran bevuti dalle donne con riverenza, disse il quadro avere il suo
merito; essere un peccato il lasciarlo così tra i ragnateli; potersene
quando che fosse cavar de' buoni danari; infine volere egli stesso
pensare a trovar fuori un compratore.
La madre si consolò tutta, e la Stella rispose che avrebbe detto
questa fortuna a Damiano: ma quel signore, per fini suoi particolari,
soggiunse che si guardassero bene dal farne parola con lui, finchè la
cosa non fosse veramente accomodata com'egli intendeva. Pensava la
giovinetta che forse da quel quadro, s'era proprio bello come a lei
pareva, si sarebbe potuto ritrarre tanto prezzo da trovare un
supplente per Damiano, se mai, incolto dalla coscrizione, non avesse
per sè la Provvidenza. Ma tenne per sè il buon pensiero, e neppure
ardì confidarlo al fratello.
Pochi giorni appresso, Rocco che, al suo costume, se ne stava
sgusciando aromatiche corteccie sul limitare del fondaco, vide
fermarsi un bel carrozzino signorile, cosa per lo meno strana, presso
il portone della casa ove abitava la famiglia di Damiano. Allungò il
capo fuor della porta invetriata, aguzzò gli occhi; vide aprirsi lo
sportello e poi scendere un tale che subito riconobbe, per averlo
sovente incontrato in casa del suo principale, quantunque non sapesse
fargli il nome; dietro a lui un signore di nobile e serio aspetto,
piuttosto sull'età, vestito d'un largo soprabito soppannato di
pelliccia di martora: anche quel signore si ricordava benissimo
d'averlo veduto più d'una volta passare per le vie della città. Erano
il signor Omobono e l'Illustrissimo.
Il povero fattorino si sentì come una stretta al cuore al primo vedere
quel vecchio signore; senza saper perchè, un brulichìo di pensieri gli
si mosse in mente; e non so che cosa avrebbe fatto per indovinare che
venissero a fare que' due e che dicessero fra di loro, come chè li
vedesse ridere e gesticolare in segreto. Ben s'era imaginato che
andassero nella casa della signora Teresa, e ne sentiva dispetto, anzi
rabbia, dolore; voleva persuadersi che la era una sua fantasia; ma una
voce interiore gli suggeriva che ci doveva essere qualche mistero, che
ci covava alcun chè di sinistro: ristette immobile come un piuolo, e
le sue pupille non si distolsero più da quella porta e da quella
carrozza.
Passò un'ora buona prima che vedesse scender dalle lunghe scale i due
signori: il vecchio gentiluomo rimontò nel carrozzino; il suo
satellite, fatta una gran riverenza col cappello in mano, si dilungò
per la via. Ciò che passò nel cuore di Rocco in quell'ora eterna,
nessuno lo seppe, altro che lui. Voleva correre dalla mamma Teresa,
per domandar la causa di tale straordinaria visita, e non aveva
coraggio; voleva raccontare la cosa a Damiano; ma non sì tosto lo vide
spuntare a capo della piazza, si sentì morir le parole in bocca;
quand'esso gli passò d'accanto, rispose timido al saluto di lui; e
passato che fu, si battè con un pugno la fronte, e disse:--Povero me;
povero matto ch'io sono!
Ma il dì seguente, all'ora medesima, egli vide venire la medesima
carrozza e fermarsi dinanzi al portone. Il vecchio signore però era
solo nel legno; se non che, nell'atto che poneva il piede sul
predellino, il compagno del dì innanzi, che se ne stava, poco lontano,
aspettandolo, mosse con rispetto verso di lui, e gli porse braccio a
scendere. Il garzone, a quella vista, arse e gelò; ma non si tenne
più. Appena i due furono entrati nell'andito del portone, egli
sguisciò fuor della bottega, passò cautamente di fianco alla carrozza,
e pigliate le scale, salì dietro le loro spalle, senza fare il più
piccolo romore.
--Per bacco! sono un po' lunghe codeste scale: diceva il vecchio
signore all'altro che lo precedeva.
--Abbia un poco di pazienza, Illustrissimo, e potrà raccorciarle della
metà: rispondeva, con un sogghigno muto, colui.
--Ehi, ehi! non vi capisco: come sarebbe a dire?
--Sarebbe a dire che, se le cose vanno, ella potrà, Illustrissimo,
fare un miracolo, trasportare il quarto al secondo piano.
--Briccone e matto! mi maraviglio di voi: che cosa credete? Se vi ho
dato ascolto, se son venuto fin qui, se ci torno, è stato ed è solo
perchè voglio veder io, quando si tratta di far del bene....
--Certo che sì; conosco il suo cuore, Illustrissimo. Se io le ho
parlato ancora di questa famiglia, l'ho fatto per premura....
