Capitolo Ventesimoprimo

Il signor Omobono, che da parecchi mesi non s'era più lasciato vedere,

un bel dì ricomparve in casa della vedova; e fu appunto in quel tempo

che Damiano, dopo la mala riuscita del concorso, aveva perduto il

coraggio e la buona speranza. Chi lavora per il male sa troppo spesso

scegliere il buon momento per mettere la sua trista parola. Il signor

Omobono, un di coloro che non accattan brighe colla coscienza,

speditamente infilzò alle due donne una corona di bugie. Cominciò a

dir loro che affari di gran peso l'avevano tenuto per tutto quel tempo

fuor di Milano, ma che non per questo egli soleva dimenticare gli

amici; s'informò minutamente delle cose della famiglia, mostrando di

pigliarvi grandissima sollecitudine, e maravigliandosi all'udire ciò

che sapeva di già meglio di loro. In pochi dì, potè così riconquistare

la sua posizione. La Teresa s'era messa nelle mani di lui: anche la

Stella, quantunque in fondo del cuore sentisse non so quale rimasuglio

d'antipatia, pensava d'essere con lui ingiusta, se non gli credesse

del tutto.

Come prima, faceva l'Omobono di non capitare in casa della Teresa che

all'ore consuete in cui presumesse di non essere frastornato dalla

presenza di Damiano, o da quella del signor tenente Lorenzo. Damiano,

in que' dì, non sapendo che farsi della sua vita, andava dal mattino

alla sera vagando alla ventura fuor di città lontano da tutti, e pieno

di mesti pensieri; intanto che il signor Lorenzo, preoccupato

anch'esso della malinconia del giovine, altro non faceva dal mattino

alla sera che girar sulle sue traccie, per dargli una buona gridata e

metterlo, come diceva, alla ragione.

La Teresa adunque si andava sfogando col signor Omobono di que'

novelli suoi dispiaceri. Ma intanto ella non sapeva che una disgrazia

assai più grande era vicina, non sapeva che il suo Damiano, compreso

nella coscrizione di quell'anno, poteva essergli tolto da un giorno

all'altro. Non ci pensava, o credeva forse che Damiano, unico sostegno

di una vedova madre, dovesse essere, per diritto, franco dalla

coscrizione: nè certo avrebbe potuto capire come bisognasse ch'ella

non avesse modo di campar la vita e che gli altri figliuoli non

toccassero ancora i quindici anni, per far godere a Damiano

l'esenzione dalla legge militare.

Nè Damiano aveva mai parlato con essa di ciò che poteva succedere.

Pareva ch'egli neppur ci pensasse; non cercava più del signor

Costanzo, o del signor Lorenzo e neppur del buon Rocco; il quale forse

era il solo che avesse indovinata l'angustia da lui compressa nel

cuore; il solo che, al suo passare per la via, lo seguitasse a dilungo

con uno sguardo, in cui erano pietà e amore.

Ma sorvenne il tempo che a Damiano bisognò per forza preparar sua

madre al tristo avvenire che aspettava. E si provò, con certi discorsi

in aria, a metter innanzi l'incertezza delle cose del mondo, la

necessità di rassegnarsi, di sostenere con forza quel peso che non si

può gittar di dosso: ma sua madre non voleva capire. Ben lo comprese

la Stella; ben vide essa dove andassero a finire quelle rotte ed amare

parole di Damiano. Pure ebbe cuor di non piangere; e, senza dir nulla

al fratello, fu lei che a poco a poco, si studiò d'avvezzar la mamma a

quel pensiero che Damiano le potesse un dì o l'altro abbandonare.

In mezzo a cosiffatto contrasto di domestiche affezioni e dolori, il

signor Omobono continuava con assiduità le sue visite; e si sarebbe

detto che i pensieri d'inferno che lo avevano istigato fino allora

contro a Damiano e a' suoi, si fossero quasi per miracolo dissipati;

tal'era la mitezza, tanta la bontà che alle due donne pareva di

scorgere in esso, tanta la magia che l'innocente bellezza della Stella

adoperava sopra di lui.

Il bel quadro di Damiano, testimonio muto della sua anima dolorosa e

infelice, giaceva polveroso e dimenticato in un angolo della sua

stanza, dietro il tavolino coperto pure di libri polverosi e

dimenticati; poichè il giovine, dal giorno in cui si mise in mente che

la sua vocazione d'artista era stata una matta superbia e null'altro,

aveva detto addio a' pennelli, alle tele, ai libri; era divenuto

indifferente a tutto. Una mattina, il signor Omobono, passando per

quella stanza, volle vedere il quadro; lo portò egli stesso alla luce

della finestra; e sfoggiando sentenze pittoriche e paroloni, i quali

eran bevuti dalle donne con riverenza, disse il quadro avere il suo

merito; essere un peccato il lasciarlo così tra i ragnateli; potersene

quando che fosse cavar de' buoni danari; infine volere egli stesso

pensare a trovar fuori un compratore.