--Eh! voi siete un volpone; vi conosco, galantuomo! M'avete dato a
credere che la giovine sia una perla....
--E lo mantengo.
--Ma io vi ho ben poca fede: so che le bazzicate da un pezzo in
casa.... e basta questo....
--Baje! chi mai le ha detto, Illustrissimo?
--Chi? il Rosso.
--Impossibile: che cosa sa colui de' fatti miei? E poi, non ha veduto
forse lei, Illustrissimo, non ha conosciuto, non s'è persuaso fin da
jeri.... E tra sè intanto bestemmiava dietro al Rosso, suo rivale nel
favore dell'Illustrissimo.
--Buona gente, sì, buona gente, ripigliò il signore: e son disposto a
far qualche cosa per loro. In quanto alla giovine....
Fin qui Rocco non aveva perduto sillaba della conversazione; ma allo
svoltar della scala, temendo d'esser veduto, ristette un poco; e
sebbene sbirciasse in su e tendesse l'orecchio, non potè capire il
resto della frase.
Poco di poi s'arrischiò a salire di nuovo, attirato quasi da incognita
forza che gli faceva dimenticare ogni rispetto e pericolo.
--Vedete un po': diceva il signore, fermandosi a un pianerottolo, per
pigliar fiato. Se almeno lo avessi saputo un anno fa, contentando la
vecchia con quel piccolo benefizio ch'era venuto ad implorare, le
sarei entrato in grazia; e a quest'ora... È vero che il chierico c'è
ancora, a quel che ho sentito, e di benefizj da imbonire abatini non
c'è penuria in casa....
--Grazie a' suoi santi nonni, Illustrissimo.
--Eh! eh! Cosicchè quello che non s'è fatto si può fare.
--In quanto al figliuolo maggiore, egli è necessario tenerlo basso....
perchè ha una testa.... e certe idee singolari....
--Eh! gli pagheremo quella tela impiastricciata che ho visto jeri, e
felice notte.
--Basta che si contenti. A buon conto, in quest'anno ch'è per venire,
la coscrizione ci potrebbe anche liberare di lui....
--Sta bene. Alla peggio, se costui ha le idee matte, saprò guarirlo
io: la conosco da un pezzo la superbia de' pitocchi; pare che minacci
il mondo; ma dà giù, sul più bello, al veder la faccia d'uno scudo.
E qui gli sfuggì dal labbro un superbo riso, al quale rispose
l'Omobono con quel ghigno che aveva non so che di diabolico.
Giunti sull'ultimo ripiano, s'incamminarono per il ballatojo, nè
ancora si trovavan dinanzi all'umile porta che Rocco lento e cauto li
aveva raggiunti al sommo della scala: ma non ardì fare un passo di
più; vide il vecchio signore raddrizzarsi con sussiego, rincalzarsi
nella trincea della bianca cravatta, e arrovesciando sovra una spalla
la pelliccia del pastrano, porre in mostra ciondoli e catenelle
pendenti dall'occhiello dell'abito; poi, messo fuori un soffio di
dignità sul pome di lapislazzuli che sormontava la sua canna d'India,
entrare nella povera stanza. Il signor Omobono che lo aveva
accompagnato fin là, si trasse di nuovo il cappello e, fattogli
un'inchino, tornò indietro; cosicchè Rocco, per non esser veduto,
bastò appena tempo d'acquattarsi in un angolo, dietro il parapetto
della scala sullo stesso ripiano.
Quando si vide solo, Rocco balzò ratto in piedi; e sulla sua faccia di
terreo colore, sulla fronte volgare dell'uomo che tutti chiamavano il
povero matto, fu vista lampeggiare un'ira così grande e fiera, mista
insieme di disprezzo e di dolore, che in quel momento non parve più
lui. Non disse parola; ma, serrando i denti, levò in atto di
maledizione la larga e callosa mano verso la porta per la quale era
entrato l'uomo potente, guardò il cielo; poi discese rapidamente le
scale.
Colla testa in fuoco, col cuore tremante al pensiero del pericolo che
forse in quel punto correva il suo bell'angiolo, Rocco, ringraziando
il cielo dell'inspirazione che gli aveva mandato, mulinava fra sè che
cosa potesse fare. Non poteva vedere nessuna onesta ragione perchè il
vecchio signore dovesse tornar così presto in quella casa; l'idea che
vi fosse stato condotto dal signor Omobono, da tal uomo ch'egli stesso
non poteva mai incontrare senza provare un ribollìo nel sangue,
quest'idea fissa, prepotente lo atterriva; imaginava d'altronde che
Damiano, per certo, era allo scuro di quel che avveniva; onde gli si
parava dinanzi sempre più grande la necessità di trovar subito le fila
di quella trama, o di troncare almeno per il momento, con un pretesto
qualunque, quell'intrigo misterioso.