La madre si consolò tutta, e la Stella rispose che avrebbe detto

questa fortuna a Damiano: ma quel signore, per fini suoi particolari,

soggiunse che si guardassero bene dal farne parola con lui, finchè la

cosa non fosse veramente accomodata com'egli intendeva. Pensava la

giovinetta che forse da quel quadro, s'era proprio bello come a lei

pareva, si sarebbe potuto ritrarre tanto prezzo da trovare un

supplente per Damiano, se mai, incolto dalla coscrizione, non avesse

per sè la Provvidenza. Ma tenne per sè il buon pensiero, e neppure

ardì confidarlo al fratello.

Pochi giorni appresso, Rocco che, al suo costume, se ne stava

sgusciando aromatiche corteccie sul limitare del fondaco, vide

fermarsi un bel carrozzino signorile, cosa per lo meno strana, presso

il portone della casa ove abitava la famiglia di Damiano. Allungò il

capo fuor della porta invetriata, aguzzò gli occhi; vide aprirsi lo

sportello e poi scendere un tale che subito riconobbe, per averlo

sovente incontrato in casa del suo principale, quantunque non sapesse

fargli il nome; dietro a lui un signore di nobile e serio aspetto,

piuttosto sull'età, vestito d'un largo soprabito soppannato di

pelliccia di martora: anche quel signore si ricordava benissimo

d'averlo veduto più d'una volta passare per le vie della città. Erano

il signor Omobono e l'Illustrissimo.

Il povero fattorino si sentì come una stretta al cuore al primo vedere

quel vecchio signore; senza saper perchè, un brulichìo di pensieri gli

si mosse in mente; e non so che cosa avrebbe fatto per indovinare che

venissero a fare que' due e che dicessero fra di loro, come chè li

vedesse ridere e gesticolare in segreto. Ben s'era imaginato che

andassero nella casa della signora Teresa, e ne sentiva dispetto, anzi

rabbia, dolore; voleva persuadersi che la era una sua fantasia; ma una

voce interiore gli suggeriva che ci doveva essere qualche mistero, che

ci covava alcun chè di sinistro: ristette immobile come un piuolo, e

le sue pupille non si distolsero più da quella porta e da quella

carrozza.

Passò un'ora buona prima che vedesse scender dalle lunghe scale i due

signori: il vecchio gentiluomo rimontò nel carrozzino; il suo

satellite, fatta una gran riverenza col cappello in mano, si dilungò

per la via. Ciò che passò nel cuore di Rocco in quell'ora eterna,

nessuno lo seppe, altro che lui. Voleva correre dalla mamma Teresa,

per domandar la causa di tale straordinaria visita, e non aveva

coraggio; voleva raccontare la cosa a Damiano; ma non sì tosto lo vide

spuntare a capo della piazza, si sentì morir le parole in bocca;

quand'esso gli passò d'accanto, rispose timido al saluto di lui; e

passato che fu, si battè con un pugno la fronte, e disse:--Povero me;

povero matto ch'io sono!

Ma il dì seguente, all'ora medesima, egli vide venire la medesima

carrozza e fermarsi dinanzi al portone. Il vecchio signore però era

solo nel legno; se non che, nell'atto che poneva il piede sul

predellino, il compagno del dì innanzi, che se ne stava, poco lontano,

aspettandolo, mosse con rispetto verso di lui, e gli porse braccio a

scendere. Il garzone, a quella vista, arse e gelò; ma non si tenne

più. Appena i due furono entrati nell'andito del portone, egli

sguisciò fuor della bottega, passò cautamente di fianco alla carrozza,

e pigliate le scale, salì dietro le loro spalle, senza fare il più

piccolo romore.

--Per bacco! sono un po' lunghe codeste scale: diceva il vecchio

signore all'altro che lo precedeva.

--Abbia un poco di pazienza, Illustrissimo, e potrà raccorciarle della

metà: rispondeva, con un sogghigno muto, colui.

--Ehi, ehi! non vi capisco: come sarebbe a dire?

--Sarebbe a dire che, se le cose vanno, ella potrà, Illustrissimo,

fare un miracolo, trasportare il quarto al secondo piano.

--Briccone e matto! mi maraviglio di voi: che cosa credete? Se vi ho

dato ascolto, se son venuto fin qui, se ci torno, è stato ed è solo

perchè voglio veder io, quando si tratta di far del bene....

--Certo che sì; conosco il suo cuore, Illustrissimo. Se io le ho

parlato ancora di questa famiglia, l'ho fatto per premura....

--Eh! voi siete un volpone; vi conosco, galantuomo! M'avete dato a

credere che la giovine sia una perla....

--E lo mantengo.

--Ma io vi ho ben poca fede: so che le bazzicate da un pezzo in

casa.... e basta questo....

--Baje! chi mai le ha detto, Illustrissimo?

--Chi? il Rosso.

--Impossibile: che cosa sa colui de' fatti miei? E poi, non ha veduto

forse lei, Illustrissimo, non ha conosciuto, non s'è persuaso fin da

jeri.... E tra sè intanto bestemmiava dietro al Rosso, suo rivale nel

favore dell'Illustrissimo.

--Buona gente, sì, buona gente, ripigliò il signore: e son disposto a

far qualche cosa per loro. In quanto alla giovine....

Fin qui Rocco non aveva perduto sillaba della conversazione; ma allo

svoltar della scala, temendo d'esser veduto, ristette un poco; e

sebbene sbirciasse in su e tendesse l'orecchio, non potè capire il

resto della frase.

Poco di poi s'arrischiò a salire di nuovo, attirato quasi da incognita

forza che gli faceva dimenticare ogni rispetto e pericolo.

--Vedete un po': diceva il signore, fermandosi a un pianerottolo, per

pigliar fiato. Se almeno lo avessi saputo un anno fa, contentando la

vecchia con quel piccolo benefizio ch'era venuto ad implorare, le

sarei entrato in grazia; e a quest'ora... È vero che il chierico c'è

ancora, a quel che ho sentito, e di benefizj da imbonire abatini non

c'è penuria in casa....

--Grazie a' suoi santi nonni, Illustrissimo.

--Eh! eh! Cosicchè quello che non s'è fatto si può fare.

--In quanto al figliuolo maggiore, egli è necessario tenerlo basso....

perchè ha una testa.... e certe idee singolari....

--Eh! gli pagheremo quella tela impiastricciata che ho visto jeri, e

felice notte.

--Basta che si contenti. A buon conto, in quest'anno ch'è per venire,

la coscrizione ci potrebbe anche liberare di lui....

--Sta bene. Alla peggio, se costui ha le idee matte, saprò guarirlo

io: la conosco da un pezzo la superbia de' pitocchi; pare che minacci

il mondo; ma dà giù, sul più bello, al veder la faccia d'uno scudo.

E qui gli sfuggì dal labbro un superbo riso, al quale rispose

l'Omobono con quel ghigno che aveva non so che di diabolico.

Giunti sull'ultimo ripiano, s'incamminarono per il ballatojo, nè

ancora si trovavan dinanzi all'umile porta che Rocco lento e cauto li

aveva raggiunti al sommo della scala: ma non ardì fare un passo di

più; vide il vecchio signore raddrizzarsi con sussiego, rincalzarsi

nella trincea della bianca cravatta, e arrovesciando sovra una spalla

la pelliccia del pastrano, porre in mostra ciondoli e catenelle

pendenti dall'occhiello dell'abito; poi, messo fuori un soffio di

dignità sul pome di lapislazzuli che sormontava la sua canna d'India,

entrare nella povera stanza. Il signor Omobono che lo aveva

accompagnato fin là, si trasse di nuovo il cappello e, fattogli

un'inchino, tornò indietro; cosicchè Rocco, per non esser veduto,

bastò appena tempo d'acquattarsi in un angolo, dietro il parapetto

della scala sullo stesso ripiano.

Quando si vide solo, Rocco balzò ratto in piedi; e sulla sua faccia di

terreo colore, sulla fronte volgare dell'uomo che tutti chiamavano il

povero matto, fu vista lampeggiare un'ira così grande e fiera, mista

insieme di disprezzo e di dolore, che in quel momento non parve più

lui. Non disse parola; ma, serrando i denti, levò in atto di

maledizione la larga e callosa mano verso la porta per la quale era

entrato l'uomo potente, guardò il cielo; poi discese rapidamente le

scale.

Colla testa in fuoco, col cuore tremante al pensiero del pericolo che

forse in quel punto correva il suo bell'angiolo, Rocco, ringraziando

il cielo dell'inspirazione che gli aveva mandato, mulinava fra sè che

cosa potesse fare. Non poteva vedere nessuna onesta ragione perchè il

vecchio signore dovesse tornar così presto in quella casa; l'idea che

vi fosse stato condotto dal signor Omobono, da tal uomo ch'egli stesso

non poteva mai incontrare senza provare un ribollìo nel sangue,

quest'idea fissa, prepotente lo atterriva; imaginava d'altronde che

Damiano, per certo, era allo scuro di quel che avveniva; onde gli si

parava dinanzi sempre più grande la necessità di trovar subito le fila

di quella trama, o di troncare almeno per il momento, con un pretesto

qualunque, quell'intrigo misterioso.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 27 / 64 题